Dal Savena al Tirreno – Quinta tappa

Itinerario: Pavullo nel Frignano – Monzone – Ponte del Diavolo – Lama Mocogno – Barigazzo
(25 luglio 2016)

copertina

Da oggi, con la prima vera tappa lungo il tracciato della Via Vandelli, al tanto decantato (e vituperato) Google Maps, si aggiungono altri strumenti di aiuto nell’identificazione del percorso: tre cartine dei sentieri che, come raccontai, ho acquistato alcuni mesi fa, e che coprono tutto l’itinerario; e inoltre, trovate in Internet, quelle rare testimonianze, essenzialmente cicloturistiche, di chi vi si è cimentato.
Gli strumenti hanno tuttavia un certo grado di incompatibilità reciproca: quando infatti ci si avventura per sentieri, Google Maps diventa afasico, tace, inibito o sdegnoso; forse, più probabilmente, soltanto inetto.

Da molto tempo, l’inizio della tappa di oggi rappresentava, nella mia mente, il caso emblematico del genere di difficoltà di tutto questo tipo di traversata: sentieri poco segnalati, e testimonianze di improvvisazione, anche avvenuta con successo, ma difficilmente replicabili.
Avevo l’alternativa, per giungere in località Monzone (primo obiettivo odierno), di ricorrere al metodo dei giorni scorsi, cioè le indicazioni del navigatore, ma significava rinunciare a percorrere zone molto più fascinose e un po’ selvagge, e rinunciare anche a una via più diretta, che avrebbe potuto darmi del prezioso vantaggio in una tappa comunque preoccupante per la sua lunghezza.
Nel saldare il conto in albergo, alle otto e mezza, adocchio una cartina turistica del posto, la apro e la verifico: evviva, la zona che mi interessa è coperta, e il grado di dettaglio sembra molto preciso, ferma restando la quasi totale mancanza di segnavia numerati.

Appena ne ho la possibilità, riponendo fiducia in quella cartina colorata, e con un dannato spirito da (non più…) giovane esploratore, mi inoltro per la rete di piccole strade che portano a caseggiati periferici, per poi diventare carrarecce e scoscesi tratturi in mezzo a un fitto bosco.
La quantità di bivii rende il gioco simile a un labirinto.

stradina

Cerco di tenere in considerazione il paese, a valle, di cui mi giungono i rumori, ma la mancanza assoluta di punti di riferimento mi dà una certa apprensione.
Che si tramuta in gioiosa speranza al comparire di una baita, poi di un piccolo agglomerato, che credo di identificare.

Morale della favola, all’uscita del bosco, anche grazie alle indicazioni di un residente (e poi anche a quelle esposte a una fermata dell’autobus), so con precisione la direzione da prendere. E con un certo entusiasmo, che si trasformerà ben presto in delusione, quando capirò di aver perso un’ora rispetto alle indicazioni del buon vecchio Google: tre ore anziché due fino a Monzone.
Ma mi sono divertito, e per l’oggettivo aggravio nelle previsioni di durata (e faticaccia) complessiva, adotto una tecnica che mi darà frutti sorprendenti, per non dire miracolosi: un passo molto cadenzato, senza mai forzare, quasi ipnotico, sull’esempio, a quanto riferiscono, dei cammelli…

“Buongiorno signora, mi può dare un po’ d’acqua?”
Si riscuote, non mi aveva visto, l’anziana abitante del quieto e soleggiato borgo di Monzone, seduta fuori di casa e intenta a non so che; poi mi risponde:
“C’è, l’acqua, più avanti. È buona, è molto buona.”
“Ah c’è la fontana? Bene, grazie!”

fontana
Le indicazioni della carrareccia per il Ponte del Diavolo, prossima meta, sono, e si manterranno, chiare e abbondanti, per fortuna.
Il tragitto in salita (l’obiettivo è a novecento metri di altitudine), in un bosco che pian piano si infittisce, ha qualcosa di magico e di mistico, anche perché non c’è un’anima, in questo lunedì di fine luglio, e pure gli uccelli e le cicale tacciono.
Faccio tesoro del benessere profondo che mi sta offrendo questa ascesa.

Finalmente qualche voce.
Vedo la mamma, mentre sento i bambini non lontani.
“Scusi, vado bene per il Ponte del Diavolo?”
“È qui, da questa parte!”
“Oh che meraviglia” dico, prima ancora di osservarlo per bene.
Si tratta forse della più notevole attrattiva turistica del mio intero viaggio, un monolito di arenaria a forma di ponte, noto almeno fin dall’epoca romana.
Sulle prime resto un po’ perplesso per la sua posizione nascosta dal bosco, poi, osservandolo e fotografandolo, rimango affascinato dalla sua sfacciata potenza.
I bambini ci giocano sopra, mentre diffondono brani di Bruce Springsteen. Curioso contrasto di epoche.
Sono educati, mi chiedono se devono farsi da parte per non intralciare le mie foto.

sul ponteE  purtroppo se ne vanno prima di me, con la loro mamma a cui avrei potuto chiedere indicazioni sul sentiero per Lama Mocogno.

Ma non dovrebbero esserci dubbi: anche se non ci sono cartelli segnaletici, dev’essere quello opposto a dove sono arrivato. Segnali bianco azzurri di vernice ne accompagnano il tragitto in discesa, che percorro un po’ titubante. Anche dalla cartina, in fondo, risulta che non ne esistono altri.
Ciò mi fa ignorare i primi campanelli d’allarme: indicazioni di luoghi che non riesco a identificare, scritte su tabelline ai margini del sentiero.
Ho già percorso molta, molta strada in discesa quando alcune frecce direzionali su un palo mi impongono la dura verità: sto procedendo in direzione esattamente opposta a quella corretta.
Consulto Google Maps: il paese che troverei continuando a scendere si trova a oltre venti chilometri dalla destinazione finale della mia quinta tappa.
Non resta che fare dietro front e affrontare la vua crucis della lunga risalita.

Sono in emergenza: la tappa è ancora lunghissima, e non so con quante ore di ritardo, e con quante residue energie, potrò portarla a conclusione, sempre che riesca a trovare l’imbocco del maledetto sentiero, che mi aspettavo fosse elementare.
Ma riesco, ancora, a non forzare l’andatura.

È un nuovo incontro felice a trarmi in salvo, una volta finalmente raggiunto, e oltrepassato con titubanza, il Ponte del Diavolo.
In groppa alla sua bicicletta da montagna, una ragazza minuta, dal fisico tonico e sportivo, vi si sta recando dallo stesso sentiero che avevo percorso all’andata.
Le chiedo immediatamente indicazioni per Lama Mocogno: mi dice di andare giù di là. Ribatto che non è possibile, spiegandole la mia brutta esperienza. Non si lascia convincere, e sulla mia insistenza a voler procedere in senso opposto, cerca addirittura di assecondarmi, indicandomi delle varianti complesse. Ma capisco che ne sa, e mi rassegno a seguirla, come gentilmente si offre.

Poco dopo l’inizio della discesa prende una deviazione, che gli imperiosi segnali bianco azzurri, sul ramo opposto, renderebbero impossibile a chiunque non la conosca.
Ecco scoperto l’arcano. Le chiedo il suo nome e la possibilità di fotografarla, prima di lasciarla andare.

ragazza
Comincia per me il lunghissimo, cadenzato, viaggio contro il tempo e lo sfinimento, per riuscire a concludere la tappa in giornata.

È già notte fonda, ora mentre scrivo, e non posso più dilungarmi.
Ma il lieto fine non lo faccio mancare.

La miracolosa andatura cadenzata che ho adottato per tutto il giorno mi fa progressivamente capire che ce la farò.
A Lama faccio una sostanziosa merenda in un bar, stendendo le gambe sulla sedia vicina. E poi mi incammino lungo la statale.

statale
Arriverò, senza alcun senso di sfinimento, ma una soddisfazione immensa, alle sette e tre quarti, undici ore e dieci dopo la partenza, e avendo superato un dislivello complessivo in salita di oltre milletrecento metri.
Davvero mi sembra un sogno.
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