Dal Savena al Tirreno – Settima tappa

Itinerario: Sant’Anna Pelago – Passo del Lagadello – San Pellegrino in Alpe – Castelnuovo Garfagnana
(27 luglio 2016)

a copertina

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Dopo una settimana esatta di viaggio solitario, questa sera è arrivato Massimo. Abbiamo poco fa cenato insieme e, come avvenne l’anno scorso, insieme procederemo per le ultime tappe, da domani a domenica prossima; fino a Forte dei Marmi, dove abita, e che è anche la mia destinazione finale.
Dunque, alle tante amiche e amici che mi accompagnano costantemente su Facebook, se n’è ora aggiunto uno, fra i miei più cari in assoluto, presente fisicamente.

Ma ora è il momento ormai consueto di riavvolgere il nastro della giornata e rivederne insieme i momenti salienti, le tante diverse luci e le poche ombre.
Ancora una volta la sintesi non potrà rendere che in piccola parte la straordinaria ricchezza di contenuti di una lunga giornata.

Alle otto e tre quarti di una luminosissima mattina di montagna mi sono dunque rimesso in marcia. Alcune ore di sonno molto profondo sono riuscite a riportare il mio morale e il mio entusiasmo sui livelli dei primi giorni, dopo che ieri (ora lo confesso) avevo avvertito un calo, soprattutto dal punto di vista mentale.
Non mi aspetto molto dall’itinerario odierno: una lunga tappa di trasferimento, per la massima parte su strade provinciali; dunque asfalto e passaggio di mezzi motorizzati.
Mentre risalgo la statale del Passo delle Radici, inondata da un sole ancora basso nel cielo azzurro, mi sento molto bene, e vorrei che questa straordinaria esperienza non finisse mai.
I passaggi di automobili sono rarissimi; in questi frangenti pure l’asfalto può darti ottime sensazioni, anche perché rende il campo visivo più aperto e poi, soprattutto, difficilmente ti fa sbagliare strada.

Un’auto si è fermata, e i due componenti di una coppia anziana vanno a fare il pieno a una fontana, a lato della strada. Do loro il buongiorno, e la signora ricambia con molto calore. Poi, prima che mi allontani, mi chiede dove sono diretto.
Dato che sono vanitoso, non mi sembra vero poterle rivelare gli estremi del mio viaggio. Con garbo, e forte accento toscano, esprime la sua ammirazione.
Poi mi chiede se l’ho già percorso in passato, e quando le rispondo di no, ma che l’anno scorso ho fatto la Bologna – Firenze, dimostra una meraviglia ancor maggiore, senza considerare l’effettiva differenza di lunghezza e impegno fra i due diversi viaggi.
“Anche noi si va a Viareggio!”
“Bene, allora ci vediamo là!”

Mantengo baldanza, pur cercando di non forzare mai il passo, dato che ‘i chilometri oggi son tanti’, (come cantavano i Pooh).
Ormai sono in prossimità del sentiero alla mia sinistra che mi permetterà di svalicare verso la provinciale che dal Passo delle Radici porta in Garfagnana.
L’attacco è ben indicato; lascio la statale e mi inerpico per un viottolo inizialmente così ripido da rendere difficoltoso l’equilibrio. Ringrazio in cuor mio Massimo che mi suggerì l’acquisto di scarpe da escursionismo come queste, basse ma con la suola a marchio Vibram, che si stanno rivelando ideali, soprattutto in questi frangenti.

a sentiero

Lungo il sentiero nella faggeta i segnavia bianco-rossi del CAI sono frequentissimi, e danno molta tranquillità.
Fino al momento in cui d’improvviso la musica cambia: vedo solo segnali rosso-azzurri, molto più rari, e poi più niente.

a disperso nella faggeta

Maledizione, ci risiamo. Devo esplorare molto a lungo, prima di ritrovare le indicazioni, tutte orientate a favore di chi procede nel verso opposto, e che mi fanno effettuare una virata ben poco convincente procedendo in discesa. Decido comunque di seguirle e finisco in breve in una comoda carreggiabile, che sfocia infine nella statale da cui sono partito, solo un po’ più su.

Niente paura, ormai ci sono abituato, mi rimetto in marcia su per la dolce e amichevole strada verso il Passo delle Radici.
Poco più su un altra indicazione per tagliare a sinistra è molto invitante, sia perché si presenta più larga e morbida, sia perché il cartello cita, irresistibilmente, la via Vandelli.
Nonostante questo avvertimento, poco dopo averla imboccata, il guizzo di stupore e di emozione è ancora una volta forte, quando mi compare davanti, questa volta inaspettato, il selciato della via Vandelli ottimamente conservato.

a via vandelli inattesa

Mi ritrovo come ieri a camminare sui massi levigati posati, tre secoli fa, dalle ‘genti dell’Appennino’ comandate dall’abate modenese.
E mi viene da pensare a che titanica impresa debba essere stata aprirsi costantenente un varco, largo oltre tre metri, in mezzo alla vegetazione, e poi tappezzare il suolo, in modo così regolare, con quei massi.

Questa volta raggiungo in breve l’altro versante, proprio in prossimità del passo del Lagadello, al di là del quale un cartello a fondo blu annuncia Lucca, cioè il suo territorio provinciale.
L’ingresso in terra toscana avviene dunque da un valico ignorato dalle carte stradali e dai navigatori GPS, ma che, con i suoi milleseicentoventitrè metri di altitudine, contende e strappa al Passo Tambura (che mi aspetta sabato sulle Alpi Apuane), il titolo di ‘Cima Coppi’ dell’intero viaggio.
L’aria è fresca e inebriante, sotto un cielo che ora si è coperto.

Il cartello di ingresso a San Pellegrino in Alpe, di lì a poco, dichiara fieramente trattarsi del paese più alto di tutti gli Appennini.
L’atmosfera piacevole del piccolo paese mi invita a premiarmi con una sosta in un bar.
Nella sala ristorante attigua, percorsa da una luminosità strana, appena stemperata, alcuni tavolini sono occupati da gruppetti intenti a conversare e pranzare.
Dopo diversi minuti di paziente e inutile attesa, come sono entrato esco.
Nel bar di fronte mi accoglie, per la verità senza alcun entusiasmo, un anziano sdentato.
Chiedo una birra (una Heineken da dimenticare) e due grandi biscotti alla farina di castagna, di cui, seduto a un tavolino, apprezzo il sapore antico, appena appena dolce, mentre osservo due bambini, un maschio e una femmina, seguire alla tivù un cartone che racconta di pianeti lontani e piccoli super eroi. Sono completamente rapiti, e un po’ le immagini e i suoni catturano anche me.

È ora di andare. Questa stessa strada mi porterà, senza deviazioni, alla meta, la cittadina di Castelnuovo Garfagnana. Si tratta di tre o quattro ore previste di continua discesa, per la gioia dei miei piedi: milleduecento metri di dislivello.

I primi chilometri scorrono piacevolmente: non passa quasi nessuna automobile. Il cielo è sempre più imbronciato e alle mie spalle echeggiano dei tuoni. Can che abbaia non morde, penso; almeno per ora.

a nuvoloni

Un SUV, proveniente dalle mie spalle, rallenta e mi si ferma accanto. È abitato da due uomini e una donna, sulla sessantina abbondante; mi chiedono se conosco la strada che porta a un certo famoso castagno secolare.
“Mi sembra di aver visto le indicazioni, su a San Pellegrino, ma non mi ricordo. Se volete guardiamo in internet, tanto non ho mica fretta.”
Dapprima sono restii, poi si fanno convincere. Mi sposto e mi metto a sedere sul ciglio della strada, estraggo e accendo il tablet mentre mi faccio ripetere il nome della località in questione. Poi, quando finalmente il tablet è pronto, comincio a interrogarlo, sia con Google che con le sue Maps.
Ricerca lenta, molto lenta, e sterile, molto sterile, in maniera sempre più imbarazzante, finché non decidono di proseguire. Non li trattengo, il limite a una figura patetica è vicino, forse già superato, comunque mi ringraziano convintamente.

Nel riprendere la lunga discesa, mi si accende l’amaro sapore del mio antico complesso di inadeguatezza, rifletto sulla mia impulsivita’ (cercare un albero in internet…), anzi mi sembra ora quasi di ricordare la deviazione indicata da quel cartello su nel paese. Basta poco, a volte, per avvilirsi.

È la pioggia in arrivo a distrarmi.
Comincia a cadere quando sono in prossimità di uno dei rarissimi piccoli centri abitati.
Ho così l’occasione di cercare un riparo. Una signora dalla corporatura matronale, davanti a casa sua, mi anticipa, e con sorprendente generosità mi chiede se voglio entrare ad aspettare che passi il temporale.
No non importa, grazie, posso ripararmi qua sotto. La piccola costruzione è simile a quella del Bestemmiator Cortese, che mi diede riparo pochi giorni (e tanta strada e vita) fa…

a riparo

La pioggia battente dura poco, poi diventa più leggera e costante, da un cielo che resta del tutto coperto.
Effettuo la lunga operazione di bardatura. Poi mi rimetto lo zaino ed esco dal mio rifugio. Nel passare davanti alla porta non rivedo la signora.
Affrontare la pioggia sentendosi completamente protetti è una variante piacevole del mio cammino.
Finché non riacquista intensità e comincia a flagellarmi, e ora non c’è alcuna possibilità di rifugiarsi, bisogna procedere.
Ben presto avverto una sgradevole sensazione di bagnato nella gamba sinistra, bersaglio preferito dalla furia meteorologica. I copripantaloni impermeabili mostrano tutta la loro inadeguatezza.

Il sole compare a sorpresa, quando ancora la pioggia non si è sfogata. Poi ha la meglio, in un cielo solo in parte rasserenato.

a strada bagnata con raggi di sole

Dopo un po’ mi fermo per togliermi la bardatura, che stendo avvoltolata esteriormente allo zaino, per farla asciugare mentre cammino. Anche i pantaloni sono chiazzati d’acqua, ma non ho un ricambio, e devo lasciarli asciugare un po’ tenendoli addosso.

Il sole ridà slancio alla mia lunghissima discesa, per alcuni minuti, poi torna a nascondersi e infine, beffarda, riprende la pioggia. Non violenta come prima, ma costante. Mi rimetto la giacca a vento e torno a coprire lo zaino.

Il sole tornerà dopo un quarto d’ora, e di lì in poi si farà sentire in modo sempre più prepotente, nell’aria sempre più pesante, mentre il paesaggio diventa più esteso, collinare, urbanizzato e motorizzato.
Passare dai milleseicento del passo ai quattrocento della meta di
Castelnuovo è un’esperienza sgradevole, e non solo per le gambe che hanno macinato chilometri.

Durante la discesa mi son sentito un paio di volte con Massimo, che arriverà in treno alle diciotto.

a castelnuovo

Mezz’ora prima vedo l’insegna dell’hotel, e gli mando un altro mesaggio, scarno ma per me molto significativo: “Sono arrivato”.
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Informazioni su Franz

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