Dal Savena all’Arno – Sesto capitolo

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Un’infinita marcia forzata (seconda parte della quarta tappa)
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I primi duecento metri di dislivello in discesa, dei novecento che ci aspettano, sono gli unici veramente ripidi, in mezzo al bosco, dalla vetta del monte Gazzaro al passo dell’Osteria Bruciata; la guida prevede un’ora come tempo di percorrenza.
Un cartello indica la scelta fra un percorso con difficoltà escursionistiche (quello descritto nel nostro vademecum) e un’alternativa più facile; non c’è quasi bisogno di confrontarci: scegliamo quello difficile.
Troviamo addirittura alcuni tratti di corda metallica fissata a un lato del sentiero, che si presenta scomodo, impervio, ma non pericoloso; probabilmente lo diventa in presenza di fango.
Superato questo tratto, con gli occhi sempre molto aperti a scorgere i segnali oltre alcune possibili diramazioni, riusciamo alla fine a raggiungere il Passo, impiegando più o meno il tempo previsto.

Massimo consulta la guida, in particolare il profilo altimetrico dell’intera tappa, e dà il primo allarme: “Guarda che siamo ancora lontanissimi, abbiam fatto meno di un quarto della strada.”
Bisogna armarsi di santa pazienza e procedere. La discesa, ne conveniamo entrambi, è sempre più stressante della salita: uno sforzo più violento per le gambe, l’aria che diventa via via più calda e pesante, mentre i panorami si schiacciano: l’esatto opposto dell’effetto euforizzante della salita.
Tre ore e tre quarti sono indicati, un tempo infinito, per annullare gran parte dei rimanenti settecento metri di dislivello, su mulattiere e carrarecce, e questo soltanto fino al paesino di Sant’Agata, che non sarà ancora la destinazione: da qui si dovrà proseguire quasi in piano fino a San Piero a Sieve, e poi al nostro campeggio.

Mentre procediamo, insieme alla fatica aumenta anche la percezione dello sforzo complessivo che ci verrà richiesto, visto che i tempi indicati si stanno rivelando oggi purtroppo del tutto attendibili, anzi addirittura stretti.
Scattiamo di tanto qualche immagine per documentare il lentissimo  atterraggio in una pianura splendida, nel pomeriggio spietatamente assolato.

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Passando davanti a una delle prime ville che segnalano il ritorno a un contesto urbanizzato, salutiamo un signore intento a fare qualche lavoro in giardino.
“Buongiorno” ci risponde, “se volete dell’acqua, entrate, là in fondo c’è la fontanella.”
Apprezziamo l’offerta e andiamo a dissetarci e a riempire di graditissima acqua fresca le nostre bottigliette.

E procedere. Fino a Sant’Agata, che ci accoglie finalmente nelle sue strade non troppo trafficate.
Dopo aver rimesso gli scarponi negli zaini, incrociamo un gruppo di giovani; Massimo li riconosce, devono essere quelli, mi dice, che hanno fatto casino in albergo stamattina presto (avevo in effetti percepito anch’io qualche rumore di troppo).
“Andate a San Piero?” domanda a uno di loro, che viaggiano preoccupantamente in direzione contraria.
“Sì, risponde, per San Piero di qua, per il bar di là!”
L’atteggiamento spavaldo, a causa anche della nostra grande stanchezza, suona un po’ irritante, e insistiamo nella nostra direzione.
Di lì a poco chiedo informazioni a una ragazza bionda che sta attraversando la strada: “Andiamo bene per San Piero?”
“Sì, sempre dritto per questa strada, ma c’è il sole!”
“Non importa, ne abbiamo già preso tanto…”

Se solo estraessimo ancora una volta la guida (vincendo la pigrizia figlia dell’affaticamento), scopriremmo che c’è un’alternativa sterrata, senza traffico e un po’ più breve rispetto a quella che stiamo imboccando, e che comunque, anche con quella, ci aspetterebbero ancora sette chilometri da coprire in un’ora e tre quarti di cammino.

Ce ne rendiamo conto troppo tardi, che non stiamo percorrendo la via più diretta, consultando la carta stradale di Massimo, durante una delle frequenti brevi soste per estrarre i minuscoli sassolini che si insinuano maledettamente nelle fessure dei sandali.
Le gambe vanno, non danno dolore, ma è tutto il fisico a reclamare, inascoltato, di terminare la marcia, che i lunghi rettilinei asfaltati fanno sembrare infinita.
Sono dispiaciuto anche per il mio compagno di sventura: se fossi da solo sarei responsabile unicamente della mia fatica; aver coinvolto anche lui in questa massacrata, addirittura nel primo di due soli giorni di cammino, ora è un inevitabile peso aggiuntivo sulla coscienza.
Anche se non gliel’ho chiesto io; anche se con un vero amico non c’è bisogno di giustificazioni di sorta; e anche se, come mi confermerà l’indomani, lui ama almeno quanto me affrontare le sfide.

“Al primo bar ci fermiamo a bere qualcosa” fa lui.
“Okay” e l’immagine di una fresca cedrata Tassoni, che non bevo da tanti anni, espande nella mia mente la sua luce gialla come un secondo sole, artificiale ma molto benefico.
Superiamo capannoni industriali dismessi, poi c’è un area di rifornimento di carburante, ma oggi è sabato: servizio a self-service, e bar chiuso.
Le bibite restano un miraggio, finché, un passo dopo l’altro come due automi, il paese di San Piero a Sieve si degna finalmente di aprirci le sue porte.

Invece del bar ci appare una gelateria artigianale: aggiudicato!
Cono da due euro; melone e fragola per Massimo, pesca e melone per me.
L’invasione nella coscienza, anzi l’esplosione, del refrigerio e di un sapore di frutta che sembra potentissimo, è un’esperienza quasi psichedelica, che ha pochi raffronti anche nei ricordi del passato.
Ma non solo per me: ci guardiamo e commentiamo stupiti e divertiti la comune inenarrabile percezione.

Chiediamo la strada per il camping a un anziano seduto su una panca.
“Sempre dritto di là, saranno due chilometri.” E’ cordiale, ci chiede di dove siamo.
Due chilometri: è ancora dura, ma l’indicazione ci dà sollievo: un cartello poco prima ne indicava quattro.
E un altro passante, dopo un po’, ci conferma la direzione e una distanza sempre più abbordabile.
Conosciamo il numero civico della via, ma le case sono diradate, e la cosa non aiuta.
Così è un po’ a sorpresa che, dopo una semicurva, appare a me, che precedo di poco il mio amico, l’insegna del campeggio.
Mi volto verso di lui con un gesto di vittoria.

Una volta lì davanti, Massimo estrae la macchinetta per uno storico autoscatto.

foto di Massimo

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Sono passate poco meno di dieci ore da quando abbiamo lasciato l’altro campeggio, a Monte di Fò; raramente, forse mai, ho camminato tanto a lungo.
Dall’insegna alla baracchina dell’accoglienza c’è un viale in salita che potrebbe essere infinito.

La signora ci indica su una mappa l’ubicazione della nostra casetta su ruote: è in un viale, raggiungibile tramite un percorso tortuoso, nei pressi della sommità. Le dico che non possiamo farcela, e lei ci incoraggia sorridendo.

Fa caldo, dentro il piccolo locale, ma ci limitiamo a spalancare porta e finestre senza accendere il condizionatore.
Testa o croce per chi fa per primo la doccia, primo passo verso la rinascita.
Il secondo e più sostanziale passo, e non finirò di meravigliarmi di come si possa recuperare così presto un sostanziale e profondo senso di benessere, è la cena a bordo piscina, in un ambiente all’aperto molto gradevole e rilassante.

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Su parziale ispirazione dell’amico, azzeccatissime anche le scelte alimentari: subito un’insalata mista, poi una pastasciutta cacio e pepe per me e una pizza per lui, con mezzo litro per ciascuno di un’ottima birra pilsen.
Infine, questa volta su mia ispirazione, un’altra pizza marinara, una sola divisa a metà su due piatti.

Il sole è appena tramontato; chiedo a Massimo, che ha già voglia di rientrare, di lasciarmi da solo col mio tablet, qui dove si prende il wi-fi.
E’ già buio quando lascio anch’io quell’ambiente amico, e comincio a vagabondare per il campeggio in cerca della casetta.
Dopo un paio di perimetri a vuoto dell’intera vastissima area, nel silenzio vagamente sensuale della notte fresca, superando coppie, gruppetti e comitive di giovani in clima festoso presso le loro abitazioni campestri, smarrito e preso dall’angustia, provo a telefonare al mio compare, ma ha già l’apparecchio spento.
Ecco, avevano ragione i miei amici, il rischio di perdersi alla fine si è concretizzato…!

La necessità aguzza l’ingegno, e dopo molto girovagare trovo finalmente il bandolo della matassa.

Massimo dorme pesantemente; io resto sveglio a lungo, con i piedi in alto contro la parete e le gambe un po’ divaricate.
Senza sonno, ma in preda a un sereno, totale rilassamento.
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Note di percorso:

Da Sant’Agata a San Piero bisogna prendere la via che attraversa il borgo di Gabbiano; nella mia guida è descritta come sterrata, ma non ho potuto verificare se lo è tuttora.
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Attenzione: ho aggiornato l’ ‘album fotografico’ in ambiente Facebook (relativo al quarto giorno) con le immagini di questa seconda parte: clicca qui.

Informazioni su Franz

Per una mia presentazione, clicca sul secondo riquadro ("website") qui sotto la mia immagine...
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