9-7: Il traguardo del Po

Dopo un’ultima cena autogestita, nell’incantata atmosfera del porticato adiacente l’immensa struttura dell’Agriturismo San Bruno, e un’ultima notte di lotta contro il caldo, ci incamminiamo alle sei e tre quarti.
Sopra la bella collina di San Colombano al Lambro (sulle cui prime alture abbiamo soggiornato), il cielo è nuvoloso; l’aria, molto piacevolmente, è fresca.

In breve tempo raggiungiamo la provinciale, che dobbiamo percorrere fino a oltrepassare il fiume Lambro.
Nonostante l’orario, il traffico di vetture e autocarri ci sfreccia pericolosamente e fastidiosamente vicino.

Dopo una mezz’ora, a metà della quale siamo raggiunti dall’itinerario francigeno e dai suoi frequenti segnavia, finalmente compare il fiume, che costeggeremo fino alla sua confluenza nel Po, camminando sopra l’argine sinistro, dunque in provincia di Lodi e non più di Pavia.

Il tragitto, su questa passerella sopraelevata, è molto spettacolare e la quiete ritrovata ci conforta.

Compare a sinistra l’abitato di Orio Litta, sede della “Grangia benedettina”, adibita a ostello, dove avrebbe fatto tappa il percorso ufficiale.
Massimo e io confrontiamo sempre più spesso l’ora con le valutazioni di Google Maps relative al tragitto che ci separa dallo storico “Transitum Padi”, o “Guado di Sigerico”, dove abbiamo appuntamento alle otto e tre quarti con il barcaiolo, titolare monopolista di questo strategico passaggio.

Le ultime risaie sulla Via Francigena, coltivazione che ha caratterizzato fortemente il paesaggio del mio lungo cammino in Piemonte e Lombardia e che non troverò più al di là del Po, nella mia Emilia.

Giungiamo al varco sul grande fiume alle otto e quarantasette, con due soli innocui minuti di ritardo, ma quel poco d’ansia relativa all’appuntamento mi impedisce di celebrare interiormente non solo la vista del nostro fiume più importante, ma anche il traguardo di tutto il mio viaggio “dalla Svizzera al Po”.

Facciamo conoscenza con Danilo, l’istrionico traghettatore dei pellegrini, e con un gruppo di quattro donne, tre di Varese e una francese, che sono partite da Calais diversi anni fa e dedicano ogni anno soltanto cinque o sei giorni a percorrere una nuova frazione della Via Francigena.

Manca all’appello, ci dice Danilo, solo un’altra persona, una signora spagnola partita questa mattina da più lontano, da Santa Cristina.
La contatta per telefono per capire a che punto si trova, poi chiede a noi se accettiamo di aspettarla un quarto d’ora.
Che diventa anche una mezz’ora, perché, nonostante il suo consiglio di proseguire lungo l’argine (come abbiamo fatto noi), nella telefonata successiva lei si trova invece nel paese di Orio Litta, avendo seguito il tracciato ufficiale.

Arriva, finalmente, molto trafelata e chiedendo ripetutamente scusa a tutti. Parla un buon italiano.
Più tardi la catalana Helen, con cui farò amicizia, mi confesserà che non conosceva il significato della parola “argine”…

Si parte, per il tratto di Via Francigena più comodo e piacevole che si possa immaginare.
Sono ben quattro chilometri di fiume, tagliato per una lunga diagonale.

Per entrare in questa piccola diramazione, il nocchiero fa un’inversione a “U”, fino a giungere all’attracco.
Poi ci invita tutti a casa sua, a pochi minuti di distanza, per elargire timbrature alle credenziali del pellegrino e farci compilare e firmare il suo libro sacro.

È un luogo molto suggestivo, dove questo loquace personaggio ha modo di continuare il suo show, alimentato anche da una passione e una cultura non indifferente, relativa alla storia che si è dipanata, nei secoli, in questo affascinante lembo del pianeta.

La richiesta di denaro non è esosa, dieci euro a testa.
Con molto calore ci saluta uno per uno e ci dà indicazioni per una scorciatoia verso il paese più vicino, che bisogna attraversare.

Eccoci in Emilia, direzione: Piacenza.

Un giovanissimo puledro attira la nostra attenzione.

Alla fine della scorciatoia vediamo passare Helen, che era partita per prima di buon passo (è una che macina più di trenta chilometri al giorno), ma che evidentemente non conosce neanche il significato di “scorciatoia”…
La fermo e la raggiungo con l’intenzione di aiutarla, perché mi è venuto il dubbio che non abbia l’applicazione “Via Francigena” contenente le tracce GPS e che, da quando l’ho tardivamente scoperta, mi si è rivelata preziosissima.
In realtà la sta già utilizzando; comunque, con piacere, ho l’occasione di familiarizzare con questa giovane, molto carina oltre che molto sportiva: procedo affiancato a lei per un breve tratto, finchè, presso un bar, lei decide di fare una sosta e mi saluta: “Ci vediamo più avanti”.
Con il suo passo veloce sicuramente è normale che presto ci raggiunga nuovamente, visto che non ci sono più argini né scorciatoie…

Alle undici e mezza, è l’ora anche per noi di concederci una sosta al bar.

Mentre siamo seduti all’interno, vediamo entrare una del gruppo delle quattro “pellegrine a singhiozzo”.
Altri incontri casuali, fra noi otto componenti dell’equipaggio della felice traversata del Po, avverranno ancora, simpaticamente, sul tragitto verso Piacenza.

Dopo l’affascinante tratto lungo il Lambro e la parentesi barcaiola, il percorso di oggi procede dritto fino a Piacenza su una strada asfaltata, rinnegando, in questa mia ultima tappa, la caratteristica che ho tanto apprezzato di evitare quasi sempre queste situazioni, a favore dei passaggi campestri più improbabili e ricercati.
In realtà esiste una variante ufficiale che costeggia il Po, allungando però di diversi chilometri il percorso.

Invece del riso da queste parti si coltivano girasoli.

Raggiungiamo il terzo fiume della giornata, il Trebbia, che a una prima impressione sembra in secca.

Comincia a fare caldo, un po’ afoso. Dico ai miei due amici di procedere, mentre mi fermo per togliermi la prolunga dei pantaloni, che oggi avevo indossato per la minaccia di pioggia e temporali, minaccia attualmente sventata.
Durante la complessa operazione vedo arrivare Helen. Prima di lasciarla andare, le manifesto i miei dubbi sul tracciato: benchè ben coperto da frequenti segnavia, non corrisponde affatto alla traccia GPS dell’applicazione. È lei a spiegarmi l’esistenza delle due varianti odierne; avevo caricato la traccia della variante più lunga.
Alleggerito nell’abbigliamento, tengo un passo che mi tiene in vista della veloce pellegrina, che poi vedo, più avanti, salutare e superare Massimo ed Elena, prima di perderla definitivamente di vista.

Sedute a una fermata dell’autobus dell’estrema periferia di Piacenza, sono ferme in attesa le altre quattro.
I miei amici decidono di concludere anch’essi, a questo punto, una camminata che non ha più alcun interesse paesaggistico; ci diamo appuntamento in stazione.
Saluto la comitiva e mi incammino nuovamente da solo.
In fondo è giusto così, che la stazione di Piacenza, dove terminerà il mio viaggio in massima parte solitario, mi veda arrivare da solo.

Mi sento bene e riesco a procedere a una buona andatura, nella lunga marcia di avvicinamento al centro della città, finché l’ipotesi di una nuova breve sosta ristoratrice prende il sopravvento, agevolata dal buon anticipo che sto tenendo rispetto all’orario del nostro treno.
Mentre me ne sto seduto a sorseggiare un succo di pompelmo fuori frigo, mi chiama Massimo: loro sono entrati in un supermercato e mi chiedono se voglio qualcosa per il pranzo.
“No, ti ringrazio, se mi viene fame mi arrangio con la frutta e il pane che ho imboscato nello zaino stamattina a colazione.”

Finalmente si entra nel grande centro storico di Piacenza, una rete di strade ortogonali da attraversare tutta fino alla stazione.
Il cielo si è coperto e dona al mio arrivo in città un aspetto tutt’altro che festoso, per non dire assolutamente cupo.

C’è un ultimo parco da attraversare, curiosamente denominato Giardini Margherita, proprio come quelli di Bologna.

Ritroverò i miei due amici toscani, con cui condividerò la tratta del viaggio in treno fino a Parma, dentro la stazione.

Prima di entrare scatto questa fotografia,

con l’ardente desiderio di ripeterla, alla ripresa del mio cammino di pellegrino laico, in un felice giorno di giugno dell’anno prossimo.

Informazioni su Franz

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2 risposte a 9-7: Il traguardo del Po

  1. Amanda ha detto:

    Ma andando verso sud meglio scegliere un’altra stagione

    • Franz ha detto:

      No, carissima, non sono pentito del periodo scelto, che mi ha permesso di evitare ciò che temo di più: il caldo paralizzante in città.
      Credo di aver affrontato bene le ore più difficili del cammino; dovrò invece scegliere con ancora più attenzione locali climatizzati per dormire.

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