1-7: Fra le risaie del vercellese

Colazione frugale, nel ristorante-pizzeria non presidiato; do fondo alle mie riserve: una pesca gialla, quattro fette biscottate (e mezze sbriciolate) da inzuppare… nell’acqua, e una piccola confezione alberghiera di confettura di frutta.
Il panorama dalla finestra è ancor meno esaltante.

La mia “passeggiata” odierna ha inizio alle sette meno dieci, con un nuovo doppio scavalcamento acrobatico di guardrail.

La frequente marcia iniziale di ricongiungimento al tracciato segnalato oggi è molto lunga: per Google sono un’ora e venti di cammino.
Potrei anche ritrovarlo molto prima e seguirlo poi nell’attraversamento di Santhià, come un diabolico cartello mi invita a fare, ma mi costerebbe molti chilometri in più e bisogna economizzare le energie.

L’aria è velata dalla foschia ed è già afosa, mentre cerco di tenere un passo vivace lungo un ossessionante rettilineo.

Poi, per fortuna, il tragitto si fa via via sempre più umano.

Se le ultime due tappe mi hanno dato entusiasmo e fiducia, questa mattina invece mi sento un tantino appannato. Forse il ronzio e il getto dell’aria condizionata, pur benedettissima, hanno reso il sonno meno profondo del solito.
Comunque, nei pressi di questo cortile sorvegliato dalle oche,

avviene, con puntualità svizzera, l’incontro felice con un bel cartello indicatore, con il logo del pellegrino e la scritta “Via Francigena”.

Ora potrò lasciarmi guidare e assistere all’odierno, immancabile spettacolo, che oggi ha un tema dominante: le sterminate risaie del vercellese.

Allora ci siamo. Ignaro delle difficoltà di cammino che mi avrebbe riservato la Val d’Aosta, mi ero figurato a lungo proprio questo tratto come il più temibile, per il clima asfissiante e per le zanzare, che mi avevano detto infestanti e fameliche.
Niente di più falso, noto con grande sollievo.
C’è un po’ d’afa, certo, ma la temperatura non è eccessiva ed è mitigata da qualche alito di vento.
E delle zanzare (mi vedevo in un bagno di sudore con le braccia e le gambe coperte), nemmeno l’ombra.
Chissà, saranno migrate tutte in città…

In compenso, questi scenari meravigliosamente naturali sono popolatissimi da uccelli caratteristici, che volano nervosamente in continuazione emettendo i loro versi striduli.
In particolare, alcuni rapaci (nibbio bruno?) e moltissimi “Cavalieri d’Italia”.
In queste foto non si vedono, ma più tardi, con molti tentativi, ne centrerò uno, che più avanti vi mostro.

È previsto l’attraversamento di un unico centro urbano, San Germano Vercellese; comincio ad attenderlo col forte desiderio di una sosta, che questa volta non dovrà essere a base del solito chinotto, ma di un panino, ad integrazione della magra colazione, e di una bella birra fresca.

Il primo contatto con il paese avviene con gli anziani ospiti di una casa di riposo, dall’orribile nome di

“Casa del Vecchio P.Perazzo”.
Non inquadrati dall’immagine, ne sento vociare e poi ne vedo diversi, nel giardino.
Nel passare loro davanti, li saluto con un buongiorno e un ampio gesto del braccio.
Rispondono tutti, evidentemente grati di un evento che, per qualche attimo, li sottrae alla noia.

Superati con il sottopassaggio della stazione i binari della ferrovia, il centro storico mi dà un’impressione di quiete desolata.

Ma in piazza c’è il mercato

e, quel che più conta per me, un’appetibile “Osteria del Viandante”.

Ordino un panino al formaggio e scelgo una birra dal frigo, una sarda Ichnusa (un mio compromesso fra qualità e prodotto ecologicamente nostrano, o quasi).

Sono a metà dell’ottava tappa e, visto che le tappe sono quindici, anche a metà dell’intero viaggio.
Dunque bisogna brindare.

Vado a cercare posto in un tavolino, con la sorpresa di trovare l’oblunga saletta piuttosto popolata, immagino grazie al fresco di Santa Aria Condizionata, che anche qui ha fatto il miracolo.

La cosa che più colpisce però, rispetto alla classica immagine dei frequentatori delle osterie, è che qui, alle dieci di mattina di lunedì, sono quasi tutte donne, intente in vivaci conversazioni.

Rinfrancato decisamente dalla merenda e da uno dei miei rari ma graditi caffè, mi rimetto in marcia, fra i canali di una zona, periferica e più viva, di questa cittadina.

Poi mi accolgono nuovamente le verdi distese paludose, e i loro chiassosi abitanti.

Ecco un Cavaliere d’Italia, che vola libero nel cielo sereno.

In terra, invece, rare presenze di agricoltori.

Un curioso edificio in disarmo, che immagino legato un tempo alla lavorazione del riso.

Delle rondini stazionano nei pressi della sua facciata principale.

I segnavia, in questi lunghi viottoli rurali, sono meno frequenti, ma la ferrovia da una parte e la strada provinciale dall’altra, confermano la direzione di marcia.
E Google Maps mi dice che mancano solo quaranta minuti.

È il momento di avvertire del mio arrivo la signora del bed and breakfast.
Come nelle occasioni precedenti, mi risponde con un tono bonario e materno, chiamandomi per nome.

La cosa non mi dispiace, così come mi confortò molto sapere della disponibilità della camera.
Nella progettazione dei miei viaggi, è ricorrente il caso di un alloggio, dotato di una sola camera, ma logisticamente fondamentale a garantire distanze omogenee fra le varie tappe, e magari a evitare lunghe deviazioni dall’itinerario normale.
La camera ammobiliata di oggi, nella piccola località di Montonero, mi risparmia i molti chilometri che mancano a Vercelli, garantendomi poi distanze omogenee per i prossimi giorni.
“La devo avvertire, quando arrivo?”
“No non importa, la vedo.”

Eccolo, sicuramente laggiù, il borgo che mi ospiterà oggi

Ed eccone il curioso castello che ne delimita il territorio.

Non c’è nessuna insegna, tanto meno qualcuno che mi stia vedendo arrivare, ma il numero civico è questo.

“Sì, adesso avverto mia madre” mi rassicura un giovanotto.

Mi si fa incontro con molta cordialità una signora non più giovane, ma snella e dotata di un seno sporgente e appuntito in modo quasi imbarazzante.

La camera è un grande monolocale, nella cascina ristrutturata e allestita con molto gusto, e pulitissima.

Anche i generi alimentari per la colazione sono generosi.
Estraggo dal frigo un litro di succo concentrato d’arancia e me ne verso diversi bicchieri
…ovviamente diluiti con un po’ d’acqua bollente del rubinetto.

Informazioni su Franz

Per una mia presentazione, clicca sul secondo riquadro ("website") qui sotto la mia immagine...
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3 risposte a 1-7: Fra le risaie del vercellese

  1. Franz ha detto:

    Domani mi fermerò per un giorno di riposo, in cui pubblicherò anche il racconto di oggi (martedì 2 luglio).

  2. Amanda ha detto:

    Non tutta la risaia vien per nuocere

    • Franz ha detto:

      Sembra che dipenda dal minor impiego di acqua delle nuove tecniche di coltivazione. Le zanzare non hanno gradito e hanno lanciato il movimento “Rize strike for the water”… 😀

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