Dal Savena all’Arno – Secondo capitolo

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Agli arresti domiciliari
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Strana vicenda, per chi è appena partito per un cammino impegnativo, a lungo preparato e atteso, doversi fermare oltre ventiquattr’ore subito dopo il primo assaggio, e per di più in un ambiente reso ostile da una calura implacabile.

Ma andiamo con ordine.
Mi accoglie una signora un po’ tornita, molto socievole e cordiale, di un anno più di me, come mi confiderà.
“Ho prenotato una camera. Capisco che è un momento strano per arrivare…”
Scartabella un po’ e rintraccia la mia prenotazione; si dà anche da fare per trovare una stanza già pronta, invano.
Le confido del perché mi trovo qui in questo momento; dapprima mi sembra che non colga le motivazioni e i termini del mio progetto, poi invece è lei la prima a citare la Via degli Dei.
Ama conversare, come un fiume in piena non paragonabile al Savena, che scorre tranquillo a poche decine di metri da qui.
Come quasi sempre succede, il discorso finisce su qualcuno che ha fatto o deve fare il Cammino di Santiago di Compostela, ma poi lo dirotta su temi a lei evidentemente più cari: la sua esperienza di albergatrice, dapprima in un grand hotel di Bologna, poi da undici anni qui, e l’incapacità dei nostri enti locali di valorizzare turisticamente il territorio.
Quando la piena del fiume dà il primo segno di calo, ne approfitto per chiedere se posso andare a fare una doccia.
“Certo, le vado a prendere gli asciugamani.”
“Non importa, ne ho un paio con me” ribatto, pentendomi subito dopo del mio eccesso di premura.
Mi dà la chiave e le indicazioni, poi mi dice che appena torno rifarà la stanza. Strano, come se non ci fosse una cameriera.

In bermuda e maglietta da riposo torno a passare di lì poco dopo, rinfrescato e tonificato, ed esco nella limpida mattina di sole.
Nello stesso edificio, sul davanti, oltre a tre anziani seduti nullafacenti, c’è un ristorante di pesce, che mi attira meno di zero in vista della futura cena; scorgo invece in una laterale una pizzeria-ristorante che mi ispira. E’ stranamente aperta a quest’ora, così entro per chiedere quando apre di sera la cucina.
Devo ripetere la domanda con altri termini, perché l’interlocutore, probabilmente egiziano, non ne ha capito il senso.
Aprono alle sette, molto bene.
Proseguo verso il bar centrale, dove c’è ancora atmosfera da colazioni; entro e ordino un tè e due paste dolci, poi mi siedo a un tavolino.
Accendo il tablet e pubblico su Facebook due immagini e un commento stringato sull’inizio dell’impresa e relativa prima tappa.
Di lì a poco mi arrivano già i primi commenti positivi, che mi danno subito un bel senso di condivisione.
Al banco del bar, entrata non molto tempo dopo di me, rivedo la signora dell’albergo, ma ci ignoriamo rispettosamente.
La lentezza questa volta non è una scelta ma una necessità: ho davanti un’intera giornata senza l’ombra di un impegno.

Quando mi decido a rientrare in camera, verifico con sollievo che è l’unica già pronta.
Mi colpisce il ventilatore sul comodino al di là del letto a due piazze. C’è anche un attrezzo metallico bianco, lassù, con dei comandi vicini all’interruttore della luce. Lo accendo selezionando estate e massima potenza, e quello, con un forte ronzio, si mette a buttare fuori aria che, a una prima impressione, sembra fresca.
Svuotato lo zaino e sistemata alla meglio l’intera dotazione da viaggio, mi spoglio completamente e mi sdraio sperando di recuperare un po’ di riposo.

Il sole batte implacabile contro la finestra e la relativa parete, e il disagio va aumentando.
Continuo a lasciare acceso il soffione metallico, che mi manda una leggera corrente all’altezza dei piedi, ma ho capito che non è un condizionatore, perché la camera non si rinfresca.
Uscire non avrebbe senso: fa molto caldo anche fuori e non saprei dove andare, anche perché ho bisogno di stare sdraiato. Ma dormire è un’utopia.
Un’altra doccia fresca; a fine giornata non si conteranno.

Cerco di distrarmi, e il tablet mi dà un grande conforto: su Facebook i commenti di amiche e amici  vecchi e nuovi si stanno moltiplicando in modo impressionante. Vogliono sapere, manifestano stupore e ammirazione.
Rispondo dettagliatamente a tutti, e non faccio in tempo a inviare la risposta che già sono arrivati nuovi messaggi.
Questo fenomeno, del tutto inaspettato, sarà uno degli elementi più incentivanti della spedizione; nel procedere mi sentirò spesso come accompagnato da un’attenzione affettuosa e corale, e l’appuntamento del tardo pomeriggio con la pubblicazione del resoconto sarà sempre un momento molto atteso.
Consulto anche le previsioni del tempo: tutti i relativi siti sono concordi nell’annunciare il veloce passaggio di una perturbazione rinfrescante, fra la notte e le prime ore della mattina seguente, con ristabilimento successivo del sereno.

Nel pomeriggio, dopo le tre, decido di interrompere la lenta agonia, per andare a fare una nuova merenda al bar.
All’accettazione non c’è la signora, ma un paio di uomini che guardano la tivù in una stanzetta attigua.
Fuori, i tre anziani sono sempre seduti, occupati a far niente, e ho l’impressione che sappiano tutto di me, anche se evitano di incrociare il loro sguardo col mio.
Prima di entrare nel bar, catturo l’immagine di un casermone di altri tempi, reso vivido dalla luce imperiosa del sole, e che mi colpisce anche per l’ottimo stato di intonaco e persiane.

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.Quando rientro, davanti al teleschermo c’è ancora uno dei due uomini: avendo già adocchiato che cosa stanno guardando, gli chiedo qual è la rete che trasmette il tour de France.
“La tre” mi risponde affabilmente, poi aggiunge: “Là sta piovendo e ci sono diciotto gradi!”
“Beati loro” ribatto con un sorriso.

Ecco, il tour, ci avevo già pensato prima: è una di quelle rare occasioni in cui ci si può concedere anche questo.
Una tappa di pianura con arrivo ad Amiens, nel Nord. Una tappa noiosissima, tutti in gruppo per chilometri e chilometri; giusto una caduta collettiva sull’asfalto scivoloso, senza gravi conseguenze, movimenta lo spettacolo. Fino alla volata finale, una cosa lunga e spietata, in cui la spunta con un furibondo scatto laterale un corridore belga che sembra Frankenstein.

Spengo la tv, provo ad accendere il ventilatore, sperando che faccia più effetto di quell’inutile scatola metallica bianca lassù.
Le folate cicliche mi danno un po’ di sollievo, finché riesco ad appisolarmi.
L’ora della pizza arriva così senza altri tormenti.

Va peggio, molto peggio, al rientro e gran parte della notte, passata per molte ore sveglio, a smaniare nell’attesa della salvifica perturbazione.
Aperta del tutto la tapparella, alla calura si somma un altro flagello, un cane che abbaia. E’ un abbaiare di allerta, inquieto, forte, convulso, costante. Due, tre, quattro abbaiate consecutive ogni due o tre secondi. Per ore.
Dietro un cane che abbiaia così c’è un padrone carogna; spero invano che rientri e tranquillizzi la bestiola; non posso far altro che riabbassare la tapparella.
Quando la riapro una prima volta non è cambiato niente; la seconda volta (dopo un tempo indefinito) invece l’allarme sembra terminato, salvo un solo lamento roco, non ripetuto, che mi sembra di percepire una o due volte.
La perturbazione non arriva, un paio di ore di sonno invece sì.

La colazione mi viene servita in un cortile interno dal tipo del tour de France, che è il marito della signora. Una striminzita tazza di tè con delle merendine impacchettate e tre micro-confezioni di biscotti; meno del minimo sindacale. E l’uomo che, come la signora, cerca la conversazione, ma ha un tono fastidioso, da persona ignorante e un po’ supponente.

Regolati i conti e salutati entrambi, esco e scruto il cielo grigio e nuvoloso. L’intenzione è di aspettare, per evitare un temporale che non mi troverebbe attrezzato.
Ma, di lì a poco, un timido parziale raggio di sole mi dice: “Vai!”
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