Dodici dicembre

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L’adolescenza non mi ha lasciato molti bei ricordi, ma qualcuno sì.

“Dopo la messa si va tutti a provare dei canti per Natale”; titubante, dubbioso, ero tentato di sfuggire all’impegno; non ce ne fu la possibilità.
Attorno alla lunga tavolata il gruppo era numeroso e già affiatato; insieme a pochi altri vi entravo per la prima volta, come neo-liceale.
E ‘i canti’ si rivelarono subito sorprendentemente belli, in parte composti, e tutti accompagnati molto bene con quella chitarra che li ritmava, netta, graffiante, da Antonio, riconosciuto leader della compagnia di ragazzi e ragazze più grandi di me.
Erano canzoni proprio coinvolgenti, per chi fino a poco tempo prima era tenuto a conoscere e a cantare brani del calibro di “A Te Signor leviamo i cuori, a Te Signor noi li doniam…”.
E proprio coinvolgente fu quello stesso gruppo, per un paio d’anni, un fortissimo punto di riferimento affettivo, rassicurante e fondamentalmente spensierato, anche se, dopo la stagione dei canti (o già contemporaneamente, chi si ricorda più), ci si trovava ogni settimana anche per discutere, in chiave di catechesi abbastanza sincera, dei nostri problemi, fra noi, senza la tutela di quell’illuminato  parroco.
Di sera, dopo cena; le mie prime uscite da solo.

Dopo tante settimane di prove, e grazie all’indiscutibile talento di Antonio, e ad alcune voci femminili e maschili di spicco, la messa di Natale fu un successo: gran parte della nutrita assemblea, con il vestito della festa alla messa di mezzanotte, apprezzò molto la novità del repertorio, del suono della chitarra, e la qualità del coro; anche i miei genitori mi manifestarono un grande compiacimento, per me prezioso come l’aria.
Al momento della ‘preghiera dei fedeli’ alcuni di noi si erano alternati al microfono, e ricordo molto bene quella breve frase pronunciata proprio da Antonio:
“Per il bambino di Milano, preghiamo”.

Avevo una vaghissima idea di chi fosse il bambino di Milano; i fatti di cronaca sfioravano appena la mia coscienza, catturata dalla straordinaria novità della nuova scuola, dei nuovi amici ed amiche.
Enrico, era il nome del bambino di Milano, uno dei feriti di Piazza Fontana. Gli dovettero amputare una gamba.
In fondo non aveva molti anni meno di me, dalla prospettiva odierna, a quarant’anni esatti da quel 12 dicembre.

Quarant’anni di vita, di cammino.
Di guerra strisciante, mai combattuta davvero sul campo, e forse per questo mai vinta o persa del tutto.
Interiormente contro i fantasmi di un’infanzia difficile, quelli sì ormai sconfitti, anche se le cicatrici non si cancellano.
Nella vita associata, invece, contro nemici subdoli ed invisibili, che solo a volte apparivano, ma soprattutto si nascondevano, fantasmi a maggior ragione: i cosiddetti servizi segreti deviati, le loro diramazioni internazionali, i gruppi eversivi di destra e di sinistra, le voci di un colpo di stato, le brigate rosse, la misteriosa prigionia di Aldo Moro, e poi la strategia della tensione, le altre stragi, quel due agosto, altra cicatrice incancellabile, sulla facciata della stazione e nella memoria di una città, e poi ancora la mia città presidiata dai blindati, poi la loggia massonica ‘P2’, e sempre le varie stagioni delle mafie, più che mai nascoste, subdole, estranee.
Ombre di morte e devastazione, come un sottofondo costante ma mai combattuto in campo aperto. Guerriglia, mentre il teatro della politica sembrava recitare, almeno per i molti anni della Prima Repubblica, un copione assai consolidato, un classico insomma.

Quarant’anni della mia vita, e della vita di questa ‘povera patria’, per usare le parole di Franco Battiato.

La vigilia di una così austera ricorrenza, a poche ore dalla mezzanotte, mi vede alla guida del taxi, portare due ferrovieri dalla stazione al deposito San Donato.
Quello dietro di me parla maledettamente forte, con un accento meridionale che non riesco a localizzare.
Si lamenta al telefono che non ha potuto cenare per lo sciopero del personale di mensa, e puntualizza, e si informa, e non la smette.
E mi fa perdere gran parte del ‘Microfono aperto’ di Radio Popolare, con i commenti del pubblico e soprattutto dei magistrati ospiti della trasmissione, intorno alla smentita di Filippo Graviano alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza.
Sarei avido di capire, di ascoltare, di farmi un’idea; ma mi giungono solo monconi di parole, di dialogo.
Finita la telefonata parlano, sempre ad alta voce, fra loro, poi finiscono per coinvolgere anche me.
L’altro, quello che non telefonava, lancia una battuta sarcastica su Berlusconi; gli faccio eco al volo, mentre il suo collega ora tace.
Per poi sbilanciarsi al momento di scendere dal taxi, sullo spunto di una frase pronunciata alla radio: “Nessuno è criminale”, dice, “nessuno”, leggi: “la mafia non esiste, e, se anche esiste, è ‘cosa loro’ “.

Se non altro mi ha involontariamente dato la dritta di non andare a cenare in mensa, che troverei chiusa.
Mi lascio trasportare per la città da un paio di altre corse; la fame non è tanta e non so dove andare.
Alla fine opto per “Il Veliero”, una delle poche pizzerie-trattorie che ha la cucina aperta fino a tardi.

E’ pieno di gente, coppie giovani che festeggiano il venerdì sera pre-natalizio, e qualche gruppo di ferrovieri orfano come me della loro mensa.
A volte trovarsi in mezzo alla gente, tutti i tavolini pieni, brusio di fondo, dà migliori possibilità di starsene indisturbato, senza nessuno che ti osserva.
Così la mia mente ricostruisce quegli spezzoni di trasmissione, fino ad un’improvvisa intuizione, netta: stanno ancora contrattando. Vogliono un alleggerimento del 41 bis, cioé del regime di carcere duro.
Ed è comprensibile, perché un attacco senza esclusione di colpi al capo del governo si spiegherebbe solo se fossero disperati di poter più ottenere qualcosa, e se avessero in serbo alternative di maggior garanzia per loro, ipotesi in fondo non verosimile.
Qualche settimana e tutti i servi striscianti, tutti i minzolini feltrini belpietrini, ci convinceranno che bisogna ripensare alle condizioni umane di quei carcerati.

Una piccola dolorosa vertigine, nel mio cuore da viandante del tempo: allora tutto cambierà per non cambiare nulla, ancora una volta ?

“Ascoltaci, o Signore”, rispondemmo tutti all’unisono.
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p.s.: non avevo inserito alcun link, ad uso di chi vuole sapere o ricordare di più sulla strage di Milano. In serata Beppe Grillo ha pubblicato un post che viene perfettamente incontro a quelle esigenze (vedi qui).

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Immagine da: http://colornoprc.typepad.com/weblog/2008/12/piazza-fontana-non-va-dimenticata.html

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16 risposte a Dodici dicembre

  1. Superfragilistic ha detto:

    Qualche anno fa ho ricevuto via email da mio figlio in Scozia per Erasmus, la tesina di una studentessa sulla strategia della tensione in Italia. Avrei dovuto controllare la giusta cronaca fatta dalla studentessa autrice. mi ha stupito il lucido racconto fattone da una ragazza inglese che aveva dimostrato di aver studiato bene accadimenti e di averne anche conosciute le finalità. Purtroppo non sono riuscita a scrivere un post sul tema per mancanza cronica di tempo a disposizione, ma prima o poi lo farò. La storia di questo passato prossimo è del tutto sconosciuta ai giovani che quindi non hanno avuto modo di utilizzarla come antidoto. Un abbraccio Mina

    • Franz ha detto:

      Da quanto mi dici si direbbe che dall’estero vedano meglio il nostro passato, oltre che, in maniera piuttosto evidente, il nostro presente.
      Quanto meno i giovani: in un’intervista su Radio Popolare ho sentito una studentessa nostrana confondere Matteotti con le brigate rosse…
      Certo, carissima Mina, l’ignoranza è terreno di coltura per le ideologie più pericolose.
      Quando avrai la calma per scriverlo, leggerò con grande interesse quanto preannunci sull’argomento.

      Un saluto e un abbraccio a te.

      • alanford50 ha detto:

        @FRANZ
        Ciao Franz, mi stupisco che tu ti stupisca, ahahah, è assolutamente vero che dal di fuori si vede e si capiscono sempre meglio le cose, l’erba del tuo vicino sembra sempre più verde, finché non ci entri e ci cammini sopra e poi stupito guardi l’erba del tuo giardino che a questo punto miracolosamente sembra più verde di quello che tu pensavi fino a ieri, se non fosse così gli allenatori delle squadre di calcio anziché stare in panchina giocherebbero anche loro dentro il rettangolo del campo, vivere dal di dentro le cose è di per se limitativo anche se all’apparenza più soddisfacente, sicuramente non è la posizione migliore per chi vuole comprendere la completezza del problema.

        Circa la studentessa nostrana avrei capito confondere Matteotti con Andreotti, se non altro per una questione di assonanza fonetica, ma purtroppo è realtà che di questa nostra misera storia recente non ne sappiamo proprio quasi nulla nessuno, sono passati 50 anni e quasi tutti i possessori di una parte di verità sono quasi tutti scomparsi e con loro la loro parte di verità che se non proprio a svelarci in toto l’arcano poteva darci qualche dritta per capirne un minimo di più, invece la storia si è inghiottito quasi tutti i suoi partecipanti.

        Purtroppo hai ragione l’ignoranza è terreno di coltura per le ideologie più pericolose, ma nella stessa misura lo è la non conoscenza così come lo è la conoscenza distorta, in questo senso io affermavo che non esiste la storia ma solo tante piccole infinitesimali parti di storia, il cercare degli storici di dargli un ordine ed un senso è foriero unicamente di mille possibili soluzioni di cui probabilmente nessuna giusta.

        Scusa l’intrusione del mio intervento, ciaooo neh! alla prox.

        • Franz ha detto:

          Solo una piccola replica ad Alanford, in quest’angusto spaziettino in cui …mi ha cacciato ancora una volta. 😡 😉
          Se è vero che la dipartita dei testimoni (l’immortale Andreotti a parte) cancella per sempre utili tracce di ricostruzione, è anche vero che il giudizio storico è più corretto di quello della cronaca, sempre grazie all’occhio esterno, quello dell’allenatore, per riprendere il tuo esempio.
          E’, in fondo, quello che ci insegna Manzoni quando scrive ‘Ai posteri l’ardua sentenza’ .

          Ancora un saluto.

  2. BABBO NATALE ha detto:

    Ohibò, ohibò Franz,
    non è l’articolo migliore dove soffermarmi, ma la schiena mi fa impazzire. E poi forse – collegandomi alla tua risposta a Silvana – Babbo Natale è uno dei più grandi artisti condottieri e forse eroi (il mio mal di schiena ne è la conferma) creati dal vostro mondo ed è davvero chiaro che avete enorme bisogno di me, e dei sogni che ogni anno cerco di regalare a grandi e piccini.
    Piuttosto: ieri ho lasciato nel tuo taxi il mio cellulare?

    • Franz ha detto:

      Caro Babbo Natale, benvenuto qui con i tuoi doni, in questo caso di dolcezza e simpatia !
      E anche di saggezza: quello che dici è proprio vero.

      Posso tranquillizzarti: il tuo cellulare è in buone mani, l’ho spedito ad una mia amica di Firenze, da cui so che devi passare con delle vivacissime scarpette rosse.
      Ma proprio pensavo che non ti fossi accorto, quando ieri ti ho lasciato all’IKEA, che ti avessi riconosciuto !

      Beh, buon lavoro, e auguri a quelle tue sgangheratissime renne, che non so come potranno aiutarti, in quelle condizioni…

      • BABBO NATALE ha detto:

        Ohibò Franz…se hai lasciato il mio cellulare in mano a Solindue….oh oh oh questo sì che è un bel problema. Quella ragazza è così, così, così sempre sconnessa!!

        • Franz ha detto:

          L’importante è che sia …ricaricabile (magari con qualche bel regalino natalizio).
          A dir la verità, comunque, non mi sembra che le manchi la carica.
          😉

  3. iolosoxchecero ha detto:

    carissimo, un bel post e bei commenti! Io non ero neppure nata all’epoca della strage e i fatti che si sono susseguiti, li ho “vissuti” di riflesso, nelle conversazioni attonite in famiglia e sui libri (poco in realtà perché a scuola non si arriva mai alla storia contemporanea). Ho una percezione maggiore dello sconcerto per gli omicidi di Falcone e Borsellino, ahimè. Argomento durissimo…andrò a leggere i link che hai segnalato! Un abbraccio.

    • Franz ha detto:

      E’ impressionante, per chi ha vissuto parte della sua vita matura in quegli anni, quanto diffuse siano al proposito l’ignoranza e la confusione da parte dei giovani e soprattutto dei giovanissimi, sprovvisti per lo più del supporto indiretto di conoscenza dato da quelle tue ‘conversazioni attonite’ in famiglia.
      Insomma …’tulosaixchetenehanparlato’, visto che la scuola preferisce trattare svariate volte la storia dell’uomo di Neanderthal, dei Fenici e dei Romani, piuttosto che raccontare e indagare sui nostri anni di piombo, le cui tracce sono una chiave di lettura ben più importante intorno alla realtà attuale.

      Un caro saluto e un abbraccio.

      • Alanford50 ha detto:

        Ciao Franz, io mi sono convinto che la storia non può essere raccontata, io credo che nessuno sia in grado di farlo veramente senza metterci del proprio, senza dare adito a incomprensioni o a fraintendimenti , quindi mi sento di affermare che la storia possa per bene che va essere solo vissuta, ma anche chi la vive, per ovvi motivi ne vive solo una piccola parte e finisce per conoscerne solamente una parte minima, diventa oggettiva per il singolo ma assolutamente soggettiva per quel che riguarda l’insieme degli eventi che la compongono, quindi il tentativo di comprenderla nel suo insieme è pura pazzia e si finisce sempre per raccontarla sottoforma di semirealtà, mitizzandola, colorandola in base agli eventi ed al modo che si vuole che questi eventi vengano letti e ricordati.

        E come dire che tutti abbiamo recitato in una grande opera, ma non sappiamo di quale opera si tratti ne quali ne fossero il canovaccio ne la morale, una recita a braccio, dove ognuno fa e dice quello che vuole tanto non è determinante nella comprensione dell’opera stessa.

        La storia è una somma di eventi casuali e non, di cui nessuno ne conosce il senso ne ne comprenderà il nesso.

        Qualcuno più arrogante si è convinto di avere diretto e di averne tirato le fila o anche solo dato un filo a cui aggrapparsi ad un qualsiasi senso, ma è pura utopia, neppure la filosofia è riuscita a rispondere degnamente al quesito e si è persa in riscontri e comparazioni con la fede, tutto di è perso nell’immutato unico senso che conduce avanti il vivere, l’eterna lotta per dare un senso al caos, ma nel caos non c’è spazio per la storia, c’è spazio solo per l’illusione e per il bisogno assoluto di attribuirgliene uno, per dare un minimo di senso al vivere che altrimenti ci vedrebbe simili a qualsiasi altro essere animale che vive su questo pianeta.

        La storia non c’è non esiste ne è mai esistita, c’è solo il grande bisogno di sopravvivere ad un non senso.

        Ciaooo neh!

        • Franz ha detto:

          L’argomento è molto difficile e complesso, e meriterebbe spazi meno angusti di questi livelli di replica di un commento, peraltro scritto da un’altra cara amica.

          Non condivido la drasticità della tua affermazione “la storia non c’è”.
          Penso che sia un po’ come l’informazione: non si può prescindere dal punto di vista di chi la diffonde, ma ciò non toglie che non potremmo condurre una vita moralmente dignitosa senza cercare di informarci sui fatti che avvengono. E allo stesso modo di quelli che sono già avvenuti nel corso del tempo.
          L’atteggiamento giusto è, a mio parere, l’umile ricerca della verità (in questo proprio come nella scienza), sistematica benché cosciente di non potere mai approdare a traguardi definitivi e inconfutabili.
          Se vuoi ne parleremo ancora.

          Un saluto e ancora un grazie.

  4. alanford50 ha detto:

    Che strani anni che furono quelli, un misto tra dolci ricordi e accadimenti incompresi, morti su morti, morti inutili come solo certe morti possono in fondo essere, che strani anni furono quelli, capaci di farci sognare e desiderare attimi di vita migliori, anni popolati di fantasmi crudeli, capaci di incidere nel nostro incauto vivere senza vederli mai palesare, subdoli, meschini, capaci di giochi in fondo troppo facili da attuare, giochi che li ha visti per forza sempre vincitori, i servizi segreti deviati, ancora oggi mi chiedo senza risposta quanto furono veramente deviati, e l’unica risposta che riesco darmi recita un sonoro “molto poco deviati”, ancora oggi credo che le cose non siano cambiate, per fortuna hanno cambiato modo di muoversi e di agire, tutto è più misterioso, più mistificato, persino la verità ha perso il suo senso ed il suo significato, mille verità tutte distorte e mistificate e a noi sempre più lontane, per fortuna oserei dire impotente.

    Circa i gruppi eversivi io ho sempre avuto una mia convinzione, dato il palese impapocchiamento tra i vari servizi segreti uniti con la malavita comune, direi che la colorazione dei gruppi eversivi di quel tempo venivano sbandierati ed usati alla bisogna, oggi facevano disastri sventolando una bandiera rossa, il giorno dopo le medesime persone lo facevano sbandierando una bandiera nera, probabilmente mani mosse da uniche menti, e proprio per questa ragione che i morti sono stati ulteriormente umiliati, perché vittime di una sorte inutile, senza un vero perché, inutili morti dimenticate da tutti, se non nel giorno in cui viene dedicato loro il ricordo, che subito dopo svanisce nell’inutilità del gesto e della storia che li ha consumati e vinti.

    Circa i fatti recenti sui pentiti e sui non pentiti, viste le recenti vicissitudini tra Graviano e Spatuzza mi sembra che un’altra volta ancora ci stiano tutti prendendo in giro, come sempre, uno fa e l’altro disfa, uno dice e l’altro nega, alcune verità miste a tante bugie, ed il tempo passa e lavora per loro, tutto si confonde tutto si offusca, tutto si consuma.
    Circa la battuta la mafia non esiste, forse ormai hanno ragione loro, sono riusciti talmente bene a fare accettare il loro modo di vivere, di vedere le cose, di fare gli affari, al punto che esiste solo più quel modo di vedere e di vivere le cose sia in economia che in politica, quindi sono riusciti a normalizzare un comportamento che avrebbe dovuto essere assolutamente anomalo e come tale isolato.

    Condivido con te lo stupore e la paura che se ne consegue dai recenti successi dello stato sui capi delle varie cosche mafiose, tutti questi arresti, tutti in un periodo così breve, come mai? o la polizia e lo stato sono diventati effettivamente più baravi o anche solo più fortunati, oppure tutto fa parte di un braccio di ferro tra forze contrastanti, una sfida per ottenere dei riconoscimenti e soluzioni ben precise, come se Lui sentendosi attaccato personalmente facesse vedere loro la capacità di contrapposizione di cui è capace, un vero e proprio braccio i ferro, con noi che facciamo da pubblico pagante che non può fare altro che guardare impotenti al triste spettacolo.

    Mi unisco al coro ed alla invocazione anche se la so inascoltata, “Ascoltaci, o Signore”, ma per risposta, almeno per me solo il silenzio.

    Complimenti per il bellissimo post, Ciaooo neh!

    • Franz ha detto:

      Ti ringrazio, oltre che per i complimenti, per il tuo ricco e ragionato contributo, su cui in linea di massima non si può non concordare.
      Vorrei però controbattere ad un paio di affermazioni, e lo farò tramite il link a due blog amici che capitano a proposito.

      Il primo e più clamoroso fatto che merita la più ampia diffusione è la quantità di finzione e messinscena che ha accompagnato l’arresto dei mafiosi Nicchi e Fidanzati. Il ‘blog Senza Nome’ pubblica le dichiarazioni di Gioacchino Genchi sull’argomento (vedi qui).

      Quanto ai colori nero e rosso del terrorismo eversivo, se è arguibile che anche i gruppi di matrice comunista abbiano subito ampie strumentalizzazioni, bisogna comunque evitare l’errore di togliere in questo modo le principali responsabilità delle stragi al neofascismo dei loro ispiratori e organizzatori, come puntualizza l’amica Silvana nella parte iniziale di un lungo post (vedi qui).

      Un caro saluto.

  5. silvanascricci ha detto:

    Intimo, austero, duro.
    Sì Franz, abbiamo imparato così bene la filosofia di Tomasi di Lampedusa che ci è entrata nel sangue, nel DNA.
    O forse è sempre stata nostra, e la grande letteratura ha il pregio di dare un nome, di inventare un neologismo, di rendere parola ciò che è noto ma non si conosce.
    Silvanawordpress stats plugin

    • Franz ha detto:

      Come ricorderai, i cantori e gli indovini, nella letteratura greca, erano spesso privi della vista ma dotati di una sorta di ‘vista superiore’ che li rendeva capaci di profetizzare.
      Da sempre il vero artista è solitamente dotato di questa capacità, che mette al servizio di chi vuole capire e dare le giuste definizioni alla realtà.

      Che non ci manchino mai artisti, e condottieri, ed eroi, di cui purtroppo il nostro popolo ha enorme bisogno.
      Ciao Silvana.

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