Messaggio Urbi et Orbi 2019

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Quest’anno, il mio ormai tradizionale “messaggio” sarà diverso dal solito.

Due motivi ugualmente validi mi spingono a cambiarne l’impostazione, da “raccolta di segnalazioni” legate alle mie considerazioni di fine anno, a un discorso più fluido del tutto privo di rimandi, cioè di link.
Il primo motivo è la desolante risposta a tali sollecitazioni: l’anno scorso, a detta delle statistiche del blog, il numero di effettivi “clic” sui link è stato davvero irrisorio. Ma lo dico senza ombra di risentimento: sono comunque grato a chi spende tempo e attenzione a leggere le mie note, senza per questo accettare un mio (involontario) ruolo di insegnante che distribuisce i compiti a casa…
Se qualcuno, poi, è particolarmente curioso, potrà comunque trovare alcuni link interessanti negli articoli precedenti in questo stesso blog.

Il secondo motivo è un approccio più tranquillo che credo di aver maturato di recente, rispetto al mondo e alla possibilità di cambiarlo: credo che una frase che sgorghi sincera e, magari, illuminata dal dono di una particolare grazia e armonia, possa molto di più di un campionario di tante indicazioni che, comunque, non potrà mai essere esaustivo.

Dunque cominciamo, e facciamolo con uno sguardo sul globo, ad eccezione del tema ecologico che tengo per ultimo.

C’è un intero continente che continua a essere colpevolmente dimenticato, da quella parte del pianeta che ne sfrutta le risorse (soprattutto minerarie), per cercare di continuare la sua pazza corsa suicida nella produzione di ricchezza tramite i consumi.
Alludo, ovviamente, all’Africa.
Un continente tanto dimenticato dai media che mi riesce difficile dare notizie su quelli che, da informazioni passate, mi risultano essere i teatri più tragici di guerre, fame, sete, epidemie trascurate. Congo e Sud Sudan, ma sicuramente ci sono altre zone altrettanto martoriate.

Quando ci sono ondate di sdegno per nuovi teatri di guerra più vicini e popolari, come è stato per la Siria pochi mesi fa, mi sembra di assistere a un lugubre campionato in cui ci sono poche squadre “vincenti” sulla scena dell’informazione, e altre che giocano in serie “C”, dove i bambini muoiono di fame, sete e malattie guaribili, nel silenzio.

Sempre sul fronte di guerre e oppressioni oscurate dai media, voglio citare lo Yemen, dove si continua a morire, tramite armamenti forniti all’Arabia Saudita anche dalle nostre industrie nazionali, nonostante ne sia stato dichiarato l’embargo. Meglio non sapere.
Così come la vicina Palestina, dove un popolo privato di tutto, compresa la propria terra sempre più soggetta alla colonizzazione israeliana, vive in una condizione di oppressione sanguinaria e degradante, eppure senza arrendersi nello spirito.

Anche in quest’ultimo caso, non è difficile capire perché non se ne parli, nonostante il lunghissimo e progressivo protrarsi della tragedia. A casa del nostro manovratore, cioè lo “zio” americano, gli ebrei hanno un potere enorme.
E Donald Trump, che deve “democraticamente” fare i conti con gli apparati di potere interni, è costretto ad appoggiare apertamente la causa israeliana, cioè dell’oppressore.
C’è però una fortuna, e per questo dobbiamo ringraziare la mancata elezione di Hillary Clinton (molto vicina agli apparati militari): con la sua mentalità da manager attento in primo luogo ai bilanci, Trump segue una politica di disimpegno militare su fronti lontani ritenuti non strategici e, almeno, contrasta l’irresistibile voglia israeliana di una guerra contro l’Iran, di cui è meglio non immaginare le possibili conseguenze.
Tuttavia le campagne militari statunitensi, quelle strategiche (in primo luogo nelle vicinanze della Russia), purtroppo sono più che mai in corso e sono rese anche più urgenti dall’affacciarsi, sullo scenario globale, di nuove super-potenze come la Cina, che minacciano il ruolo dominante irrinunciabile per gli psicopatici apparati di potere a stelle e strisce.
Ormai è un reperto storico la “guerra fredda” contro il blocco sovietico, che ha caratterizzato i primi decenni del dopoguerra, e forse solo la multipolarità di potenziali nemici che, messi insieme, potrebbero contrastare il dominio americano, costituirà un deterrente alle ansie espansionistiche tipiche dei nostri ormai antichi liberatori.

Non aggiungo altri spunti sul fronte globale e vengo a quello nazionale.
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Il discorso da affrontare mi sembra intricatissimo, se vogliamo cercare di dipanare la matassa del bene e del male. È esperienza comune, non mi meraviglia, avere amici che la pensano in modo diversissimo: è inevitabile, quando la vera realtà delle poste in gioco è nascosta e difficilmente conoscibile (meno che mai attraverso le principali testate giornalistiche e televisive).

Comincio da un dato: siamo un popolo privato della propria sovranità, inutilmente dichiarata fin dal primo articolo della Costituzione. Mancata sovranità monetaria significa dover pagare interessi alla Banca Centrale Europea per avere il denaro che servirebbe al bene comune. Se potessimo battere moneta, non saremmo strozzati dalla minaccia del debito pubblico nell’effettuare tutte le spese necessarie per il territorio e la popolazione.
Lo stesso dicasi per le spese militari: anche in questo caso, benché solo per ragioni diplomatiche, abbiamo un’emorragia quotidiana di capitali che definirei raccapricciante, nei confronti della NATO, organizzazione nata per proteggerci ma che in realtà fa di noi una base strategica del proprio espansionismo.

Il primo governo Conte, cioè il progetto giallo-verde, aveva destato (così è almeno per me) molte speranze di un attacco morbido su questi fronti di palese ingiustizia, come testimoniato da alcuni punti del “contratto di governo”; ero e resto convinto infatti che un radicalismo più intransigente finisca inevitabilmente per peggiorare le cose, così come mi sono convinto della necessità di un’Europa riformata (e non smembrata) per avere voce in capitolo in campo internazionale.
Poi l’autolesionista brama di potere di Matteo Salvini ha posto fine prematuramente a questo esperimento.

L’accordo con il Partito Democratico è stato accettato a fatica da molti elettori 5 Stelle (di cui da sempre faccio parte anch’io); il nuovo alleato è visto come molto seduto su posizioni globaliste e di accordo con l’elite finanziaria europea, oltre che di corruzione negli apparati di potere interni.
Da parte mia, invece, ho virtualmente brindato allo sventato pericolo di affidare il paese a una destra demagogica, bigotta, iperliberista, antiecologica e che ha tradito le iniziali istanze sovraniste della Lega. Già la potenziale alleanza con il partito della mafia, cioè Forza Italia, la dice lunga, ma ora, come se non bastasse, hanno indetto una pazzesca campagna a favore di Mario Draghi come presidente della Repubblica.
Sventato pericolo elettorale, dunque a mio parere, e grande fiducia in Giuseppe Conte, che è l’uomo, nelle intenzioni e anche nella capacità, dei migliori compromessi possibili con i poteri consolidati.
Può sembrare una contraddizione, rispetto ai punti da cui sono partito, ma non mi dimentico che abbiamo vissuto governi (e televisioni) di un volgare, impresentabile industriale brianzolo protetto dalla mafia, di un altrettanto demagogico toscano sedicente di sinistra, e di grigi contabili emissari della finanza europea vorace e assassina.
Al loro confronto, un leader capace di farsi ascoltare e rispettare in Europa e nel mondo, e un governo che, senza sfidare i grandi poteri, riesce comunque a portare a compimento delle riforme razionali e manifesta un impegno ambientalista (ahimè senza rinnegare il mito della crescita…), mi sembra inoppugnabilmente il massimo che possiamo permetterci, purtroppo in un costante clima di incertezza dovuto ai grandi consensi che sembra mantenere Salvini (ma che il tempo potrebbe presto smorzare).

Prima di cambiare argomento, voglio citare (e non sono le uniche), tre splendide personalità, acute e appassionate, che stanno lavorando, per ora nell’ombra, per un progresso autentico e di ampio respiro: due di essi, Alberto Micalizzi e Fabio Conditi, sono specializzati nel settore finanziario; il terzo, Mauro Scardovelli, si muove agevolmente, Costituzione alla mano, fra vari campi del sapere, dalla psicologia al diritto.
Prima sentiremo parlare diffusamente di loro e dei loro progetti, meglio sarà.

Ma è finalmente giunto il momento di elevare un po’ il discorso, dall’angusto ambito politico a quello spirituale e filosofico.
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A differenza del 2018, l’anno che sta per concludersi non mi ha regalato nuove straordinarie acquisizioni in campo spirituale. Mi sembra che quello che c’era da imparare, su un piano strettamente razionale, l’abbia già imparato. Questo non significa che il mio cammino verso un’esistenza più libera e illuminata sia terminato, tutt’altro, ma ho l’impressione che gli strumenti a disposizione dell’intelletto siano finiti. Naturalmente sarò ben lieto di contraddirmi.

Anche in campo filosofico non ho nuovi approfondimenti da segnalare, ma continuo a essere grato ad Angelo Santini per la sua costante divulgazione del pensiero del novantenne Emanuele Severino, che Santini dichiara spesso come colui che, con il suo rigore, ha surclassato il pensiero dei filosofi di tutti i tempi.

La mia scarsa preparazione e l’oggettiva difficoltà di tale castello di pensiero, mi rende impossibile prescindere (contro la sua volontà) da una buona dose di fiducia nelle capacità e nella preparazione di Santini stesso, nell’accettare una visione del mondo del tutto anti-intuitiva, incentrata com’è sul concetto di eternità insito in ogni essente (e questo per irrinunciabile esigenza rispetto alle basi logiche che furono già del lontano pensiero parmenideo) e, quel che più conforta, su un orizzonte di gioia progressiva e infinita alla fine dell’ingannevole esperienza terrena.

Mi trovo a volte a pensare con curiosità che questa visione metafisica ma non religiosa, dichiarata (e forse anche sperimentata) come inconfutabile, sia appannaggio di poche migliaia di studiosi al mondo, al seguito di un patriarca bresciano, che non ha alcuna pretesa di proselitismo ma solo amore per la verità. E, aggiungerei, anche per la vita.
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Avevo promesso di lasciare per ultimo il tema da sempre principale di questo blog, e anche del mio stile di vita: l’allarme ecologico.
È giunto il momento di affrontarlo.
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Con uno sforzo di razionalizzazione e sintesi, direi che quest’anno ci ha avvicinati a grandi passi alla catastrofe, se pensiamo a tutto ciò che non è stato fatto per scongiurarla, ma nello stesso tempo ha cambiato, come mai era successo, la percezione collettiva dell’allarme stesso, principalmente grazie all’attivismo della sedicenne Greta Thumberg.
Lo dico senza paura di passare per un ingenuo abbagliato da un fenomeno mediatico che nasconde subdoli interessi: è una percezione netta di come ora l’argomento sia entrato nei dibattiti pubblici e anche (in parte purtroppo ancora troppo scarsa) in quelli della gente, e relativi consequenziali comportamenti.

Da parte mia, mi sembra calata la passione divulgatrice di questi temi. Forse sarà per una maggiore serenità interiore, nonchè per la mia recente formazione filosofica e spirituale, che mi portano ad apprezzare sempre più (e senza inutili angosce) i grandi tesori del momento presente, e magari a farli risuonare nella ritrovata passione giovanile per la poesia.
O semplicemente, come diceva Francesco Guccini nella “Canzone delle Osterie di Fuori porta”: “…sarà forse perché invecchio”.

Vedo che si stanno moltiplicando in tutto il mondo geniali invenzioni tese a dare un contributo in campo ambientale ed energetico, ma, ad essere sinceri, penso che solo una grande invenzione che blocchi l’aumento delle emissioni climalteranti potrà evitare una ormai vicina crisi definitiva, o quasi, dell’umanità.

In varie nazioni, in Europa, Asia (Hong-Kong), Sudamerica, assistiamo di recente a importanti sollevazioni di piazza, a volte per rivendicazioni autonomiste, altre per protesta antigovernativa.
Forse sono i primi segnali di una rivolta collettiva, contro il demenziale modello iperliberista che ci ha portati fin qui: sarebbe ora. Mi piace pensare che ad accendere la miccia di questa rivolta sia il rifiuto della tecnologia “5G”, che qualunque persona dotata di buon senso capisce che non ci serve davvero e che al contrario, come sostiene il benemerito Istituto Ramazzini di Bologna, non possiamo accettare, per i possibili gravi rischi alla nostra salute.
Sarebbe ora, sì, sarebbe bello vedere crollare, come il muro di Berlino, anche il modello economico neo-liberista, così come quest’industria farmaceutica mondiale che prolifera sulla malattia e i protocolli costosissimi di cura, contrastando tutte le sperimentazioni alternative e le urgenti politiche di prevenzione.

Pochi giorni fa ho compiuto sessantaquattro anni, dunque questo è il sessantacinquesimo Natale e Capodanno che mi appresto a vivere.
Ce ne sarebbe in teoria abbastanza per una crisi di rigetto, e devo dire che ogni anno qualcosa di simile provo per molte delle settimane che anticipano le feste e che inneggiano, subdolamente, ai consumi di cui si nutre il mostro.

…Ma ogni anno, poi, qualcosa dell’antica magia che rese migliore la mia infanzia, e di quella nuova che porta le persone a rallentare per qualche giorno i ritmi della vita quotidiana e a coltivare gli affetti familiari e amicali, si fa strada, (questa volta cito Leopardi:) “…sì ch’a mirarla intenerisce il core”.

Un abbraccio sincero e, per quel che possono servire, i miei auguri!
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Informazioni su Franz

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2 risposte a Messaggio Urbi et Orbi 2019

  1. Maria Luisa Zaghis ha detto:

    Grazie Francesco. Mentre leggo i tuoi pensieri mi sembra di averti qui accanto seduto in poltrona e condividere una chiacchierata come era comunemente concesso una volta , quando non eravamo ancora travolti dalla vita frenetica che ci imbruttisce e ci sottrae il piacere di ascoltare

    • Franz ha detto:

      Grazie a te, cara Luisa.
      Innanzi tutto perché questa vita frenetica e chiassosa non ti ha tolto la capacità, anzi addirittura il piacere, di ascoltare.
      Sarei tentato di rapportare il disagio che manifesti alla filosofia di Severino, che vede la nostra condizione attuale come inevitabilmente dominata dall’errore (nella nostra percezione del divenire che implica il nulla, così come più genericamente nel male diffuso), ma preferisco, più attivamente, spronarti, sull’insegnamento dei più illuminati saggi di ogni Paese, a fare tesoro dei beni strettamente presenti, superando la nostra umana tendenza al rimpianto e all’aspettativa, che ci angustiano.
      Questa sembra davvero essere la via per dare vita al tempo, poiché il tempo della vita fugge.
      Sia proprio questa progressiva conquista il mio augurio per il tuo anno nuovo!

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