Magiche luci, oscure minacce

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Tutti gli anni è così, un giorno come un altro dell’autunno cittadino le prime luminarie natalizie ti piombano addosso, come posticce, inadeguate, forzate, e pure spudorate, nel loro anticipo scandaloso sulle feste di fine d’anno; questa volta l’impressione è ancor più forte, per quanto si è protratta l’estate in territori di competenza non suoi.
Un corpo estraneo, dunque, per chi percorre le solite strade del centro tutte le sere; è un fenomeno, dicevo, che si ripete, e che tutti gli anni lascia testimonianza in questo mio diario, cosa che determina ancor più il senso di una meccanica ritualità di quel loro apparire, ma anche delle fasi successive: quella in cui al rigetto si sostituisce l’assimilazione, e un pizzico di inconfessabile stupore, fino a quel poco di effettiva suggestione che, nonostante tutto, corona alla fine i giorni a ridosso e a cavallo delle feste.
Un pizzico di stupore: l’ho già avvertito, sì, amplificato dall’impressione che quest’anno le decorazioni siano particolarmente belle, in quella ricerca di effetti d’insieme, prospettici, in quella tonalità viola chiaro dell’esercito di lampadine, raggruppate in lunghe sequenze di festoni che vestono senza invadere,

un colore meno caldo del classico giallognolo, ma più prezioso; e nello svettare, per contrasto, di quelle più tradizionali, classicamente giallastre, che invece ricoprono con grande abbondanza l’altissimo albero di Natale che si scorge al margine di Piazza Nettuno risalendo Via Indipendenza.
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Ma è a fatica che non mi è scappato un’ “oooh!” di stupore quando mi è apparso per la prima volta il rivestimento dell’intera Torre Asinelli, che troneggia lungo l’asse centrale dell’antica Via Emilia, percorrendo verso Est la Via Rizzoli. Le consuete collane parallele di lampadine, calate dalla cima, quest’anno han ceduto il posto a un vero e proprio tessuto luminoso, di punti luce molto più piccoli e più fitti, anch’essi viola chiaro, a rivestire l’intera, slanciata, vertiginosa figura della torre, e tutto il quadrato della sua base.

Forse la nuova giunta, dopo un anno e passa di commissariamento cittadino, ha voluto lasciare una firma di rivendicazione dei propri meriti, presunti o reali che siano. O forse, mi vien da pensare, non è altro che un esorcismo: la bellezza ancor più curata, i segni della festa imperterriti, in tempi di crisi, una crisi non ancora disperata ma che minaccia di diventarlo.

Natale in tempo d’allarmi. Minacce percepite solo a piccole dosi, in funzione di quanto la crisi ha già saputo mordere sul tenore di vita delle famiglie, e comunque stemperate dalla diffusa quanto irragionevole speranza messianica nell’ennesimo presunto salvatore laico, insediatosi a Palazzo Chigi con il beneplacito (per non dire con un colpo di mano) della Goldman Sachs e degli altri apostoli di Santo Libero Mercato.
Sull’altare del quale noi tassisti avvertiamo ancora una volta lo spettro delle liberalizzazioni, più minaccioso che mai, in barba alle esperienze e alle direttive europee, che ne indicano chiaramente le conseguenze nefaste sul servizio, prima ancora che sul capitale investito e sulla redditività degli operatori. Facile pensare che il nostro business faccia troppo gola a voraci pesci grossi, capaci fra l’altro di manipolare l’opinione pubblica contro la nostra cosiddetta lobby, su organi di stampa fintamente liberi e progressisti, com’è avvenuto pochi giorni fa su ‘La Repubblica’.

Per noi è un motivo d’allarme tutto particolare, ma, come dicevo, il senso diffuso fra la gente è di fiducia nella cura che il tecnocrate super partes imporrà a una popolazione forse già vicina allo stremo. E quest’àncora di salvezza, esplicitamente e paradossalmente foriera di gravi sacrifici, mantiene viva quel po’ di speranza che serve a calarsi nello spirito, solo un po’ religioso, molto più genericamente popolare, e ancor più consumistico, delle feste in arrivo ancora una volta; ad oggi lontane, se non fossero avvicinate forzosamente dall’addobbo cittadino anticipato.

Solo chi cerca di capirne di più, chi cerca per sana consuetudine le informazioni e le opinioni più scomode, avverte al contrario l’allarme di minacce nuove, epocali, a cui l’abitudine del nostro vissuto, con i suoi alti e bassi, non può rappresentare più un normale e valido punto di riferimento.
Del rischio di un rapido avvicinarsi di un conflitto USA-Iran che potrebbe innescare addirittura una terza guerra mondiale ho già parlato; voglio solo aggiungere che, su un piano strettamente razionale, giudicando cioè le forze e gli interessi in gioco, mi sembra difficile immaginare che tale spaventosa previsione non sia destinata ad avverarsi.

Ma voglio fare un passo indietro, rispetto a un’ipotesi così estrema.
Un recente lungo articolo di una Cassandra nostrana, cioè Giulietto Chiesa, che è un saggista a mio parere sempre degno di grande attenzione, cerca di fornire un quadro completo della crisi socio-economica mondiale in cui ci dibattiamo (vedi qui).
E’ una lettura complessa e per certi versi fastidiosa, ma utile a tenere gli occhi aperti, o almeno a cercare di farlo.
Da tutto l’articolo, che ho letto due volte a distanza di un paio di giorni, emerge un elemento chiave, un’informazione che da sè offre una prospettiva troppo importante per essere trascurata:
In sostanza il volume del debito, già spropositato (si calcola da più parti che abbia ormai superato di almeno una quindicina di volte il prodotto interno lordo mondiale, scavando un fossato incolmabile tra il mercato dei beni e servizi materiali e un mercato finanziario sempre più fittizio e irreale) si va ulteriormente ingigantendo.

Non aggiungo altro, ma il pensiero torna all’epoca del crollo del blocco, sedicente socialista, sovietico. Sembrava impossibile eppure l’abbiamo vissuto.
Con premesse come quella citata, sembra a maggior ragione verosimile un rapido disgregarsi dell’impero capitalista, con tutte le sue implicazioni sulle nostre abitudini di vita, sia pur con potere condizionante maggiore o minore su ciascuno di noi.
Voglio concludere dunque con una nota di speranza, che cioè il diffondersi, soprattutto fra i giovani, di una nuova cultura adatta alle tremende sfide del presente, sia già ad un livello di maturazione superiore alle apparenze, e possa diventare ben presto un antidoto sufficiente a quella, di avidità e di distruzione, che ci attanaglia.

Un articolo di don Andrea Gallo, ospitato da poche ore dal blog di ‘zio’ Beppe Grillo, è su questa stessa lunghezza d’onda.
Termino lasciando a lui la parola. (clicca qui)
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14 risposte a Magiche luci, oscure minacce

  1. Luca ha detto:

    Il Natale 2011 avrà il suo bel daffare a farsi largo in mezzo a una fitta rete di piccole tragedie individuali che sfuggono sia a chi blatera di ristoranti pieni e di voli difficili da prenotare, sia a chi siede in Parlamento senza essere stato eletto e che quindi ancor meno dei parlamentari nominati e non prescelti dovrà rispondere alla gente.

    Ma con tutto questo, abbiamo la speranza se non l’assoluta certezza che la magia del Natale ci darà qualche giorno di tregua e ci permetterà di sentirci, e probabilmente perfino di essere, più buoni, più felici e più socievoli di quanto non si riesca ad essere per il resto dell’anno. In questi casi la fantasia e la valorizzazione del fanciullino pascoliano hanno la loro piena legittimazione.

    Con San Silvestro questo annus horribilis in decade malefica in stolto secolo (come un anomalo rocker emiliano definì a suo tempo il 1995) verrà definitivamente e senza rimpianti liquidato. O, per meglio dire, soppresso.

    • Franz ha detto:

      E meno male che in tutti noi c’è ancora, il fanciullino che si lascia incantare a dispetto di ogni cupa considerazione razionale.
      Ripensando però all’anno che volge al termine, che ho già definito più volte eccezionale come quantità ed importanza di avvenimenti, tuttavia non lo chiamerei ‘horribilis’, benchè stia finendo con ombre molto più oscure di quelle solstiziali.
      Alternati con molte tragedie, abbiamo assistito a fenomeni di presa di coscienza e reazione popolare quasi impensabili, all’estero (Africa mediterranea, Islanda, Stati Uniti) come in Italia (No-TAV, ‘Se non ora quando’, elezioni amministrative, referendum).
      E le serie minacce, sia di guerra che di massacro dello stato sociale, con cui si conclude, mi farebbero dire che il 2011 non si rivelerà essere stato nulla di horribilis, in confronto al 2012…
      Ma la virtù della speranza, che è sempre e comunque un diritto e un dovere, me lo impedisce.

  2. MissParigi ha detto:

    Mi sembra quasi una forma inconscia di protesta, quella di mettere più luci e fare più sfarzo e tutto quanto, come dire che almeno l’allegria e la gioia e le luci del natale non ce le potete togliere giammai!!! Anche se a me non me ne importa molto però sono sempre belle le città a vedersi addobbate a festa e tutto quanto. Anche noi che non siamo mai usciti dall’Italia abbiamo deciso quest’anno di volare a Parigi (prima volta in aereo pensa!!!!!) tanto abbiamo pensato che soldi ne abbiamo pochi tanto vale spenderli e che vadano tutti a quel paese ehhhhhh ciao baci MissParigi2011.

    • Franz ha detto:

      A vederla più prosaicamente, l’obiettivo vero degli addobbi è commerciale, cioè quello di generare un clima favorevole agli acquisti; difficile pensare ad una ricerca della gioia e dell’allegria fini a se stesse, tanto più in tempi di preoccupazione generalizzata come questi. Ma certamente se la cura dell’aspetto estetico delle luminarie migliora, non possiamo che esserne compiaciuti.
      E viva anche la vostra risposta alla crisi, in chiave vitale, …aerea, e anche un po’ edonistica!

      Ciao ciao baci.

  3. milvia ha detto:

    È bello abitare nella stessa città, così, quando nelle tue pagine di diario nomini una strada, o un luogo, io so esattamente di cosa parli. Come adesso, mentre descrivi queste …spudorate luci di Natale, che anch’io vedo ogni giorno, e che ogni novembre, al loro primo apparire, mi irritano, mi deprimono, mi fanno pensare a come il tempo corre veloce, e alla spinta al consumismo che rappresentano. Ma poi a poco a poco si fanno accettare, perché, sì, saranno anche malefiche, queste luminarie, ma sono belle , e poi siamo tutti un po’ falene, e le luci ci attirano. Mi sembrano un po’… nordiche le decorazioni di quest’anno, mi fanno pensare alla algida azzurrità dei ghiacciai… E l’Asinelli dà un’idea di leggerezza, sembra essere unidimensionale, una sorta di pannello di velo, un verticale strascico da sposa.. Ma mi piace, devo dire, mi affascina. Forse perché di immagini di leggerezza ne ho, ne abbiamo tutti, bisogno.

    Crisi è il vocabolo più pronunciato e più scritto dai media, ormai da mesi. E ora ci vogliono imporre l’illusione che siano arrivati i Salvatore supremi, tanti “Unti del Signore”, mi vien da dire, dato i rapporti che lega questo governo anche alla chiesa. Ma le illusioni non si impongono e in realtà abbiamo solo cambiato padroni. E non da ieri. Non rimpiango certo chi ci ha precedentemente governato (come potrei?), ma illusioni, io, zero.
    Meno male, comunque, che ci sono persone come te, che, avendone le capacità, guardano più a fondo, e cercano di diffondere nitide analisi della situazione che ai tanti sfuggono. E meno male che ci sono i ragazzi che “tirano su la testa”, e che ci sono i Don Gallo e gli Alex Zanotelli…
    Un cambiamento avverrà sicuramente, anzi, sta già avvenendo. Non so dove ci porterà. Forse si riuscirà a sostituire un sistema economico che ci ha triturato, con un altro non fagocitante. Forse arriveremo a individuare quali sono le nostre reali necessità, dimenticando quelle che ci vengono imposte, forse torneremo ad avere rispetto della Terra che ci ospita. Forse riusciremo a restare, anzi a tornare a essere, umani. Ci devo credere? Voglio crederci. Però, sentire Giovanna Botteri, l’inviata a New York di Linea notte, che qualche minuto fa riportava le risposte di alcuni bambini alla domanda su cosa sia per loro la fame, mi fa venir voglia di… non so, di sparire: “È non dormire alla notte, perché senti un buco nello stomaco”; “È non dormire alla notte, perché lo stomaco ti parla e fa tanto rumore”. Sono bambini che mangiano solo alla mensa scolastica, e che, se va bene, alla sera cenano con una tazza di te. “Furore”, il bel romanzo di Steinbeck, è ridiventato attuale nel Grande Paese. E da noi, le file alla Caritas diventano sempre più lunghe.

    Scusa il lungo commento, caro Franz. Ma i tuoi articoli fanno venir fuori dalla testa tanti pensieri, più o meno pertinenti a quanto scrivi.
    Ciao, Franz.

    • Franz ha detto:

      Come a te, cara Milvia, fa piacere riconoscere le strade che cito, a me fa altrettanto piacere, non posso negarlo, la tua consonanza con le mie impressioni e le mie considerazioni, sia sulla realtà quotidiana sia su quella storica che stiamo vivendo.
      Quest’ultima sembra apparire ogni giorno più problematica e senza vie d’uscita; la parola ‘crisi’ le si adatta molto di più rispetto al contesto in cui la sentiamo ripetere.
      Anche la virtù della speranza, anche il ‘voglio crederci’, hanno un costo crescente, in tempi di ristrettezze non solo economiche.
      Cerchiamo di fare quadrato e non abbandonare tali atteggiamenti virtuosi: ce lo chiede il buco nello stomaco di quei bambini, così come le generazioni future; ma anche la nostra stessa vita, che di speranza ha bisogno come di un nutrimento ricco e necessario.

      Grazie del tuo lungo commento, ciao!

  4. francesca ha detto:

    Probabilmente hai ragione tu e sarebbe meglio il fallimento pilotato. Però si potrebbe anche cambiare da un giorno all’altro il modo in cui si fanno i bilanci e portare tra le voci positive di bilancio quelle che ora sono considerate solo come costi: i costi della sanità e dell’istruzione, per esempio. Nessuno impedirebbe all’Europa, se solo lo volesse e avesse un po’ di coraggio, di considerare una voce positiva una popolazione sana e istruita. Nessuno impedirebbe all’Europa di mettersi a fare del “rating” lei agli altri, per una volta, e di considerare una voce negativa, nel bilancio del proprio territorio e di quelli altrui, la mancanza o insufficienza di istruzione e la carenza di assistenza sanitaria per tutti.
    Divento facilmente scettica quando mi si dice che non ci sono alternative, non solo quando la supposta impossibilità di cambiamento riguarda la situazione attuale, ma anche quando essa riguarda il tipo di cambiamento prospettato.

    • Franz ha detto:

      “Nessuno impedirebbe all’Europa…”
      …se davvero fosse un’Europa dei popoli, anzi dei popoli non condizionati da campagne di opinione tendenziose.
      Allo stato attuale, chi governa l’Europa di fatto impedisce eccome l’attuazione di pratiche così rivoluzionarie, e lo farà finchè la pressione ‘dal basso’ di una nuova cultura non la costringerà in tale direzione.

      • Francesca ha detto:

        A me pare di sentire però delle critiche genericamente rivolte alle istituzioni europee in quanto tali, non all’incapacaità e all’inadeguatezza di chi le rappresenta. L’abbiamo votato noi o no chi governa l’Europa? Chiaro che la strada è lunga. Presuppone che al Parlamento europeo si mandino dei rappresentanti un pelo diversi da Borghezio, per esempio (lo votano perché sono condizionati o perché sono convinti di farlo?). Visto il voto espresso dai cittadini europei e la mancanza di pressione dal basso, si vede che alla maggioranza degli europei va bene così. Questo, tuttavia, non mi fa cambiare di una virgola la traiettoria dei miei voli.

      • Franz ha detto:

        Finchè la capacità di volare non sarà annientata, abbiamo buone ragioni per continuare a sperare. 🙂

  5. francesca ha detto:

    Diceva Le canard enchaîné del 16 novembre che fu Pompidou (un banchiere, prima che Presidente), nel 1973, ad introdurre in Francia il divieto di finanziare il Tesoro pubblico con la Banca di Francia, obbligando lo Stato a rivolgersi alle banche private. Diceva anche che gli altri stati introdussero poi norme analoghe a quella francese. Se così fosse, il Trattato di Maastricht, differentemente da quello che sostiene Giulietto Chiesa nell’articolo che citi, sarebbe al più responsabile per aver adottato a livello europeo il divieto già vigente per i singoli stati, imponendo agli Stati anche il divieto di finanziarsi tramite la Banca Centrale Europea. Non che questo cambi molto nei risultati, ma non vorrei che ora riuscissero a convincerci che il progetto europeo sia di per sé la causa di tutti i mali, al punto da indurci a voler ritornare alle varie monete nazionali o a cose così, al punto da farci indirizzare altrove le energie che dovremmo invece dedicare a riformare l’Europa, per le sue debolezze, per la sua codardia, per le sue ingiustizie interne nei confronti di tutti i suoi soggetti deboli e per le sue ingiustizie esterne, nei confronti dei paesi più poveri.

    Ricordo che quando ad alcuni stati è stata data l’opportunità di esprimersi sul Trattato di Lisbona, in Irlanda hanno votato no alla ratificazione. Cohn-Bendit ha più volte denunciato il finanziamento del partito Libertas ad opera degli USA. Senza esito, peraltro. Anche in Francia (e in Olanda) l’esito del voto è stato analogo a quello irlandese. La cosa rende molto fiera una persona come Marine Le Pen, che lo ricorda molto volentieri, nei suoi comizi. A me anche due piccoli dettagli così bastano per farmi stare ancora, nonostante tutto, dalla parte dell’Europa, senza nemmeno dover scomodare alcun grande ideale o il monito di un tragico passato.

    Personalmente, respingo l’attribuzione di colpe altrui al progetto europeo. Personalmente, trovo che di Europa non ce ne sia mai abbastanza. Personalmente, riformerei Maastricht, lo chiamerei Zanzibar ed introdurrei un trattato di unificazione Europa-Africa, con moneta unica, si intende, con libertà di circolazione a tutti gli uomini e alle loro idee, diritto alla casa, allo studio, al lavoro, ad un ambiente sano, investimenti in ricerca, ecc. e un solo divieto: quello di armamento. Si penserà: utopia, o sciocchezza. No: è la banale estensione a tutti di alcune esigenze base che ognuno avverte per sé (con una notabile eccezione: i produttori di armi). E se da qualche parte bisogna cominciare per eliminare le diseguaglianze tra paesi ricchi e paesi poveri e, con l’occasione, per ritrasformare il Mediterraneo in quello che dovrebbe essere, un mare e non una bara a cielo aperto, perché non cominciare proprio dall’Europa e dall’Africa?

    Riassumendo: un abbraccio, Franz.

    • Franz ha detto:

      Come non condividere il tuo volo visionario, prima ancora che pindarico?
      Certo, non è giusto rinnegare il progetto d’integrazione europea, anche senza spingerci ad immaginare qualsiasi altro sogno ancora più ambizioso.
      Sicuramente, ‘questo’ progetto di Europa, essenzialmente monetario, lontano dunque da una vera integrazione politica, è un esperimento strano.
      E se ha comunque permesso nei fatti di essere tutti un po’ più europei, ora sta mostrando i suoi pericolosissimi limiti. Le nazioni più indebitate e maggiormente attaccate dalla speculazione, non avendo più la possibilità di reagire svalutando la moneta, vengono commissariate dai tecnocrati, in deroga alle normali regole della democrazia rappresentativa, e sottoposte a diktat di revisione delle conquiste di patto sociale che hanno caratterizzato la seconda metà del secolo scorso, e che davamo per assodate.
      Dato che al posto del mito ormai anacronistico della ‘crescita’, poi, si sostituiscono scenari di recessione, tutto lascia prevedere che il pareggio di bilancio sia uno specchietto per le allodole, e che a una ‘manovra’ ne seguiranno altre, in una spirale senza fine che, nonostante lo strangolamento progressivo, non potrà evitare il fallimento delle singole economie, in un effetto-domino che minaccia l’intero continente ma anche l’intera economia mondiale.
      A questo punto, se non è possibile riformare dall’oggi al domani ‘questo’ progetto d’Europa, penso che l’unica salvezza immediata per condizioni di vita umane sia l’uscita dal ‘patto di stabilità’, e il fallimento pilotato delle singole nazioni, sulla falsariga dell’Argentina e dell’Islanda, che hanno dimostrato come, in tempi neanche lunghi, la traumatica decisione si trasformi poi in nuove grandi opportunità anche economiche, oltre a garantire sicuramente molto di più i principi della democrazia.
      Capisco che è un’ipotesi cara al pensiero di stampo secessionista/razzista che purtroppo pervade fin troppo abbondantemente il cuore dell’Europa, ma temo che al momento non ci siano alternative realistiche.

      Concludendo: ricambio l’abbraccio, cara Francesca.

  6. duhangst ha detto:

    Il bello è che ci danno da intendere che il fossato si possa ancora riempire..

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