31-8: Incontri in terra padovana

Da oggi, venerdì, fino a lunedì, è atteso il passaggio di una nuova perturbazione, che dovrebbe colpire soprattutto durante il fine settimana.

Alle sei e mezza, quando mi alzo, do subito un’occhiata fuori.

Il sole si è levato malaticcio, ma la situazione sembra più che accettabile.

Lascio l’agriturismo, fra una cosa e l’altra, che sono già le otto meno dieci.

Nuvolaglia diffusa, e aria molto umida.

Il salvataggio delle mappe dettagliate che serviranno a minimizzare i risvegli della bestiaccia (il devastante navigatore), è sempre l’ultima operazione notturna che faccio prima di dormire. Ed è molto complicata, perché bisogna spingere due tasti in modo perfettamente sincronizzato, cosa che, con Google Maps attivo, riesce di rado, causando imprecazioni a dismisura.
La scorsa notte, armato di santa pazienza, ho voluto aumentare il livello di dettaglio (e di conseguenza il numero) delle stesse: così facendo aumenta il numero dei riferimenti utili.

Oggi ho dunque un nuovo antidoto al problema più serio e ricorrente che ho incontrato in questa prima settimana di viaggio.
Capisco subito che le cose andranno meglio, anche se, per ritrovare la ciclabile Treviso-Ostiglia oltre il confine con la provincia di Padova che ho appena valicato, ho bisogno della conferma di un residente, impegnato nel suo giardino.

Ed ecco finalmente l’imbocco della vecchia sede ferroviaria, che percorrerò per un altro tratto.

Gli incontri piuttosto frequenti con ciclisti muniti di caschetto, altri più alla buona, e poi con podisti e camminatori di vario genere, mi fa pensare che, almeno in questa precisa circostanza, siamo in tanti a goderci la libertà di movimento.
Con i camminatori (più raramente con i ciclisti) viene spontaneo scambiarsi un saluto e spesso un sorriso.
Che arma rivoluzionaria e socialmente destabilizzante, il sorriso!

Al di là delle pareti di alberi sottili, la natura offre nuovi spettacoli.

Anche lungo il tracciato sicuro e rettilineo dell’antica ferrovia, noto che il livello di controllo del mio percorso oggi è decisamente aumentato.

Identifico senza problemi la mia uscita dalla ciclostrada, poi la via d’accesso a una strada regionale e poi ancora il bivio per una provinciale.

Ma ciò che mi entusiasma al massimo grado è azzeccare, senza l’aiuto del navigatore, una di quelle strade minori, sterrate e improbabili, che ogni tanto Google infila nei tragitti.

La motivazione e il senso di appagamento di queste speciali giornate di viaggio sono tornati a livelli ottimali, dopo due tappe difficili e faticose.
Ma oggi mi aspettano ancora un po’ di sorprese.

La stradina sterrata si è presto rivestita di asfalto, poi è sfociata nella rete viaria più consolidata.

Lavori stradali impongono un senso unico alternato.

Ancora l’immissione in una via più larga e importante, benché non molto trafficata, sotto un cielo che va ingrigiendosi.

Cammino, insolitamente, sul ciglio destro, quando un’auto che mi ha sorpassato rallenta improvvisamente, si arresta, mi attende e abbassa il finestrino.

“Ha bisogno di un passaggio?”
Non è la prima volta che mi tocca schermirmi:
“No, grazie, cammino volentieri.”
Inaspettatamente, il conducente getta la maschera e manifesta grandissimo coinvolgimento e apprezzamento nei miei confronti.
“Spostiamoci là” suggerisco io, “in quello slargo, che facciamo due chiacchiere.”
Accetta di buon grado e riparte per quelle poche decine di metri, poi parcheggia e scende per aspettarmi.
Quando sono ormai vicino gli chiedo: “Posso fotografarla?”
Accetta senza problemi.

Roberto, questo il suo nome, vuole sapere di me e di questa mia esperienza, ma ancora di più ha un bisogno impellente: manifestare e sfogare la sua esigenza ormai irrinunciabile di cambiare vita, nel segno della libertà, ma in modo veramente drastico, se è vero il suo sogno di vagabondare senza più limiti, per sempre.
La conversazione procede molto fitta, dice che sono il suo maestro, lo correggo no meglio compagno di strada, concorda; da giovane girava in bicicletta, lui figlio di un ciclista professionista, poi ha capito che camminare è meglio, e cita le imprese in Istria di un suo conoscente. È un fiume in piena, mi racconta dei passaggi chiave della sua giovinezza, fra cui il fatto che fu dissuaso dal farsi prete perché gli piacevano troppo le donne.
Fra un discorso e l’altro riesco a buttare là una parola-chiave: sincronicità. Mi guarda un attimo e mi fa: “Conosci Massimo Teodorani?”
“Sì ogni tanto lo seguo in internet.”
Lui dice di conoscerlo dall’infanzia e che si sono rivisti di recente e commossi coi lacrimoni.
Vorrei dirgli dei miei veri e recenti maestri, di stampo per così dire spiritualista-razionale, ma mi trattengo.
Alla fine mi chiede il numero di telefono, per scrivermi in WhatsApp; non ho difficoltà, percepisco la sua schiettezza.
Ci stringiamo la mano poi mi dice un’ultima cosa, mi consiglia di camminare sul lato opposto, sai, usano i telefonini mentre guidano, è un momento solo.
Forse, penso dopo, e magari avrei potuto dirglielo, stavo a destra proprio per favorire quest’incontro casuale…

Seguo il suo consiglio, attraverso la strada e riprendo il cammino.

Le mie preziose mappe statiche mi conducono a Fossalta,

poi lungo un rettilineo senza riferimenti, che mi rende difficile imbroccare la prevista deviazione a destra.

Fermo un ciclista anziano, con le braghe corte e una casacca da lavoro: “Scusi è Zenson questo gruppo di case?”
Mi guarda un po’ storto, non conosce quel nome, ‘mi son de Masansago’, poi, sempre più provocatorio, mi chiede da dove vengo quanti anni ho e perché “cammino a vuoto” invece di lavorare.
“Mi,” afferma arrogante, “gò setantadue anni, gò una pension da mileotocento euro, ma continuo a lavorare diese ore al giorno per rendermi utile e non capisco perché uno deba caminare a vuoto invece di lavorare.”
“Il lavoro è una schiavitù da cui mi sono liberato un anno fa,”
“No, il lavoro s’è una scelta di libertà.”
“Forse nel suo caso è una scelta, ma la gente di solito è costretta a lavorare per la pagnotta.”
Insiste, stizzito: “Perché camina?”
Solare, gli rispondo: “Perché mi piace, Mi fa sentire libero.”
E allora lui sputa il veleno: “S’è il lavoro che fa sentirsi utili, altrimenti si è dei parassiti.”
Gli allungo una inaspettata, veloce e forzata stretta di mano: “.La saluto arrivederla” e senza guardarlo in faccia me ne vado.
Lo sento, ormai dalle mie spalle, dire: “Se l’è presa a male…”

Strana accoppiata di incontri, uno il contraltare dell’altro, ma ora mi sento in corpo tutto il fiele che mi ha iniettato quel piccolo, meschino potenziale vice-gerarca fascista.

E, dopo un po’, mi rassegno anche a consultare il famelico navigatore.
Con i suoi tempi, mi conferma che ho mancato il bivio e mi propone un nuovo itinerario dritto fino laggiù al paese di Massanzago, e poi a destra.

Nuvoloni scuri, e qualche tuono, sul cielo di Massanzago.

C’è un supermercato, decido di fare un po’ di spesa per la cena.
Metto nel piccolo carrello un peperone rosso infilato nel sacchetto biodegradabile, poi cerco fra gli scaffali qualcosa di pronto e vegetariano, quando vedo che in fondo c’è anche il banco della gastronomia.

Mentre mi aggiro davanti al banco alla ricerca di qualcosa di buono, sento che qualcuno mi suggerisce di prendere il biglietto numerato.
Sono poco fisionomista, ma avverto al volo che quel qualcuno è proprio, di nuovo, lui.
“Ci si rivede” butto là.
Questa volta, e anche alla cassa, dove mi finirà dietro, avverto che è diventato rispettoso.
Lo ignoro e non abbiamo più contatti di sorta.

“Eh, s’è meso a piovere” sento cantilenare una signora verso la cassiera.
Appena fuori studio la situazione.
È il caso di cambiare assetto, magari parzialmente.
Mi allontano dal supermercato e, protetto da un tendone mentre la pioggia si infittisce, mi copro dalla testa ai piedi, zaino compreso.
È un’operazione lunga, ma alla fine posso regolarmente rimettermi in marcia, con le gocce che picchiettano violentemente il mio cappuccio.

La pioggia non durerà molto e il caldo umido che la sostituirà mi costringerà a cambiarmi nuovamente.

Il resto della tappa odierna, per immagini, è fatto da lunghissimi rettilinei più o meno privi di traffico, e morbidi paesaggi, prima e dopo il paese di Borgoricco.

I rettilinei aumentano il senso di affaticamento, dando l’impressione di non finire mai.
In compenso ormai è impossibile sbagliare strada e porto con me, nel raggiungere il mio alloggio, la ricchezza di una nuova irripetibile ricchissima giornata di cammino.

Informazioni su Franz

Per una mia presentazione, clicca sul secondo riquadro ("website") qui sotto la mia immagine...
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3 risposte a 31-8: Incontri in terra padovana

  1. Amanda.B ha detto:

    Il secondo è il tipico veneto che senza lavoro non esiste, non ha mai letto un libro, non ha curiosità. “Spessega” tutto il giorno per sistemare fare, aggiustare, organizzare, poi si spegne, dopo aver riempito lo stomaco, davanti alla Tv

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