L’eccezione romana

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Avevo puntato sul quindici.

Insieme a tanti: chi dice duecentomila, chi molti di più, limitando il conto a quelli presenti all’evento, ché di sicuro tanti altri hanno partecipato da casa, con l’attenzione e il cuore, alla promettente e poi drammatica giornata.
Abbiamo perso. Abbiamo perso tutto quello che avevamo puntato, contro un avversario differente, e subentrato con un colpo basso, un trucco, a stravolgere le regole del gioco, un alleato con le forze del male di quel meraviglioso e terribile romanzo fantastico in cui questo 2011 ci ha calati.
Questo il verdetto del tavolo da gioco, almeno in apparenza, a caldo, prima che il ragionamento non cerchi di dare un responso più articolato, motivato e informato, e, insieme ad esso, un poco di nuova linfa a quell’ottimismo della volontà (attribuitomi dal caro Luca),  uscito mortificato e sconvolto dal 15 ottobre romano.

Ho letto voracemente decine d’articoli e di post, da sabato notte ad ora, ho ascoltato dibattiti radiofonici, visionato video e brani di trasmissioni televisive: volevo capire, capire.
Ho dovuto fare spesso un’autocritica retromarcia, dopo aver sposato tesi troppo facili e consolatorie.
Ora mi sembra di vederci un po’ più chiaro, sebbene la ricerca della verità sia un lavoro che non conosce mai fine.
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C’erano anche tre mie amiche, tutte conosciute in Rete: con Mina non siamo riusciti a incontrarci ma ci siamo scambiati qualche messaggio (questo il suo accorato resoconto), mentre Milvia e Daniela hanno condiviso con me anche il viaggio e l’intera giornata. Il brano pubblicato da Milvia (clicca qui) è scritto bene, e rende gran parte anche del mio vissuto, esimendomi dal compito di una mia ulteriore versione.
Mi limiterò dunque ad una breve fotocronaca, o meglio, foto-diario, prima di tentare una sintesi di tutto quel lavorio di informazione e riflessione di cui dicevo.
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1) L’attesa

E’ durata un tempo che sembrava infinito, in mezzo alla folla in Piazza della Repubblica, fermi mentre altri gruppi pian piano prendevano il via nel corteo.
A un certo punto, Milvia mi fa notare un gruppo di ragazzi strani. Sono molto giovani, hanno un aspetto da teppisti nazisti da stadio, un atteggiamento sprezzante e inequivocabilmente lontano dall’atmosfera generale, e spariscono ben presto muovendosi velocemente in avanti.

Mi sentivo un po’ in colpa nei confronti delle mie due amiche, che immaginavo avrebbero preferito che ci staccassimo e incamminassimo al di fuori della copertura di un gruppo; sono stato più volte tentato di proporglielo, ma ascoltare la voce profonda che mi sussurrava di non farlo ci ha così evitato, se davvero avessimo deciso di incamminarci, di sperimentare poi la violenza selvaggia degli uomini neri senza volto, il getto degli idranti, i lacrimogeni, la danza nevrastenica delle camionette della polizia.
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2) Alternativa

Con una serie un po’rocambolesca di sms, ero infatti riuscito a rintracciare le bandiere e il gruppo di Alternativa, meno nutrito di quanto pensavo e speravo.
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3) Giulietto Chiesa

Non mancava il presidente, di Alternativa. Era lui che con un’espressione calma e imperturbabile non dava alcun segno di metterci in marcia, anche perchè giungeva la notizia di un’auto incendiata lungo il percorso. Finchè non si è avventurato da solo a controllare la situazione e a cercare di intervenire tramite i suoi contatti (non dimenticandosi di dare indicazioni telefoniche ai suoi portavoce all’interno del nostro gruppo).
Per me non ce n’era bisogno, ma la sua testimonianza fattiva, e i suoi commenti a posteriori, rendono onore all’integrità morale di una delle menti più lucide che abbiamo in Italia.
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4) Il corteo

Finalmente si va. Bandiere, striscioni, voci metalliche, amplificate da megafoni, che ripetono slogan o veri e propri comizi, curiosamente indirizzati a niente più che infinitesime frazioni del fiume di persone; musica meno stridente, dai bassi potenti, dagli amplificatori e dalle casse nel camion che ci precede a passo d’uomo.
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5) Le tracce della guerriglia

Anch’io, come Milvia, non ho voluto fotografare l’auto sventrata e abbrustolita dall’incendio, parcheggiata lungo via Cavour.
Resterà perciò quest’unica testimonianza fotografica: il fumo minaccioso e cupo, laggiù, dove non passeremo in seguito all’indicazione di deviare verso il Colosseo, a guerra urbana in pieno svolgimento in Piazza San Giovanni.
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6) Il naufragio

Scavalcando velocemente un tentativo di picchetto, organizzato (credo) dai ragazzi del servizio d’ordine dei COBAS, che incitavano a non abbandonare il percorso originario, seguiamo dunque le chiare indicazioni ricevute, di deviare verso il Colosseo, e poi da qui verso il Circo Massimo.
Il sogno di una piazza immensa e traboccante di folla determinata e colorata, in sintonia con le altre piazze di tutto il mondo, è definitivamente svanito, mentre continuano a giungere, a frammenti, notizie di guerra.
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Da quel momento, per me, sarà un crescendo di amarezza, non disgiunta, come dicevo, dalla volontà di capire.

Che cosa infine credo di aver capito, dunque?
In fondo poche cose, come in ogni sintesi che si rispetti.

La polizia non ha agito con secondi fini di destabilizzazione. Era stata schierata in forze a copertura degli ‘obiettivi sensibili’ istituzionali fuori dal percorso concordato, ed è stata messa alle strette dalla precisa strategia dei guerriglieri. (Leggi qui un’interessante testimonianza pubblicata da Sandro Ruotolo sul ‘Fatto quotidiano’).
Probabilmente almeno un morto era negli obiettivi degli strateghi militari; sebbene gli interventi delle forze dell’ordine siano passibili di critiche anche gravi, bisogna rendere atto che questa volta, benché alle strette, hanno tenuto i nervi a posto, privando così gli avversari di quell’importante trofeo.

I servizi segreti e i vertici delle forze dell’ordine non hanno saputo o voluto prevenire la guerriglia. Non potevano non sapere, e i movimenti sospetti della vigilia, quando non addirittura l’evidenza di reati, avrebbe permesso di isolare e arrestare una buona parte dei violenti.
Altrettanto non era possibile a corteo iniziato, a meno di non scatenare da subito un clima di guerra civile.

La composizione della squadra di guerriglia è variegata, ma esiste una direzione unitaria dotata di una strategia militare e di esperienze di addestramento, di molto preesistenti al 15 ottobre, come si era già evidenziato in Valle di Susa durante la scorsa estate, con gli stessi effetti disastrosi nei riguardi della manifestazione di protesta popolare.

La squadra di sfasciatori come dicevo è variegata (benchè priva di elementi femminili); non mancano comunque, al suo interno, giovani convinti per ragioni politiche, sia pur grezze, di quello che fanno (vedi anche qui).
E’ costituita da poche centinaia di persone (fra i duecento e i cinquecento), ma è stata in grado di trainare nella guerriglia altre centinaia di giovani inizialmente non schierati con loro.
Il bacino di espansione potenziale del fenomeno non è da sottovalutare.

Se è vero che non si può parlare di infiltrati in senso stretto nella manifestazione romana, è verosimile che la struttura di guerriglia sia appoggiata da personaggi di potere che hanno interesse a fare abortire, in una nuova strategia della tensione, le forti spinte popolari di rinnovamento sorprendentemente emerse negli ultimi mesi.
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Ma ci sono per fortuna anche almeno un paio di considerazioni positive.

Dal numero di partecipanti alle manifestazioni nelle altre piazze del mondo, mi sembra che esca un dato evidente, nonostante non l’abbia rimarcato praticamente nessuno: il movimento degli indignati italiani è secondo solo a quello originario spagnolo.

Altrove, come si sa, le cose sono andate come dovevano andare.
L’eccezione romana, da considerare d’ora in avanti nel suo ulteriore potenziale distruttivo sia di piazze che di speranze, ha dunque due importanti anticorpi: un potenziale almeno altrettanto forte di indignazione e impegno, che si estende, se non altro nell’adesione concettuale, probabilmente alla maggioranza della nostra popolazione; e la diffusione mondiale di una nuova concezione della società, che per la sua vastità dovrebbe sconfiggere col tempo la cancrena nazionale della violenza che si è tornata a manifestare domenica, riemergendo dagli anni più cupi degli ultimi decenni.
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Informazioni su Franz

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16 risposte a L’eccezione romana

  1. Carlo ha detto:

    Caro Franz,
    ero ansioso di leggere la tua testimonianza, poi impegni lavorativi mi hanno tenuto lontano per tutta la settimana da internet, ‘buonasera’ (il mio blog) incluso.
    Che dire: è andata bene (incredibilmente bene) che non ci sia scappato il morto, o oggi ci ritroveremmo in un’Italia assai diversa, in cui i “colpi di mano” (ricorso a leggi di stampo autoritario) sarebbero velocemente giustificati dal terrore diffuso di un ritorno agli anni di piombo.
    Per fortuna che, da una parte, i guai giudiziari del premier che necessitano di leggi ad hoc, dall’altra l’Europa che preme per il decreto sviluppo, stanno impegnando il Parlamento su altri fronti allontanando l’ipotesi di una legge ‘anti manifestazioni’ come quella stupidamente evocata dallo stesso Di Pietro. Come ho detto in risposta al post di Milvia, una nuova normativa in tal senso si potrebbe anche studiare, ma questo governo è troppo pericoloso perché si possa sperare che la usi a fin di bene e non per i propri comodi.

    • Franz ha detto:

      Carissimo Carlo, è proprio così: in mano a quella gentaglia corrotta, qualsiasi provvedimento, compresi quelli dettati da buon senso (eventuali, perchè nella loro realtà in pratica non ne esistono) finisce per causare danni gravi, per cui bisogna sperare solo che facciano il meno possibile.
      Davvero l’aver evitato tributi di vite umane a Roma ci ha probabilmente permesso di scampare al giro di vite autoritario, mentre la manifestazione in Val di Susa, ieri, ha dimostrato quali grandi risultati può permettere l’uso dell’intelligenza, naturalmente da entrambe le parti.
      Forse si può riprendere a sperare.

  2. Luca ha detto:

    Le stragi di Stato. La strategia della tensione. I servizi deviati. Il buon Cossiga che poco prima di morire ammette con dubbio candore o indubbia perfidia che come Ministro degli Interni aveva favorito infiltrazioni “strategiche” nelle manifestazioni di piazza. Da quarant’anni abbondanti l’Italia conosce una strana interfaccia fra violenze esplicite di piazza e violenze sottili e striscianti del potere (dentro ci siamo tutti, è il potere che offende, cantava Lucio Dalla su testi di Roberto Roversi).

    Perfino il bambino Alberto avrebbe capito che una manifestazione numerosissima e pacifica sarebbe stata un’ulteriore spallata al sistema di potere politico che spadroneggia su un Paese in ginocchio (e non per colpa dei cittadini comuni che continuano a mettercela tutta); mentre una manifestazione segnata da eclatanti violenze, sotto gli occhi (magari giustamente) spauriti delle forze dell’ordine che non volevano ripetere Genova 2001 ma nemmeno Bologna 1977 con i blindati in strada stile Praga ’68, avrebbe fatto comodo a tutti come quegli 0-0 che lasciano il verdetto aperto a nuove partite.

    Su un piano prettamente pragmatico, abbiamo assistito allo scontro fra qualche centinaia di idioti che non avevano, o pensavano di non avere, nulla da perdere e qualche centinaia di povericristi sottopagati, male addestrati, male equipaggiati e consapevoli che qualunque cosa avessero fatto glie ne avrebbero dette di tutti i colori. Nel mezzo, spettatori non paganti, duecentomila espropriati della propria manifestazione e ridotti a patetiche comparse quando non sbrigativamente messi anch’essi nel mazzo degli estremisti violenti nei commenti degli inviati dal divano di casa loro.

    Se a Parma una ventina di esagitati avessero scavalcato cinquemila manifestanti pacifici e messo a ferro e fuoco il Comune, l’ineffabile Vignali sarebbe ancora lì. Rendo l’idea?

    • Franz ha detto:

      Le tue tesi, carissimo, sono in qualche modo rassicuranti, ponendo ‘il male’ tutto da una parte, cioè quella del potere costituito, come peraltro la storia degli ultimi quarant’anni sembra davvero indicare.
      La mia impressione, tuttavia, è che le infiltrazioni che ipotizziamo abbiano potuto più facilmente che in passato fare leva su una mentalità distruttiva, cieca e irragionevole, diffusa in una minoranza di giovani e, non dimentichiamolo, capace come ha dimostrato sul campo di contagiare almeno altrettanti ‘piccoli eroi per un giorno’.
      Grazie comunque dei tuoi contributi all’approfondimento, sia qui che nello splendido post sul tuo blog.

      • Luca ha detto:

        Sulle dinamiche fra mandanti e sicari, e sull’uso periodico di “utili idioti” inconsapevoli del piano al quale vengono asserviti, la storia dell’umanità è zeppa. Avendo una pericolosa tendenza alla logorrea (in decremento come parola detta, potenzialmente illimitata come parola scritta, quanto alla parola pensata te lo lascio solo immaginare ma non credo che ce la faresti) cerco di disciplinare le mie esposizioni a limiti umani (anche se le ricorrenze più importanti, vedi il pur improprio festeggiamento del centocinquantesimo di un’Italia allora senza Roma, Venezia e soprattutto Padova, mi portano a scrivere un saggio-tesina che nemmeno mia figlia credo sia riuscita a leggere per intero).

        Il male, o più scientificamente il disordine entropico, per sua natura dilaga ed imperversa in modo del tutto bipartisan e ci sono severe corrispondenze fra l’arroganza del potere e le strategie perdenti di chi cerca un “potere sintomatico” come quello del paziente psichiatrico che sfascia il suo reparto, e finirà pesantemente sedato ma vuoi mettere la soddisfazione?

        E mi viene da fare un parallelo fra l’entusiasmo demoniaco dei futuristi (partiti come rivoluzionari e finiti poi come servi sciocchi del Duce) e il plumbeo “No future” del movimento punk. Comunque ci si metta, il futuro è sempre una brutta bestia. In certi periodi storici ancora di più.

      • Franz ha detto:

        Grazie per la puntualizzazione, che mi dà l’occasione di segnalare a te (se non le hai già lette) e a chiunque passi di qui, le considerazioni di Peter Gomez in calce all’intervista-scoop ad un incappucciato (vedi qui).
        Anche queste, come puoi vedere, vertono proprio sul tema del futuro.
        Che sempre e comunque, come insegnava Enrico Ruggeri, è un’ipotesi

  3. Rita Zaghi ha detto:

    @Franz io non credo che si sia perso tutto. Alcune cose: 1) perchè solo in Italia? 2) la polizia ha parlato dei suoi problemi mettendo in evidenza che al momento sono male equipaggiati e poco pagati 3) i blac blok hanno perso, se possibile, appoggi.
    Rimane certamente per tutti l’amrezza di un giorno di distruzione e certamente la delusione di chi è andato per manifestare le sue idee. Ciao Riri52

    • Franz ha detto:

      Ciao, Rita. Concordo sul tuo giudizio, e d’altra parte, come dicevo, la sensazione di totale sconfitta è stata solo la reazione a caldo prima dell’elaborazione critica di quanto successo.
      Ho qualche dubbio solo sul terzo punto: temo invece che le gesta bellicose e idiote degli sfasciatori possano esercitare una qualche fascinazione presso la peggio gioventù.
      E’ innegabile, comunque, che d’ora in poi non si potrà prescindere da questa nuova (ed antica) tipologia di avversari.

  4. Sara ha detto:

    Franz sai che io scrivo poco, però quello che ci lega è molto più di un blog! un bacio e zampette dalla gatta Sissi

  5. Sara ha detto:

    Dobbiamo tornare a manifestare tutelandoci. Lo scorso anno in un corteo pacifico, che sembra una scampagnata, c’era questo furgoncino con le insegne di SEL (tanto le bandiere non costano niente e si pigliano ovunque) e tutto il tempo mentre noi eravamo fermi, c’ammorbava con i suoi gas di scarico. Ho pensato che poteva benissimo essere pieno di spranghe o qualsivoglia altra cosa, nondimeno era dentro al corteo.

    • Franz ha detto:

      Certo, cara Sara, la mancanza di un servizio d’ordine unitario ed efficiente è stata notata in molti commenti.
      Ma qualcuno ha anche provato a immaginare gli scontri che comunque si sarebbero generati, per isolare e neutralizzare una squadra di qualche centinaio di violenti organizzati.
      Difficilissimo immaginare vie d’uscita che prescindano da una cura della malattia alla sua base, cioè nei suoi aspetti culturali. Ancor più difficile se è vero che il nucleo di struttura militarizzata è in qualche modo aiutato da poteri subdoli.
      Una proposta interessante che ho letto è di concentrarsi su proteste più diffuse sul territorio (come fu in febbraio per ‘Se non ora quando?’), in cui diventi più facile autogarantirsi, prima di cercare di nuovo la strada di una manifestazione unitaria nazionale.
      Comunque sia, cerchiamo di non disperdere l’enorme capitale di indignazione sana e intelligente nella delusione e nella paura.

  6. duhangst ha detto:

    Ora alle domande poste dal movimento daranno mai risposte? Ho la violenza di pochi, sarà lo scudo per non parlarne?

    • Franz ha detto:

      Ancora una volta fa comodo, la violenza, per trasformare in un problema di ordine pubblico una richiesta di rinnovamento sociale e politico così radicale e diffuso.
      Dobbiamo continuare a investire sulla crescita di quella pianta, caro Duhangst, senza nasconderci il nuovo ostacolo, ma neanche gli elementi di incoraggiamento che mi sembra di aver individuato.

  7. milvia ha detto:

    Mentre sono qui, davanti al computer, per cominciare a scrivere un commento al tuo (bellissimo, amaro, realistico) articolo, sul tg3 notte stanno andando in onda le proteste dei poliziotti. Indignati anche loro, e giustamente, direi. Non hanno i soldi per comprarsi la benzina, anche acquistare il toner per la fotocopiatrice è un problema, hanno una paga misera… Un prodotto, anche loro, di questo tempo orribile.
    La segnalazione della pubblicazione del tuo nuovo articolo, caro Franz, mi è arrivata mentre stavo per uscire. Ma ero troppo impaziente di leggerlo, così, alla fine, sono rimasta in casa. Anche perché il senso di desolazione e l’acuta delusione che mi sta accompagnando dopo la sconfitta di sabato, leggendoti e ripercorrendo così quella assurda giornata, si sono riacutizzati. Tu, che hai sempre manifestato un certo ottimismo che inizi scrivendo: “Abbiamo perso. Abbiamo perso tutto quello che avevamo puntato”. E so che hai ragione… Così, chi aveva più voglia di uscire…
    Sono entrata in tutti i siti e i blog che hai linkato. E ho letto, o riletto, i testi pubblicati. Mi spiace di non aver conosciuto la tua amica Mina, a Roma, perché leggere il suo post, così intenso, così vibrante di emozioni, e al tempo stesso così lucido, me l’ha fatta sentire vicina.
    Mi hanno colpito molto i commenti dei ragazzi che ha pubblicato Barbacetto nel suo blog. Sento il bisogno di rileggerli, perché forse è proprio sulle loro parole che dobbiamo soffermarci, al di là delle condanne.
    A quei ragazzi, quelli che abbiamo visto insieme, dall’aspetto inquietante, che non avevano né bandiere, con loro, né cartelli, e che si distinguevano dal resto dei manifestanti, ci ho pensato tanto anch’io, in questi giorni. Chissà, chissà se hanno avuto una parte attiva nelle violenze? Erano pressoché adolescenti…
    E mi viene ancora una volta da chiedermi quanto siamo responsabili, noi adulti, verso queste nuove generazioni… Sia verso i “bravi” ragazzi, quelli indignati, ma pacifici, che vorrebbero, pacificamente, riprendersi un futuro, sia quelli “sporchi e cattivi”, che sono impastati di rabbia e spaccano tutto, e non sanno bene, forse, quello che vogliono, sia verso quelli “amorfi”, che vivono senza rendersi conto di quello che sta succedendo intorno a loro, quelli che…il grande fratello, quelle che… le veline, quelli che… l’i pod, e i videogame, e le auto veloci. E niente altro. Lo so, tutto ‘sto discorso non c’entra per niente con il tuo articolo, non c’entra per niente con la manifestazione. Ma è una domanda, non esente da senso di colpa, che son mesi che mi fa compagnia: se le nuove generazioni sono indignate, o tracimanti di rabbia, o amorfe, non è che la responsabilità è anche nostra, per aver permesso che si arrivasse a questo punto? Non è che avremmo dovuto indignarci tanto tempo fa?
    Bene, credo che mi debba fermare qui. Sono andata fuori tema, scusami.
    Grazie, Franz, per la tua voglia di capire e per condividere con noi la tua ricerca. Grazie davvero.

    • Franz ha detto:

      Non sei andata fuori tema, cara Milvia, e hai aggiunto altre tessere al mosaico di approfondimenti che stiamo svolgendo parallelamente sui nostri blog.
      Ti ringrazio per aver atteso e seguito con tanta partecipazione questo mio scritto, fino a modificare il programma della tua serata: spero che non te ne sia pentita!
      E, a proposito di conflitti di coscienza, ti suggerirei di non dare troppo credito alla tentazione di ricerche spietate di passate colpe generazionali. Ormai a che serve? Il passato è andato per sempre, viviamo nel presente e dobbiamo concentrare energia, intelligenza e passione su questo; pensi davvero che un esame di coscienza possa aumentare la tua capacità di vivere meglio la realtà attuale?

      Un piccolo esame di coscienza, invece, me lo sono fatto io, e mi sono accorto che non ho citato un’altra amica comune presente nella sua Roma, e presente in maniera certo più drammatica rispetto a noi, visto che ci aggiornava per telefono dai campi di battaglia, come hai raccontato nel tuo post. So che vi sentite spesso: salutala e ringraziala ancora.

      Un saluto caro e l’ennesimo grazie anche a te.

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