Il giovedì del villaggio

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Deve avere radici antichissime questo mio struggente senso di ringraziamento al sole che, a poco più di un mese dal prossimo equinozio, oggi è tornato a splendere, in un cielo fin qui in balìa di uno dei periodi invernali più freddi e grigi che si ricordino da queste parti.
Come diceva il filosofo Eraclito, “panta rei”, tutto scorre, affermazione forse non particolarmente rivoluzionaria o geniale, ma tangibilmente vera, come allora, come prima ancora di lui, e da e per sempre. Nel bene e nel male, come un fiume lungo il suo corso la realtà si trasforma, con i suoi cicli stagionali e storici, e guai a lasciarsi ingannare dai momenti di staticità, dalle ‘soste ai posteggi’ più lunghe del previsto.
Ed ora, terminato il tempo di carnevale dalle ormai remote valenze propiziatorie, siamo quasi alla vigilia della lunga stagione luminosa, che verrà a ridarci e riproporci vita, nel suo calendario di pagine più piene di significato e sapore. Ho detto ‘quasi’, perché ancora stento a collocarmi in quella felice incantata atmosfera da ‘sabato del villaggio’ che precede la festa, di leopardiana memoria; potremmo dare a questo giorno, che (con altra citazione leopardiana) “omai cede la sera”, la definizione di ‘venerdì’, anzi, per aderire alla realtà del calendario, di ‘giovedì del villaggio’.

Tutto scorre, tutto passa, anche nella società, anche in politica; Guido Bertolaso, fino a ieri portato a braccetto del Berlusca quale  populistica icona del soccorrere, del fare, dello strafare, travolto da un’ondata di scandali la cui effettiva portata viene paragonata da alcuni giornalisti a quella di Tangentopoli. E lui, il mostruoso sultano di Arcore, colpito nella sua linfa vitale: i sondaggi di popolarità, che lo danno, fosse davvero la volta buona, in sensibile calo, e dunque costretto a studiare immediate contromosse, vedi i paradossali odierni proclami di giustizialismo e, possiamo starne certi, anche un suo nuovo classico colpo di teatro (anzi …di televisione), a tempo debito, per recuperare consensi alle elezioni regionali.
Corsi e ricorsi storici; che ci siano o meno i presupposti di una nuova Tangentopoli è l’oggetto di questa interessante intervista al giudice Piercamillo Davigo proposta da Marco Travaglio.
“Oggi mi pare che i partiti continuino a difendere i propri uomini che finiscono nei guai,” afferma Davigo, “o almeno il sistema nel suo complesso. La casta fa ancora quadrato, nessuno viene scaricato.
E poi ragiona sull’entità e le modalità di diffusione della nostra corruzione, sollecitato dalle cifre che Travaglio gli suggerisce, quelle delle ultime dichiarazioni della Corte dei conti, secondo cui il fenomeno ci costa sessanta miliardi di euro l’anno.

Sono gli stessi dati che hanno offerto lo spunto all’edizione del ‘Microfono aperto’ di ieri sera sul network nazionale di Radio Popolare.
Erano le otto, quando le note della lunga sigla musicale accompagnavano la fine di una mia corsa, dalla stazione fino all’Hotel Zola dell’omonimo paese nei dintorni della città; a bordo, una signora di mezza età dall’accento genericamente settentrionale, che mi aveva chiesto qualche consiglio circa un buon ristorante cittadino da proporre ai suoi colleghi. Mi ero mostrato volentieri collaborativo con lei, anche perché mi aveva domandato a inizio corsa se accettassi i pagamenti con carta di credito, ed era la prima volta effettiva che mi accingevo a farlo, dopo quella in cui, visto quel certo clima familiare che si era creato, avevo confessato inopportunamente che stavo per effettuare la prima transazione di quel genere, e, come per incanto, guarda caso erano comparsi i soldoni sonanti…
Comunque questa volta tutto ha funzionato come si deve, e abbastanza semplicemente, e così ho rotto il ghiaccio anche con questa forma di pagamento.
Poi, dopo un paio di minuti che avevo ripreso la via del centro, uno dei colpi di fortuna più spudorati degli ultimi tempi: la chiamata da parte dell’altro hotel di Zola, il Continental, che mi avrebbe permesso di fare fruttare anche il viaggio di ritorno.

Con grande immagine di efficienza raggiungo immediatamente l’albergo, da cui vedo uscire, di lì a poco, una sorridente giovane signora dai tratti del viso evidentemente orientali. Aiutata da un biglietto stampato del locale ove è diretta, si sforza di pronunciarne l’indirizzo in italiano; e mi confesserà, fra le poche battute che ci scambieremo, di aver lavorato un paio d’anni a Milano.
Ma gran parte di quegli oltre dieci chilometri di tragitto sono dominati dalle voci che escono dalla radio, storie di ordinaria e straordinaria corruzione raccontate dai protagonisti, dalle vittime. Come quel gestore di un’importante stazione di servizio di carburante, gradualmente costretto a cambiare attività per non essersi sottomesso al ricatto di un dirigente della casa madre, e che in un paio di passaggi della sua testimonianza stenta a trattenere le lacrime. E come lui tanti altri, a raccontare un’Italia dominata dal malaffare, dalla soggezione verso l’arroganza sistematica di prepotenti regolarmente impuniti.
Ho quasi un pudore di carattere patriottico nei confronti della mia ospite straniera, nel lasciare campo ad un coro di voci così unanimi e disperate, che disegnano un quadro di degrado morale tanto diffuso, implacabile, vincente.
Poi mi dico che la verità non ha mai offeso nessuno, e che, se non altro, sto dando testimonianza anche di una rara fonte di informazione libera.
Cerco di non fare commenti, ma la mia partecipazione a quelle orrende storie dev’essere tangibile, mentre da parte sua la mia misurata passeggera si lascia scappare, in una sola occasione, un piccolo cenno di amaro sarcasmo.

Ma, ormai in vista dell’arrivo, è lei stessa a stemperare con grande sensibilità l’atmosfera, accennandomi al suo apprezzamento per la cucina italiana, di cui cita, stranamente, un dolce, la coppa di mascarpone, facendo involontariamente centro anche nelle mie più segrete libidini, e rendendo così tutto più facile nei riti conclusivi: fermata, pagamento e saluti.

Riavvio la Cavallona per le strade di questa mia città d’Italia, preso da vane ricorrenti tentazioni di immaginare vie di fuga, che restano poi sempre confinate alla sola dimensione del sogno e della vaga fantasia.
Come sempre mi riprendo: il mio presente è qui ed ora, mi dico, e mai avvilirsi e spaventarsi: in fondo anche la peggiore delle realtà sociali, come tutto, scorre.
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Scritto giovedì 18 febbraio,
pubblicato venerdì 19.

Informazioni su Franz

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15 risposte a Il giovedì del villaggio

  1. solindue ha detto:

    Ancora una volta la mia voce fuori campo. Chiedo scusa. Non sapevo dove altro scrivere.
    Adoro il tuo fiore all’occhiello. Quel piccolo banner in alto a desta che cambia con il tuo volere o umore. Non so quante attenzioni attrae, senza dubbio la mia, sempre alla ricerca delle piccole cose negli altri.
    Ho cliccato spesso su siti o video assai interessanti, relativi alla politica, all’ecologia, alla rabbia che spesso tutti noi abbiamo dentro.
    Oh Cielo Franz, ma Arisa NO!!!
    Preferirei condividere con gli altri … qualcosa di altri tempi come Arisa vuol farci credere, ma almeno con una visione attuale del mondo percui

    IO SE FOSSI DIO …. cambierei occhiello. 😉

    • Franz ha detto:

      Lo ammetto, mi ha sfiorato il sospetto di qualche mia strana perversione nell’aver apprezzato (e non lo nego, tanto, in barba alle critiche che un po’ mi aspettavo) quella canzoncina un po’ molto spensierata, ma molto ben confezionata.
      Comunque mi ero messo al computer proprio ora con l’idea di ripiazzare nell’occhiello il link precedente, cioé l’interessantissima riflessione di Furio Colombo sul ‘dopo-Berlusconi’, che, secondo le statistiche di wordpress, nessuno, ma proprio nessuno, aveva cliccato.
      Spero che tu sia la prima.
      Ciao !

      • solindue ha detto:

        Cliccare su Furio Colombo … oh Cielo stai cercando di coinvolgermi nelle tue “strane perversioni”?
        Suvvia credimi, se nessuno, ma proprio nessuno, lo aveva precedentemente cliccato … un motivo ci sarà stato!
        ‘notte

  2. iolosoxchecero ha detto:

    ciao carissimo! Il ‘nostro’, preoccupato del calo nei sondaggi, agita la frusta e la scure, facendoci credere che assesterà dei bei colpi sulla schiena di qualche compare un po’ “esuberante” – esponendolo al pubblico ludibrio – e che darà un taglio dove necessario per eliminare quelli “assolutissimamente” colpevoli: in poche parole, farà ben poco, perché se fosse davvero questo il suo intento, dovrebbe dimettersi e amen. Noi siamo qui, ad aspettare un segnale veramente significativo per smettere di vergognarci al pensiero che all’estero ormai siamo diventati il paese delle banane dove si va avanti a scandali a luci rosse e mazzette (bei tempi quelli in cui ci conoscevano “solo” per il mandolino, la pizza e gli spaghetti!). Ma io non dispero: un cambiamento è indispensabile perché c’è troppa esasperazione in giro per zittirla con un po’ di fumo negli occhi….

    • Franz ha detto:

      Un regime della menzogna, in effetti, non può durare all’infinito, nonostante la potenza della propaganda, che sembra riuscire ancora a nascondere una situazione di aberrante degrado, a tutti i livelli e di tutti i generi, a cui ci hanno condotto questi signori e questo signore.
      Il loro declino e tracollo, nelle attuali condizioni, dovrebbe essere fisiologico, ma siamo così abituati al peggio che non riusciamo più ad immaginarcelo, facendo così ancora il loro gioco con la rassegnazione.
      Manteniamoci vivi, come mostri di essere tu, e prima o poi si potrà cominciare la lunga opera di ricostruzione !
      Ciao cara, un salutone e un abbraccio.

  3. ALANFORD50 ha detto:

    Essendo ignorante fracico , nel senso che ignoravo il significato del termine “atarassia”, sono andato su Wikipedia per documentarmi un minimo, ed ho appurato che ne esistono di due tipi, l’’atarassia dell’epicureismo e quella dello scetticismo, molto simile all’apatia, cosa di cui sono d’accordo , nel senso che sono consapevole che può apparire come tale, anzi non ho mai nascosto che il peccato capitale a cui il mio modo di vedere mi ha portato è senza ombra di dubbio l’accidia, che ricalca e ne è conseguenza, oso dire che i tre stati d’animo sono generalmente correlati.

    Tornando all’atarassia, ne condivido parti di entrambe le appartenenze, sia quella epicurea che di quella legata allo scetticismo;
    Epicureismo, affine per certi versi al concetto di Apatia stoica, se ne distingue per la cornice filosofica in cui si inquadra: l’imperturbabilità stoica era il risultato della consapevolezza, della provvidenzialità e razionalità di ogni evento L’ideale dell’atarassia è quindi concepito sulla base dell’osservazione della natura umana: se ogni desiderio, in quanto tensione verso ciò che manca, è dolore, allora non sarà il piacere associato al soddisfacimento del desiderio a procurare quella felicità perfetta, immutabile, capace di allontanare le angosce profonde dell’animo umano, come la paura degli dei e della morte.

    Ma per me vale anche:

    L’imperturbabilità dello scettico non deriva dal raggiungimento di una retta conoscenza del reale, ma piuttosto dalla consapevolezza che nessuna retta conoscenza è possibile, che ogni presunta verità non è dimostrabile con assoluta certezza. Anche le cause delle nostre emozioni, ciò che ci rende felici o angosciati, rientrano, come tutto, in questa zona d’ombra che rende tutto trascurabile perché potenzialmente illusorio. L’invito dello scettico è di fare epoche (sospensione del giudizio), di rivalutare (e ridimensionare) ogni aspetto della vita in base alla riflessione sulla limitatezza della mente umana, e raggiungere così una condizione di felicità perché sottratta all’errore e all’incertezza che derivano dall’accettare acriticamente la realtà.

    Quindi:

    L’atarassia può essere conquistata raggiungendo quella consapevolezza sulla realtà materiale del mondo insegnata dalla fisica epicurea, che oltre a liberare dalla paura degli dei e della morte (“quando tu ci sei, lei non c’è, e quando c’è lei, non ci sei tu”) stimola a seguire una vita appartata, tranquilla, dedita all’amicizia e alla filosofia, all’insegna sì dei piaceri ma anche di una “dieta esistenziale” che sappia distinguere quei bisogni e desideri naturali e necessari alla vita da quelli che sono solo fonte di passioni e turbamenti dell’animo, e dunque di dolore.

    Sono stati d’animo legati ad una mia grande consapevolezza ed accettazione di una totale ed assoluta paritarietà del valore degli antagonismi del nostro vivere, il bene ed il male, la serenità ed il dolore,ecc.ecc., ossia la assoluta parità di valore di ogni cosa e del suo contrario, l’uomo ne è perenne portatore sano e quasi sempre inconsapevole.

    In fondo sostanzialmente la differenza tra noi due e che tu ti concedi il dono della speranza, non sai bene nemmeno in cosa o in chi, ma ti lasci aperta quella porta che ti concede una possibilità di uscita, io al contrario non posso accettare la speranza, quindi quella porta per me è chiusa, io ho netta la sensazione della assoluta inutilità di quella porta, perché ho l’assoluta certezza che al di la non c’è nulla che già non conosco e che ho la certezza che una volta passata quella porta mi ritroverei nuovamente al punto di partenza con il bisogno per sopravvivere di una nuova porta, per me di una nuova illusione, dell’utopia insomma, ma comprendo che questo è il mio limite.

    Chiacchierata molto particolare e probabilmente molto inesatta o per lo meno confusa, vista la scarsità della mia conoscenza in materia, mi sono rifatto come sempre alle mie sensazioni, perdona il pippone logorroico, chiacchierare con te è sempre molto interessante.

    Ciaooo neh!

    • Franz ha detto:

      Al cospetto di tanto filosofico argomentare scelgo la ritirata. Ma non illuderti: strategica e assolutamente provvisoria ! 🙂

      Ciao e buona settimana.

  4. silvanascricci ha detto:

    Caro Franz è vero che tutto scorre, le ore, le stagioni, le nostre vite.
    Ma in politica se anche tutto scorre, scorre sempre nella stessa direzione, nello stesso pantano; non ci femiamo mai a riflettere, a cambiare strada, abbiamo, come dice alanford, delle piccole scosse di assestamento ma rimangono sempre e solo le macerie, gettiamo sasso su sasso, buttiamo giù quel poco che rimane in piedi senza costruire mai nulla di forte, duraturo e vero.
    Accontentiamoci delle giornate di sole come quella di ieri, che già oggi….
    E speriamo.
    Ciao

    • Franz ha detto:

      Cara Silvana, non ripeterò quanto ho appena scritto in risposta ad Alanford, che vale anche in rapporto alle tue considerazioni. Che a differenza delle sue, però, terminano con uno ‘speriamo’, e chi segue il tuo blog sa che non è solo lo “speriamo che me la cavo” citato spesso dallo stesso caro Alan, ma ha una prospettiva comunque di rinnovamento sociale.
      Dunque speriamo, e non lasciamoci sopraffare.
      Ciao !

      • silvanascricci ha detto:

        Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia,
        ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
        proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto
        d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto.
        Il “potere” è l’immondizia della storia degli umani
        e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
        sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte:
        siamo i “Grandi della Mancha”,
        Sancho Panza… e Don Chisciotte !

        Soprattutto la tua risposta ad Alan Ford mi ha fatto venire in mente una canzone del grande Guccio, ed in modo particolare le due strofe sopra riportate.
        Se ti devo dire la verità, nonostante i miei scoraggiamenti, mi piace l’idea di avere un po’ dello spirito don chisciottesco nel mio animo; poi se perderemo la guerra, beh pazienza, almeno però potremmo dire di averci provato, di avere fatto nel piccolo del nostro mondo quello che potevamo e di avere vinto anche qualche battaglia.

        Se non conosci la canzone per intero, cosa improbabile, la puoi ascolatre anche a questo link: http://www.youtube.com/watch?v=stnEzOck6IM
        la qualità del live è sempre non un granchè ma a me piace di più.
        Picareschi saluti
        S.

      • Franz ha detto:

        Grazie della replica, cara Silvana, confortante per tanti aspetti.
        Ti sembrerà strano, ma il brano del nostro amato Guccini quasi non lo conoscevo: appartiene ad un suo periodo di produzioni che ho sempre un po’ snobbato, ritenendole inferiori a quelle degli anni migliori (cioé fino all’inizio degli ’80).
        Il video mostra un personaggione a cui vecchiaia e chili di troppo danno comunque un qualche piccolo tocco aggiuntivo di ieraticità.

        Un salutone, prima di andare in cerca di nuove avventure, e nuovi mulini, con la mia fedele Cavallona-Rocinante !

  5. alanford50 ha detto:

    Ciao, come sempre approfitto della mia attitudine allo spizzicare qua e la, cosa dire di questo tuo giovedì, un sano ed onesto raccontarsi il tuo, come sempre la tua capacità è quella di metterci in grado di essere non solo spettatori ma in un certo senso spettatori partecipanti tanto è coinvolgente il senso del tuo esprimerti.

    C’è un sottile senso di base che lento scorre nel tuo incedere del racconto, tutto si può racchiudere in quelle due magiche parole che tanto intrinseco riescono ormai a donare “panta rei”, tutto scorre, come l’acqua impetuosa di un fiume che in ogni momento si porta via cose diverse sembrando ogni volta diverso, pur rimanendo sempre perfettamente uguale, non c’è nulla che resta più invariato di quello che cambia di continuo, è come il deserto e la sua sabbia che nonostante il suo perpetuo muovere e cambiare resta ai nostri occhi sempre lo stesso, la stessa percezione e sensazione mi resta anche dopo avere assistito agli strani ed innumerevoli avvenimenti politici di questi ultimi tempi, tutto sembra in fermento, tutto sembra in procinto di cambiare ed invece come sempre tutto resterà in fondo sempre perfettamente ed inesorabilmente uguale, proprio come il fiume ed il deserto.

    Uno strano fermento quello di questi giorni, sembra una pentola a pressione che sta per scoppiare, e sbuffa, e sbuffa, ma non succede nulla oltre quello sbuffare a cui piano piano ci stiamo per abituare, ecco nuovamente rispuntare il mio realismo crudo e crudele perché non mi regala neanche un secondo di illusione, tutto sta vivendo attimi di apparente incertezza, forieri di eventuali ed auspicabili cambiamenti, ma ecco riaffiorare quelle due parole “panta rei”, tutto scorre, anzi tutto è come se fosse già successo e dimenticato, talmente sta saltando fuori l’altissimo livello di corruzione a livello di quasi tutta la società che ci ritroviamo impotenti ed incapaci di fare qualsiasi cosa, se non guardare quell’acqua che inutilmente scorre lontano dai nostri occhi per lasciare posto all’acqua successiva che per una frazione di secondi ci troverà sorpresi e poi nuovamente impotenti al ripetersi di questo eterno rincorrersi nel tempo, panta rei è tutto quello che ci rimane, è tutto quello che ci può dare un minimo di sollievo ed ancora una parvenza di senso, tanto via loro ce ne saranno altri, perché ormai tutto funziona solamente più così, e ci ritroviamo impotenti ed incapaci di riprendere in mano un comune senso civile che renda vivibile gli sforzi ed i brutti momenti che sempre di più dovremmo cercare di risolvere, questo è l’attimo prima della tempesta, solo che non sappiamo quanto duri questo attimo, la tempesta è l’unica soluzione super partes che ci metterà nuovamente tutti al medesimo livello, ma nel frattempo sperando che quel tempo sia molto lontano, a noi non resta che rassegnarci all’unica logica ormai concessa, panta rei, tutto scorre, aspettiamo.

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    • Franz ha detto:

      Siamo alle solite, Calimero, come diceva la pubblicità di Ava-bucato; ad una visione, sostanzialmente simile fra noi, di disincanto e disillusione sulle vicende umane nel fluire dei loro corsi e ricorsi, segue poi un atteggiamento molto diverso, per non dire opposto, sul nostro approccio alla realtà.
      Nel tuo caso, si potrebbe definirlo, positivamente, come la filosofica ‘atarassia’, cioè imperturbabilità, del saggio; negativamente, come sterile fatalismo e rassegnazione; nel mio caso, con occhio positivo come slancio etico al cambiamento dettato da un’insopprimibile esigenza di giustizia, con occhio negativo come ingenua e inutile lotta contro i mulini a vento.
      Continuo a pensare che, anche concedendoti di inquadrarlo in un contesto ciclico, e anche nella sua fragilità nei confronti dell’avidità umana, l’atteggiamento di lotta per l’ideale sia da sposare senza esitazioni, sia in segno di gratitudine e rispetto verso chi si è sacrificato per gli stessi ideali, sia perchè, comunque, non si può darla vinta all’arroganza e alla prepotenza che a volte sembrano trionfare, indipendentemente dalle possibilità di vittoria. La storia sarebbe stata comunque diversa, e anche la qualità della nostra vita attuale (ammesso che ci fosse ancora vita umana), senza questo genere di istanza etica di combattività nell’uomo.

      Probabilmente continueremo a lungo a scontrarci su questo tema, ma è comunque bello e positivo farlo in amicizia e spirito di verità.
      Un caro saluto e un grazie per i tuoi apprezzamenti al mio scritto.
      Ciao !

      • ALANFORD50 ha detto:

        Nonostante il pippone scritto sopra mi sento comunque di attribuire un senso di una certa vericidità a quanto da te espresso, anche se non riesco ovviamente a condividerla del tutto e a farla mia, ossia che l’atteggiamento di lotta per l’ideale sia comunque una valida ragione, sia in segno di gratitudine e rispetto verso chi si è sacrificato per gli stessi ideali, sicuramente come dici tu , la storia e la qualità del nostro oggi sarebbe stata comunque diversa, senza questo genere di istanza etica di combattività nell’uomo.

        Ari-ciaooo neh!

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