La Cavalloneide – canto nono

cavalla nono.
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Varcato con un po’ d’affanno il ben noto portone, la Cavallona mi appare in fondo all’officina, con il cofano aperto e dei cavi di un apparato elettronico dentro il motore, attorno a cui armeggiano e discutono il signor T. e uno dei due giovani.
“Per me è un problema meccanico, non elettrico” pontifica con la sua spudorata voce chioccia il primo.
“Proviamo a cambiare le candele e vediamo” propone il secondo.

Poi compare e mi si fa incontro il signor M.
Superando un velo di imbarazzo, nell’ipotesi che gli siano state già comunicate le mie durissime risposte a quel questionario telefonico, gli faccio: “Allora, non siamo ancora a posto?”
“Intanto buonasera, Selis. Allora, abbiamo rimontato la testata con il bullone nuovo, poi abbiamo fatto un giro di prova. C’è qualche problema nell’alimentazione, forse un iniettore.”
Ripensandoci a posteriori, a questo punto l’assurdità esasperante della situazione avrebbe richiesto ben diversa reazione, e invece, chiamiamola timidezza, insicurezza nei rapporti interpersonali, ansia, eccesso di bonomia, o in qualsiasi altro modo, mi limito a dire che non è la prima volta che gli iniettori fanno arrabbiare: sì, proprio così, nudamente, gentilmente così.
Intanto, sostituite le candele, il signor T. si è messo alla guida e ci passa accanto nell’uscire per un altro giro di ricognizione.
Resto ad aspettarne l’esito, mentre il mio interlocutore si dedica ad altro.

Benchè lentissimi, non sono molti i minuti che passano fino a che non sento e poi vedo rientrare la Cavalla nel suo ospedale privato.
Il signor T. scende e ci conferma che in accelerazione c’è ancora qualcosa che non va, ma che posso lavorare.
Con una circospezione che mi farà riflettere, il signor M. mi dice di ripassare più avanti per la nuova fattura, che ora è tardi, senza dare per scontato che mi rivolgerò ancora a lui per questo nuovo problema.
“Beh, allora la lascio qui di nuovo domenica sera, se potete guardarci voi.”
“Certo che possiamo guardarci. Adesso vada pure, ne riparliamo lunedì. Ah, dimenticavo, abbiamo cambiato il sensore dell’olio, ora quello è a posto.”

Esco dall’officina senza particolari sensi di rabbia, in fondo quel ritardo e quel silenzio mi avevano già messo nelle aspettative, e appena fuori cerco un angolo per la sosta, per riallestire la vettura con tutti i crismi di un taxi pronto per riprendere il servizio. Il pomeriggio sta già declinando alle prime ombre della sera.
Prima di rendermi disponibile alle chiamate via radio (che in realtà viaggiano ormai in rete di telefonia mobile) provo a fare un po’ di strada. In effetti l’accelerazione è più lenta del normale, non è certo piacevole e nemmeno troppo sicuro in caso di pericolo, ma intanto la Cavalla si muove e io posso finalmente lavorare.
Digito sul visore sul tasto di attivazione, e mi dirigo verso il centro; la prima chiamata arriva presto, da via Mattei, una destinazione lontana, alle nostre spalle. Confermo la corsa, indicando ‘otto minuti’ come tempo d’attesa.
Via delle Due Madonne, poi via Tommaso Martelli… la Cavalla va piano, non ha proprio ripresa.
Accosto e mi fermo e provo a dare gas in folle; poi rimetto la marcia. Di solito, per neutralizzare
gli inconvenienti degli iniettori guasti, bastava ripartire tenendo molto su di giri: ci provo, ma inesorabile, per diverse volte, appena lascio la frizione il motore muore e va a passo d’uomo.
Il senso di sconfitta, di avvilimento, di impotenza, finalmente anche di rabbia, accompagna quello di pericolo per un veicolo che non risponde più ai comandi.
Senza esitazioni chiamo la centrale per disdire la corsa; mi risponde con la sua consueta affabile gentilezza una voce nota, una delle due uniche voci maschili della centrale.
“Ho la macchina che non va, puoi rilanciare la corsa?”
“Va bene Firenze-1, adesso la rilancio.”
“Ascolta, puoi guardare se ci sono dei taxi di scorta liberi?”
“Sì, aspetta un attimo” e dopo pochi secondi: “Sì, c’è il solito Doblò per il servizio prioritario ai disabili, ma c’è anche un Fiat Qubo.”
“Bene, allora lo prendo io, appena posso arrivo.”

La breve sosta ha fatto bene alla bestiola, che, rimessa in moto e fatta ripartire con circospezione, sembra obbediente, benché sempre un po’ giù di tono.
Con febbrile concentrazione, imbocco la tangenziale, sotto un cielo che dall’azzurro sta ormai volgendo al viola e dà vigore ai fari e ai fanali delle auto che sfrecciano accanto. Tengo una tranquilla andatura da crociera, e giungo all’uscita giusta, e da lì in breve nella vasta area della cooperativa. Stanotte dormirai qui, Cavalla, e domani ti verrò a prendere per portarti nella tua solita clinica, dove non sono capaci di guarirti.

La Fiat Qubò è stata lasciata pulitissima e correttamente piena di carburante dall’ultimo che l’ha utilizzata. Decido dove collocare le monetine, lo stradario, la scheda col piano di lavoro, il telefonino, il barattolo con la cena vegana, e tutte le altre cose.
Sistemo il sedile, lo specchietto, accendo gli apparati e infine il motore; uno sgradevole e modulato suono metallico ne accompagna il rombo; sarà la colonna sonora dei prossimi giorni, vistosa e imbarazzante da fermi, molto meno in velocità e man mano che ci si fa l’orecchio.
Di lì a non molto sale a bordo il primo cliente, a interrompere finalmente la mia seconda vacanza, per non dire detenzione.

E la serata procede con rassicurante normalità, mentre preparo mentalmente il piano d’azione per l’indomani: scriverò al computer e stamperò un messaggio molto duro (lo vado mettendo a punto nei pensieri) da lasciare sul cruscotto, poi andrò a riportare la Cavalla nel suo ormai solito giaciglio notturno all’addiaccio, davanti al portone dell’officina, per tornare con l’autobus in Co.Ta.Bo. e riprendere servizio da lì.

Intorno all’una e mezza di notte faccio ritorno a casa col Qubo; entrare in garage dovrebbe essere più semplice del solito, per la sua lunghezza ridotta, e invece lo scarso raggio di sterzata e la larghezza della vettura rendono la manovra comunque impegnativa.
Chiudo il portone basculante del garage, salgo la scala e raggiungo il portone di casa sotto un cielo di fine agosto morbido e incantato.
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(continua)
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Immagine da: claudiobaglioni.forumcommunity.net/?t=47054692

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6 risposte a La Cavalloneide – canto nono

  1. trudy1970 ha detto:

    Ma insomma!! mi fai venire l’ansia e l’affanno ….. caro Franz
    Questo canto nove non arrivava mai….
    Invece di stare li ad elucubrare sulla situazione politica…sui cui è meglio stendere un doveroso velo pietoso.
    Di gran lunga preferisco i tuoi racconti goliardici – ironici tra il faceto e il serio.
    Meglio il tuo filone sarcastico drammatico a quello triste e lugubre di una società assuefatta disfatta e frantumata
    E così continua lo stillicidio ….e vai e torni dall’officina, prendi e riporti un continuo avanti e indietro…..come una pallina di ping pong che non smette mai di rimbalzare da un lato all’altro del tavolo!
    Ma dopo tante peripezie e tanti disagi cambiare ospedale e dottori, immagino, l’avrai pensato per la cavalloide sofferente. Comunque quando il destino sfortunato si accanisce bisogna aspettare che passi e torni la quiete.
    E il proverbio dice “chi la dura la vince”…e sarà così anche questa volta. Doppio e grande abbraccio di conforto alla cavalloide rantolante. Ciao Franz al canto decimo.

    • Franz ha detto:

      Cara Trudy, mi fa piacere e sorprende un po’ sapere che l’infinita odissea della Cavalloide (mi piace questo termine!) anzichè annoiare ed esasperare, possa essere preferita ad articoli di altro genere.
      Ti confesso che, anche a causa di tutto il tempo ormai passato da quella fine d’agosto, la mia motivazione a continuare e terminare il racconto è scesa ai minimi storici. Comunque, naturalmente, non mi tirerò indietro e, impegni di fine anno permettendo, proseguirò nella stesura dei nuovi canti, fino alla liberazione finale: quella della Cavalla guarita e galoppante e quella del suo cavaliere libero di trattare altri argomenti, più o meno simpatici e divertenti.
      Abbraccio ricambiato da me e dall’equina bianca.

  2. lucarinaldoni ha detto:

    Io credo profondamente nella funzione catartica della scrittura, specie quando è esplicitamente autobiografica (perché implicitamente la è sempre). In alcuni post ho sottolineato come la parola sia una pallida rifrazione del pensiero, ma alludo alla parola “parlata”, non a quella scritta.

    Si percepisce in questa tua ormai torrenziale epopea il bisogno, e la capacità, di riordinare e sistemare un materiale biografico che, senza questa operazione, resterebbe un dato più emozionale che razionale. Ricordo che avevo fatto, in modo solo parzialmente consapevole, questa operazione per il mio intervento di un anno e mezzo fa. E averlo fatto ha ridimensionato il trauma che stazionava fra l’aorta e l’intenzione riuscendo perfino a farmi ridere di un’esperienza abbastanza disagevole.

    Io combattevo la paura, tu combatti e contieni la rabbia. A giochi fatti (tu sai come va a finire e noi no) ma con le emozioni, specie quelle negative, che si incollano si fissano si intestardiscono e provateci voi a richiamarle all’ordine. Fiato sprecato!!

    • Franz ha detto:

      Penso che ogni parto letterario, modesto o ambizioso che sia, abbia un valore catartico legato soprattutto al fatto di aver dato vita a una ‘creatura’ che ha una sua precisa personalità.
      Se poi la componente autobiografica è preponderante, in effetti altri elementi più soggettivi si vanno a sommare; nel caso di questa lunga storia, almeno nelle intenzioni, c’era anche e soprattutto il desiderio di evidenziare l’esasperazione che ho dovuto vivere, per rivendicare, rendendolo pubblico, un generico senso di giustizia violato dagli eventi.
      Poi, in secondo piano, la volontà di darmi delle scadenze, obbligate dalla lunga vicenda da narrare, per riprendere a scrivere con una certa continuità, anche se non pensavo di arrivare fino a Natale, e probabilmente scollinare nel nuovo anno.
      Salutone.

  3. amanda ha detto:

    se non sapessi che c’è un lieto fine direi un’agonia 😦

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