Default per una notte (seconda parte, epilogo)

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Al capolinea del diciannove non c’è nessuno; l’autobus arriva con tre minuti di ritardo, di gran carriera, immagino proveniente dal deposito Due Madonne.
Lungo il tragitto verso Bologna ad ogni fermata sale qualcuno, soprattutto ragazze e ragazzi con lo zainetto, studenti delle superiori. Lentamente l’ambiente si anima; il primo venerdì di dicembre sta faticosamente prendendo forma.

Sceso al Pontevecchio, m’incammino di buon passo verso la vicina via Nadi, mentre un po’ d’apprensione torna a farmi visita.
Eccola, nel suo biancore chiaro e lattiginoso, sembra aspettarmi dopo l’inconsueta notte all’addiaccio.
Nell’avvicinarmici, scorro con sguardo sospettoso la fiancata: nessun segno di vandalismo o di incidente.
Provo ad aprire col telecomando della chiave: funziona.
Entro, chiudo la portiera, inserisco la chiave nel quadro. Coraggio, Cavalla, non mi abbandonare.
Giro la chiave; il motore, docilmente, si accende. Non mi sembra vero.
Aspetto qualche secondo, mentre la spia della batteria resta di nuovo accesa; decido di partire.

La luce del giorno, ma ancor di più il traffico delle otto di mattina, hanno trasformato l’aspetto di queste strade, e il chilometro e mezzo che mi separa dall’agognata meta sembra una distanza infinita. Quando si può procedere vado piano, sfrutto il più possibile l’inerzia, mentre tengo d’occhio in continuazione il cruscotto.
Tutto sembra procedere senza intoppi, in una lenta sospensione. All’ultimo semaforo svolto a destra anziché a sinistra; dopo un po’ capisco che mi sto allontanando e mi maledico: ogni secondo è prezioso.
E infatti, con la precisione di un film di avventure, appena riesco a invertire la marcia si riaccende una spia, poi un’altra.
Ancora un semaforo rosso, mentre vedo, ormai a cento metri sulla mia sinistra, l’inizio della strada dell’officina. E’ una lotta contro il tempo.
Verde. Lo stillicidio delle segnalazioni luminose continua; sento il volante tornare a perdere un po’ della sua elasticità.
Ecco, posso imboccare la strada: la rampa in discesa dell’officina seminterrata è lì, mi accoglie come può, piena di altre vetture in attesa. Mi fermo in cima e spengo il motore. Ce l’abbiamo fatta.

Con tutto il sollievo che si può immaginare, esco e scendo per andare a confessarmi.
Il signor Marino è subito lì, davanti all’ufficio di accettazione, e, benché impegnato con almeno altri due clienti, mi guarda allarmato, vedendomi tornare a poche ore di distanza dalla manutenzione ordinaria appena eseguita.
“Ho combinato un disastro” gli dico con un sorriso complice.
Poi, vedendolo ancora preoccupato: “Sì, sì, ho fatto tutto da solo; appena posso le racconto.”
Tira vistosamente il fiato, poi riprende la conversazione interrotta.

Mentre attendo il mio turno, le auto ferme lungo la rampa riescono a entrare, rendendo così la Cavallona unico intralcio al passaggio, lassù in cima alla rampa.
L’aiutante principale del capoofficina, un tipo che mostra esperienza ma tende a esprimersi in maniera petulante, me lo fa notare e mi chiede di entrare a mia volta nel capannone.
Mi affretto a raggiungere la bestia malata, rientro, inserisco le chiavi, ma questa volta, invece di mettersi in moto, mi risponde gracchiando.
“E’ la batteria” mi fa l’aiutante, che prende in mano la situazione, e facendosi spingere da uno dei due altri giovani che compongono la squadra di lavoro, mette in moto sull’abbrivio, scendendo, e conduce la Cavalla verso uno dei ponti, in fondo al non grandissimo capannone.
Vedo intervenire con estrema rapidità entrambi i giovani, che pure stanno già seguendo tutti i casi clinici di una mattina piuttosto movimentata. Per prima cosa mettono in carica la batteria.
E poi, proprio mentre finisco di raccontare l’accaduto al capo, emettono la sentenza:
“E’ la cinghia.”
“Per forza” mi fa lui con semplicità disarmante, mentre gli finisco di spiegare che tutti gli impianti elettronici andavano in crisi.
L’aiutante, che sovrintende a tutti i lavori e alla dinamica di continuo spostamento ed incastro delle molte vetture, dopo aver visitato il cuore aperto della Cavalla, mi si fa incontro e mi chiede che cosa è successo. Non mi costa molto confessarmi anche con lui, chiarezza innanzi tutto.
Lo vedo, subito dopo, andare a fare la spia dal capo, che lo zittisce con un secco: “Lo so, lo so!”

Mi accomodo in una delle due sedie accanto all’ufficio, leggermente defilato rispetto all’area di accoglienza presidiata dal signor Marino.
Che dopo un po’ mi raggiunge per farmi firmare la scheda di intervento e mi fa:
“Adesso telefono all’ufficio ricambi, in sede; se ce l’hanno vedo di farmela mandare.”

Ce l’hanno, è l’ultima, sono fortunato.

Le tre ore di attesa che seguono meriterebbero da sole un lungo racconto.
Il bar dove decido di andare a fare un po’ di colazione, con una breve passeggiata nel fervore periferico di un normale mattino feriale, è piuttosto animato a sua volta.
Mi colpiscono due tipi anziani seduti ad uno dei pochi tavolini: discutono col tono di chi parla di calcio, mentre i loro argomenti sono la patrimoniale e le pensioni di anzianità.
Il garbo della barista dall’accento un po’ straniero, una visita al gabinetto molto pulito, un tè caldo al limone e una brioche fresca ripiena di nutella (la dieta vegana può attendere) sono un’ulteriore grande dose di conforto.

Rientrato in officina, torno a sedermi in buon ordine nel mio cantoncino, rassegnato a non fare niente per tempi lunghi, cosa che, rispetto alle più nere aspettative, mi sembra comunque la migliore delle situazioni possibili; ad osservare l’affascinante spettacolo di una squadra di lavoro straordinariamente efficiente e motivata, e le dinamiche psicologiche interne ad essa.
Coi tempi che corrono i due giovani meccanici, così stabilmente integrati nel gruppo, ma anche i due più anziani, mi sembrano dei privilegiati, ma poi penso all’orario di lavoro che fanno e a quanto poco tempo rimanga per il resto della loro vita.

Verrò interpellato a intervalli regolari: sia il capo che l’aiutante mi chiederanno se ho voglia di un caffè alla macchinetta.
Vedrò l’aiutante partire alla volta della sede principale con una breve lista di pezzi di ricambio da prendere, fra cui la mia cinghia dell’alternatore, e tornare dopo forse un’ora.
Il signor Marino mi prometterà di prestarmi una batteria nuova per qualche giorno, dubitando di riuscire a ricaricare la mia in mattinata; ma alla fine mi dirà che sono riusciti anche in quell’impresa.
Lo sentirò intonare a voce alta ‘Non c’è più niente da fare’ di Bobby Solo, scherzare a lungo con finta aggressività nei confronti di un suo cugino di passaggio (e giustificarsi a un certo punto rivolgendosi verso di me), fare un urlaccio all’aiutante che non gli stava rispondendo, spiegare molto accuratamente ad un cliente le procedure di controllo richieste dalla Volkswagen circa un piccolo inconveniente sistematico su una vettura nuovissima.
Ripetere per telefono che oggi è una giornataccia, e che anche la segretaria è a casa malata.
Lo vedrò, dopo il breve giro finale di collaudo effettuato con successo dall’aiutante, invitarmi nell’ufficio per farmi il conto.

Mi spiega che ha fatto il possibile per rimettermi in grado di lavorare in giornata, e che nel conto non considera l’operazione di pulitura dai pezzi della vecchia cinghia frantumata.
E mi mostra il totale: ottantaquattro euro e quarantanove.
“Questa volta le rubo io un centesimo” mi dice nel darmi il resto.

Col cuore gonfio di riconoscenza vorrei dirgli che se l’Italia funzionasse come la sua officina le cose andrebbero meglio per tutti. Ma non trovo le parole, o il giusto slancio per pronunciarle, e lo saluto con un semplice “Grazie signor Marino, e ancora buone feste.”
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E’ quasi mezzogiorno quando percorro, estremamente guardingo, la strada verso la tangenziale, ma non basta l’intero tragitto fino a casa, perchè mi passi la paura di un nuovo allarme.
Sarebbe giorno di allenamento podistico, m’interrogo e penso che mi dia più sollievo recuperare un po’ di sonno. Ma poi, quando un timido sole velato si fa largo nel cielo della prima campagna, cambio idea. Ci sta anche la corsa, mi farà bene.

Dopo l’allenamento, la doccia e un pasto abbondante (di nuovo nei ranghi vegani), posso finalmente mettermi a letto.
Due ore abbondanti di dormita pesante ma interrotta a più riprese; ne esco rintronato, ma ben cosciente di essere creditore del ‘piacer figlio d’affanno’ di leopardiana memoria.
E affronto in queste condizioni una nuova serata di lavoro, che nell’ormai lontanissima, angosciosa notte precedente non avrei davvero sperato di potermi concedere, quanto meno alla guida della mia fedele compagna.
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Ho a bordo una signora, la prima passeggera della serata, e sto giungendo in stazione.
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“Eccoci arrivati, signora.”
“Guardi che non avevo detto in stazione, ma all’Hotel Orologio.”
“O Dio mio, mi scusi!
Sono un po’ stanco.”
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Immagine da: http://www.retesconti.it/aziende.php?id=165#

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10 risposte a Default per una notte (seconda parte, epilogo)

  1. mirella ha detto:

    proprio un accattivante resoconto-racconto non privo di suspense. Bravo (come al solito)!
    Mirella

    • Franz ha detto:

      Ricevo con particolare piacere il tuo commento, attento agli aspetti letterari del mio racconto, più che a quelli confidenziali.
      Anche perché conosco il livello culturale e umano (in particolare di lettrice e scrittrice) di chi l’ha inviato.
      Ciao!

  2. duhangst ha detto:

    Sono felice che alla fine si sia risolto tutto per il meglio.

  3. milvia ha detto:

    Secondo me il signor Marino e la sua efficiente squadra sono ancora là che scuotono la testa e borbottano: Mah, che fatt lavurir… (lo scrivo come si pronuncia, dato che non posso raggiungere la mia consulente dialettale).
    E ti sei anche premiato con la brioche grondante di Nutella…

    Ti salvi solo per il colto riferimento leopardiano. Ma non so se la povera Cavallona è in grado di apprezzarlo… Di sicuro non ha apprezzato il sacchettino…
    Buona notte, comunque, a te e a lei.

    • Franz ha detto:

      Penso che di ‘fatt lavurir’ quell’officina, come chiunque lavori con il pubblico, ne abbia visti tanti, ed anche peggiori di questo.
      Almeno la reazione del valoroso capoofficina, che non ha battuto ciglio alla mia spiegazione dell’accaduto, farebbe proprio pensarlo.
      La fedele Cavalla, ora, ha ripreso a funzionare come un orologio svizzero, perdonandomi l’attentato alla sua integrità.
      Una buona giornata romana a te!

  4. Luca ha detto:

    Forse ricorderai le mie peripezie con un notebook apparentemente morto, poi diagnosticato malato grave la cui terapia implicava 600 e rotti euro che non avevo alcuna intenzione (e in effetti possibilità) di spendere, e che poi si è rimesso miracolosamente a funzionare da solo facendomi sentire un po’ più ricco, come quel signore che, dopo aver deciso di non comprare una portaerei, si sentiva un piccolo magnate.

    Sul leopardiano piacer figlio d’affanno qualunque persona non banale potrebbe attingere dalla sua esperienza personale per scrivere pagine in numero di millanta che tutta notte canta.

    Resta un quesito tecnico irrisolto: la dispersione di materiale plastico negli anfratti della Cavallona (che detta così sembra una metafora pornotrash) ha rapporto diretto con la rottura della cinghia di trasmissione? E se ce l’ha, la suddetta dispersione non ha prodotto altri danni?

    E te lo chiede uno che odia i motori però è animato da scimmiesca curiosità anche e soprattutto per quello che gli sembra di non capire.

    • Franz ha detto:

      In effetti non l’ho spiegato esplicitamente, nella speranza che si capisse dal contesto: a giudicare dai danni, il sacchetto si è limitato a colpire e rovinare solo la cinghia dell’alternatore, che è lo strumento che permette il caricamento dinamico della batteria.
      Il piacere della quiete dopo la tempesta, e la ricchezza che deriva dallo scampato pericolo, avrebbero una grande carica pedagogica, ma, sia a livello di singolo individuo, sia soprattutto storico-planetario, si direbbe che non basti.

  5. amanda ha detto:

    un cazziatone con i controfiocchi dovevano farti, fatti una vellutata invece dell’insalata, regalati, per natale,un bel termos portavivande da tenere sigillato nel portabagagli , altro che sacchetto nel motore!

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