Dalla Svizzera al Po: bilancio

Da meno di un’ora sono (scomodamente) seduto su una poltroncina lato finestrino (ho pagato il supplemento per non perdermi lo spettacolo) del volo pomeridiano Bologna-Tenerife.
Passerò nell’isola delle Canarie una lunga vacanza, ospite di mio fratello che da un paio d’anni vi risiede, in un periodo dell’anno scelto, proprio come per il mio viaggio a piedi appena concluso, per scappare dal caldo paralizzante della città.
Motivazioni uguali, mezzi di trasporto opposti, dunque.

Non sono intransigente come Greta Thunberg, nell’evitare i voli aerei per la loro insostenibilità ecologica, ma l’occasione di rivedere mio fratello rappresenta per me l’unico valido motivo per questo autentico lusso ambientale.
Del resto, i miei viaggi a piedi, che faccio per passione, hanno anche un valore di rivendicazione sulle scoperte che si possono fare, con un turismo a passo d’uomo non lontano da casa propria, dunque a impatto ecologico quasi nullo e comunque nemmeno paragonabile.

Appena dopo aver sorvolato, credo, Marsiglia, il suo golfo e il suo… piccolissimo porto, comincio dunque le mie riflessioni critiche sull’esperienza a luci forti appena conclusa, sulla falsariga di un vero bilancio, con voci positive e negative.
Cominciando da queste ultime.

La fatica. Superiore alle aspettative, mi ha visto arrivare fisicamente prostrato, con un saporaccio amaro in bocca, all’arrivo di tre tappe, tutte in Val d’Aosta, nella parte iniziale del mio viaggio: la prima, a Gignod, la terza, a Vignola di Montjovet e la quarta, a Pont Saint Martin.
Considerato che il sole cocente non è mancato anche nelle giornate successive, ne attribuisco la causa alla sottovalutazione del percorso, dovuta a errori anche clamorosi delle guide ufficiali, e un po’ anche all’insufficienza degli strumenti di navigazione di cui ero dotato, fino alla tardiva scoperta dell’ottima applicazione “Via Francigena”, citata nel sito ufficiale in maniera non abbastanza evidente.
Di tutto questo ho riferito nella mail inviata poche ore fa agli indirizzi dell’organizzazione.
Un anno in più sulle mie magre ma… vissute spalle, e allenamenti podistici un po’ meno intensi durante l’ultima annata, non sono stati certo d’aiuto, ma non credo abbiano influito tanto.

Apro qui una parentesi, in tema di reclami.
Avevo promesso di raccontare l’esito della mia richiesta di rimborso a Flixbus per il viaggio in pullman Bologna-Aosta cancellato, che mi aveva costretto ad anticipare la partenza e a dormire una notte in quella città.
Pochi giorni fa la risposta, con la promessa di rimborsarmi gli undici euro spesi per il cambio di biglietto, ma non i settanta del pernottamento. Beh, meglio di niente, no?

Seconda voce negativa: le notti tormentate. Anche in questo caso superiori alle attese.
La mancanza di aria condizionata nella cameretta d’albergo di Mortara, dove era prevista, e il funzionamento non ottimale a Santhià e a Belgioioso, hanno completato il quadro già difficile degli alloggi che avevo prenotato pur sapendoli non climatizzati. Da tener presente per il secondo atto, fra un anno.

Terzo aspetto critico: il tempo a disposizione per il rilassamento, la distrazione e il riposo. Affrontare la confezione e pubblicazione di quotidiani racconti analitici, per parole e immagini, del cammino percorso, avendo a disposizione un tablet di sette pollici e non sempre una connessione ottimale, significa giocarsi tutto il tempo libero. È, questa, una criticità costante di tutti i miei viaggi; ho fatto qualche passo avanti nelle tecniche di composizione, che mi ha evitato di fare le ore piccole come successo a volte in passato, ma resta un aspetto oggettivamente evidente.
Questione di scelte: si tratta di un aspetto per me irrinunciabile, indipendentemente dalla quantità di ritorni (commenti e ‘mi piace’ su Facebook e nel blog), pur preziosissimi, che ne ricavo.
Ancora un grazie alle amiche e amici, vecchi e nuovi, che l’hanno capito e mi hanno sostenuto, in particolare all’immancabile Amanda nel blog, e a Valerio, Alessandra, Nicola, Claudio, Rita, Cristina, Elisabetta, Graciela, Anna e tutti quelli che hanno inserito anche un solo ‘mi piace’ ai miei post in ambiente Facebook.

Sotto i miei piedi e al mio oblò appare e scorre, emozionante e inconfondibile, lo Stretto di Gibilterra: davvero una piccola apertura del Mediterraneo sull’Oceano Atlantico, mentre mi accingo a elencare le voci positive del mio bilancio.

La prima è stata un’autentica novità, fonte di inesauribile stupore, rispetto alle esperienze precedenti.
Alludo (i lettori più fedeli e intuitivi l’avranno capito), al prevalente dipanarsi del percorso ufficiale su viottoli di campagna, sentieri, carrarecce, con passaggi incredibili all’interno di borghi antichi o attraverso ponti e chiuse sopra canali di risaie, e con l’acuto finale del traghetto sul Po. Riconoscenza profonda per chi ha reinventato, con tanta minuziosa passione, l’itinerario del vescovo Sigerico.

Un altro aspetto inatteso, a fronte delle difficoltà, è stato quello di sfida e di prove di adattamento superate: ho accennato, nei primi racconti, a un estemporaneo e tardivo servizio militare.
A volte ricorrendo a soluzioni inconsuete (la notte sul divano nell’ostello di Ivrea), a volte scoprendomi capace di sopportare perfettamente il rumore notturno del traffico in cambio del sollievo dell’aria fresca (albergo di Pont Saint Martin), a volte aiutandomi con docce fresche. Più sorprendente che mai la già sperimentata necessità di pochissime ore di sonno, che un incallito dormiglione come me scopre ad ogni alba di queste giornate campali.

Dal punto di vista paesaggistico, la sorpresa inaspettata mi è giunta dall’approdo in una Pianura Padana fascinosa e incantata, in terra piemontese fra Viverone e Santhià, molto più alberata e selvaggia rispetto a quella a me ben nota.
E poi il senso di varcare un parco naturale popolato da libellule e tanti uccelli strani e vocianti, fra le distese acquitrinose color verde smeraldo in direzione di Vercelli.
Una citazione doverosa anche alla quantità sorprendente di borghi valdostani, quelli ancora abitati come quelli abbandonati, a volte minuscoli, che, affannato da duri saliscendi, ho incontrato lungo il percorso.
Ma una citazione merita anche l’agriturismo San Bruno dell’ultima notte, nel lodigiano presso le colline di San Colombano: una cascina ristrutturata di grandi spazi in un paesaggio di grande pace, dove vorrei tornare qualche giorno in futuro.

Per finire: gli incontri felici. Ricordo con riconoscenza l’accoglienza di Ornella nella casetta di Montjovet: tè freddo a profusione e un’amichevole chiacchierata hanno avuto miracolosi effetti taumaturgici, al termine di una delle tre tappe fisicamente sconvolgenti prima citate. Ma anche la vivacità attiva di Ambra, la giovane castellana della torre di Palestro e, perché no, l’affetto mostrato, alla fine del suo lungo show, da Danilo il barcaiolo.
Vorrei citare anche, come elemento inaspettato, la benevolenza sperimentata nei saluti, nelle espressioni e negli incoraggiamenti, da tanti residenti lungo il percorso, in particolare da quell’anziano nel bar di Tromello con cui conversai a lungo. Mi sono chiesto, senza sapermi rispondere, quanto questo mito del pellegrino così radicato, soprattutto in terra lombarda, abbia origini religiose, semplicemente umane, o di riconoscenza verso il turista che porta nuovo valore in zone rurali.

È cominciata la discesa verso le Canarie e qui, ancora in vista di uno strato di nuvolette, anch’io mi sento più leggero, dopo aver tradotto in parole la sintesi di due settimane (abbondanti) di vita assolutamente speciale.

Hasta luego, amigos!

Informazioni su Franz

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4 risposte a Dalla Svizzera al Po: bilancio

  1. Sandra ha detto:

    Ciao Franz, sicuramente tutto questo è di grande valore…
    Buona vacanza! E un abbraccio

  2. Amanda ha detto:

    E finalmente la vacanza orizzontale. Comunque rinunciare al riposo per il diario giornaliero mi pare eccessivo. Avremmo potuto avere tappa dopo tappa a puntate dopo l’arrivo mentre ti rigeneravi al sole “canarino” 😉😁

    • Franz ha detto:

      Beh, almeno un paio di brevi pisolini pomeridiani me li sono fatti… 🙂
      Da quando l’applicazione di WordPress mi permette di scrivere sul blog (ma prima ricordo che scrivevo direttamente su Facebook, senza foto) non ho mai pensato di rinunciare a farlo: le passioni sono passioni…
      E il racconto in differita perde smalto e memoria di dettagli.

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