Dal Savena al Tirreno – Nona tappa

Itinerario: Vagli di Sotto – Passo Tambura – Rifugio Nello Conti

copertina

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Una giornata radiosa ci invita ad affrontare a cuor leggero i millecento metri di dislivello che ci porteranno, risalendo la valle di Arnetola, fino ai 1620 del Passo Tambura, il valico che Domenico Vandelli scelse per superare il massiccio delle Alpi Apuane, una sorta di acuto finale alla sua imponente opera.
Il Passo dell’Abetone, più basso di duecentotrenta metri, con suoi 1388, dopo un solo secolo fu sfruttato da un collegamento stradale fra Emilia e Toscana tuttora utilizzato (strada che ho percorso da Lama Mocogno a Barigazzo nella massacrante quinta tappa).

Dopo un altro secolo e mezzo o poco più, è una piccola variante iniziale, per il villaggio di Vagli di Sopra, che permette ai nostri due viandanti, per qualche minuto, di tornare connessi con i loro telefoni e tablet.
Ho dovuto rinunciare per un’intera giornata alla passione e affetto corali degli amici che stanno seguendo il mio viaggio su Facebook, e ne sento la mancanza. Il viaggio ai tempi dei social network ha una connotazione comunicativa di eccezionale interesse, ma forse la rinuncia per un giorno può servire a non diventarne schiavi.

aaaprimaLo splendore di questa valle, luci e colori come di alta montagna, è qualcosa di impareggiabile, che dà incanto ed euforia.

capannaAll’altezza di circa novecento metri una curiosa costruzione in muratura, incastrata sotto una roccia cava, ci invita a una piccola sosta. Si tratta della Capanna d’Abrì; una lapide ci spiega che, ‘nata nei secoli scorsi per scopi pastorali, non si esclude che abbia avuto un qualche legame funzionale con la via Vandelli, nel periodo in cui questa fu in pieno esercizio’.

Le tracce dell’antico selciato oggi sono rare, a differenza, secondo tutte le fonti, di quanto ci aspetterà l’indomani sul versante opposto.

Un solo elemento contrasta con la nitida perfezione di questa mattinata, una specie di lieve brontolio meccanico continuo. E’ il rumore dell’attività delle cave di marmo, proveniente alle nostre spalle da un costone della verde valle che stiamo risalendo.

costone
Mentre Massimo effettua il cambio gomme a favore degli scarponi da montagna, gli esprimo l’idea che mi ronza in testa:
“Mi sembra il simbolo della nostra realtà. Mentre non rinunciamo a cercare la gioia, e la pienezza della vita, un sottofondo ci ricorda che qualcuno ci sta divorando la terra sotto i piedi.”
“L’uomo” (sarà forse banale ma è la nostra inevitabile conclusione), “è la più stupida delle bestie, dominata dall’avidità che lo sta distruggendo.”

Incrociamo una signora, più avanti, sul limitare della boscaglia, proprio mentre raggiungiamo un’altra cava in piena attività, posta proprio sul nostro cammino.
Ha voglia di parlare, ci dice che ogni tanto sente il bisogno di venire quassù, ci dice che la mattina si sveglia e guarda affettuosamente dalla finestra le sue Apuane, con il segreto rimpianto di saperle condannate dalla voracità degli scavi.
E aggiunge, quasi di sfuggita, che la sua vita è già segnata dal dolore.

“Ora dovete inerpicarvi da quella parte, sotto il sole” ci fa, indicandoci il sentiero, prima di salutarci, stringerci la mano e riprendere la discesa.
Noi però ci fermiamo ancora, a fotografare gli enormi, abbaglianti blocchi di marmo già tagliato poggiati ai lati del passaggio, prima di affrontare l’ultima parte della salita verso il passo.

massimo blocchi

Una coltre di nubi fa da sfondo al valico, sempre più vicino a essere faticosamente conquistato.
“Il versante marittimo delle montagne è sempre attraversato da correnti molto più umide” mi spiega il mio amico che, da dove vive e lavora, lo può osservare quotidianamente.
E in effetti, giunti finalmente al valico, il panorama che dovrebbe aprirsi è in realtà uno schermo grigio uniforme.

Ora bisogna scendere, aggirando uno sperone roccioso, fino al rifugio.
Il suolo è molto sconnesso, procedere in discesa diventa molto più penoso rispetto a tutta la salita affrontata.
La bandiera italiana del rifugio compare, salvifica, accanto all’edificio.

rifugio nebbioso
“Sei Federica?”
“Sì.”
“Ciao, sono Selis, ci siamo sentiti ieri, ti ho chiamata per confermare due posti letto.”
“Sì, ciao, ben arrivati.” E’ strano sentire chi gestisce un rifugio parlare con accento toscano.
Ci spiega alcune regole, soprattutto di risparmio di risorse in un edificio non raggiunto dalla teleferica; ci indica dove lasciare zaini e scarponi e ci spiega dove e come possiamo lavarci un po’.
Massimo le chiede se, nonostante siano già le due del pomeriggio passate, possiamo mangiare qualcosa.
“Certo, posso farvi della pasta col sugo di noci.”

Due ore dopo, fuori è ricomparso il sole e Massimo se ne sta su una sdraio a goderne il tepore. Io invece, dopo aver disteso il sacco lenzuolo su uno dei letti della camerata, e una coperta di lana sopra, mentre quattro ragazzi stanno giocando a carte seduti più in là su due letti ravvicinati, mi ci sdraio dentro con intenso piacere fisico, poi accendo il tablet e riprendo a scrivere il diario di bordo, che è in arretrato di qualche giorno.

camerata

Sono quasi le sette di sera quando mi alzo, scendo la scala e rimetto il naso fuori dal rifugio, dove ritrovo il mio compagno di ventura.
Sono arrivati almeno un paio di piccoli gruppi, e intorno e dentro all’edificio c’è quel minimo di movimento che non rovina la quiete dell’ormai prossimo calare della sera.
C’è cordialità spontanea fra tutti, ma non familiarizziamo.

La cena è fissata alle sette e mezza, e nell’unica tavolata ci sono già tre biglietti che assegnano i posti. Le due componenti di un quarto nucleo (l’unico femminile) sono una giovanissima dalla pelle scura e dai tratti somatici indiani e una bionda più matura, che han deciso di non cenare in rifugio.

E’ passato poco tempo dall’abbondante pastasciutta (e dai pomodori in insalata) del pomeriggio, e mangio contro voglia una cena a menù fisso, ancora molto abbondante.
Due passi si rendono necessari e Massimo, che ha già esplorato i dintorni, mi fa strada verso un punto panoramico, la cosiddetta Finestra Vandelli.

Ne vale la pena: le luci del tramonto sul digradare dei monti verso il mare, che si scorge sullo sfondo, disegnano un quadro a tinte sfumate di una bellezza memorabile.
Cerco di catturarlo a più riprese con la macchinetta fotografica.

tram1

tram2

tram3

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La notte improvvisamente accende di mille piccole luci (purtroppo insufficienti per essere fotografate) il breve tratto di pianura fra i monti e la costa. E’ ora di rientrare.
Nella camerata i quattro ragazzi han ripreso a giocare a carte.
Mi metto in tenuta notturna, mi infilo nel sacco lenzuolo, e riprendo anch’io a scrivere i miei resoconti sullo schermo luminoso del tablet.
Gradualmente la camerata si riempie, siamo oltre una decina di persone, e gli ultimi ad andare a letto sono anche quelli più rumorosi.

Quando tutto è buio, comincia per me una lunga e fastidiosa veglia in preda alle scalmane per il caldo, dovute alla digestione, al cosiddetto effetto-stalla termico della camerata, e al fastidio di sentirmi insaccato come un salame nel sacco lenzuolo, da cui decido di liberarmi.
Sento gli altri dormire, ma per fortuna non ci sono russatori fastidiosi.
Piano piano mi sento rinfrescare, finché finalmente prendo sonno anch’io.
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