Alti e bassi

UnPomeriggioEstate.
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Ci sono momenti in cui la luce del sole è così alta, stabile, splendente, che la realtà ne resta come trasfigurata, in uno stato di grazia che ti fa sentire tanto vivo e quasi sublimato in una vita più vera che mai, che non vorresti mai più lasciare, perché il resto, cioé l’intero arco temporale a meno di quei rari fantastici momenti, ti appare solo come un seguito di faticose incombenze, nella più fortunata delle ipotesi.
L’immagine mentale di momenti del genere è nel mio ricordo legata, in misura privilegiata, alla Piazza del Duca a Senigallia, ai contigui giardini della Rocca, e a una bibicletta, in occasione dell’annuale Caterraduno.
Quest’anno, purtroppo, le bizzarrie climatiche non mi hanno ripresentato quei momenti, ma ugualmente, pur con tutti i forti limiti che accennavo nel post precedente, il senso di festa collettiva fra persone pensanti e amicizie speciali, e il relativo benessere di quello strano evento, si sono comunque riproposti a più riprese, tanto da darmi ancora una volta la nota impressione di vivere giornate straordinarie, non confrontabili con tutte le altre della mia annuale quotidianità, percezioni di vita più felice che vorrei ritrovare come dimensione normale e frequente e non come eccezione.
Deve avermi fatto bene e ricaricato le batterie, visto che il rientro nella quotidianità, a dispetto di un fastidioso ingorgo di incombenze, mi sta rivelando un livello di combattività e di  interessi coinvolgenti che non ricordavo da molto tempo.
E l’altro ieri ho ritrovato proprio quella luce del sole e quell’incanto magico della natura intorno. Erano le tre e mezza del pomeriggio e mi stavo recando per l’ennesima volta dal meccanico, per una nuova odissea, quella del climatizzatore difettoso, che sta incredibilmente surclassando le odissee già raccontate in occasione di altri guasti della Cavallona. Uscito da casa, camminavo sotto un sole alto verso la lontana fermata dell’autobus, e ho provato, nel calore appena mitigato da qualche alito di vento, nella luminosità iperreale della stagione più piena, nel senso di sospensione della campagna, proprio quella sensazione di vita intensa che dicevo.
E ho sentito che in quei momenti non desideravo altro, nessuna vacanza, nessun viaggio, proprio come in passato ho teorizzato su questo diario, perché la sorgente del benessere e della vita sta dentro di noi e non va cercata per forza nello spostamento e nell’inattività vacanziera.

Il capoofficina, il signor Marino, persona tanto corretta e gioviale che gli perdonerei qualsiasi cosa, mi accoglie scuotendo la testa e annunciandomi per l’ennesima volta che il problema del climatizzatore non è ancora risolto, e mi chiede di aspettare che termini la consueta ricarica dell’impianto.
Raggiungo la Cavallona all’interno dell’officina, per estrarre da una tasca della portiera il vecchio volume che sto leggendo, una copia dei “Sessanta racconti” di Dino Buzzati che reca nelle prime pagine la firma di mia madre e l’anno d’acquisto, il 1960; e poi mi metto a sedere nell’angolo dell’officina adibito a sala d’attesa. L’esperimento di infrangere, per una volta, la regola di privilegiare romanzi contemporanei mi sta dando belle soddisfazioni di lettura, grazie a uno dei maestri della nostra narrativa; avverto anche come questo sia un ottimo esercizio per ampliare e arricchire il mio vocabolario abituale per la scrittura.

Poi finalmente la vettura è pronta per partire; concordiamo per la settimana prossima il nuovo capitolo dell’odissea, e dichiariamo entrambi, come in un patto fra nobili cavalieri, che verremo a capo del problema, sicuramente, prima o poi. Il signor Marino tentenna un attimo, poi si concede una battuta: intanto sarà venuto l’inverno. Riesce a farmi ridere, e così lo saluto e mi avvio.

Mi dirigo in centro a caccia del primo cliente della giornata, con l’aiuto del terminale che mi segnala la situazione ai posteggi, fino a fermarmi in stazione. Nonostante sia in buona posizione fra i taxi in attesa, mi tocca aspettare molto tempo prima di poter riavviare motore e tassametro, e, per giunta, il cliente mi chiede una destinazione molto vicina.

Sono passate le sette e ho all’attivo solo cinque euro e trenta, e undici li ho già spesi per il nuovo biglietto da dieci corse dell’autobus.
Procedo nel traffico mentre nell’abitacolo il caldo opprimente, che il climatizzatore difettoso mitiga solo in parte, mi ottenebra i riflessi, deprime le energie, peggiora il morale e rende molto più fastidioso ogni semaforo rosso, ogni guizzo inconsulto e temibile del traffico di un tardo pomeriggio di inizio luglio. Tutto è complicato, difficile, fastidioso, sofferto; sembra impossibile aver provato, solo poche ore fa, quel senso di pienezza di vita e di colore sotto il sole alto e potente.
Decido di concedermi un altro tipo di deroga rispetto a quelle di lettura. Parcheggerò appena possibile la Cavallona sudata e andrò a bere un caffé, cosa che non faccio più da tempo per motivi sia ecologici che salutistici.

“Un caffé normale?” mi domanda, meravigliata da una richiesta evidentemente inconsueta anche per lei, la gentile ragazza al banco.
“Sì, normale.”
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Immagine da: http://www.andromedafree.it/arte/02pittura/espositori/crespi/opere/1/20050605_UnPomeriggioEstate.JPG

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6 risposte a Alti e bassi

  1. lucarinaldoni ha detto:

    Questo post solleva con la consueta levità (che è cosa ben diversa dalla leggerezza, anche se può venir confusa con quest’ultima) un possente problema: che cosa merita di essere appellato “vita vera”? E cosa, per contro, merita di essere derubricato a transeunte ciarpame che come bava di lumaca lascia una episodica traccia che il tempo provvederà a cancellare anche con un certo qual principio di disgusto?

    Come quasi tutte le domande di tale epocale portata, la risposta non è detto che vada delegata manzonianamente “ai posteri”. La sentenza non è ardua, è semplicemente e doverosamente provvisoria, squisitamente provvisoria e soggettiva.

    Il dolore è reale e la gioia solo un’illusione? O esattamente il contrario? L’uomo si realizza solo nel lavoro biblicamente duro e doloroso e nei prodotti che costruisce, o si realizza altrettanto se non di più negli ozi e nella loro soave assoluta gratuità?

    Gli stati d’animo e le diverse ricorrenti stagioni della vita possono condurci a risposte sempre diverse e mai definitive. Ma la vita, di suo, resta sempre e comunque un gran bel film.

    • Franz ha detto:

      Premesso che approvo la tua conclusione, credo che, al di là di qualsiasi teoria o impressione fugace, siamo dotati di antichi segnalatori interiori che ci indicano quando viviamo più o meno intensamente, non solo, ma anche ci danno, se ben ascoltati, le direttive per migliorare la qualità del cammino.
      Direi che la profondità della sensazione e dell’emozione, nel bene e nel male, insieme a un senso di nuova energia, è ciò che avvertiamo quando siamo sulla buona strada.

  2. amanda ha detto:

    la cavallona però è un giuda!

  3. Loretta ha detto:

    “””” nessuna vacanza, nessun viaggio, …………….perché la sorgente del benessere e della vita sta dentro di noi e non va cercata per forza nello spostamento e nell’inattività vacanziera.”
    ******************************+
    Sono anni che non mi concedo vacanze più lunghe di un giorno.
    Non mi sembra che mi manchino. Riconosco in me una sorta di chiusura ed eremitaggio che,
    ogni anno che passa, avanza sempre di più e mi avvolge come una comoda coperta.
    Una coperta che lascia fuori un sacco di belle cose e di bei sentimenti, ma inconsciamente
    e consciamente credo che mi basti quello che ho ( o che non ho ).
    Anche se può capitare che, come è successo qualche giorno fa, sono stata coinvolta in un
    una pizzata a Cesenatico.
    Arrivare verso le 20.00, all’ora del vicino tramonto, sul molo di Cesenatico è uno
    spettacolo che coinvolge. I colori dell’acqua, del cielo, della spiaggia vuota, del mare calmo,
    dei gabbiani che si librano nel’aria, hanno aperto un varco nelle mie certezze.
    Quante cose meravigliose mi perdo chiusa nel mio guscio!
    Ciao ciao

    • Franz ha detto:

      Non è facile rispondere al tuo bel commento, cara Loretta, perché sembra porre un’insanabile contraddizione fra due concetti apparentemente entrambi inconfutabili.
      Da una parte il rifiuto, che sostengo da molto tempo, del comune atteggiamento rispetto a viaggi e vacanze: considerarlo il più desiderabile fra i beni di consumo, ignorando quanto rappresentino un lusso ecologicamente ed eticamente insostenibile; d’altra parte l’evidenza dell’arricchimento interiore che ci proviene da qualsiasi deroga dalla quotidianità, in termini di luoghi e di attività.
      Credo che la sintesi fra le due opposte posizioni sia contenuta nel tuo stesso commento, quando magnifichi le sensazioni che ti ha regalato non un viaggio alle Maldive, ma una gita alla vicinissima Cesenatico. E cioé che si può vivere in sobrietà, in armonia con l’ambiente e con la coscienza sociale, senza nello stesso tempo negarsi la dimensione dello spostamento (e anche del viaggio, purché con mezzi tendenzialmente poveri) e della vacanza.
      Ciao!

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