Itinerario: Barigazzo – Passo Cento Croci – Sant’Anna Pelago
(26 luglio 2016)
“Le ho già preparato la ricevuta. Sono trentuno euro.”
A stento maschero la sorpresa per un conto così striminzito, a fronte di un’ottima cena, una cameretta mansardata un po’ spartana, ma silenziosa e dotata di wi-fi, e una colazione abbondante.
C’ero solo io, nel ristorante-albergo San Giorgio, sulla statale dell’Abetone (ben poco trafficata a questa altezza); diverse generazioni di donne: gestione matriarcale, molto attenta e delicatamente premurosa nei miei confronti; spazio, quiete: ci sono stato bene.
L’abitato di Barigazzo rimane un chilometro più su. Mi ci dirigo in una bella mattinata fresca e soleggiata, che sembra espandere la quiete dell’albergo a tutta la valle.
Seguendo le indicazioni della carta dei sentieri, esco dal paese per una laterale sulla destra che dovrebbe portarmi a raggiungere il sentiero del CAI numerato e intitolato ‘Via Vandelli’, che si dipana parallelo alla statale, a monte.
E così avviene: oggi parto col piede giusto.
E ora mi trovo, per la prima volta e senza approssimazioni, sul tracciato dell’antica via che sto inseguendo.
Cerco nel terreno della carrareccia pianeggiante, o appena ondulata, qualche traccia del selciato originario e mi sembra quasi di scorgerla, ma mi resta il dubbio.
Il gioco procede per un po’ di tempo, e di strada, sospesa fra radi boschi che impediscono un’ampia visuale, poi mi stanco e distraggo.
Il cielo si è fatto un po’ lattigginoso e rende il panorana poco spettacolare.
L’insolita scarsità di dislivelli ripidi promette una tappa tranquilla, per la prima volta da quando sono partito.
Le gambe non accusano il tour de force di ieri, solo la testa è un po’ svagata, anche e soprattutto per carenza di sonno, e incline a desiderare più un pomeriggio di quiete in albergo che nuove emozioni.
È l’ultima tappa completamente in terra emiliana, e quando mi immetto su un tratto d’asfalto che mi porta verso il Passo Cento Croci cerco di percepire le prime avvisaglie di Toscana.
Il tema conduttore della giornata resta sempre la Via Vandelli, che continua a essere strettamente ripercorsa, e citata nelle indicazioni dei segnavia.
In località La Fabbrica, una lapide rende onore all’abate romagnolo, ideatore e realizzatore di un’opera così ardita, ai suoi tempi nel Settecento, e ‘alle popolazioni appenniniche che divisero ingegno e fatiche’.
Ed ecco che, di lì a poco, l’antico selciato di pietre levigate e giustapposte a secco, come in un mosaico, appare in tutta la sua indiscutibile evidenza. È strano emozionarsi per un lastricato, ma l’immagine che scatto, e pubblico immediatamente, ottiene evidenti reazioni di stupore anche da tanti amici.
Quanti cavalli saranno transitati di qua, a trasportare commercianti e avventurieri, per il breve tempo di vita di questa lunga strada…
Il cielo va imbronciandosi, lontano echeggiano dei tuoni.
Rari, quasi nulli, gli incontri con altri esseri umani.
Il panorama, che spesso si apre a valle, alla mia sinistra, con questa luce sempre più livida non è particolarmente spettacolare.
A destra, lassù, compare lontano il Sasso Tignoso, con il profilo rotto da un albero solitario, dall’aspetto lugubre come in certi film western.
Calcolo che non riuscirò a stare entro le cinque ore di cammino previste, ma ugualmente dovrei arrivare nel primissimo pomeriggio. Non ho praticamente fatto alcuna sosta, e tutto è filato via liscio.
Comincia a piovere, e sembra fare sul serio.
Mi dedico al complesso rito della bardatura: indosso la giacca a vento leggera, in fibra traspirante, affibbio la prolunga ai pantaloni, li rivesto con il copripantaloni, e simile trattamento di protezione riservo allo zaino.
Non pioverà come minacciava, e ripetutamente togliero’ e rimettero’ dei pezzi.
Ora si tratta di trovare la strada per scendere a Sant’Anna Pelago, che la cartina appena accenna, tutt’altro che diretta.
Mi inoltro in discesa per una strada bloccata da una catena. Non è la via giusta: finisce in un caseggiato agreste costellato di attrezzi, e privo di vita umana (come del resto gran parte di tutto il mio percorso odierno); mi tocca risalire sulla via asfaltata, una lunga strada che, completamente deserta, corre parallela alla valle in cui identifico il paese di Sant’Anna, il più vicino in linea d’aria, centocinquanta metri di altezza più giù.
Se ci fosse una strada diretta sarei là fra dieci minuti, e invece questa sembra fatta apposta per allontanarcisi, sia da una parte che dall’altra.
È difficile capire dove comincia l’abbozzo di strada indicato dalla carta.
Vorrei chiedere, ma qui sembra proprio ‘the day after’…
Ecco, questa potrebbe essere la buona: mi ci calo con decisione. E in breve tempo mi ritrovo in mezzo ai campi di fieno, limitati a valle dalla boscaglia.
Di tornare su non se ne parla, accetto la sfida.
Ciuffi di fieno grossi, rigidi e sdraiati mi fanno lo sgambetto.
Cerco di rallentare: se mi faccio male qui chi mi aiuta?
Finito il campo malefico affronto la boscaglia. È molto fitta, ma superata la prima barriera compare un rudere. Mi aspetto una traccia di sentiero nei pressi, e dopo un po’ ne trovo una.
Non si esaurisce, come temevo, ma gradualmente mi porta fuori dalla selva oscura, fino a rivedere l’asfalto, un ponte e le prime case.
Resta solo il dubbio che non si tratti di un altro paese. Giungo rapidamente nella piazza, ci sono le bancarelle del mercato e gruppetti di persone d’ogni età.
“Scusi è Sant’Anna qui?”
Il tipo della bancarella mi rassicura. È Sant’Anna, e avrei dovuto capirlo dall’atmosfera di festa, perché oggi è Sant’Anna anche sul calendario.
E proprio di fronte scorgo l’insegna del mio albergo.
Sono le tre, sono riuscito a far durare sette ore anche questa tappa. Poco male, ora avrò un po’ di tempo per rilassarmi, e magari anche per una dormita fuori ordinanza.
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