Quando le donne scesero in piazza

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Come correnti elettriche, o scosse telluriche, che si susseguono un giorno dopo l’altro, la blogosfera è attraversata da ondate di interesse, a volte di passione, legate alle dinamiche dell’attualità nei suoi più diversi approcci.
Mi piace questa volta essere leggermente fuori sincrono, nel raccontare come ho vissuto la straordinaria domenica di rivendicazione di piazza, e nel ragionarci un poco sopra, quando già l’argomento è stato superato cronologicamente, ieri da San Valentino, oggi dal rinvio a giudizio del Concussore Puttaniere, e nei prossimi giorni dal festival di Sanremo.
Un ‘fuori sincrono’ che serve anche a dare conto della portata di quanto è avvenuto, che, senza spingersi a definire storica, è stata comunque imponente.

Dovevo andare a correre, domenica mattina: quando sono molto motivato riesco a partecipare alle corse podistiche non competitive, che mi costringono ad alzarmi dopo pochissime ore di sonno, da recuperare poi nel pomeriggio.
La stanchezza di un sabato notte di lavoro non aiuta, ma, passate le tre, risolvo il conflitto rinunciando all’idea: mi alzerò giusto in tempo per segnalare sul blog le possibilità di seguire in diretta la manifestazione delle donne, poi nel pomeriggio cercherò di catturare in Rete attenzione ed accessi da indirizzare sull’evento, mentre mi gusterò le immagini, già preannunciate da diversi siti.

Alle dieci, tutt’altro che sazio di riposo, accendo il computer e preparo, poi pubblico, la pagina (temporanea) che avevo in mente.
Di lì a poco la seconda virata, suscitata dalla sensazione che qualcosa di importante stia maturando, ma anche dalle sollecitazioni pressanti a partecipare di persona, ricevute dalle amiche di blog. La pagina appena pubblicata, in fondo, non ha bisogno di presidio: andrò anch’io in piazza; e metto in carica, per il poco tempo a disposizione, la batteria della macchina fotografica.

Durante il tragitto con la Cavallona verso il centro, ascolto la cronaca di Popolare-network, che parla di presenze oceaniche a Milano (da dove viene intervistata Ottavia Piccolo) e soprattutto a Roma, dove la folla invade i vari piani del Pincio e Piazza del Popolo. E ho la fortuna di assistere in diretta al momento più emozionante dell’intera giornata, quando, secondo il copione, dopo un lungo silenzio collettivo, la voce dell’organizzatrice enuncia gridando due volte la domanda-slogan: “Se non ora, quando?”, e migliaia di braccia si alzano al cielo in un boato: “Adesso!” a cui seguono immediatamente le note di Patty Smith, ‘People have the power’, che liberano nella danza collettiva, nella gioia, la voglia di esserci, e di fare festa. (Puoi rivivere l’episodio cliccando qui).

Parcheggiata l’auto, mi avvicino al luogo del ritrovo, Piazza XX Settembre, e vedo tante persone in giro che sono qui per il mio stesso motivo e destinazione, sempre di più.
Passano i minuti e i quarti d’ora: il corteo non parte mai. E’ evidente che l’afflusso di donne e di uomini è superiore ad ogni aspettativa, e mette alla corda l’organizzazione, tanto che il fiume umano confluirà poi inevitabilmente in Piazza Maggiore, anzichè tornare, come previsto, a porta Galliera.
Essere qui da solo mi permette di muovermi con molta libertà, così riesco un po’ a fatica a trovare la via per inerpicarmi sulle scalinate della Montagnola. Butto un occhio nel grande parco sopraelevato: gruppetti di gente, soprattutto stranieri ma anche nostrani, vagano qui per abitudine festiva, e mi sembrano un po’ quelli che si perdono a guardare inebetiti le vetrine proprio mentre passa il tram della storia.

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Dall’alto il colpo d’occhio del corteo, che sta finalmente muovendo i primi passi, è impressionante.
Scatto alcune foto poi torno fra la folla.

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Verso il fondo c’è una piccola jazz-band, che ravviva la già calda e gioiosa atmosfera con canzoni allegre, accompagnate dai battimani di tutti quanti intorno.
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Tante donne di tutte le età, soprattutto, ma anche tanti uomini ad accompagnarle; tanti cartelli, tanto umorismo, tanta fantasia, nessuna bandiera di partito o di sindacato.
“Di-mis-sio-ni, di-mis-sio-ni!”; mi sento a mio agio, e anch’io scandisco lo slogan, e poi mi unisco al coro di Bella Ciao.

Un uomo con la bandana e un fischietto al collo mi si avvicina, gli sembra di riconoscermi e fa il mio nome e cognome. E’ un mio compagno di scuola delle medie, mai più visto da allora. Mi presenta la sua compagna, anche lei bandana-munita, poi parliamo molto a lungo, del passato, dei vecchi professori e dei compagni, ma anche del presente, ed è bello ritrovarsi sullo stesso cammino con gli stessi ideali fianco a fianco in corteo lungo la vecchia Via dell’Indipendenza.

In piazza Maggiore sarà la volta di altre amiche ed amici, più recenti e quasi quotidianamente in contatto telematico, che qualche sms aiuta a rintracciare.
Sono a mio agio, come dicevo: la festa è per la dignità della donna ma non mi sento un ospite indesiderato, in quest’atmosfera gioiosa; piuttosto un alleato di una causa giusta. Salvo qualche slogan di tanto in tanto, molto raramente, che mi darà l’impressione opposta, di una rivendicazione di orgogliosa autosufficienza femminile, ingenerosa se pur comprensibile; avvertirò poi la stessa impressione in alcune testimonianze sui blog.
Manca un vero palcoscenico, a dimostrazione della partecipazione popolare di proporzioni del tutto inattese, e così la festa si stempera e si scioglie gradualmente con il calare della sera.

Raggiungo la Cavallona per cominciare immediatamente a lavorare, ma con le orecchie attaccate ai notiziari di Popolare-network, da cui apprenderò della censura di quanto avvenuto nelle piazze, negli scandalosi telegiornali di regime, e con il desiderio di collegarmi poi ad internet, a fine serata di lavoro, da cui avrò notizie molto più confortanti circa l’epidemia di partecipazione in tutte le città d’Italia.

E la sera seguente ascolterò con grande interesse il ‘Microfono Aperto’, sempre di Popolare-network, dedicato al grande evento.
Una voce di molti ascoltatori, in particolare, non mi convince, anzi mi suscita una reazione infastidita: quelli che vogliono subito altre manifestazioni, e presidi permanenti, e insomma nuove dosi immediate e continue di piazza.
Sono convinto, invece, che bisogna evitare di disperdere le forze in centinaia di eventi diversi che non abbiano speranza, tempo e modo di convogliare su di sè una grande partecipazione, come fu per il ‘No-B. day’ romano di oltre un anno fa, e come è stato per questa grande giornata delle donne italiane, che ha avuto modo di crescere in primo luogo con il tam-tam, con la forza delle idee e dell’esasperazione, ma, non dimentichiamoci, anche con il patrocinio di personaggi popolari e mediatici, come Michele Santoro.
Altre voci che mi lasciano molto perplesso sono quelle che cercano un qualche paragone con Piazza Tahrir e la rivoluzione egiziana. E non tanto per la differente portata sia dei due regimi sia della reazione stessa, differenze ben sottolineate nel dibattito, quanto nel dare per scontato che l’azione popolare sia stata davvero decisiva in Egitto, cosa apertamente contestata in questo interessante articolo di Giulietto Chiesa.

Penso infatti che solo una rivoluzione che arrivasse a compromettere la governabilità, cioè la possibilità di un’ordinata vita quotidiana, potrebbe davvero mettere in difficoltà un regime, e magari in fuga un tiranno.
Siamo ben lontani, qui da noi, da un simile risultato.
C’è invece un’arma molto più potente, nelle mani della gente: la popolarità, le intenzioni di voto, quello che i politici verificano quotidianamente con la scienza dei sondaggi statistici.
In questo, la manifestazione di domenica avrà effetti epocali, sono convinto. Perché in piazza, questa volta, c’erano tante persone che di solito non partecipano ad alcuna manifestazione, che sono state investite da questa corrente di rinnovamento e a loro volta la ritrasmetteranno, con un’efficacia addirittura più forte delle menzogne di regime che continua a diffondere la televisione.
Ed erano donne, con la loro modalità di comunicare così diversa da quella, prettamente razionale e logica, di noi uomini. Una modalità istintiva, sensoriale, emozionale, e per questo più forte, come più forti sono biologicamente le donne.

L’ “Utilizzatore finale”, imponendo il suo mondo televisivo ad un pubblico di sprovveduti, ma soprattutto di sprovvedute, ha potuto imporre il devastante governo dei suoi personali interessi per quasi vent’anni.
Un popolo di donne consapevoli sta per riscattare l’intera nazione.

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Scritto martedì 15, pubblicato mercoledì 16 febbraio.
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Informazioni su Franz

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14 risposte a Quando le donne scesero in piazza

  1. vitamina o Lorenza ha detto:

    TRoppo complesso per commentare. ci scriverò un post, intanto però sono contenta di aveti scovato, mi piace anche solo leggere , perfino al di là dei contenuti!

    • Franz ha detto:

      E’ un bellissimo complimento, Lorenza, grazie: mi fai sentire un po’ come un pifferaio magico, capace di incantare con la parola.
      Anch’io sono contento di aver trovato una blogger riflessiva e generosa come te, anche per quanto riguarda la quantità di ottimi ‘pensieri e parole’ che pubblichi costantemente.
      🙂

  2. oriana ha detto:

    mi dispiace che siamo dovute scendere in piazza a “gridare” quello che è ovvio e normale. Noi siamo “quelle” donne nel quotidiano!!!

    • Franz ha detto:

      Il tuo commento, cara Oriana, mi ricorda un po’ uno di quei messaggi visibili nell’immagine iniziale del post, quello che dice: “Ma io non sono mai stata zitta!”
      Non è questo, però, il momento dei “mi dispiace”, con cui esordisci: una reazione così sana, diffusa e gioiosa, ad una situazione di profondo degrado ahimè nota, non può che rallegrare.

  3. milvia ha detto:

    Una cronaca acuta e gradevolissima di questa domenica epocale (la cui onda spero non si ritiri, ma, anzi, possa diventare una sorta di tsunami benefico), che rilascia in modo efficace le emozioni che tutti i partecipanti alla manifestazione hanno provato. Non ho molto altro da aggiungere alle tue osservazioni. Sono pienamente d’accordo con te nell’affermare che sarebbe dannoso sprecare energie organizzando tante piccole manifestazioni analoghe. Addirittura, un mio commentatore, preso dall’entusiasmo, auspicava che “Se non ora, quando” potesse diventare un appuntamento annuale. Credo che se questo avvenisse svuoterebbe la cosa del significato originale. E ne abbiamo già troppe di “giornate dedicate a… ”
    Ho letto con molto interesse tutto il post e mi sono commossa per quella tua ultima frase: Un popolo di donne consapevoli sta per riscattare l’intera nazione.
    Ti ringrazio, come donna, sia per questa affermazione, sia per aver partecipato alla manifestazione.
    Come amica ti abbraccio e ti auguro una buona giornata.
    P.S.: Bello anche il titolo.

    • Franz ha detto:

      Grazie a te, come sempre, che sempre sostieni le mie fatiche di blogger.
      E speriamo che, grazie anche ai nostri modesti contributi, davvero quell’onda diventi molto, ma molto anomala!

      Salutone e abbracciatona.

  4. Luca ha detto:

    Il commento potrebbe essere lunghissimo ma da qualche tempo sto cercando di curare la mia preoccupante logorrea ed uscire dal tunnel patologico del “pensare ad alta voce” (anche se alcuni miei posts indulgono a codesto nefasto principio comunicazionale).

    Io credo prima di tutto che valga sempre la pena di commentare gli eventi “fuori sincrono”, come preziosa alternativa ai coretti intonati e conformisti in cui devi beccare la nota giusta altrimenti ti attiri velenosi strali.

    Mi piace poi respirare nelle tue parole una Bologna meno indifferente e fredda di quella che mi era sembrato di percepire in un recente tristissimo fatto di cronaca che sicuramente anche tu ricorderai. (http://uncadunca.leonardo.it/blog/invettive_non_bonarie_e_men_che_meno_affettuose/angoscia_metropolitana_2.html).
    E sul quale mi piacerebbe sentire il tuo punto di vista, specie se diverso dal mio, che Bologna un po’ la conosco ma certo non ci vivo, e da qualche anno l’ho anche del tutto persa di vista (ma ne conservo ancora buona memoria per poterne parlare, diceva qualcuno…). E soprattutto la amo, perché chi non ama Bologna deve farsi dare una guardata.

    Lo spunto più stimolante resta quello della possibile analogia tra i moti non solo egiziani, ma nordafricani più in generale (solo Libia e Marocco ne sono rimasti fuori).

    In recenti posts che non linko perché sicuramente li conosci, ho scherzosamente accostato il dittatore egiziano e l’aspirante dittatore nonchè parente acquisito dell’Europa peninsulare. Solo per concludere che si tratta di due realtà totalmente diverse (e lì ero meno scherzoso): Mubarak era un vecchio rudere da scaricare, qualcun altro resta un utile idiota che la diplomazia statunitense considera tutto meno che affidabile e brillante, ma resta ai loro occhi migliore della possibile alternativa.

    Sto per dire una cosa della quale mi assumo la responsabilità: a Washington i rischi (purtroppo reali) di svolte fondamentaliste in Egitto fanno meno paura del rischio (remotissimo) di svolte verso una sinistra radicale in Europa.

    C’è poi la diversa capacità dei due leaders oggetto di paragone di servirsi del mezzo televisivo.

    E quella lì, oh se pesa…

    Alla prossima.

    • Franz ha detto:

      La mia risposta potrebbe, anzi dovrebbe essere ancora più lunga, vista la quantità di spunti di approfondimento contenuti nel tuo commento, e nel post, articolatissimo e complesso, che hai linkato dal tuo blog.
      Spero che ti accontenti di alcune pennellate più o meno di getto.
      Cominciando da una risposta preconfezionata che spesso mi capita di utilizzare a fronte delle frequenti indagini conoscitive dei miei clienti/passeggeri.
      Bologna, rispondo loro, è una città dalla doppia anima: conserva quella accogliente e gentile di un tempo, ma accanto ad essa se ne è sviluppata un’altra, gretta, egoista, arroccata sulle vere o presunte conquiste di benessere.
      E aggiungo, qui ed ora, una citazione di Guccini: “Bologna è una ricca signora/ che fu contadina”: Ecco: la seconda anima che dicevo è appunto quella tipica dei cosiddetti arricchiti.

      Sui moti nordafricani, non ti sarà sfuggito che ora hanno contagiato anche la Libia: la situazione è così dinamica che non si fa in tempo a fotografarla.
      Non condivido, comunque, la tua idea che ai nostri zii d’America faccia comodo mantenere il Diversamente Nano alla guida del Paese, anzi da tempo guardo con interesse alcune tesi secondo cui la crisi della sua tirannia sarebbe proprio pilotata da loro, scontenti di un alleato considerato non abbastanza allineato e prevedibile. A costo, si direbbe, di rischiare un avvicendamento con un nuovo governo di ispirazione più o meno di sinistra.
      Quanto al controllo delle tv, sembrerebbe ormai che non serva ad altro che ad allungare l’agonia del caimano ferito; come dico spesso, comunque, la contrapposizione fra i fedelissimi e gli antagonisti dell’anziano tirannello sarebbe molto avvincente, se non riguardasse anche la nostra esistenza.

      Ciao, alla prossima!

    • Luca ha detto:

      Caro il mio “tacsidraiver”, hai proprio ragione: i cambiamenti in quello che ho ribattezzato “il ’68 d’Africa” sono talmente rapidi e vertiginosi (imprevedibili forse no) che si fa fatica a seguirli e incasellarli, tanto che tracimano anche in Medio Oriente da una parte, verso il Corno d’Africa dall’altra.

      La paziente e umiliata Madre Africa comincia a ribellarsi: il governo italiano, come al solito, vittimista e disorganizzato, se la prende con l’Europa che “ci lascia soli”. Ma questi dilettanti allo sbaraglio che rispetto hanno dimostrato dell’Europa in questi anni?

      Quanto poi alla tua impressione che la crisi della tirannia dello Psiconano possa anche dipendere da un diminuito supporto (se non latente fronda) da parte dell’amministrazione Obama, beh! Ha del fantascientifico ma potrebbe perfino essere vero. E certo la battuta del “bello, giovane e abbronzato” (della quale il Bisunto dal Signore non si è mai scusato) non era stata un bell’esordio. Per non parlare di Gasparri che ebbe a sbottare “Adesso Al Qaeda sarà contenta!” (sic).

    • Franz ha detto:

      Rispetto ed elementari regole della diplomazia sono concetti troppo astrusi per una classe di governo essenzialmente grezza, affarista e corrotta.
      Penso però che, per quanto clamorose siano le sistematiche scivolate su quei piani, siano state molto più decisive le alleanze con i dittatori ‘veri’, quelli a Mosca e a Tripoli, per un (ipotetico) atteggiamento ostile degli USA.

      Quanto all’Africa, il diffondersi delle ribellioni non può non destare speranze, anche se si contano già molte vittime, sempre e comunque troppe.

      Un saluto dal tacsidraiver.

  5. Sara ha detto:

    Io sono scesa in piazza, ma non con l’intenzione di una protesta “ad personam”, ma per rivendicare la dignità femminile contro qualsiasi schieramento o colore possa recarvi pregiudizio. E non mi piace nemmeno quella sinistra o pseudo tale che per rispettare una donna, la deve privare di tutti i caratteri della femminilità.
    Ci dovrei scrivere un post…
    Sarawordpress stats plugin

    • Franz ha detto:

      L’iconografia della militante di sinistra, in effetti, è spesso legata ad un’immagine di scarsa femminilità, nell’aspetto, nel linguaggio, nella vita quotidiana, nelle ambizioni.
      Il tuo atteggiamento nella manifestazione è stato quello giusto, anche perché era quello voluto dalle organizzatrici, e sostanzialmente condiviso come te dalla popolazione che ha aderito all’appello.
      Quanto alla dicotomia destra/sinistra, penso sia una chiave di lettura ormai inadatta a decifrare la realtà politica, quella vera. Naturalmente non sono il solo a pensarlo, sono in buona compagnia con almeno due movimenti molto importanti (purtroppo più nei contenuti che nel seguito popolare): i ‘Cinque Stelle’ di Grillo e l’ ‘Alternativa’ di Giulietto Chiesa.

      Sono tematiche complesse e importanti, e sarà senz’altro utile e intreressante tornarci sopra, quindi… giro la palla al tuo blog!

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