24-6: La lunghissima discesa verso Aosta

Aveva ragione Google, i miei sospetti erano fondati e il timore d’incominciare il viaggio con una massacrata si sono puntualmente verificati.

Sia le due guide cartacee che ho avuto a disposizione nei mesi scorsi, sia, soprattutto, il sito ufficiale della Via Francigena, riportano un errore clamoroso, per difetto, nella dichiarazione di lunghezza chilometrica delle prime tratte. Per giunta, nei giorni in cui andavo preparando il progetto, Google Maps si rifiutava inspiegabilmente di fornire i chilometraggi dal Passo del Gran San Bernardo.
Insomma, una specie di congiura ha fatto sì che, oltre ai temuti milleseicento metri di dislivello in discesa, alla fine abbia dovuto percorrere trentuno chilometri invece dei ventuno previsti. Ci ho messo otto ore, comprese le soste, dalle 6.50 alle 14.50, da un’alba al freddo delle nevi dei quasi duemilacinquecento, al sole cocente a picco sull’asfalto dei novecento metri.
Proprio un bell’esordio, a cui va anche aggiunta la nottataccia precedente.

Ieri sera alle otto, dopo la pubblicazione dell’articolo di prologo, mi sono chiuso nella camerata deserta: il mio coinquilino era giù a cena (lui evidentemente si era fatto convincere…) e altri non erano per fortuna arrivati.
Più per abitudine che per appetito ho mangiato qualcosa: fette biscottate, olive di Cerignola, nocciole.
Poi mi sono coricato sotto la spessa coperta bordeaux in dotazione, anche per riscaldarmi, avendo preso un po’ di freddo nei locali dell’ “Hospice du Grand Saint Bernard”.

Alle nove è arrivato anche l’altro, che silenziosamente si è pure lui infilato nella branda.
Alle nove e mezza lo sentivo già dormire, cosa che avrebbe poi fatto ininterrottamente per tutta la notte, come peraltro un tizio, giovane e alto, che a sorpresa è venuto a farci compagnia all’una.
L’unico sveglio, ora dopo ora, ero io, in preda a una fastidiosa, persistente nevralgia e lievi borbottii della pancia.
Certo, un salto di duemila metri da Aosta al passo non è molto fisiologico, ma non pensavo di pagarlo in tal modo.
Ho dormito un’oretta, dalle quattro e mezza alle cinque e mezza, poco prima di alzarmi, se non altro guarito dal mal di testa e neanche troppo assonnato.

Questa è la sala attrezzata per la colazione dei mattinieri:

e queste, poco dopo, alcune immagini del palcoscenico della mia partenza:

Lo spettacolo entusiasmante che mi circonda, nel silenzio di quest’ora, e il sollievo di sentirmi abbastanza bene dopo una notte difficilissima, rendono lievi e veloci i miei passi lungo la statale.
Rinuncio volontariamente a cercare eventuali varianti all’asfalto, indicate dalle tracce satellitari scaricate dal sito. In queste condizioni di isolamento quasi totale, la strada è proprio l’ideale per procedere rapidamente e senza fatica in discesa.

A tanta neve corrisponde tanta acqua, che corre vivace verso valle.

Col passare del tempo non sono più solo: passano, di tanto in tanto, vetture o motociclette di turisti stranieri o veicoli di servizio, a ritmo comunque inizialmente molto rarefatto.
Più tardi incrocerò, trafelati in salita, i primi ciclisti, coi quali ci si scambia infallibilmente un saluto espansivo.

La vegetazione, intanto, rifà la sua comparsa: boschi di conifere e prati fioriti.

Appena defilato, rispetto alla statale, ecco il primo minuscolo paese, Saint Rhemy.

Qui, visto che il traffico sulla strada principale continua gradualmente ad aumentare, mi lascio tentare da una deviazione segnalata con il logo della Via Francigena.
Sarà un intermezzo campestre di un’ora, fra i due lunghi tragitti su strada percorsi oggi.

Come è giusto che sia, la ricerca di alternative pedonali alla strada si rivela senza mezzi termini: mulattiere, sentieri stretti e passaggi improbabili, in cui sembra di entrare in casa d’altri. Divertente.
Un po’ meno, invece, un sentiero in ripida discesa a cui segue un lungo tratto pianeggiante e poi in salita!
La segnaletica a volte è fin troppo abbondante, fino al limite di alcune impronte di scarpa stampate a colori su un breve tratto d’asfalto fra le case, molte altre volte invece è carente e lascia dei dubbi.
Certo attrezzare una via lunga più di mille chilometri non è cosa facile, ma mi aspettavo di più, anche dopo l’esperienza, lo scorso agosto, di un tratto della ciclovia Monaco-Venezia, segnalata continuamente lungo il percorso.

A complicare ulteriormente le cose, rispetto alle attese, la scarsa efficienza delle mappe con le tracce satellitari. Si può richiedere il puntamento della posizione attuale, ma solo in maniera statica e con approssimazioni ed errori esagerati.
Ho intenzione, fra oggi e domani, di cercare un’applicazione di navigatore fuori-strada che prenda in carico i miei tracciati.
Credo che ne esistano; un po’ di pigrizia e un po’ di tendenza ad arrangiarmi mi ha impedito di farlo finora, ma sembrerebbe proprio diventato necessario.

A differenza della statale e prima che vi si riimmetta, il tracciato standard che seguo ora attraversa un quieto e luminoso centro abitato, dal nome quasi uguale al precedente (giusto per confondere le idee): Saint Rhemy en Bosses.
Qui, davanti a un cortile, qualcuno ha attrezzato un tavolino con generi di conforto e ristoro a uso dei pellegrini.
La gratuità ha sempre un effetto dirompente, ma mi limito a fotografarlo, perché non mi sento calato nei panni del pellegrino;

anzi, visto che fra ieri e oggi mi sono sentito chiamare o definire così già due o tre volte, mi sono abituato a rispondere che no, sono solo un camminatore.

Ritrovata, con un po’ di fatica, la rassicurante statale, riprendo a percorrerla già un po’ stremato dai chilometri percorsi, e con le piante dei piedi dolenti.
Deciso, è il momento dell’arma segreta: una sosta al bar.

Il paese di Saint Oyen è ormai a portata di zampe: potrò fare il punto della situazione, dissetarmi, riposare le gambe e dare un’occhiata su Facebook.

L’apparenza inganna: quelle bandiere annunciano un hotel-ristorante, dove già quattro giovani motociclisti italiani attendono il pranzo in un tavolino sul terrazzo, ma niente bar. E proseguendo, ancora niente, fino alla triste fine del paese. Proseguire, indolenzito e deluso.

Il paese successivo, Etroubles, non dista molto ed ecco che, questa volta, i miei occhi catturano, un po’ a valle, un’inconfondibile scritta “Bar” accanto a “Ristorante”.

Il locale è deserto, ma presidiato da un distinto signore che sembrerebbe dietro il banco solo per me.
“Ce l’ha un chinotto?”
Ovviamente no; ripiego su un succo di mela non freddo, con un’energetica brioche.

Mi metto comodo, poi consulto Google Maps: a Gignod mancano ancora otto chilometri: più di un’ora e mezza. Sarà ancora dura.
Appena esco dal locale, le gambe sembrano non rispondermi più, ma dopo qualche passo ritrovo un’andatura soddisfacente.
L’aria si mantiene ventilata, a mitigare il sole altissimo nel cielo solstiziale.

Evito di consultare le segnalazioni chilometriche ai lati della strada, e anche l’orologio.
Mi si è scatenato anche un forte raffreddore allergico, che mi terrà compagnia fino a sera.

Il tratto di niente prima di Gignod è abissale, e quando poi comincia l’abitato, si rivela beffardamente come un arcipelago di frazioni molto sparse.

L’albergo è segnalato lungo una deviazione dopo la sede del comune.

Col naso che cola e le gambe che chiedono pietà, vedo infine comparire l’agognata destinazione della prima tappa.

Informazioni su Franz

Per una mia presentazione, clicca sul secondo riquadro ("website") qui sotto la mia immagine...
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2 risposte a 24-6: La lunghissima discesa verso Aosta

  1. Amanda ha detto:

    Capisco tutti i disagi ma mi sembri meno motivato ed entusiasta del solito, speriamo vada meglio col passare del tempo ed il rodaggio fisico

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