Gente di frontiera (prima parte)

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La funzione di confine cittadino offerta dalla tangenziale ricorda un po’ quella delle due antiche e successive cinte murarie, di cui restano quasi solo le porte monumentali, e neanche tutte.
Però, forse per la facile penetrabilità di quei tre quarti di oblungo anello di asfalto, la cosa è vera solo a grandi linee: certe periferie si allungano ben oltre, senza cambiare d’aspetto; certe altre, invece, già prima dell’intersezione stradale mostrano un calo della densità abitativa e urbanistica, quasi una nostalgia dell’antica campagna che resistette in quelle zone fino ad anni non troppo lontani.

Il quartiere Pilastro è un esempio del pieno rispetto di quella funzione: sorge infatti, a destra della via San Donato per chi si allontana dalla città, appena oltre la ‘tange’. E non ha proprio niente in comune con San Donnino, la zona periferica al di qua della frontiera.
E’ verde, fondamentalmente silenzioso rispetto al traffico motorizzato; sfugge alla definizione di quartiere-dormitorio grazie alla presenza, sia pur estremamente diluita, di attività commerciali e di animazione, e soprattutto grazie ai bambini che giocano nelle larghe strade e nei parchi, e ai ragazzi e alle ragazze che tessono, spesso seduti sui propri ciclomotori, le loro trame interpersonali. Gente di tutte le etnie, in uno spettacolo cosmopolita che sicuramente nasconderà prevaricazioni e traffici illeciti, ma lascia comunque affascinati, e fa pensare come la povertà costituisca il miglior contributo all’integrazione.

A un piano alto di un lunghissimo palazzone del Pilastro, dotato di molti portoni e relativi numeri civici, abita una vecchia conoscenza dei tassisti, e anche dei più fedeli lettori di questo blog: quello che chiamai ‘il Catarroso’ in alcuni racconti di oltre un anno fa, un ubriacone malmesso, barcollante, alquanto sfatto nel fisico, dotato di una lenta parlata gutturale, interrotta da schiarimenti espettorali di voce spaventosi e trattenuti in extremis dall’emissione sputacchiosa; ma non privo di un’anima gentile.
In una delle lunghe forzate pause estive in attesa di clienti, avevo recentemente parlato di lui con un collega, chiedendogli se ne avesse testimonianze recenti, visto che non lo vedevo da tempo e che le sue condizioni apparenti di salute non lasciavano intendere niente di buono.
Il collega non potè rassicurarmi, ma mi raccontò un paio di aneddoti. Di quella volta che lasciò sul sedile posteriore l’eredità di una copiosa macchia di urina, e di un’altra volta che, accompagnatolo fino al pianerottolo, dato che non aveva i soldi (ma scrupolosamente avverte sempre ad inizio corsa di questa evenienza, a volte anche quando poi in tasca ne ha abbastanza), la sua mamma, con cui evidentemente convive in perfetto stile-bamboccione, fece una gran ramanzina ad entrambi, figlio e tassista.

Una delle ultime recenti notti di agosto, intorno a mezzanotte, mi è arrivata una chiamata dal suo indirizzo; nelle note, a scanso di equivoci, c’era anche il suo nome.
Mi trovavo molto lontano, ma con la penuria di lavoro che c’era non si poteva rinunciare, e si trattava di una corsa tutto sommato meno a rischio di tante altre: a me la pipì in macchina non l’ha mai fatta, e poi l’ho sempre sentito quasi un amico fin dalla prima volta, quando, senza conoscerci e nel volgere di tempo di un brevissimo percorso, ci eravamo messi a parlare dell’esistenza di Dio…

La galoppata della Cavallona, a volte la sorte sembra voler mettere alla prova la tua (probabilmente anche la sua) pazienza, viene interrotta da tutti, dico tutti, i semafori del percorso, che decidono di virare dal verde al giallo appena mi scorgono arrivare.
Irritazione e stanchezza si alimentano a vicenda, e così, già con qualche minuto di ritardo, finisco per sbagliar strada e mi ritrovo in tangenziale.
Morale: giungo al Pilastro, ad aguzzare la vista per identificare il numero civico giusto del lungo e noto palazzone, oltre dieci minuti dopo l’orario annunciato.
Per strada non c’è nessuno; a quest’ora, sì, il Pilastro sembra un quartiere-dormitorio. Ma è ben illuminato, e gli spazi verdi a lato della strada sono estesi: una zona di parco e poi, più in là un altro stradone. Il silenzio non dà alcuna inquietudine, ma un certo fascino a quest’angolo di mondo dove un’umanità variegata attende nel riposo la luce di un nuovo giorno.
Spengo il motore, mi calmo e aspetto. Di una cosa sono sicuro: non andrò a suonare il campanello, benché conosca il cognome: a quest’ora non è il caso di farlo, e il rischio-ramanzina della Signora Catarrosi sarebbe altissimo.

Lascio passare pochi minuti, poi, senza troppi rimpianti, riaccendo il motore e mi riavvio verso il centro, sperando di concludere un po’ meglio la mia serata lavorativa.

La sorte decide di darmi una seconda possibilità esattamente ventiquattr’ore dopo, con una di quelle strane coincidenze che, se l’attenzione non fosse assorbita dalla guida, farebbe pensare.
Questa volta i semafori non sono dispettosi e, senza sbagliar strada, mi presento puntuale sotto il lungo palazzone. E questa volta non c’è bisogno di aguzzare la vista, perchè scorgo la sua sagoma, già in strada, intenta ad aspettarmi.
“Buonasera signor S., come andiamo?”
“Buonasera, abbastanza bene”, bofonchia gutturalmente e lentamente.
“Dove la porto, al Bar Bianco?”, lo anticipo, conoscendo la sua predilezione per quel bar di fronte alla stazione dove la gente non si ferma a lungo (almeno di giorno), uno dei pochi aperti anche di notte.
“Ma sì, andiamo in centro… non so neanch’io… andiamo pure al Bar Bianco”.
Considerandolo quasi un amico mi riesce facile essere spontaneo, sia nel silenzio che in qualche eventuale battuta provocata dallo scarso traffico o dai semafori. I quali, ancora una volta, si mettono ad intralciare la corsa, ma almeno questa volta con il cliente a bordo e il tassametro che cammina.
A un certo punto è lui, probabilmente più infastidito di me da quelle inutili attese lungo le strade deserte, a chiedermi una variante all’itinerario: via Ferravilla, la Fiera, via Donato Creti e poi il ponte di Galliera.
“Ok, va bene”, gli dico; è troppo convinto per manifestargli il mio pensiero che si tratti di un’allungatoia, rispetto al puntare dritto verso i viali di circonvallazione come stavo per fare.

In ogni caso si arriva davanti al bar dalla semicarreggiata opposta.
“Adesso faccio una pirateria, di quelle possibili solo di notte; speriamo non mi veda qualche vigile”, ed eseguo un’inversione di marcia, che termina precisamente davanti alle vistose luci interne di quel porto di mare.
Mi paga lentamente ma precisamente il dovuto, poi mi augura gutturalmente buon lavoro.
“Ah, ormai stacco la spina e vado a dormire”, gli dico.
“Ah, anch’io sto poco, sa”, ribatte subito, come un bambino, nella più classica ‘excusatio non petita’.
Lo guardo in faccia: ha qualcosa di più curato del solito, forse è stato dal barbiere a sistemarsi i capelli, ancora neri; sembra più giovane.
E anche l’uscita dalla vettura risulta un po’ meno faticosa delle altre volte.

Forse frequentare di notte il Bar Bianco fa bene, mi dico: magari dovrei farci un pensierino anch’io…
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Immagine da: http://www.residenza.unibo.it/

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17 risposte a Gente di frontiera (prima parte)

  1. Sara ha detto:

    Franz mi piacerebbe ritrovare quel tuo post sui biscotti, hai modo di mandarmi il link?
    io in cambio ti mando un bacetto…

  2. amanda ha detto:

    ci sono quei particolarissimi esemplari umani che tornano in tutte le storie delle persone che hanno a che fare con il pubblico, anch’io ho dei pazienti affezionati che meriterebbero un post ognuno per le loro pecularità 🙂

    • Franz ha detto:

      Si lavora per la pagnotta, è fuori discussione, ma a volte la realtà umana, se si ha la fortuna di poterla frequentare, si rivela uno dei più straordinari spettacoli al mondo.
      A questo punto, però, aspettiamo fra i tuoi post qualche ritratto dei tuoi personali ‘personaggi’ preferiti!
      🙂

  3. duhangst ha detto:

    Sto conoscendo Bologna virtualmente grazie a te.

  4. silvanascricci ha detto:

    Questo post piacerebbe da morire alla Ragazza con la Valigia e, glielo segnalo volentieri perchè lei ha una vera passione architettonica ed umana per il pilastro.

    Questo tuo racconto mi ha fatto venire in mente, perchè le connessioni delle sinapsi fanno strani scherzi, i racconti e gli incontri di Sarti Antonio; un racconto di umanità dignitosa anche in un possibile disagio, una dignità che si nasconde tra le pieghe di abiti sgualciti e di vite strapazzate.

    Non conosco il bar Bianco ma forse sarebbe davvero il caso di farci un salto, hai visto mai?

    • come preannunciato da silvanascricci, sono corsa a leggere, e lascio il mio primo commento in questo blog.
      concordo su tutto quello che hai scritto, e mi ritrovo specialmente nella frase “Il silenzio non dà alcuna inquietudine, ma un certo fascino a quest’angolo di mondo dove un’umanità variegata attende nel riposo la luce di un nuovo giorno”. Concordo assolutamente. Io spesso con Buondì (tu hai la Cavallona, io ho il Buondì) vado a fare dei giretti lì quando ho voglia di sconnettere i pensieri, e non c’è nulla di triste o malsano nel silenzio che c’è, è un silenzio tranquillo, di gente che dorme, semplicemente. Ecco perché è un quartiere che mi fa sentire a casa, perché è pieno per me di bellissimi ricordi e perché – confermo – è raro in città vedere bambini che saltano alla corda per strada.

      • Franz ha detto:

        Ciao e benvenuta, Laragazza!
        Mi fa molto piacere che condivida le mie impressioni una autentica cittadina del mondo come te.
        Quando ero bambino, forse già ragazzo, quel quartiere aveva un’aura di inaccessibilità, da inferno cittadino teatro di impensabili illegalità.
        Chissà com’era la situazione reale, allora, quando la città non aveva ancora ricevuto i recenti flussi migratori; certo, pensare che una giovane donna vada là, anche di notte, col suo motorizzato Buondì a due ruote, a gustare il ‘silenzio tranquillo, di gente che dorme’ è, con gli occhi di allora, davvero sorprendente.

    • Franz ha detto:

      Per Silvana:
      Ciascuno di noi è un grande debitore nei confronti dell’insieme di tutta la letteratura esistente.
      Io di più… e anche la nostra gloria cittadina (o meglio, provinciale) che risponde al nome di Loriano Macchiavelli manca al mio curriculum di letture.
      Ti ringrazio per la tua citazione del suo famoso personaggio Sarti Antonio, che mi invoglia a colmare questa, fra le mie tante lacune.
      Ti devo un bicchierino al bar Bianco (siamo entrambi quasi astemi, ma per la salute…).

  5. Tonino ha detto:

    Con te e ,virtualmente a bordo della Cavallona, percorro le arterie di questa città.
    La prima volta ,di notte, mi permisero di correre lungo i viali che circondano Bologna.
    15 anni orsono , si correva, non c’erano molti semafori, si viaggiava veloci nella semioscurità , c’era il tempo di osservare le ”porte”, le signorine, i locali.
    Ora percorro molta strada a piedi ,in centro,ho il mio bar, la gelateria, la libreria, dove assaporare le tigelle e le crescentine.
    Mi manca un posto dove cucinano le rane fritte e le piadine che, mi dicono, sono specialità riminesi .
    Viaggio con la fantasia con te, su molte ,non tutte , strade che conosco.
    E’ sempre un piacere leggerti.wordpress stats plugin

    • Franz ha detto:

      E’ sempre un piacere anche per me leggere i tuoi commenti!
      Conosco un posto in centro dove una giovane signora romagnola fa delle ottime (e ottimamente pesantissime da digerire) piadine, su ricetta esclusiva della sua mamma.
      Il sottoscritto e la di lui destriera saranno felici di accompagnarti a fare il pieno, in una tua futura scorribanda da queste parti.
      Quanto alle rane, credo sia più facile trovare qualche mattatoio/friggitoria in provincia… 🙂

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