Schizofrenia

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Il mio mestiere ha una doppia personalità, tanto da sembrare quasi due mestieri diversi.
La prima si manifesta nei periodi, a volte lunghi intere settimane, a volte giorni, a volte solo ore, di grande richiesta di servizio, quando non fai in tempo ad azzerare il tassametro che già una nuova chiamata è in agguato sul terminale, quando la gente si sbraccia ai bordi delle strade implorando di fermarti, senza controllare che non ci sia già qualcuno a bordo, o semplicemente che sia accesa la cosiddetta ‘civetta’, con la scritta ‘TAXI’ sul tetto della vettura; quando i posteggi sono vuoti e le attese brevissime o nulle; quando l’incasso a fine servizio è superiore alla pur grande stanchezza maturata.
La seconda personalità invece è quella opposta, quando le richieste collassano, di pari passo con l’animazione cittadina, e i ritmi si fanno lenti e sonnacchiosi a fronte di saltuarie richieste a singhiozzo; quando la scelta sbagliata del posteggio può costare un’attesa interminabile; quando i colleghi scendono dalle vetture e praticano, riuniti in capannelli, il popolare sport della chiacchiera; quando l’incasso a fine servizio è magro, mentre la stanchezza è ugualmente presente.
Il mese di aprile che sta terminando è stato curiosamente diviso in due, mettendo in evidenza ed assumendo esso stesso quelle due personalità: nella prima quindicina quella attiva, agevolata da una serie ininterrotta di fiere e congressi, mentre nella seconda, complice le festività pasquali, quella sonnacchiosa, pigra e stranita.

Una sconsolante interrogazione al terminale ha appena evidenziato l’abbondante saturazione nei principali posteggi del centro; giunto, lungo i viali di circonvallazione, a Porta San Vitale, contrariamente al solito, giro a destra verso la periferia, imboccando la via Massarenti, e vado poi a piazzarmi nel posteggio ‘Fabbri’ di fronte all’Ospedale Sant’Orsola, dove è presente un solo collega. Che vedo, con grande sollievo, accendere luci, tassametro e motore, e togliere il disturbo nel giro di pochi minuti.
Resto da solo, nella desolazione della prima periferia appena fuori porta.
A guardare passare un ciclista con i fanalini regolarmente spenti, qualche vettura sporadica, i messaggi luminosi che si alternano sul pannello cittadino posto proprio lì di fronte a me.
Leggere, non se ne parla: troppo stanco e stressato, in questo periodo di primavera e della mia vita; meno male che c’è la musica dell’autoradio, ma anch’essa sembra non riuscire a riempire il senso di vuoto e di desolazione.
Mi viene in mente che, da quando ho deciso, per le troppe cose da mettere nelle poche tasche, di portare con me un marsupio legato in cintura, ci ho messo dentro anche la macchinetta fotografica, sia a scopo di sicurezza in caso di allarme che per il piacere di cogliere attimi fuggenti.
E allora cerco di immortalare questi momenti di quiete un po’ irreale, quasi fuori dal tempo.
Tre o quattro scatti in modalità ‘notturno’: se ne salverà solo uno, quello pubblicato all’inizio di questo post, dove si intravvede a destra il pannello dei messaggi variabili, a sinistra una delle insegne luminose dell’ospedale, e …in mezzo, nessuno, o quasi.

Ringrazio il cielo, comunque, che con la mia scelta un po’ defilata ora posso starmene solo con me stesso in santa pace, evitando di essere coinvolto contro voglia in qualche discussione, come è successo poco fa, in Piazza Maggiore, nel più sgradevole dei modi.
Erano in tre, si erano piazzati accanto alla mia portiera, pareva brutto non abbassare almeno il finestrino.
Parlavano chiaramente di un fatto di cronaca nera, o grigio scura.
Quando uno dei tre ha rivolto il viso verso il mio, l’ho interrogato:
“State parlando di Carrara-6?” alludendo all’aggressione subita dal collega poche notti prima.
“No, no, parliamo di quei quattro ragazzi che hanno quasi massacrato di botte due Carabinieri.” (vedi qui)
L’argomento, prevedibilmente, stava accendendo le istanze giustizialiste, di giustizia sommaria e brutale naturalmente, dei colleghi.
“Dovrebbero sempre girare in tre, e uno con il mitra spianato a breve distanza!”
“Il problema è che le forze dell’ordine sono troppo poche,” ho provato a dire la mia, senza suscitare soverchia attenzione.
Un altro collega, faccia quadrata, un bell’uomo sulla cinquantina, uno che parla spesso e volentieri di avventure femminili nonostante abbia famiglia, forte accento dialettale ‘della bassa’, è intervenuto allora con la sua brillante idea:
“L’unica è che tirino fuori subito il revolver, e sparino.”
“E’ sufficiente sparare per aria, che si spaventano subito;” a sorpresa, è stato uno dei colleghi più malfamati, già cacciato da entrambe le cooperative cittadine per raggiunto limite di scorrettezze, a cercare di spegnere i toni.
Gli ho dato ragione subito, anche questa volta senza ottenere attenzione.
“Chè chè,” ha ribattuto lo sceriffo scuotendo la testa: “una schioppettata in mezzo alla fronte.”
E poi ha aggiunto astiosamente, metà in italiano metà in quel dialetto un po’ ibrido: “Andrà sempre peggio, finchè danno retta a quei pacifisti di merda!”
Mi sono chiesto immediatamente se fosse un attacco sottinteso contro di me: è impossibile non notare, unico taxi nella città, quelle striscioline con i colori dell’arcobaleno che da qualche settimana sventolano in cima all’antenna della Cavallona, anche per chi non abbia mai fatto caso al piccolo adesivo con la bandiera della pace che c’è da sempre sotto la targa.
Un attacco del genere, da parte di un collega che di solito mi si mostra cordiale, sarebbe stato veramente sorprendente; mi è venuto da pensare che si sia trattato solo di una scorrettezza dettata dalla superficialità.
E comunque, quasi immediatamente, ho visto con sollievo liberarsi un po’ di spazio davanti alla mia postazione; ho acceso il motore e mi sono spostato.
E ho chiuso i finestrini.

Ripenso con disgusto all’episodio.
Va sempre a finire che mi pento, quando mi lascio coinvolgere nelle discussioni con i colleghi; molto meglio questa solitudine, osservare la città deserta, aspettare.

Finchè, nel silenzio desolato della città, che sembra più forte anche della musica dell’autoradio, finalmente il video terminale si rianima, con il ‘doing doing’ caratteristico di una chiamata: “Ospedale Sant’Orsola, nuovo Pronto Soccorso”.
Due minuti, digito sul ‘touch-screen’: il tempo minimo possibile, per percorrere quattrocento metri di strada deserta, e per recarmi nello stesso posto dove si concluse felicemente l’episodo di Mister Micini, quel giapponese ubriaco crollato sul pianale della Cavalla.
Qualcuno, o qualcuna, vuole tornare a casa dopo le lunghissime ore trascorse sdraiato su una barella, o più spesso seduto su una panca, nel largo corridoio sempre popolato da un’umanità varia e un po’ sofferente.
E mi accoglierà come un liberatore.
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18 risposte a Schizofrenia

  1. Romina ha detto:

    Va sempre a finire che mi pento, quando mi lascio coinvolgere nelle discussioni con i colleghi; molto meglio questa solitudine, osservare la città deserta, aspettare.

    La penso così anch’io: in alcuni casi, molto meglio la solitudine, tanto è impossibile avere un dialogo proficuo o interessante con soggetti “cavernicoli”, pronti a reagire a qualsiasi stimolo solo con la “pancia” e mai con la razionalità.
    C’è da dire che col tuo lavoro puoi scegliere, a volte, di trascorrere un po’ di tempo da solo e ciò è un fatto positivo.

    Saluti! 🙂

    • Franz ha detto:

      Le molte ore che passo a leggere e scrivere in Rete mi fanno prendere sempre più le distanze dalla conversazione parlata, che solo in rari casi di apertura mentale e sincerità mi sembra davvero costruttiva e finalizzata alla verità e al bene.
      Massimamente, poi, quando gli interlocutori sono ‘cavernicoli’: tempo perso, e strascichi di amarezza e fastidio.
      Sì, molto meglio la solitudine, la compagnia di sè stessi.

      Salutone. 🙂

  2. LOrenza mori ha detto:

    Vivo come una reclusa , negli ultimi tempi , le mie figlie stanno a casa della mia suocera , per comodità (sono in città) e per farle compagnia , tornano ogni tanto, io a casa nostra insieme al cane e ai gatti , e mio marito che, quando lavora, sta fuori casa 12 ore . Quando ho contatti con l'”esterno” mi sento spaesata, come se avessi perso l’abitudine di comunicare , e ogni tanto mi spavento dell’aggressività accumulata dalle persone che incontro che non si fanno scrupolo di esprimere . L’ultima è che mi hanno chiamato per l'”orientamento ” al voto. Qui il comune è da sempre PD o comunista , in passato , ma sono stati fatti alcuni sbagli grossi che ora la destra vuol cavalcare . Quindi , con aggressività , con rabbia , sono stata chiamata da una che mi ha sempre parlato malissimo del marito , che ora è candidato in una lista civica di destra , perchè io lo voti. Si vede che non si ricorda di avrlo definito un superficiale viziato eccetera . E poi come si fa a pretendere , quasi , il voto ? Si vede che non lo considerano proprio una cosa seria . Ciao FRanz, ogni tanto vengo a trovarti , scusami per aver spostato l’argomento .

    • Franz ha detto:

      Mi sembra invece, cara Lorenza, che l’argomento sia alquanto attinente; sempre di aggressività, si parla, e di superficialità, chiusura ed egoismo sociale, di quella socialità quotidiana ed elementare in cui capita di imbattersi a chi come te è reclusa nel suo habitat casalingo, o come me dentro una vetturona bianca.
      Mi fa piacere questo tuo commento, e le tue saltuarie visite; da parte mia ultimamente ho trascurato molto i miei amici di blog, ma non mi sono sfuggite le bellissime e profumate immagini dei tuoi iris, ed alcune delle tue sempre fluenti e intense considerazioni interiori.
      Ciao!

  3. alanford50 ha detto:

    Circa la prima parte del tuo post, direi che rappresenta la forza intrinseca che ci spinge ad andare vanti, sempre e nonostante tutto, per fortuna assume una forma con un movimento ondulatorio, ossia con degli alti e dei bassi, perché impensabile sopravvivere unicamente ad ognuno di loro due, non si vive di soli alti ne di solo bassi, come sempre è la ricerca di un equilibrio che ci salva.
    Per quanto riguarda la seconda parte vi leggo la classica paura che ormai ci attanaglia da molti anni a questa parte, l’incertezza del nostro benessere e del nostro vivere ci trova in un continuo stato di tensione, quindi di disequilibrio, purtroppo non la somma di eventi negativi non ci regala risultati positivi, ossia il meno per meno non da più in questo caso, ma ci prostra e ci logora fino ad abbassare i nostri limiti di sopportazione verso l’altrui, in questo senso è pur esso un risultato matematico, in questo periodo sembra andare tutto male, l’incertezza e la poca chiarezza sul nostro possibile futuro prossimo ci rende e ci trova assolutamente ostili e poco disponibili verso l’esistenza ed i bisogni degli altri.
    Per la serie Io speriamo che me la cavo, spero che un domani non troppo remoto tutti insieme riusciamo nuovamente a ritrovare una qualche forma di equilibrio che ci riconsentì il vivere insieme un po’ più degnamente.
    Ciaooo neh!

    • Franz ha detto:

      Interessante e condivisibile, la rappresentazione come necessariamente ondulatoria, quasi sinusoidale, degli alti e bassi dell’attività: l’alternanza è indubbiamente un valore vitale.
      Circa il quadro di degenerazione sociale ed umana, credo che esso sia piuttosto evidente; è altrettanto vero, però, che le forze sane non sono state annichilite, e che dunque gli anticorpi esistono ancora, forse in minoranza, ben nascosti dai media, ma rinforzati dalla battaglia con il virus.
      Penso dia significato e bellezza alla nostra esistenza, oltre ad essere doveroso, cercare di diffonderli e risvegliarli.

      Salutoneh!

  4. Luca ha detto:

    Leggendo il tuo post non può non venirmi in mente la distinzione fra “gruppo primario” e “gruppo secondario”, che a volte si porta dietro una distinzione un po’ più sottile, quella fra “alleanza” e “collusione”.

    Il gruppo primario è quello che si sceglie o che (è il caso della famiglia d’origine) in qualche modo “non si può non scegliere”: è basato sui sentimenti, sulle emozioni e sulla condivisione (sto semplificando molto, spero che nessun sociologo legga questo commento).

    Il gruppo secondario è quello in cui si entra con uno scopo ben delimitato di tipo coatto o utilitaristico: è basato sulla necessità.

    La complessità e la contradditorietà degli usi e costumi della società moderna fa sì che, a volte, i gruppi primari funzionino quasi come gruppi secondari (es. famiglie in cui si convive, o si continua a convivere, per puro interesse economico e/o per paura dell’alternativa) e i gruppi secondari funzionino quasi come gruppi primari (e qui gli esempi potrebbero essere svariati, ma ho particolarmente in mente quei contesti di lavoro molto carichi di significati etico-morali e simbolici in cui essere “colleghi” presuppone una condivisione o a priori o quanto meno a posteriori e in itinere: gli operai degli anni ’60 e ’70, gli operatori sociali dell’ultimo trentennio).

    Chissà perchè, in questi ultimissimi decenni, le professioni che implicano un “trasporto” di persone o cose tendono a sviluppare rapporti orizzontali amicali che vengono quasi ipnoticamente dati per scontati. E’ una battuta, ovviamente, basata sul duplice significato della parola “trasporto”, ma non esiste battuta scherzosa che non colga un aspetto erratico e “strano” della realtà (in caso contrario, non sarebbe una battuta ma una semplice constatazione).

    Sia come sia, e venendo al caso specifico, questo non è il primo post in cui illustri questa tua (secondo me sana) difficoltà a metterti in una relazione para-amicale coi colleghi.

    Come se il semplice fatto di condividere ritmi, tempi e difficoltà di un comune mestiere o professione implicasse una automatica necessità o desiderio di condivisione.

    Ma alla fine tu hai la fortuna di poter anche decidere di darti una veste da Lupo Solitario (a proposito di Gran Pavese Varietà) e passare da sgrusgno senza conseguenze di nessun genere, perché alla fine è vero che fai parte di una cooperativa ma il lavoro te lo costruisci giorno per giorno con un medianico senso della posizione alla Giacomo Bulgarelli (ma senza dover dipendere da altri dieci compagni non alla tua altezza).

    Esistono altre cooperative che lavorano quotidianamente con degli esseri umani non solo da trasportare (spesso c’è anche questo aspetto che, vedi il Benigni di Johnny Stecchino, è fra i più piacevoli) ma da accudire ed assistere in modo leggerissimamente più totale. E lì, i grovigli multipli carpiati fra gruppo primario e gruppo secondario, ideali ed interessi, buona fede e bieco opportunismo, amicizia vera o presunta e malvagie coltellate dietro la schiena in una grottesca guerra tra poveracci che rischiano di non arrivare alla fine del mese se un intervento viene sospeso, tutti questi dolorosi fenomeni, sono incontrollabili.

    Alla fine, nel parlare di “schizofrenia” sei partito da elementi contestuali del tutto innocenti (il lavoro che a volte stressa perchè abbonda, altre volte angoscia perchè làtita, altre volte ancora è nè troppo nè troppo poco ma quel giorno sei tu che non sei in forma) per arrivare quatto quatto a parlare di un’altra insidiosa scissione che ha a che fare con le relazioni piuttosto che coi contenuti.

    Tu, almeno, hai la scelta di farti gli affari tuoi e non entrare, o entrare il minimo possibile, nella ipocrita “famigliola dei colleghi”.

    In altri contesti lavorativi, se non trovi il corretto equilibrio relazionale, finisci in fiamme come una meteora.

    • Franz ha detto:

      Un altro tuo graditissimo commento, come sempre riccho di contenuti, profondi ed eruditi, ma anche fiorito di mille allusioni e richiami.
      La tua conclusione è molto vera, e la sperimento quotidianamente: l’immagine di ‘lupo solitario’ non nuoce a un’attività così essenzialmente autonoma; e comunque, per contrastare un po’ la negatività di quell’immagine, ho sempre collaborato alla rivista sociale con i miei articoli, che vengono molto apprezzati.
      Ti ringrazio anche per aver dato una valenza così ricca, e forse superiore alle mie stesse intenzioni, al titolo di questo post, che non a tutti è piaciuto.

      • Luca ha detto:

        Avendo trovato il punto archimedeo dovresti essere al riparo da stress, burn out e fenomeni affini e/o equipollenti.

        Quanto alla possibile sgradevolezza del titolo dei questo post, tenere insieme i contenuti del nostro sistema cognitivo è talmente complesso (e lo è ogni giorno di più) che schizofrenici lo siamo un po’ tutti. L’alternativa è essere dei semplificatori un po’ ottusi, e non mi sembra preferibile.

      • Franz ha detto:

        Non sapevo di aver trovato il punto archimedeo. Penso, a questo punto, di dover uscire di casa in pigiama e gridare “Eureka” ai quattro venti…
        Quanto alla schizofrenia, mi inchino al giudizio di un professionista del ramo come te (ovviamente, per chi non lo sapesse, dalla parte di chi cura!)

  5. unrosetoinviacerreto ha detto:

    Il titolo ” schizofrenia” mi disturba, la parola mi disturba. Mi porta alla mente persone
    che ho conosciuto incappate in questa malattia.
    C’è un momento tutto tuo di introflessione in questo post, forse aiutato dalla sera, dal posto in cui eri e dalle tue vicende personali.
    Liberando gli altri liberi anche te stesso.
    Buon fine settimana.

    • Franz ha detto:

      E’ vero, l’empatia verso i passeggeri, che l’abitacolo di una vettura esalta, porta a condividere e a fare un po’ propri i loro sentimenti, nel bene e nel male.
      Un buon Primo Maggio anche a te.

  6. duhangst ha detto:

    Andrà sempre peggio finchè queste persone non capiranno che essere pacifisti non vuol dire essere sottomessi..

  7. amanda ha detto:

    qualcuno che li abbia votati quelli che ci “governano” ci deve pur essere in giro, visto che sono la maggioranza, e come dovrebbero essere quelli che li votano se non così?

    • Franz ha detto:

      Non c’è dubbio che le persone con quella mentalità siano i maggiori responsabili, elettoralmente, della feccia che ci governa.
      Ti invito però a non cadere nella trappola della narrazione berlusconiana: sull’intero corpo elettorale, compresi dunque gli astenuti, il suo partito, approssimativamente, ha sempre oscillato fra il venti e il trenta per cento dei suffragi, percentuale che non si alza di molto comprendendo i suoi ‘alleati’ (si fa per dire…) leghisti.
      Questo significa che la netta maggioranza degli Italiani non lo ha mai votato.

  8. milvia ha detto:

    Finalmente l’aggiornamento è arrivato! Ogni tanto davo una sbirciatina, ma niente… Sempre fermo al 21 aprile. Insomma, era ora che ci raccontassi qualcosa!
    Certo che i tuoi colleghi sono ben diversi da te, caro Franz. E fai bene a non dare corda ai loro banali, stupidi, cattivi bla bla bla. Lo so che tu e la Cavallona siete fieri delle striscioline
    arcobaleno che portate in giro per la città, quindi, non ti curar di loro, amico caro.
    Noto una certa tristezza, in questo tuo racconto. Mi sembra quasi che il senso di vuoto e di desolazione che era presente intorno al posteggio Fabbri, sia, o sia stato quella sera, anche dentro di te. Spero di sbagliarmi…
    Sai, il termine schizofrenico lo adoperavo anch’io, per descrivere Igea Marina, il paese in cui ho abitato per tanti anno. Questo è un paese schizofrenico, dicevo: assolutamente caotico, esplosivo di luci e rumori in estate e del tutto immobile nel tardo autunno e in inverno.
    Mi ha spaventato leggere dell’aggressione che ha subito il tuo collega… Cerca di stare attento, tu!
    Comunque, a parte la tristezza che mi pare di intravedere, anche questo racconto ha una valenza letteraria molto buona. Anzi, forse proprio a causa di quella tristezza.
    Buoni sogni, Franz!

    • Franz ha detto:

      Ecco, come primo commento, il tuo immancabile e più che mai gradito incoraggiamento, morale e letterario.
      Non so se fossi triste, durante quell’attesa solitaria; so che benedicevo di essere sfuggito alle grinfie dei fastidiosi gruppetti di colleghi chiacchieroni.
      Quanto all’aggressione subita dal collega, ero un po’ indeciso se farne cenno, proprio per non destare ansie in chi mi vuol bene; poi ho preferito non nascondere la realtà.
      Lascio per ultime le note personali: come in parte ti raccontai in una email, ho avuto recentemente qualche nuovo motivo di stress, che, sommato a un po’ di stanchezza primaverile, ha turbato il mio precario equilibrio di triplo-lavorista (tassista, attivista telematico, casalingo…).

      Salutone e buon Primo Maggio (per me, giorno di ferie, alla faccia di Renzi e co., e maratona televisiva di concertone!!!)

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