22-6: La favolosa conquista di Bocca Serriola

Strano posto, il mio alloggio della scorsa notte. Lo definirei in stile “rustico-castellano”: arredamento, infissi, illuminazione, perfino la tinteggiatura, sono tesi a evocare l’atmosfera di un antico maniero, a una potenziale clientela agiata in cerca di capricci e suggestioni, e che tuttavia non può rinunciare a una bella piscina nel giardino.
Ma più di qualcosa non torna: diversi interruttori e prese di corrente sono alloggiati alla meglio, i rubinetti del lavandino non chiudono bene, l’erogatore della doccia è scomodamente fisso e, se fai lo sbaglio di aprire il rubinetto in finto ottone recante una piccola dicitura “hot”, esce acqua sempre più fredda, perché l’idraulico tifernate (cioè abitante di Città di Castello) ha pensato bene di associare la calda, diamine!, alla scritta “cold”.

L’immagine fotografica risulta generosa nei riguardi dell’illuminazione, in realtà molto più opaca.
E questa è la sala del banchetto, ovvero della ricca colazione,

che viene predisposta dal gestore questa mattina poco dopo le sei, ché tanto lui, da castellano, si alza sempre alle cinque.

Comunque, a dispetto di tutta questa pompa magna, alla fine il conto, come concordato, è più che ragionevole.

Per la prima volta da quando sono partito, oggi il sole è velato e nel pomeriggio è prevista pioggia.
Dovrei comunque percorrere i ventuno chilometri fino al valico di Bocca Serriola, nonostante la molta salita, in tempo utile per evitarla.

Uscito dal piccolo paese di Piosina, affronto per lungo tratto una zona pianeggiante, in cui i fabbricati artigianali e residenziali stentano a cedere il posto alla campagna umbra.
Ma poi finalmente si comincia a ragionare: un’invitante strada, dapprima asfaltata poi bianca, mi offre un primo assaggio di isolamento.
Sarà proprio questa, la netta e principale caratteristica di un’altra bellissima tappa del mio viaggio verso l’Adriatico.

L’avevo letto, snobbandone allegramente il sugnificato, quell’avviso di strada interrotta.
Ma poi a un certo punto i nodi vengono al pettine: dopo una prima indicazione di ponte sprovvisto di protezione, ce n’è una seconda più imperiosa: il ponte è dissestato.
E si presenta così,

con quel muretto, senza appigli, da valicare.
Riscopro l’innata ebbrezza dell’avventura; mi tolgo lo zaino, lo sistemo oltre il muretto e in un paio di tentativi mi ritrovo ad aver domato l’ostacolo.

Al di là del ponte, comincia un lunghissimo, interminabile tratto in cui la strada, a tratti asfaltata (più o meno) a tratti bianca, si dipana in un regno misterioso e selvaggio, dove le tracce umane sembrano scomparse, non fosse per la presenza di qualche campo coltivato.

Il sottofondo lieve e continuo di cinguettii rende l’atmosfera ovattata; il ritmo stesso del cammino sortisce un effetto ipnotico.

La copertura telefonica e telematica, del tutto assente, enfatizza un senso di isolamento assolutamente inedito e, allo stesso tempo, lievemente inquieto ed emozionante.
Per il percorso devo affidarmi alle mappe scaricate alla vigilia e, se è vero che non sono comparsi bivii o diramazioni degni di nota, è anche vero che i punti di riferimento, per capire dove mi trovo, sono scarsissimi.

Ce n’è uno, in realtà, strategico: l’indicazione di una deviazione per un agriturismo, di cui incontro un paio di cartelli segnaletici che invitano a proseguire.
La cosa in realtà non serve a rassicurarmi del tutto, se non nel momento in cui mi appare proprio quella specifica deviazione con una bella freccia.
Il conforto è quasi esaltante.
Di lì a non molto un’ulteriore conferma: all’orizzonte si stagliano le case del primo paese situato sulla strada statale per Bocca Serriola.

L’immissione sulla statale, che sancisce la fine dell’interminabile sentiero selvaggio, merita una fotografia.

Si apre ora l’ultima parte del tragitto, in cui bisogna solo amministrare la fatica e mantenere un’andatura veloce. La salita è costante ma meno ripida di quella affrontata un paio di giorni fa.

La scarsità del traffico mi permette di tagliare le curve senza pericolo. Ci vuole solo prudenza, che significa arrestarsi sul margine della strada, ogni qual volta senta sopraggiungere alle mie spalle un’automobile o un camion.

Faccio i miei calcoli sulla presumibile ora di arrivo al valico, che stenta a dare tracce di sè.
Dovrei arrivare intorno a mezzogiorno.

E infatti a mezzogiorno compare, se non l’indicazione del passo, un’incoraggiante piazzuola con panchine, di fronte a un caseggiato con l’insegna di bar e tabacchi.
Benché in evidente prossimità della meta, mi concedo una piccola sosta.

Il passo, con i suoi settecentotrenta metri (quota massima di tutto il mio viaggio), è appena oltre la curva.
Non trovo quelle splendide vedute che a colazione mi aveva preannunciato il castellano di Piosina; devo accontentarmi di quest’immagine.

Dal passo si dirama una strada in salita per il rifugio del CAI dove dovrei alloggiare: per telefono il referente mi aveva indicato di rivolgermi al bar, chè lui oggi non avrebbe potuto esserci.
Quando raggiungo il vicinissimo rifugio

e lo trovo chiuso, capisco che il bar in questione è quello di prima, di fronte a cui mi sono appena fermato.
E torno a raggiungerlo.
Ed entro.

Il comitato d’accoglienza, con tutti gli onori, saluta l’avventuroso eroe che ha or ora conquistato la vetta.
Beh, non è andata precisamente così.

“Dovrei pernottare al rifugio, mi hanno detto che non ci sono problemi.”
Il tizio mi fa il terzo grado:
“Da dove viene, di qua o di là?”
“Di qua, cioè di là, ora, perché sono andato fino al rifugio,”
“Ma l’ha vista la casa rossa? Se viene di qua deve averla vista.” Il tono è di sfida.
“Insomma sono andato al passo, ho preso la stradina per il rifugio poi sono tornato indietro, vengo da Città di Castello.”
“Ma lei ha parlato con Leandro?”
Lo scontro, sempre più serrato, dura un tempo assurdo, finchè il comitato d’accoglienza, nella persona di questo insopportabile tizio, scopre finalmente le sue carte
“Sì, Leandro mi aveva avvertito, ma volevo capire se era proprio lei” e, per fortuna, mi dirotta su una ruspante e formosa giovane signora umbra, di tutt’altre maniere.
Lei mi propone un alloggio nella foresteria al secondo piano, a mezza pensione con la cena.
Affare fatto.

E in questo comodo miniappartamento, dopo una bella doccia e uno spuntino (gli avanzi della spesa di ieri), mi godo nel pomeriggio, dalla finestra, lo scrosciare della pioggia, là sotto, sullo spiazzo delle panchine.

Informazioni su Franz

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