Una favola per tassisti (e no)

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In attesa che la Cavalloneide giunga a compimento, che più passa il tempo e più sembra non averne la minima voglia, 🙂 cerco almeno di ridare vita al blog pubblicando il nuovo racconto, che ho appena finito di scrivere per la rivista sociale della Co.Ta.Bo. (la nostra cooperativa dei tassisti) e che propongo qui in anteprima, come già feci alcune volte in passato.
Penso che lo spedirò domani, riservandomi una giornata per gli ultimi ritocchi, che apporterò anche alla versione qui di seguito pubblicata.
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SMARRIMENTI SERIALI

buco nero

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Sembra che il primo caso di questa stranissima vicenda sia accaduto al nostro amico Gioacchino, in arte ‘Cagliari-12’, soltanto una settimana dopo il suo esordio alla guida del taxi, una notte di luna quasi piena.
Come tutti noi suoi colleghi abbiamo sperimentato, i primi tempi sono duri: la conoscenza della viabilità che si acquista con l’esperienza quotidiana è scarsa, così come quella delle regole e consuetudini del mestiere. Gioacchino ce la metteva tutta, per cercare di fare bella figura al banco di prova della clientela e del variopinto mondo dei colleghi notturni, ma la tensione nervosa e lo stress erano forti.
Fu così che preferì non parlare mai con nessuno di quel primo episodio inspiegabile.
All’indirizzo della chiamata, solo un paio di minuti dopo il suo arrivo, una signora un po’ scompigliata era uscita dal portone ed era salita a bordo, salutando appena e indicando la sua destinazione, una via del quartiere Savena. Gioacchino l’aveva immaginata reduce da un incontro intimo, magari clandestino: era suggestivo per lui imbattersi in tante storie di vita da lui stesso fantasticate, o talvolta a lui confidate dagli stessi passeggeri.
Questa donna era comunque silenziosa, e così lui aveva alzato un po’ il volume dell’autoradio, che stava trasmettendo musica jazz, e si era lanciato veloce nelle strade scorrevoli, prima di essere costretto a una frenata molto brusca, a causa del solito furbetto sbucato improvvisamente con il suo scooter da una laterale.
“Maledizione!” aveva esclamato Cagliari-12 col cuore in gola, poi si era voltato per scusarsi verso la signora. Ma anziché trovare conforto in quel contatto visivo, il cuore gli si era gelato del tutto: lei non c’era più. Sparita, disintegrata, volatilizzata.
Qualche attimo di angosciosa indecisione sul da farsi, di riflessione sul breve tragitto appena percorso, poi, in maniera un po’ codarda, aveva deciso che non era successo niente, sperando di non subire ripercussioni fastidiose da quell’evento impossibile da credere e dunque da essere raccontato.

Il tempo poi era passato, effettivamente senza conseguenze, e le mille difficoltà iniziali pian piano si stavano ridimensionando, mentre l’amore per il nostro affascinante mestiere si rivelava in lui più forte rispetto ad altre difficoltà crescenti, qualche cliente sgarbato, aggressivo, alterato dall’alcol, la viabilità sempre più contorta e caotica, e soprattutto le minacce ricorrenti, sferrate dai potentati economici nonché da ogni nuovo governo, verso quella sicurezza economica che aveva creduto di conquistare, a caro prezzo, con la licenza e la dedizione quotidiana.

Il secondo caso di sparizione del passeggero era avvenuto circa due anni dopo. Questa volta si trattava di un giovane, un tantino più socievole: concordata la destinazione, gli aveva confessato di essere stanco, dopo una serata di lavoro come cameriere in un ristorante del centro. Dopo alcune battute anche lui, però, si era acquietato, e ancora una volta la musica aveva preso il posto della conversazione.  Poi, al momento dell’arrivo, quando Gioacchino aveva bloccato il tassametro e gli aveva comunicato l’importo, non c’era più. Il sedile posteriore vuoto, ordinato, senza tracce di vita.
Smarrito il passeggero… e smarrito anche, nel suo cuore, il tassista, nel veder replicato quell’episodio, che sperava sotterrato per sempre nei meandri della coscienza.
“È andata bene la volta scorsa” aveva pensato Gioacchino, “non c’è ragione di confessare ora quello che è successo” e, sia pure con un nuovo gravoso peso sullo stomaco, aveva ripreso la via del centro, nella leggera nebbia di una notte d’autunno.

Evidentemente il nostro amico non era quel che si dice un cuor di leone, e anzi già paventava non solo infiniti strascichi legali, ma anche le conseguenze a livello di immagine personale: “il Disintegratore di persone”, “l’Angelo sterminatore”, “Taxi buco nero” e altri simili eventuali soprannomi, di quelli che ti restano addosso tutta la vita, balenavano con orrore nei suoi pensieri.

Nei giorni seguenti aveva cercato di orientare diversamente lo specchietto retrovisore, così da tener sotto controllo i sedili posteriori, poi ne aveva acquistato uno nuovo, dotato di una piccola prolunga angolata, che serviva perfettamente allo scopo, e gli sembrava di sentirsi un po’ più tranquillo per il futuro, e di contrastare anche quel senso di colpa che gli rodeva la coscienza come un tarlo.

Lo specchietto nuovo, tuttavia, non bastò ad evitargli il terzo caso di sparizione, solo tre mesi più tardi, questa volta addirittura una coppia, giovanissimi, caricati all’uscita dell’Estragon, un sabato notte intorno all’una. Alla ripartenza da uno dei tanti semafori di via Stalingrado, un’occhiata allo specchietto gli rivelò l’amarissima verità, che sancì quel ruolo distruttivo nella sua autostima.

Gioacchino continuava a tacere, ma il peso di quelle esperienze, e di diverse altre sparizioni che, con frequenza altalenante, gli capitarono ancora, cominciarono a minare il suo equilibrio nervoso.
Chi lo aveva conosciuto allegro, disinvolto, sempre disponibile, stentava ormai a riconoscerlo: lo sguardo vitreo, a volte un lieve tremore nelle mani e improvvisi irrigidementi della mandibola, un’irascibilità a stento controllata. I colleghi tendevano ormai a evitarlo, come peraltro faceva anche lui.

Una notte limpida d’aprile, in Piazza Re Enzo (quando ancora c’era il posteggio) entrò a bordo del suo taxi una bella signora, raffinata, elegante.
“Buonasera, dove andiamo?” bofonchiò a bassa voce Cagliari-12, rispondendo al saluto che la signora, con voce molto armoniosa, gli aveva rivolto.
“Mi porti in via dell’Osservanza, per favore, vicino alla chiesa.”
Gioacchino svoltò per via Rizzoli (quando ancora era possibile) e poi proseguì tenendola d’occhio: gli sembrava una presenza insolita, ma anche rassicurante, e meno che mai avrebbe voluto perderla improvvisamente per strada.
Finché non fu lei a prendere la parola:
“Non si preoccupi, non sparisco.”
“Come dice?”
“Sì, ha capito bene, io non sparisco.”
Il tuffo al cuore che lo prese questa volta fu gelido, ma forte e dolce, come un cocktail ghiacciato.
E fu ancora lei a parlare: “So tutto, sa, e immagino che peso sia per lei quel pensiero, ogni giorno, alla guida.”
Gioacchino tacque stupefatto, procedendo molto adagio, con il cuore in subbuglio fra la paura e il selvaggio desiderio di liberarsi almeno un po’ di quel macigno.
“Ma a volte” soggiunse lei, “nella vita ci ritroviamo, senza sapere perché, come topolini intrappolati.”
Gioacchino taceva.
“Il discorso sarebbe lungo, e il tempo è poco, ma le propongo, sulla fiducia, di venire con me, sto andando a una festa e non ho il cavaliere.”
Il nostro amico fu preso da un senso di inadeguatezza, si sentì brutto, impacciato, selvatico. E tacque alcuni secondi, mentre percorreva via Tagliapietre nella notte serena.
Poi guardò accigliato nello specchietto; la bella signora gli sorrideva quieta.
“Se proprio vuole…” balbettò, ricevendo in risposta un sorriso ancora più aperto.

Cari colleghi, tempo e spazio mi impediscono di raccontarvi che meravigliosa, indimenticabile serata si rivelò quella per il nostro amico. Nelle sale della villa nobiliare  musiche nostalgiche, luci soffuse, un rinfresco raffinato e abbondante, e soprattuto tanto calore umano, producevano un’atmosfera di profonda armonia, e lui fu accolto con gioia e amicizia da tutte quelle persone sconosciute.
In brevissimo tempo Gioacchino si sentì sorprendentemente a suo agio, e finalmente sereno come un tempo.
Ma la sorpresa più grande fu per lui sul finire della festa: un gruppo di persone, che gli sembrava vagamente di aver già visto, lo circondò, fra di loro un giovane vestito da cameriere, che prese la parola e gli disse: “Siamo i passeggeri del tuo taxi che hai visto sparire. Abbiamo un doppio debito nei tuoi confronti: quello della corsa non pagata, ma anche tutta l’angoscia che ti abbiamo procurato.”
Gioacchino, un po’ estasiato, credeva di sognare.
“Ed è per questo che ti abbiamo preparato un regalo: all’uscita, invece del tuo vecchio taxi, ne troverai uno nuovo, ecco le chiavi; il modello lo abbiamo scelto noi, sperando che ti piaccia. Non chiederti come sia possibile che sia già allestito e pronto per accogliere nuovi passeggeri: avrai capito, no, che noi abbiamo degli strani poteri. D’ora in poi più nessuno sparirà, ma quello che ti stupirà di più è che vedrai salire a bordo solo persone educate, gentili e cordiali. E poi abbiamo a giorni un appuntamento a Roma, per far capire a chi di dovere che è ora di lasciarvi lavorare in pace.”
Il senso di stare vivendo un bellissimo sogno si amplificò, e da quel momento non lo avrebbe abbandonato per lunghissimo tempo, durante il quale i suoi lineamenti sarebbero tornati finalmente distesi, e i colleghi a trattarlo con crescente simpatia.

E fra le molte luci di quella serata incredibile, avrebbe ricordato con particolare dolcezza la discesa lungo via dell’Osservanza, in una notte profumata di primavera, alla guida di una vettura nuova di zecca, nel riaccompagnare a casa quella misteriosa signora (questa volta seduta al suo fianco), e il panorama mozzafiato della sua bella città che tornava ad accoglierlo.
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L’immagine è presa da: daily.wired.it/news/scienza/2012/07/11/buco-nero-taglia-media-365432.html

Informazioni su Franz

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6 risposte a Una favola per tassisti (e no)

  1. trudy1970 ha detto:

    Caro Franz lo so che non c’entra molto questo mio intervento nel post ma volevo continuare a dire a te e a chi ti legge delle ulteriori proiezioni che avevo visto ultimamente nei cinema.

    3° film che consiglio …nella critica ha quattro stelle positive
    THE IMITATION GAME
    E’ una storia vera
    Racconta la vita del matematico inglese Alan Turing, genio indiscusso del XX secolo, considerato uno dei padri dell’informatica e dei moderni computer, fino alla sua precoce e tragica scomparsa. Durante i giorni più oscuri della seconda guerra mondiale, Alan Turing presta il suo aiuto nel decifrare il codice segreto nazista Enigma. In una disperata lotta contro il tempo, opera con la sua squadra di collaboratori a Bletchey Park, il centro top secret di criptoanalisi del Regno Unito, e il suo contributo sarà essenziale per accelerare la fine del conflitto e salvare migliaia di vite

    4° film che consiglio …nella critica ha cinque stelle positive
    TURNER
    Racconta l’ultimo quarto di secolo della vita del grande pittore J.M.W. Turner (1775-1851), uomo risoluto, temperamentoso e intransigente, e viaggiatore instancabile. Profondamente colpito dalla morte del padre, suo assistente ed ex barbiere, Turner si lega a una vedova che gestice una pensione sul mare, la signora Booth, ed è assillato da una sua ex amante, Sarah Danby, da cui ha avuto due figlie illegittime – ormai adulte – di cui si ostina a negare l’esistenza. E’ spesso ospite dell’aristocrazia terriera, frequenta un bordello, è affascinato dalla scienza, dalla fotografia e dalla ferrovia, è un membro anarchico ma stimato della Royal Academy of Arts, e un bel giorno si fa legare all’albero maestro di una nave per dipingere una tempesta di neve. Per tutto questo tempo è amato dalla sua devota governante, Hannah, che Turner non ricambia e usa per soddisfare i suoi appetiti sessuali, senza mai mostrare per lei alcun vero interesse o riguardo. Finirà per condurre una doppia vita, convivendo in incognito con la signora Booth a Chelsea, dove morirà, senza che Hannah lo venga mai a sapere fino alla fine.
    Lascio a tutti questa domanda che io mi sono posta:
    se non ci fossero stati “geni”, menti eccelse che avessero inventato, creato a torto o a ragione per il progresso o il regresso dell’umanità sarebbero state ugualmente queste, le stesse di oggi, le sorti mondiali? Diverse, migliori o peggiori?
    Il consueto abbraccio a te caro Franz ^-^

    • Franz ha detto:

      Sono due signori film, quelli che segnali. Del primo ho letto solo delle recensioni, mentre il secondo l’ho visto e mi è piaciuto molto.
      Quanto al tuo quesito, mi sembra evidente che il progresso, quello vero, deve molto alle menti eccelse che hanno potuto lasciare un segno evidente nella storia del pensiero, della scienza, dell’arte e del costume; penso, anzi, che ora più che mai avremmo bisogno di molte di queste eccellenze, per riportare l’umanità su binari di pace e possibilità di sviluppo.
      Saluto e abbraccio.

  2. trudy1970 ha detto:

    ….E aspettando il canto n. 12 per sapere come va a finire la telenovela sulla “nostra” amica metallica” nochè Cavalloide Rampante….ti dico cosa penso su “Gelsomino” invece che “Gioacchino” perché mi piace di più come nome.
    Visto che di fantasia ce ne è tanta in questo racconto perché non dare un altro nome al tuo personaggio? Se me lo consenti!
    Certo che Gelsomino è ben sfigato! O ci fa o è tonto del tutto: della serie “umano sbagliare est (scusa il mio latino poco forbito) ma “perseverare è diabolico”.
    E come in tutte le storie poco felici è giusto che qualche “miracolo” avviene anche per Gelsomino: l’incontro con la “signora-fata” (che gli fa vivere una serata da sogno) e l’auto regalata dai clienti scappati via prima di pagargli le corse!.
    Non è per caso che anche tu, caro Franz, speri in cuor tuo che i clienti insolventi ( per farsi perdonare), ti regalino un’auto nuova, quando la “povera” Cavalloide Rampante, dopo cotanta fedeltà ed amore per il suo domatore andrà definitivamente in pensione?
    A presto anzi a prestissimo perché voglio assolutamente scriverti informare te e chi ti legge come me del 3° e 4° film che ho visto con alcuni miei commenti su tutte e quattro le proiezioni.
    Ciao con un abbraccio 😉

    • Franz ha detto:

      Tratti proprio male Gioacchino, o Gelsomino che sia, il protagonista di questa storia…
      Perché per non accorgersi mai della fuga dei passeggeri, nel momento in cui questa avviene, dovrebbe essere o sordo o tonto!
      Comunque è vero che un racconto, una volta pubblicato (cioè diventato pubblico) appartiene completamente ai suoi lettori, pochi o molti che siano. E così accetto anche la lettura in chiave comica che gli hai dato, anziché quella sospesa e inquieta, seppur leggera, che era nelle mie intenzioni generare.
      A presto per il prosieguo del poema …”cavalleresco”, ciao!

  3. amanda ha detto:

    bella favola!

    ma dimmi la verità cosa pigliate voi taxisti di Bologna uno c’ha le Christine di San Silvestro, l’altro i clienti di via dell’Osservanza… mah!

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