La cura

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Ho avuto un’infanzia molto difficile.
In altri post ne feci già alcuni accenni, a volte anche fin troppo espliciti, in rapporto alle sacrosante esigenze di pudore dei sentimenti e di pietà, e comunque di gran lunga insufficienti a rendere fedelmente il quadro reale.
Se torno a parlarne, ora, non è per aggiungere pennellate al fosco quadro di difficoltà ormai così remote, ma solo per ragionarne in termini teorici, e soprattutto sulla spinta del mio presente, che come sempre è quello che conta.

Alcuni accenni ho fatto, recentemente, anche ai criteri, all’aspetto di questo mio presente, di questi ultimi mesi, un periodo della mia vita che è in qualche modo sorprendente, e a cui mi ha portato il solito impasto di esperienza pregressa, accadimenti oggettivi e spinte interiori.
Di che si tratta?
Mi ritrovo coinvolto integralmente in un piano di ‘cura’, termine che, nei suoi riverberi di ‘applicazione amorevole’, rende meglio l’idea rispetto a quello di ‘terapia’ e nello stesso tempo è più rivolto al futuro, come elemento di fortificazione e rinnovamento, e che inoltre mi permette di non contraddire troppo il concetto di aver già vissuto, molti anni addietro, e sia pur in maniera altrettanto solitaria, un processo terapeutico.

E’ facile, e l’ho già fatto, indicare quali sono le regole a cui ho adeguato il mio stile di vita: massima priorità al riposo quasi senza limiti di tempo, intensificazione dell’attività sportiva (ogni tre giorni il lungo allenamento podistico) e modifiche radicali al regime alimentare.
Più difficile è raccontare il vissuto interiore che accompagna questa mia nuova stagione, per non parlare delle previsioni, assolutamente impossibili, su tempi e modalità della sua futura evoluzione.

Mezzo secolo di inadeguatezze: questo potrebbe essere il titolo della mia vita fin qui, escludendo dal computo numerico i primissimi anni, in cui mi limitavo a scontare quelle dell’ambiente familiare nei miei confronti, e che poi, come una sorta di peccato originale ereditato fin da allora e mai completamente rimosso in seguito, hanno segnato ‘attivamente’ e costantemente le tante e tante tappe dell’ormai lungo cammino.
I sogni e i ricordi di questo periodo non fanno che portare alla ribalta, dolorosamente, incessantemente, quel titolo, quel punto di vista, uniforme in modo impressionante rispetto a tanti periodi e situazioni di vita differenti.

Sono cresciuto senza una minimale dotazione sufficiente di difese, e molto esposto così alle intemperie che, in misura diversa, si abbattono comunque sul cammino di ogni essere vivente; spesso addirittura portato a cercarmele, in una sorta di autolesionismo compulsivo.
Per contro, ho potuto fare affidamento su un patrimonio di propensione all’interiorità, che mi ha reso particolarmente autonomo, e di rapidità intuitiva, che mi ha permesso buoni, spesso ottimi, risultati nello studio e di barcamenarmi poi in ambienti di lavoro spietati, riuscendo infine a imboccare (a bordo di un taxi) la strada dell’emancipazione.
Questa la sintesi razionale della mia vita fin qui, a fronte dello spontaneo lavorio introspettivo che accompagna riposo, sport e alimentazione, e che si manifesta e avviene, come dicevo, tramite la rivisitazione di attimi e situazioni del passato.

Non mancano, per fortuna, anche ricordi felici di sensazioni che sembravano perdute. Ma attribuirei questo fenomeno al capitolo degli effetti della cura, che già si manifestano, più che al processo terapeutico.
Se da una parte questo processo sembra assorbire tutte le mie risorse in un vortice infinito, costringendomi alla revisione continua delle priorità e ad abbandonare faticosamente ogni ben radicata ansia di efficienza, d’altra parte è pure vero che in certi giorni, soprattutto quelli dell’allenamento sportivo, mi capita anche di avvertire un’intensità nativa, particolare e rinnovata, del mio coinvolgimento con l’esperienza quotidiana, con la realtà esterna, unito a un nuovo piacevolissimo benessere fisico.
Così come un piacere profondo del tutto inedito mi procura spesso l’applicazione delle altre due ‘regole’, quella del riposo e quella dell’alimentazione.
Tanto che mi viene da ripensare in una luce nuova al concetto di divertimento, e di tutto ciò che nel sentire comune è legato al piacere di vivere. Da molti mesi non trovo il tempo di concedermi un bel film, o un bel concerto, molto raramente una cena in compagnia, …ma che fa?, in fondo la realtà stessa è in grado di darmi da sola sensazioni di piacere, arricchimento e voglia di vivere.

Allo stesso modo, la nostalgia di momenti vissuti di condivisione affettiva profonda, le cui luci pure a volte si ripresentano, è tenuto prudentemente a bada dal pensiero di quante difficoltà, e limiti alla libertà, incontrerebbe un processo di cura, come l’attuale, che dovesse fare i conti anche con le esigenze di un nuovo rapporto privilegiato con una compagna.

E poi c’è, ci dev’essere, il karma. E’ un’evidenza primaria; quella di sentirmi molto più forte e attrezzato nei confronti degli eventi, anzi addirittura orientato verso un corso positivo degli eventi stessi, e al contempo più capace di intessere rapporti più costruttivi ed interessanti col mio prossimo.
Ora che sto curando le ferite e cominciando a chiudere, forse davvero per la prima volta, una lista di conti in sospeso che appare quasi infinita. Ora che il karma negativo dell’inadeguatezza, ereditato dall’infanzia, comincia ad essere neutralizzato come non mai.
Ecco, questo concetto mi piace molto di più di quello cristiano di peccato originale, che in realtà non mi è mai piaciuto affatto. Quest’ultimo infatti rappresenta qualcosa di congenito e capace di intaccare, appunto fin dall’origine, la nostra natura e propensione vitale e positiva, a meno di un intervento esterno e salvifico della grazia divina, rappresentato dai sacramenti.
La concupiscienza, che brutto concetto…
L’eredità negativa non fu congenita, ne sono ben sicuro, ma mi è stata trasmessa dall’ambito iniziale di vita, come per una pianta che ha dovuto industriarsi a crescere in un ambiente parzialmente ostile.

Ecco, sono riuscito alla fine a portare il discorso su tematiche teoretiche, come avevo intenzione di fare.

Ora non mi resta che chiudere l’argomento (magari provvisoriamente) per riprendere, mestamente, quell’incomprensibile e straordinario percorso che si chiama vivere.
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12 risposte a La cura

  1. duhangst ha detto:

    Nella fase iniziale della vita si assorbe tutto, purtroppo anche la negatività.. Così come l’insicurezza e altre cose..

    • Franz ha detto:

      E’ proprio vero: l’eredità per l’intero cammino lasciata dai primi passi può in parte, anche sensibile, compromettere la stupefacente fortuna di vivere.

  2. Riri52 ha detto:

    L’importante, secondo me, è riuscire a chiudere qualche ferita o qualche legame che ostacolano l’andare avanti. A volte è la vita che porta a modificare, curare, occuparci di noi stessi rallentando il tempo delle azioni. lLa consapevolezza del problema e delle sue implicazioni, credo aiuti ad agire asciando il resto. Ogno volta si esce fortificati e più consapevoli. Sappi che non sei l’unico, anzi penso siamo in molti, coraggiosi e guerrieri. Ciao Riri52

    • Franz ha detto:

      Sì, direi anch’io che il processo di presa di coscienza contiene già in sè stesso una buona parte della potenzialità di cura e di progresso. Insomma, come dici tu, è quello che permette di chiudere qualche ferita.
      Nel mio caso credevo di ‘avere già dato’, in anni lontani, i miei contributi a questo percorso, ma evidentemente una parte del lavoro era ancora in sospeso, o comunque passibile di miglioramento…
      Bello, sentirsi partecipi di un esercito di guerrieri combattivi, nei confronti dei propri ostacoli alla stessa maniera rispetto a quelli sociali e politici, più clamorosi che mai di questi tempi.
      Ciao, e grazie!

  3. Federica ha detto:

    Caro Franz, ammiro sempre la tua capacità di esprimerti con le parole (anche su argomenti intimi come questo) cosa in cui io, invece, mi sento..inadeguata. Avevo capito che hai una sensibilità particolare e so per esperienza (spero non ti sembri una frase banale e consolatoria) che le persone sensibili non hanno vita facile. Che aggiungere? Non mi va di mettere in piazza il mio vissuto, sono più riservata di te probabilmente, ma ti dico che mi piacerebbe parlarne con te..magari a Senigallia!!
    un abbraccio
    Federica

    • Franz ha detto:

      Cara Federica, temevo molto di aver esagerato in egocentrismo, e invece i commenti ricevuti hanno ribaltato i miei timori in un senso di grande conforto, quasi una piccola e gradevole terapia di gruppo di cui mi sono reso protagonista.
      Ultimo, in ordine di tempo fin qui, questo tuo, che mi dà innanzi tutto la gioia di risentirti, e di risentirti così vicina nell’amicizia, dopo qualche mese dal nostro incontro (nel nostro caso un incontro reale nato prima di quello virtuale!).
      Mi farà certamente piacere ascoltare qualche confidenza sul tuo vissuto, se vorrai, e magari, chissà, anche prima del prossimo Caterraduno, che in questi giorni di inizio novembre sembra davvero lontanissimo.

      Un abbraccio a te e, spero, a presto!

  4. amanda ha detto:

    Se penso a te, per come ho imparato a conoscerti anche se sulla “pagina” scritta, penso ad una persona assolutamente adeguata, una persona capace di guardare agli altri con occhio attento ma benevolo, desiderosa di condividere le esperienze, il sapere, l’amicizia, capace di dare cura, certo propenso anche all’introspezione, ma positiva, se questo è il frutto del lavoro che hai saputo fare su te stesso dopo aver ricevuto poche cure nell’infanzia non hai che da essere assolutamente fiero di te stesso

    • Franz ha detto:

      Cara Amanda, il calore delle tue parole e la generosità della tua stima nei miei confronti mi hanno scaldato il cuore, e probabilmente hanno anche dato un sostanzioso contributo, nella maniera più gradita possibile, alla mia ‘cura’.
      Ci sono due prospettive possibili e antitetiche, nello sguardo interiore: quella di valutare con soddisfazione i successi e quella, invece, di puntare lo sguardo sulle manchevolezze, sulle incompiutezze. La prima prospettiva può servire, certo, a darsi coraggio nei momenti di sconforto, ma indubbiamente è la seconda quella più utile al proprio ulteriore progresso.
      Il mio scritto, fedelmente al periodo che sto vivendo, è tutto orientato in questa seconda prospettiva, e mi hai fatto rendere conto che, in questo modo, dà un quadro distorto della mia autovalutazione, come fossi incline a giudicare come un fallimento quello che è stato invece un cammino ricco di risultati molto importanti, al di là delle capacità umane che, come ti dicevo, fa piacere sentirsi attribuire.
      Se mi ritrovo dotato di quel famoso ‘ottimismo della volontà’, a livelli probabilmente evidenti, è proprio per la coscienza di aver saputo stringere i denti molto a lungo, in vista di obiettivi di qualità della vita che poi alla fine si sono materializzati (…senza avere avuto ambizioni alla Steve Jobs, e senza tornare troppo indietro nel tempo, alludo alla grande libertà del nuovo lavoro e alla bella casa in cui ora abito).
      In particolare penso che sia sbagliata quella che ho scritto come “sintesi razionale della mia vita fin qui”, perchè, anzichè davvero razionale e opportunamante bilanciata, è stata pensata e scritta senza togliermi di dosso gli occhiali di quel secondo tipo di prospettiva.

      Ancora grazie di cuore e un abbraccio.

  5. Luca ha detto:

    Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole… Così diceva il Poeta. Un poeta meno illustre, con petroniana sentenziosa sintesi, chiosava “Siamo tutti un po’ ammalati ma siamo tutti un po’ dottori.”.

    Tutti trafitti e trafelati, in un miracoloso passaggio sulla Madre Terra, inseguiamo quel po’ di benessere proprio o al limite altrui che dia senso all’esistenza.

    Ben pochi sono indenni dal male di vivere, e quei pochi devono questa apparente fortuna ad una madornale stupidità.

    Riconoscendo in te quasi un fratello nell’abdicare a qualsivoglia forma di sdrucciola squallida banale forma di consolazione nel buon senso e nel conformismo, ti auguro, anzi ti vaticino e predìco una almeno provvisoria soluzione (quanto meno migliore della mia) alla pittoresca equazione ad infinite incognite che si chiama Vita.

    Un abbraccio.

    • Franz ha detto:

      Una provvisoria soluzione.
      Non c’è dubbio, mi stai augurando il meglio, visto che per quella ‘soluzione definitiva’ (che è tristemente l’unica certezza del vivere) c’è sempre tempo…

      Ti ringrazio per le tue parole di vicinanza fraterna, in questa mia auto-osservazione, indubbiamente disincantata, ma probabilmente anche dall’apparenza più cupa rispetto a quella che è effettivamente la mia vita presente.
      Non posso che rilanciare, augurando a te la stessa cosa, come in una nobile disputa alla ricerca del meglio, o come un raggio laser che rimbalza fra gli specchi un’infinità di volte alla velocità della luce (se le mie riminiscenze non m’ingannano), prima di essere sparato su un obiettivo di massima precisione.

      Un abbraccio a te, amico mio certamente più che virtuale.

  6. milvia ha detto:

    “Inadeguatezza”. Mi sento inadeguata a lasciare un commento su questa tua pagina di diario così intima, così profonda. Su ogni paragrafo che la compone ci dovrei stare forse più a lungo, perché ogni paragrafo contiene materiale su cui riflettere, per capirlo nella sua essenza più autentica.
    Che dire, allora, amico caro? Che ogni cura presuppone estrema attenzione e benevolenza sull’oggetto della stessa, e prendersi cura di se stessi è un compito che tanti, nella loro esistenza, non riescono mai ad assolvere. Tanto più, anche se può apparire come una contraddizione, se si mette il proprio ego al centro del mondo.
    Sono quindi molto contenta che tu abbia imboccato questa strada, sono felice che tu stia a poco a poco cancellando la parola “inadeguatezza”, dal tuo agire.
    Non so dove ti porterà questa strada. Anche se sono contenta per te, per il tuo nuovo cammino, non posso fare a meno di pensare, con timore, che ti porterà lontano, in una sorta di isolamento dal tutto. Ho il timore che, come dire…diventerai irraggiungibile. Nonostante tu scriva “e al contempo più capace di intessere rapporti più costruttivi ed interessanti col mio prossimo”. Però, forse, e lo spero, il mio timore è infondato. Ma l’ho scritto all’inizio del mio commento: mi sento inadeguata a risponderti, ed è probabile che fin’ora io abbia detto un sacco di sciocchezze.
    Sono d’accordo sulla tua considerazione intorno al peccato originale. Non esiste certo un peccato originale universale, ma peccati originali individuali, e, se c’è sacramento che può purificarci, non è affidandoci a qualche sacerdote estraneo al nostro vivere, che potremo cancellare il peccato e le sue nefaste conseguenze, ma diventando sacerdoti di noi stessi, imponendoci il nostro personale sacramento.
    Un’ultima cosa. Mi disorienta quell’avverbio, alla fine della tua pagina: “mestamente”. Perché “mestamente”?
    Un’ultimissima cosa: un abbraccio.
    P.S.: La cura (di Battiato) è anche il titolo di una delle mie canzoni preferite.

    • Franz ha detto:

      Il tuo immediato commento, cara Milvia, mi ha confortato, fugando in parte un risorgente senso di …inadeguatezza.
      In realtà, scrivere di sè in maniera così analitica lascia inevitabilmente strascichi di timore: quello di un esagerato egocentrismo, o più semplicemente di annoiare profondamente chi si avventura a leggere.

      Posso sicuramente tranquillizzarti: non solo non ha ambizioni di irraggiungibilità (che mi fanno quanto meno sorridere), ma sono certo che la mia disponibilità nei confronti di persone care e sensibili come te non potrà che aumentare.
      Quanto a quel ‘mestamente’ finale, voleva rendere l’idea di quanto siamo piccoli nei confronti del mistero della vita.
      E infine, la scelta del titolo del post non è casuale, citando la canzone forse più universalmente amata del cantautore catanese.

      Ancora grazie, e un abbraccio a te!

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