La macchina che corregge le scritte

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Inutile girarci attorno: nei giorni e nelle ore che precedono la magica notte di capodanno, il pensiero torna sempre più spesso e nervosamente a Christine.
Da una notte sul finire del 2009, quando fece la sua prima apparizione onirica (mentre la pioggia flagellava e oscurava il mio taxi nel posteggio di Piazza Malpighi), fino al capo iniziale di questo 2016 che sta finendo, è stata la presenza costante e incontrastata di questo particolarissimo momento, capace di arricchirlo di emozioni sempre nuove e fantastiche, per poi sparire sempre e non farsi più viva, mai, per tutto il resto dell’anno.
È dunque un appuntamento sempre più speciale, anche perché, col passare degli anni, ha visto aumentare il nostro livello di confidenza e di intimità, sia pure limitatamente a una forma di amicizia privilegiata.

Il mio programma dell’ultimo pomeriggio e sera di dicembre non è cambiato: poche ore di lavoro e poi si chiude la saracinesca, prima che possa venire imbrattata o rovinata da clienti (o dalle fiumane di persone per strada) troppo esuberanti per i miei gusti.
“Buonasera, grazie, e buon anno!” saluto una gentile famigliola di brasiliani che, intorno alle sette, ho portato a destinazione nel loro bell’albergo in centro.
Faccio l’ultima poi mi dirigo verso la quiete di casa a scrivere racconti. Christine permettendo.

Mi avvio verso la stazione, quando il tablet mi segnala vivacemente una nuova richiesta: Via Amendola, 7.
La confermo, con quattro minuti d’attesa.
Poi leggo i dati della corsa con il nome del cliente.
Un nome sfacciato, violento, emozionante: Christine.
No, sta’ a vedere che questa volta ha scelto di sorprendermi, per la sua consueta straordinaria apparizione, con la modalità più semplice e banale in assoluto.
Col cuore che batte più deciso del normale, giungo finalmente in Piazza dei Martiri, supero la rotonda e imbocco via Amendola, gli occhi buttati ansiosamente lungo il portico di destra alla ricerca di una figura nota.
Nota e inconfondibile: giacca a vento color arancione, sciarpa gialla, cuffia di lana blu, e, addosso, un’enorme zaino azzurro scuro.
E, mentre mi avvicino, un’espressione familiare e vivace, da chi è normalissimo che a quest’ora di questo giorno capiti da queste parti e riesca a chiamare un taxi di cui conosce il conducente…
Fingo per un po’ di non farle festa: “Bonjour madame, ça va?”
“Ça va bien, merci monsieur” risponde con la sua irresistibile espressione furba, e gli occhi verdi nascosti da un paio di occhiali appena un po’ appannati.
Apro il bagagliaio, la aiuto a divincolarsi dalla bestia azzurra che le opprime le spalle, e poi, senza più reticenze, mi getto letteralmente fra le sue braccia.
Ricambia per due secondi e mezzo l’abbraccio, poi, severa: “Cosa penserà la gente, che tratti così qualunque donna sola che chiami il tuo taxi?”
“Mia cara, quello che penserà la gente del tassista Franz, fra dieci giorni non me ne potrà frega’ dde meno.”
“Sarebbe a dire je m’en fous, n’est-ce pas? Hai ragione, mon ami, fra dieci giorni sarai libero e felice, so tutto.”

Sistemato il bagaglio, entriamo; lei sale davanti, e prima ancora che io le manifesti la mia sorpresa per un’apparizione così sotto traccia, rapidamente sporge il suo viso verso il mio e mi dà un piccolo bacio sulle labbra.
Poi mi guarda subito sorpresa: “Cosa c’è che non va?”
“No, no, niente, sarebbe troppo lunga, magari ne parliamo dopo.”
“Oh, no no no, cominciamo malissimo. Stanotte si festeggia il capodanno per te più straordinario da quando ci conosciamo e tu cominci subito con i turbamenti? I dolori del giovane Werther, anzi del vecchio Franz? No no no, se lo sapevo quest’anno non mi prendevo la briga di venire a trovarti.”
“Dai, stupidotta, abbi pazienza. Guarda, faccio la faccia da emoticon gioioso, va bene così?”
“Mmm, mica tanto, comunque ci penserò io a illuminartela, ci posso riuscire.”
“Ci sei… sempre riuscita, Christine” e il sorriso che le rivolgo, benché non del tutto gioioso, questa volta è sincero.
“Tieni, bevi subito un sorso di questo” mi fa, estraendo una bottiglietta da una tasca della giacca a vento. “È Pernod, diluito, non molto diluito…”

Trangugio volentieri due sorsi alcolici al sapore di anice, poi lei fa lo stesso.
“Dimmi dove mi porti questa volta, poi dimmi di te, vedo che hai lasciato a casa il deltaplano.”
“Oh sì, il gelo dell’attraversata delle Alpi mi è bastato per sempre. Senti, andiamo verso l’Unipol Arena.”
“Curioso, solo poche ore fa ci ho trasportato un sacco di gente al concerto dei Pooh.”
“L’ultimo, ovviamente” fa lei, e ci scambiamo un sorriso complice.
“E per il resto?”
“Sempre tanto movimento: il mio organetto, i miei numeri di magia, le mie invenzioni. Sempre in giro, poi ogni tanto crollo e mi ritiro una settimana nella mia casa nella Champagne-Ardenne, a fare niente dalla mattina alla sera.”
“Scommetto che nello zaino c’è anche l’ultima tua straordinaria invenzione!”
“Mais oui, monsieur, hai indovinato!” e, infervorandosi un po’: “È una stampante con tecnologia mista laser/3D, orientata alla proiezione di computer grafica.”
“C’est à dire?”
“Che con questa potremo correggere delle scritte.”
“Mm, sei un po’ misteriosa.”
“Guarda qui” mi fa, e da un’altra tasca estrae un foglio con quest’immagine dell’Unipol Arena:

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Mentre guido mi giro a guardare un attimo l’immagine, poi anche il suo bel viso, i capelli corti fra il biondo e il castano liberati dalla cuffia di lana, quei vivacissimi occhi verdi, quella pelle chiara, leggermente lentigginosa e arrossata dal freddo, le labbra chiare e sottili che stanno per dire qualcosa poi tacciono. E mi lascio attraversare dalle inafferrabili ondate di vita attiva e pulsante che promanano da questa meravigliosa creatura, ancora una volta qui con me, per me.
“E cosa c’è da correggere?” le chiedo alla fine.
“Ma è semplice, mon ami, potresti quasi arrivarci anche tu.”
“Qui leggo solo l’insegna Unipol Arena sul tetto.”
“Voilà. Sulla parola Arena non ho niente da dire, è quell’Unipol che va corretto.”
Non la lascio proseguire: “Hai ragione, qui a Bologna la banca Unipol ha ormai un potere e un’arroganza fuori da ogni limite. Bisognerebbe darle una regolata.”
“Andiamo, e vedrai” dice sorridendo sorniona.

Anche se è già buio come ieri sera, nella zona industriale di Casalecchio di Reno ora non c’è tutto quel caos di auto incolonnate e sbuffanti vapori mefitici, fra una rotonda e l’altra. Solo qualche lascito, per terra qua e là, dell’evento di massa appena svoltosi.
Finché siamo bellamente in vista dell’Arena e della sua insegna sul tetto.
“Fermati qui. Vado a recuperare la stampante dallo zaino.”
Rientra con un oggetto visibilmente pesante ma non troppo ingombrante, che si affretta a collegare alla presa elettrica dell’accendino, fra i due sedili.
“Adesso gli do in pasto l’immagine modificata” mi fa, “e questa stampante riconoscerà esattamente dove proiettarla nel soggetto reale, con le dimensioni corrette. L’immagine si sovrapporrà perfettamente all’insegna come la vediamo ora.”
“Fantastico, Chris. E’ qual è l’immagine modificata?”
Ovviamente non vedeva l’ora: da una tasca all’altezza del cuore estrae un altro foglietto, e con sguardo da bambina birichina me lo mostra: “E’ questa!”

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La risata mi esplode goiosa, liberatoria: “Unipollo Arena! Sei un genio!” e mi viene spontaneo abbracciarla nuovamente, seppure nelle nostre rispettive scomode posizioni.
“Un moment s’il te plaît: facciamo partire la proiezione.”
Con estrema cura orienta l’obiettivo (che poi fissa con una ventosa sul parabrezza) verso il tetto dell’enorme capannone, quindi introduce il disegno nell’apposito cassetto e sorveglia qualche secondo la messa in funzione dell’apparato, che sorregge sulle ginocchia.
Poi è lei, benché gravata da quell’attrezzo sulle gambe, a portare le sue braccia verso di me, il suo viso verso il mio e infine la sua bocca contro la mia.
Pochi secondi soltanto, ma di voluttà appena controllata da entrambi, con lei quasi crocifissa sul sedile proprio come in un inutile gioco sado-maso. Pochi secondi di un vortice di sensazioni, prima fra tutte quel sapore di anice, poi di tenerezza, di desiderio montante, di intimità rubata ed esclusiva, che mi invadono il corpo e l’anima come in una scarica elettrica ad altissimo voltaggio.
Pochi secondi, poi è lei a separarsi.
La guardo con gli occhi appannati e: “Christine…” è tutto ciò che riesco a dirle.
“Va un po’ meglio?” mi fa sorridendo teneramente, mentre l’attrezzo tecnologico sorretto sulle sue ginocchia emette ora un sottile fischio continuativo.
Taccio.
Tace pure lei.

Dopo alcuni minuti l’operazione è conclusa alla perfezione, e non ci resta che scappare prima che qualcuno veda, e non ci becchi con le mani nella marmellata, attribendo a noi l’enormità di quello che è avvenuto lassù.
“E ora che si fa?” dico quasi fra me e me, mentre ripercorriamo gli stradoni deserti della zona industriale.
“Ora tocca a te. L’autonomia di questa stampante, per questa notte, è di tre grandi immagini. La seconda tocca a te, poi la terza la faremo insieme.”
“Accidenti, che responsabilità…” ma ora, dopo quel breve fantastico bacio sulla bocca di Christine, mi sento carico e come drogato.
E infatti l’idea mi viene con una rapidità straordinaria; anche se a dire il vero, come le confesso, era un’idea che già covavo da molti giorni, ogni volta che, girando di notte con il taxi, mi ero imbattuto in quella ossessionante immagine pubblicitaria.
I problemi sono diversi: bisogna ritrovarne una residua, ora che, dopo il Natale, quella campagna è terminata. Poi bisogna fotografarla e modificarla con un programma di grafica, prima di poter avviare la diabolica macchina che corregge le scritte.
“L’importante” mi fa lei, “è che trovi uno di quei manifesti. La foto e la modifica si possono fare sempre con questa meraviglia della tecnologia.”
“Perfetto, quando dico che sei un genio non scherzo affatto.”

Punto rapidamente verso il centro della città, che, col passare del tempo comincia ora a manifestare, nel via vai di autoveicoli e gruppi di passanti, quel particolarissimo clima di euforia un po’ forzata e diffusa delle ultime ore dell’anno.
Non è una buona idea: si procede a rilento e con nessuna probabilità di imbattersi in un manifesto di grandi dimensioni. Piano piano riguadagno la prima periferia, verso il quartiere fieristico.
Se non altro ora si può battere il territorio più rapidamente, finché mi sembra di scorgerne uno laggiù, lontano.
Sìììì, è lui!
Il manifesto superstite continua a recitare: “1.000 iPhone7 / AL GIORNO / IN REGALO PER TE“.
Cerco di parcheggiare in posizione strategica.
“Riesci a fotografarlo da qui?”
“Ci provo, François.”
Non è soddisfatta del primo tentativo, mi chiede di spostare la vettura di qualche metro.
Poi finalmente riesce a catturare l’immagine e mi mostra come fare a modificarla, estraendo dalla macchina infernale un piccolo video e una tastiera.
Con qualche tentativo ed errore ottengo un risultato soddisfacente, che cerco di non mostrarle per non toglierle la sorpesa.
“Salva l’immagine modificata senza guardarla, ti prego, poi vai con la correzione sul manifesto reale.”
“Oui monsieur” e fa il segno del saluto militare, prima di rimettersi all’opera, con quel suo sguardo rapido, fulmineo, con cui interagisce abitualmente con la sua creatura.
Sguardo che diventa piacevolmente avido di curiosità femminile quando la macchina si mette in funzione e comincia a correggere la scritta reale sul manifesto.
Più che di correzione si tratta di aggiunta e infatti l’immagine finale compare, gradualmente, così modificata:
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È lei a scoppiare a ridere, questa volta: “Bravo monsieur!” e mi guarda tutta soddisfatta.
E per simmetria con la situazione precente sono io, questa volta, ad avvicinarmi alla sua bocca e a baciarla con decisione, mentre le afferro una mano, appoggiata sulla stampante, con la mia.
Questa volta il bacio è più lungo, lento, appassionato. Entrambi ci lasciamo andare a un messaggio che riguarda ogni cellula di ciascuno di noi due. Un messaggio che, più o meno, sta dicendo: in questo momento tu sei l’unica cosa che conta per me. E te lo volevo dire da sempre.

“Scappiamo mon amour” le sussurro dopo che, quasi consensualmente, stacchiamo le labbra da quel lungo bacio.
“Oui mon amour.”
E, con lo stesso silenzio seguito al primo bacio, il cuore denso, il respiro grave, la mente confusa, riavvio l’automobile e lascio quasi che sia essa a trasportarci.

Guardo l’orologio, le dieci e mezza. L’ultima ora e mezza di un duemilasedici cominciato una mattina di capodanno, sembra passato un secolo, aggrappati a un deltaplano, Christine e io, con uno straordinario volo nello spazio e nel tempo con i nostri due corpi a stretto contatto.
“Che si fa?” le dico.
“Per prima cosa cerchiamo un parco dove fare la pipì indisturbati, poi torniamo alla macchina, tiro fuori dal mio zaino le “crêpes‎” vegetariane che ho preparato, le scaldiamo con la stampante, le mangiamo, stappiamo una bottiglia di Dom Pérignon casualmente finita nel mio zaino, e se non è ancora mezzanotte qui s’en fout?, ce la beviamo tutta, e poi, enfin, a correggere la facciata della Torre Asinelli.
“Oui madame” e questa volta sono io a farle il saluto militare.

Un’ora e passa dopo, con la testa che gira piacevolmente, e cantando ininterrottamente a canone “Vent fin, vent du matin”, lasciamo che la bianca Ezechiela (ormai per pochi giorni ancora agghindata a taxi) ci porti, dall’entrata principale del parco della Chiusa di Casalecchio, fino a piazza di Porta Ravegnana, vertiginosamente sotto le Due Torri, mentre già i primi coatti (per usare l’efficace termine romanesco) hanno dato il via all’odioso e barbarico concerto di botti e spari.

“E mo’ che ci scriviamo sulla facciata della torre?”
“Qualcosa sull’amour, n’est-ce pas mon ami?”
“Oui, magari in francese che suona meglio.”
“2017: Cherchez l’amour” improvvisa Christine.
“Cherchez l’amour, sì…: cherchez-le dans les moments qui s’enfuitent”
“Cherchez-le dans la capacité de donner”
“Et surtout de recevoir”
“Avec la joie e l’humilité du coeur”.

“Sì, è venuta un po’ lunga ma di spazio sulla torre ce n’è!”
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Nella quiete ritrovata di casa, scrivo (ancora leggermente ubriaco) il racconto di una notte di capodanno più straordinaria che mai, regalatami da una donna incredibile, e mentre le nostre parole in francese fanno bella mostra di sè sul lato della Torre Asinelli prospiciente via Rizzoli, Christine è a pochi metri da qui, entrambe le porte aperte, e sta dormendo, sento il suo lieve respiro.
Mi ha promesso che domani di buon’ora andremo a correre insieme, poi torneremo qui da me, e dopo la doccia, senza nemmeno rivestirci e mangiare, e senza guardare l’orologio, faremo l’amore.

Poi, verso sera, lei se ne andrà.

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I versi proiettati sulla Torre Asinelli sono di un francese elementare, comunque per correttezza (e chiedendo di correggermi eventuali errori nel testo originale) li traduco qui di seguito:

2017: Cercate l’amore
Cercatelo nei momenti che fuggono
Cercatelo nella capacità di donare
E soprattutto di ricevere
Con la gioia e l’umiltà del cuore.

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Immagine iniziale da: sublim-art.it/stampanti-3d/665-stampante-3d-mingda-md05.html

Informazioni su Franz

Per una mia presentazione, clicca sul secondo riquadro ("website") qui sotto la mia immagine...
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