Dal Savena all’Arno – Settimo capitolo

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Quinta tappa: il monastero di San Pic-nic
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Colazione al bar del campeggio. Una ragazza assonnata smaltisce senza fretta, e con una certa indifferenza, la raffica di ordinazioni dei molti e agguerriti avventori di questa domenica mattina.
Finalmente otteniamo ascolto anche noi; ho adocchiato una coppetta di macedonia di frutta fresca, ma quella che mi viene servita, insieme a un tè e a una fetta di tiramisù, è visibilmente meno fresca, e determinerà nella mia pancia una breve ricaduta degli ahimè ben noti dolori.

La signora dell’accettazione, la stessa di ieri sera, è decisamente più vivace e gentile; prima di salutarci ci chiede se stiamo facendo la Bologna-Firenze e ci indica una scorciatoia dalla sommità del campeggio, che evita di tornare in paese: “C’è un cancellino, ma troverete le chiavi attaccate perché le ho date poco fa a un gruppo di ragazzi che fanno anche loro il vostro percorso.”

Le gambe fanno male, in salita: è l’eredità della massacrata di ieri; ma passerà presto.
Ecco il cancellino, che dà su una strada sterrata: come due Giovani Marmotte decidiamo la direzione in base alle tracce del gruppo che ci ha preceduto, sicuramente gli stessi che abbiamo snobbato ieri.
Ma poi c’è un bivio, privo di segnalazioni, con un largo sentiero che si divarica di poco dalla stradina, per poi procedere quasi parallelo, e le tracce non bastano a toglierci il dubbio. Massimo è anche perplesso sulla direzione di entrambe le vie, ma decidiamo di dividerci per vagliarle in contemporanea.
Restiamo a portata di voce per un certo tratto, poi lui non risponde più ai miei urli; vorrei comunicargli che ho incontrato un segnale stradale di dare la precedenza e le indicazioni per il paese di Trebbio; sono costretto a telefonargli.
Decide di tornare sui suoi passi e anch’io torno indietro un po’ per anticipare l’incontro.

Appena dopo il ricongiungimento, veniamo raggiunti da un uomo e una donna più anziani di noi, con le racchette da escursionismo e lo zaino voluminoso.
Ci chiedono conferma per Trebbio, poi la signora mi guarda e dice: “Noi ci siamo già incontrati, l’altro giorno, quando non trovavamo i segnali.”
“Ah, è vero, poi avete avuto più problemi?”
“No, siamo in debito di uno spritz” fa lui.
Massimo chiede di consultare la loro cartina, è una carta grande, molto dettagliata, certamente più recente della nostra guida. E il percorso indicato è sorprendentemente diverso, fa una specie di larga ansa rispetto a quello, molto più diretto, che avrebbe dovuto partire dal paese.
Evidentemente è una modifica al tracciato apportata negli ultimi anni.
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Procediamo per un po’ conversando con i due, sono milanesi.
“Milano è una città che amo” dico, “ci ho passato cinque anni in trasferta tanto tempo fa”.
“Ah sì? E che lavoro facevi?” (ci diamo già del tu).
“Ero consulente per una ditta di informatica bancaria.”
“Ah, pure io lavoravo nel grande mondo dell’informatica” fa lui.
“Ma poi, dodici anni fa, mi sono stancato di quella vitaccia e di quegli ambienti, e ho cambiato lavoro. Adesso faccio il tassista, a Bologna.”
“Ah, il tassista… Allora sarai un evasore totale.”
Non scorgo malizia nell’infelice battuta, ma non mi riesce meglio di ribattere, se non dicendo che l’Agenzia delle Entrate ha effettuato dei controlli a tappeto ma non mi ha nemmeno convocato.
Provo poi a esprimere il mio punto di vista sulla violenta aggressione in corso, anche alla nostra attività, da parte delle multinazionali della finanza, che generano precarietà, povertà e dequalificazione. Non avverto condivisione da parte loro.
Poi, per fortuna, si parla di altre cose: del campeggio ‘Il Sergente’, dove hanno alloggiato in un bungalow, di ristoranti e pizzerie di Firenze, e soprattutto di camminate; loro sono degli appassionati, anche di percorsi molto lunghi, come la Via Francigena e il Cammino di Santiago di Compostela, che hanno effettuato di recente; e ci raccontano episodi coloriti e impressioni generali.
Rappresentano una strana via di mezzo fra un sano atteggiamento sportivo e un approccio più aristocratico: citano a più riprese un certo loro ‘coach’ che li assiste abitualmente e professionalmente dalla città.
Dopo un tratto condiviso ci separiamo, loro vogliono visitare una rocca non distante; come con le Austriache di ieri, tuttavia, capiterà a più riprese di incontrarci nuovamente sul cammino.

Milanesi

Massimo mi confida che è rimasto contrariato dalla battuta sull’evasione fiscale, secondo lui troppo confidenziale, se non addirittura offensiva.

Dopo un  tratto nella boscaglia, la tappa di oggi prevede inizialmente seicento metri di salita, fino alla vetta del monte Senario, nella collina aperta e assolata del Mugello.

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Il sole oggi comincia a picchiare forte; diversamente dal solito, sento la frequente necessità di dissetarmi, e mi tocca razionare l’acqua della bottiglietta.

Massimo e Franz

Due luoghi di culto contrassegnano il percorso odierno, dapprima la Badia del Buon Sollazzo (in parziale stato di abbandono) a quota cinquecentoquaranta, e poi, in cima al monte Senario, quasi trecento metri più su, il convento dei Servi di Maria.
Sono due ragazzi che scendono in mountain bike da un ripido sentiero, a indicarci una scorciatoia che evita la Badia e punta dritto al convento.
La cosa ci fa gioco, oggi il tempo è limitato: Massimo in serata dovrà prendere il treno, per raggiungere Firenze dove ha già un appuntamento presso la sua pizzeria preferita (quella di cui parlò anche Milena Gabanelli in una puntata di ‘Report’).
“C’è da bere, lassù?” domando ai giovani ciclisti.
“Sì, c’è la fontana, e anche il bar.” Sono garbati e sorridenti, infondono energia giovanile.
“Dove state andando?”
“Facciamo la Firenze-Bologna, siamo partiti ieri.”
“Ah anche voi, buona strada allora, ciao!”

Le nostre bottigliette sono vuote, e l’idea di raggiungere una località civilizzata dove dissetarci è un forte incentivo.
La vicinanza al convento ci viene segnalata dai primi gruppetti di persone, in abbigliamento da vacanza, intente al rito del pic-nic domenicale.
Procedendo, la densità di questi piccoli assembramenti si impone sempre più, mentre il sentiero si immette in una strada asfaltata.
Quello che dovrebbe essere un posto privilegiato per la meditazione si rivela a noi, reduci da alcune ore di cammino nel silenzio e nel sole, quanto di più profano, chiassoso e popolaresco.
E’ negli immediati pressi del convento che l’affollamento concede un po’ di tregua, restituendo un certo fascino a questo luogo sacro.

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Ci dissetiamo e riempiamo le bottigliette alla fontana.
Il bar è in fondo a due salette oblunghe, un po’ buie e fresche, semivuote, con dei tavoloni in legno massiccio.
Massimo è costretto a uscire in un locale attiguo per comprare un panino; io mi arrangio con l’ultima porzione di ottimi fichi secchi che ho ancora nello zaino.
Ma l’urgenza è ancora quella di bere: al barista mediorientale, probabilmente egiziano, posso finalmente ordinare la cedrata Tassoni che tanto avevo desiderato ieri, ma che poi trovo un po’ deludente.

Concesso il giusto tempo al riposo e rinfrancamento, ci rimettiamo in cammino.
La discesa di oggi, fino alla località di Olmo dove ho prenotato l’albergo, è ben poca cosa in confronto a quella di ieri: meno di due ore, in un paesaggio collinare che è sempre un bello spettacolo, anche in un caldo pomeriggio assolato di luglio.

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“La Toscana è bella tutta” esprimo al mio amico, versiliano, una mia antica convinzione: “Da qualunque parte si proviene, appena si entra in Toscana si nota un particolare stato di grazia.”
Non commenta, sembra quasi perplesso di fronte a quella che mi sembra un’evidenza elementare.

L’intreccio di strade asfaltate che precede Olmo mi ricorda un po’ quello che mi accolse, nel pieno della luminosità meridiana, due giorni fa al Passo della Futa. Un paio di indicazioni dell’albergo ci tolgono i residui dubbi.
E’ un tre stelle; un po’ di comodità, a questo punto della traversata, non mi dispiacciono.
Il clima al banco dell’accettazione è rilassato, anzi decisamente pigro.
Otteniamo senza problemi il permesso di lasciare fare una doccia al mio compagno di viaggio, che dimostra enorme gratitudine per il relativo sollievo e recupero di presentabilità, in vista del rientro e della sua buona pizza in ottima compagnia.

E’ il momento di salutarci; lui dovrà percorrere ancora un’ora e passa di strada in discesa fino alla prima stazione ferroviaria.
Non indugiamo in salamelecchi; preferiamo guardare avanti, e fissare le prossime occasioni di incontro.
Una pacca sulla spalla al mio compagno di strada che mi lascia, chiudo la porta e mi ritrovo d’improvviso nella dimensione solitaria dei primi giorni.
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Note di percorso:

La carta della ‘Via degli Dei’ a cui ho accennato è stampata a nome di vari enti, fra cui in primo piano quello del comune di Sasso Marconi, presso cui è possibile acquistarla (vedi qui).
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Attenzione: per accedere al quinto ‘album fotografico’ in ambiente Facebook clicca qui.

Informazioni su Franz

Per una mia presentazione, clicca sul secondo riquadro ("website") qui sotto la mia immagine...
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