Uno a uno

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La telecronaca della partita giungeva da varie fonti sonore nel vicinato.
Nella semioscurità del garage ho girato la chiavetta e acceso il motore della Cavalla, intorno alle sei e mezza; poi, in cima alla rampa, il cielo domenicale era grigio, di uno strano grigio, tenue, dolce, con risonanze di inizio autunno.
Ho acceso la radio: ferme sullo zero a zero Italia e Spagna, dopo mezz’ora di gioco da me del tutto ignorato mentre mi preparavo per un’altra serata di lavoro. Sembra ci sia equilibrio fra le due formazioni, a dispetto delle pessimistiche previsioni più diffuse.
Nel dirigermi in centro ho armeggiato per cercare una radiocronaca sopportabile; ero disposto anche ad ascoltare i commenti ironici della Gialappa’s Band, fingendo di dimenticarmi di quella loro insistente e inaccettabile pubblicità a Banca Intesa. Niente, su Radio2 deriva di divagazioni con ospiti improbabili come Antonio Di Pietro, su RTL una cronaca concitata peggio che su Radio1, su cui mi rassegno ad arrestare la ricerca, sobbarcandomi l’accento romanesco e il linguaggio tronfio e borioso del radiocronista di turno.
Quei sessanta minuti rimanenti di partita mi vedranno stranamente in bilico fra desideri nuovi e reazioni antiche, in perfetta antitesi: la voglia di vedere punita, insieme a una squadra di giovanottini viziati e arroganti, anche tutta la passione popolare intorno a questi campionati europei, che avverto come un pericoloso placebo sociale in un periodo in cui è più che mai importante svegliarsi e ribellarsi; sul fronte opposto, la risonanza della mia stessa passione per la nazionale, che mi ha accopagnato, fin da bambino, attraverso le tante ere geologiche del mio passato.
Sono tracce ormai indelebili: lo spunto creativo e vincente, nella rapidità palpitante di un’azione d’attacco, lo spirito corsaro e di squadra, l’affermazione, attraverso trame geometriche di gioco che portano al goal e alla vittoria, di doti di estro nazionale in cui rispecchiarsi, in una sorta di palingenesi personale e collettiva nello stesso tempo.
Eppure, sopra quelle tracce, quei solchi, la percezione del cambiamento avvenuto in me: altri valori, molto più veri, molto più decisivi, a farmi prendere le distanze, come mai avrei ritenuto possibile fino a non molti anni fa, da questa sorta di ciclico psicodramma collettivo, di cui serbo una gran quantità di ricordi.

Quando finalmente carico il primo cliente, un giovane sui venticinque anni, è appena terminato il primo tempo: senza indugio sintonizzo la radio su una strana trasmissione di musica di percussioni, poi sulla più normale rassegna di successi settimanali di Radio Bruno.
A un semaforo faccio segno a un tipo basso dalla pelle scura di venirmi a pulire il parabrezza, che ne ha bisogno. Mi si avvicina un po’ incredulo, mi chiede la conferma: è sicuramente raro che non debba conquistarsi i suoi quindici secondi scarsi di lavoro con un po’ d’astuzia e invadenza, ma che a chiederglielo sia un tassista dev’essere la prima volta in vita sua.
“Accidenti è già venuto verde!” esclamo preoccupato nei confronti del mio passeggero pagante, quando ancora parte della schiuma bianca, versata con abbondanza e strofinata velocemente ma con cura, ricopre il vetro.
“Non si preoccupi, ha fatto bene” mi risponde. E’ proprio il giorno dei prodigi, penso fra me, mentre ribatto con un accenno di “Ah grazie.”
“E’ proprio un giorno fortunato!” mi dice con un’espressione di autentica felicità il giovane asiatico, dopo che gli ho passato due monete da venti.

Il goal dell’Italia avviene mentre sono diretto a caricare un altro cliente.
Echi, in me, di quegli attimi di emozione e gioia tanto desiderati e spesso anche vissuti; echi di boati, anche questi ben noti, da diversi angoli delle strade che sto percorrendo. In particolare passo vicino a un bar dove un pubblico assiepato, in uno stretto cortile, sotto un grande teleschermo fa un tifo da stadio, con tanto di trombe.
La signora che sale, dopo avermi indicato la destinazione, commenta il goal, citando correttamente il marcatore, Di Natale, come le ha riferito suo marito mentre lei stava uscendo.
Questa volta, il senso unico mi riporta proprio davanti a quello stesso cortiletto con il pubblico di tifosi, proprio pochi attimi dopo il pareggio quasi immediato della Spagna; li osservo aspettando che il semaforo attiguo mi lasci andare.
Le facce sono un po’ tirate dalla delusione, ma intervengono da dentro il bar un paio di giovanotti dall’accento meridionale, con tanto di maglietta azzurra, e intonano un “Forza ragazzi” ritmato e sottolineato dal battere le mani di molti altri.
La signora sorride compiaciuta.

“C’è poco traffico, immagino.” E’ un ferroviere (da trasportare dal deposito di via del Lazzaretto fino in stazione), sul finire della partita, a rivolgermi la parola appena entrato a bordo.
“Eh certo, è quasi un piacere lavorare durante i campionati.”
Poi, con una certa qual complicità nei miei confronti, come di chi non può godersi lo spettacolo come vorrebbe, commenta positivamente la prestazione degli azzurri.
Anche questa è una situazione già sperimentata tante volte: quello del calcio, e in particolare della nazionale, è uno stesso linguaggio, sia pur in prevalenza maschile, che avvicina le persone di varia estrazione sociale ed età: non mi sottraggo dal dire la mia, come se fossi anch’io davvero partecipe delle sorti della squadra.
Dalle donne, tantissime su Facebook, sembra altrettanto unanime, in questi giorni, l’appello a ignorare i campionati per protesta contro il massacro di cani randagi operato in Ucraina in vista dell’evento sportivo.

Qualche goccia comincia timidamente a cadere dal cielo grigio.
Poi, piano piano, col passare dei minuti, aumenta d’intensità, mentre il cielo stenta a spegnersi e a lasciare il posto alla notte, e a una nuova settimana che, indipendentemente dai goal fatti o subiti, ci porterà ancora una volta verso la gloria luminosa del solstizio d’estate.
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Immagine da: http://barstadiosnc.altervista.org/venerdi-10-febbraio-torneo-di-calciobalilla/

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13 risposte a Uno a uno

  1. Luca ha detto:

    Il calcio italiano ha attraversato tre gravissimi scandali negli anni di grazia 1980, 2006, 2012, sui quali non ho la minima intenzione di dilungarmi (anche perchè chi segue il calcio li conosce benissimo e chi non lo segue non ne vorrebbe sapere alcunchè) che avrebbero decretato, se non la morte, almeno la marginalità di qualunque altro sport. Ma il calcio chi l’ammazza?

    Domenica scorsa si sono incontrate due grandi ammalate dell’Europa, due nobili decadute guardate con pazienza e più di un briciolo di sospetto dal cinico osservatorio berlinese cuore nevralgico e centro strategico degli equilibri politico-finanziari del vecchio continente.

    Metti a disposizione un pallone e un campo di calcio a 28 (sostituzioni comprese) ragazzotti neolatini e ti faranno divertire ed emozionare nonostante tutto.

    La vertiginosa spietata iberica ragnatela di passaggi che quattro giorni più tardi ubriacherà ai limiti estremi del coma etilico da Guinness i volenterosi irlandesi; e dall’altra parte una versione aggiornata del Piave mormorante, con un centrocampista dai piedi buoni che si sacrifica e si sdoppia come difensore centrale e mette fantozzianamente piedi, caviglie, ginocchia, schiena, glutei e fors’anche attributi virili a neutralizzare le beffarde improvvise verticalizzazioni di Xavi e compagni, per poi diventare il primo ripropositore dell’azione italica. Epico!!!

    Va detto che le competizioni per squadre nazionali, molto più di quelle per club, creano ogni tanto magiche nicchie in cui si respira ancora il calcio del passato millennio, e non il plastificato odore di questa Playstation in carne ed ossa che è diventato il calcio del 2000.

    E qualche sera il divano accoglie le tue ossa stanche e i tuoi occhi un po’ tristi nella celebrazione degli enigmatici voli di Eupalla; e da quel divano ti alzi sempre un po’ più rilassato e allegro. Senza ulteriori impegni di fedeltà.

    • Franz ha detto:

      La tua descrizione, a livello del miglior Gianni Brera, migliora il mio tentativo di rendere l’aspetto profondamente emozionale e carico di simboli legato alle vicende agonistiche del calcio, che resiste, a dispetto delle tante altre vicende parallele, inquinanti e scandalose, e nauseabonde.
      Penso che sia tu che io siamo coscienti che il nostro non è altro che un esercizio retorico, il quale, anche nell’irreale ipotesi che fosse letto da un vasto pubblico, non sposterebbe di una virgola l’atteggiamento di sudditanza passionale o di drastico rifiuto della maggior parte delle persone.

      A questo punto, devo confessarlo, preferirei che venisse evitato il ‘biscotto’ (termine che sta spopolando su Twitter) fra Spagna e Croazia, e non solo per un fatto di elementare sportività, ma anche per la possibilità di nuove sfide per la nazionale, anche se l’idea di dover assistere poi, a seguito di importanti vittorie, ai caroselli automobilistici, mi provoca una nausea preventiva, in considerazione dell’inadeguatezza e dannosità socio-politica di tali entusiasmi.
      Mi viene da pensare che, invece, l’interesse dei governanti perchè proprio questo avvenga eviterà “in qualche modo” il due a due beffardo, cioè, con termine francese ormai desueto, la combine.

      • Luca ha detto:

        In effetti la larvata ma consapevole volontà di rifarsi agli stilemi del Grande Pavese c’era. Brera è morto quando il calcio aveva una residua parvenza di credibilità, non sebza aver avuto l’occasione di presentarsi sul traballante palcoscenico del “Progesso” di Biscardi quasi nella malinconica autoironica parodia di se stesso.

        Fosse vivo oggi (ma le sue sibaritiche abitudini non credo glielo avrebbero cioncesso) sarebbe un 93enne acido e sentenzioso che in questo qui, di calcio, non troverebbe alcunchè di commendevole.

        Nel frattempo il biscotto non è stato consumato e l’Epopea Azzurra potrebbe incrociare il cammino prima della Perfida Albione e poi dei panzer italofobi: le relative vittorie ci farebbero scordare spread, spritz, spranghe, spiitosaggini di ministri eternamente apprendisti e quant’altro da dimenticare vi sia. Per approdare a una suggestiva finale ancora fra le Grandi Ammalate.

        O forse meglio sarebbe perdere con decoro contro gli spocchiosi sudditi della Betty, che giustamente sognano di fondere ai fasti dell’Olimpiade una vittoria europea, e planare dolcemente nella realtà.

      • Franz ha detto:

        Da parte mia, diversamente dalle ansie d’attesa e da qualche successiva cocente delusione vissute in gioventù, ora mi trovo nell’ideale situazione che “comunque vada sarà un successo”, trovando aspetti positivi sia nella vittoria che nella sconfitta della nostra squadra fin dalla prossima sfida. Comunque, e rimanga fra noi, spero più nella prima delle due ipotesi.

  2. Carlo ha detto:

    Caro Franz,
    vedo che di calcio ne capisco come il resto della tua allegra combriccola! 🙂
    Peraltro, vi porto un motivo in più per continuare a non guardare gli europei o, nel caso, boicottarli: le stragi di cani e di gatti randagi perpetrate a Kiew nonostante i ‘pacati’ e ‘timidi’ divieti imposti dalla Ue…
    In giro per la rete si trovano immagini strazianti di animali uccisi a pallettoni o finiti a fatica a bastonate… questo perché il tempo era poco, i randagi tantissimi, e la necessità di ripulire le strade impellente.

    • Franz ha detto:

      Caro Carlo, ero ben al corrente della campagna di boicottaggio di stampo animalista, tanto che mi è sembrato doveroso farne anch’io almeno un accenno, nel mio scritto.
      Ieri però, ho letto sul Fatto on line un articolo che fa molto dubitare della sincerità cristallina di campagne controinformative come quella, che puntano tutto sulla presa emotiva (non supportata da sufficiente contenuto informativo e critico), ottenendo successi straordinari di diffusione. L’articolo è questo.

      • Carlo ha detto:

        Spunto interessante, quello che ci proponi, che ci ricorda, come al solito, che sia cosa buona e giusta non lasciarsi mai travolgere dai sentimenti, diffidare di ciò che si legge e vincere la pigrizia che ci impedisce di andare a controllare da sé notizie e fonti.
        Ciò detto, rimango comunque dell’idea che la campagna animalista sia nata da nobili ideali, anche perché sarebbe davvero difficile riuscire ad ottenere un ‘successi straordinari di diffusione’ quando si ha come obbiettivo quello di boicottare degli europei.
        Si veda con Monti: gli italiani si sono messi di buon grado a 90° col professore, ringhiando solo quando ha fatto la famosa battuta sulla chiusura per qualche anno del campionato…

      • Franz ha detto:

        L’articolo citato sostiene che la campagna animalista sia complementare all’interesse per i campionati, entrambi in una logica di distrazione di massa, in ossequio ad una delle “dieci regole per il controllo sociale” di Chomsky (a loro volta linkate nell’articolo).
        Credo non sia facile capire se all’origine della denuncia animalista ci siano stati davvero intenti etici o se si sia trattato fin dal principio un’orchestrazione; indubbiamente la modalità di diffusione lascia molto perplessi, per la superficialità critica e informativa, e il puntare tutto sull’emotività delle immagini raccapriccianti, come dicevamo.

  3. Loretta ha detto:

    Nel frattempo, prestando più attenzione al mondo che mi circonda, ho scoperto che sono gli europei. Riciao

  4. Loretta ha detto:

    Messaggio da Marte: se non ti avessi letto non avrei saputo che erano già iniziati i
    mondiali (?).
    Penso che i miliardi che si spendono per organizzare e pagare queste mega-macchine
    dello sport a volte potrebbereo essere utilizzati in maniera migliore.
    Non sempre, ma a volte sì. Utopie.
    Ciao ciao

    • Franz ha detto:

      Credo che abitare su Marte abbia più di un motivo di conforto, a partire da quelle tue splendide ortensie (sia pur con il viziaccio di bere, fin dal mattino 🙂 ).
      Allo stesso modo, l’immunità dalla propaganda di regime e dalla pubblicità commerciale sono motivi altrettanto validi, anche se penso che la propria interazione con la realtà sociale e il suo divenire, per quanto drammatica, sia un elemento di arricchimento (per sè e in piccola parte per la realtà stessa) troppo importante.
      Quanto alle spese per i campionati è sicuramente vero: sarebbe bello che lo sport avesse la stessa possibilità diffusa di partecipazione emotiva ma con mezzi essenziali e poveri.
      Non dimentichiamoci, comunque, che di fronte allo scandalo delle spese militari, ogni altra spesa pubblica impallidisce.

      Ciao!

  5. duhangst ha detto:

    Io sarò cinico…
    Ma Scommettiamo che a paraggiato con la Spagna quindi…

    • Franz ha detto:

      Non capisco bene a quale reazione occulta alludi dopo questa prima partita.
      Certo è che la classe di governo ha ottimi motivi per tifare Italia, prova ne sia la presenza del nostro ineffabile capo di Stato allo stadio di Danzica e poi negli spogliatoi, evento davvero inedito all’esordio degli europei.

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