26-6: Fra la Via Emilia e il Sud

Man mano che, col passare dei giorni e delle ore, il conto alla rovescia tendeva allo zero, l’entusiasmo ha ceduto il passo a una concentrazione seriosa e sempre più inquieta.
Avrei dovuto allenarmi di più… (e l’affaticamento delle ultime ennesime passeggiate sembrava un pessimo segnale); non ho più la salute perfetta del periodo di isolamento… (che cos’è questo mal di testa, e queste fitte alla pancia?); mi dimenticherò certamente qualcosa da mettere nello zaino… (e il ripasso mentale si faceva spasmodico).
Grazie al cielo, alle quattro e un quarto di stamane, cioè un quarto d’ora prima che suonasse la sveglia, l’attesa è terminata.
Salutato dagli uccellini intenti a festeggiare l’alba, sono sceso dal letto e con la dovuta cura ho affrontato gli ultimi preparativi, giusto in tempo per uscire di casa alle cinque e mezza.

Come sempre succede, il tanto atteso momento di varcare il portone è passato quasi inosservato ai miei pensieri, intenti a occuparsi di chissà che.
Ma almeno un paio di volte, lungo i due chilometri di buon passo che mi separano dalla stazione, un piccolo lampo di emozione: “Ecco ci siamo!”, mi ha fatto visita, fugace ma netto, mentre osservavo lo spettacolo del sorgere del sole.

Il regionale per Genova delle sei e sedici che mi accoglie è mediamente popolato, nei posti a sedere, da persone giovani, lavoratori delle più svariate etnie e linguaggi, accomunati dalla mascherina, ma spesso anche dalla tacita intesa di lasciarla penzolare sul collo, come a più riprese non esito a fare anch’io.

Il viaggio diretto da San Lazzaro a Piacenza è lunghissimo, quasi due ore, con fermate in luoghi insoliti come Castelfranco e Rubiera.
Seduto troppo scomodo per dormire, mi limito a veder sfrecciare il mondo fuori, mentre il tono psicofisico cala gradualmente, sempre più, nelle paludi di una svogliata astenia.

Mi rendo conto che, come fu l’anno scorso in corriera lungo la Val d’Aosta, dai dintorni di Parma sto percorrendo in senso inverso il tragitto delle prime tappe che mi aspettano.
Le sensazioni ormai lontane di allora, passate agli archivi della memoria, stridono con il torpore odierno.

Poi, dopo l’ultima fermata intermedia, Fiorenzuola, improvvisi come scosse elettriche, sento ripetuti tuffi al cuore, forse la stessa voce che mi diceva “ci siamo!”, ma amplificata.

E mi ritrovo alla stazione di Piacenza.
Siamo fatti di riti, in qualche misura, e sto finalmente per compierne uno dal sapore intenso.
Dopo essermi sistemato meglio lo zaino e i due marsupi, mi avvio a scattare la foto che segna il passaggio del testimone rispetto all’esperienza dell’anno scorso, dodici mesi segnati da improvvise difficoltà collettive inimmaginabili.

Ecco, il rito è compiuto.
Supero anche senza difficoltà la prova di riattivare la mappa interattiva dell’applicazione “Via Francigena”, e mi avvio a intercettarne il percorso che esce dal centro di Piacenza.

L’aria è fresca e umida, sotto un cielo sbiadito e un po’ nuvoloso.
L’ultima tappa dell’anno scorso fu particolarmente festosa, con l’attraversamento in barca del Po e la compagnia di vecchi amici e nuove conoscenze; la solitudine di questa ripresa fa un certo contrasto con quel ricordo, ma intanto le gambe vanno, vanno spedite, e questo è quello che più conta.

Una sola foto turistica

prima di quella, emotivamente molto più importante, del ritrovamento del primo segnavia.

Ora ci siamo davvero, mentre sento le gambe procedere sempre più decise, sotto un cielo un po’ malato.

Alla periferia della città, varco la soglia di un piccolo cimitero, dopo averne lasciato uscire una signora.

Ha voglia di parlare: “Se va oltre la chiesa, c’è un’altra cappelletta militare…”, poi, visto che la cosa non mi entusiasma, mi chiede dove sono diretto, vantando conoscenze in alloggi non lontani.
“A San Giorgio Piacentino,” le rispondo, “in un bed and breakfast (chissà se conosce il termine inglese, mi chiederò poi). Dovevo fermarmi alla residenza ‘La Bellotta’, ma un gruppo l’ha riempita, sa con le nuove disposizioni…”
“Ah la Bellotta la conosco bene: c’è nato mio padre.”
E via di seguito, a citare aneddotti familiari e popolari per ognuno dei paesi che attraverserò o che non attraverserò.
Come quello di Pontenure, dove un’asino fu issato su una torre, per poi sfracellarsi al suolo, mi racconta con un mezzo sorriso.
“Che brutta fine” conveniamo.
Di ricordo in ricordo, viene il momento di congedarci: “Dica una preghiera per me” si raccomanda “e io ne dirò una per lei!”
“Senz’altro, arrivederla signora!”

Di lì a poco, in una rotonda che precede una strada larghissima di una zona artigianale, un autofurgone dalla parte opposta rallenta l’andatura e suona il clacson. L’autista si sporge, poi, a chiare lettere mi urla: “Buon cammino!”
Rispondo con un ampio segno di saluto e con il pollice su.
Un’improvvisa iniezione di vitalità.
Sarò ingenuo, ma queste cose mi riempiono il cuore.
Anche perché mi capita d’incrociare altri volti, di persone che camminano o pedalano, molto più seri e contratti, e mi sembra di percepirli segnati dal tornado Covid.
Ma non qui,

dove passano o stazionano solo enormi autotreni.

Una strada a misura di mostri fa sentire inadeguata l’andatura di un semplice viandante, ma mi accorgo che in realtà sto procedendo molto spedito, mentre un’ora è già passata.
A differenza degli anni scorsi, quando indossavo comode scarpe da podismo, tenendo nello zaino gli scarponcini bassi per il caso di pioggia o fango, questa volta ho preferito calzare sempre questi ultimi, con vantaggio di spazio e peso, ma anche con quello non trascurabile della maggiore propulsione che dà la suola semirigida a marchio Vibram.

Ma ecco che, finalmente, riconosco la godibile intenzione dei tracciatori del percorso francigeno, quella di cercare sempre i passaggi più a misura di pedone:

Sapevo che, a dispetto di ciò, una parte del tragitto si sarebbe svolto sul ciglio della Via Emilia, ma finora, anche se non si è certo trattato di un percorso panoramico, la sorpresa di ambienti urbani diversi mi ha appagato, scacciando via ogni ansia, paura, depressione, e restituendomi tutta la ricchezza, difficilmente esprimibile a parole, di questo tipo di attività e vita.

Implacabile, la Strada Statale 9 Via Emilia chiede ora il suo tributo.

Non è la prima volta che glielo concedo: forse qualcuno ricorderà la ‘due giorni’ da casa mia a quella del vecchio amico Claudio a Modena, (dunque nel verso di marcia opposto all’attuale), che fu un’esperienza limite ma sorprendente.
Come allora, gli occhi del camminatore possono soffermarsi su spettacoli che sfuggono a quelli di chi è al volante.

Oggi la prova, sostenuta anche con l’aiuto del mio barattolo da viaggio di olive di Cerignola, dura molto meno del temuto: ben presto il percorso devìa a Sud, verso le colline azzurrognole all’orizzonte di una giornata non limpidissima, ma ora illuminata da un sole per ora mansueto.

La sosta di metà percorso è prevista nel paese di Pontenure (quello del povero asino).
Poco dopo il cartello indicatore, che testimonia l’ottima andatura che sto tenendo, il tracciato sulla mappa sembra voglia farmi rinunciare alla classica pausa-bar, facendomi aggirare il paese, lungo stradine e piste ciclabili.
Lungo una di queste mi capita di incrociare un anziano con un cane, di cui mi colpisce il tenerissimo contatto reciproco.

Il percorso poi si riavvicina al centro del paese, finché, sorpresa!, ecco degli anziani seduti ai tavolini di un bar.

Non sono sudato: da dietro la mia mascherina celeste ordino un tè caldo e una fetta di crostata, poi vado a infrattarmi nella quieta saletta posteriore.

Ci sono due tazzine con fondi di caffè; mi premuro di riportarle al banco.
“Vuole fare il barista?” mi fa lei, una signora dalla pelle molto rugosa in viso, ma dal corpo ancora attraente.
“Così magari dopo mi fa lo sconto!”
Quando mi porta il tè mi chiede che zucchero voglio, perché le nuove regole non permettono le zuccheriere.

Molti messaggi affettuosi mi sono già arrivati, a seguito della pubblicazione in Facebook della foto iniziale, quella del rito.
Rispondo a tutti, mentre mi riprendo dalla fatica.
Una voce maschile concitata discute con molta durezza, evidentemente per telefono, di faccende intime.
Quando mi alzo per andare a pagare mi accorgo che quella voce è della signora, e allora penso bene di deviare un momento nella vicina toilette.

Quando esco la discussione è già finita.
Cerco di affrontare il contatto con calma e discrezione, convinto che basteranno i convenevoli.
Invece, a sorpresa, prima di congedarmi lei mi guarda, uno sguardo profondo e dolente, poi mi dice:
“Si fa molta fatica a ripartire…”
Ricambio lo sguardo, nascondendo la sorpresa (ora) di quell’argomento, prima di cercare qualche parola d’incoraggiamento.

Poi esco arricchito, nel cuore, da un nuovo contatto umano, intenso quanto fugace.

La seconda parte del percorso si addentra nella campagna padana, così forte nei suoi vasti spazi e nelle rare macchie arboree.
Essendomi già dilungato molto, mi limito a raccontarla per immagini.

Nel paese di Valconasso, abbandono il tracciato standard, una deviazione di diversi chilometri fino a San Giorgio, dove ho prenotato il mio alloggio.

Raggiungo il paese che non è ancora l’una del pomeriggio, cioè in un tempo sorprendente se sono veri i venti chilometri che avevo calcolato.

L’attraversamento è lungo e ora la fatica si fa sentire, insieme alla calura.

Al fondo di un interminabile stradone, subito dopo un incrocio, ecco la palazzina del mio bed and breakfast.

Mi accoglie, coadiuvata dalla mamma, una signora meno che quarantenne.
Mi prova la febbre con una di quelle piccole torce elettriche: trentasei e nove, dovuti evidentemente alla calura.
Sembra molto più attenta a seguire scrupolosamente i nuovi protocolli, piuttosto che a interessarsi alle mie necessità o desideri.
I locali si presentano comunque accoglienti e molto puliti, e il conto, che pago subito per poter alzarmi prestissimo, è molto modesto.

Solo sul finire mi dà la notizia ferale: “Siamo costretti a tenere i condizionatori spenti”.
Poi la madre rincara la dose: “Qui nella stanza è meglio tenere chiuso, perché ci batte il sole nel pomeriggio”.
La guardo un po’ atterrito.
“Ma quando è sera” aggiunge “si può aprire.”

Che Dio me la mandi buona…
.
.
.

Informazioni su Franz

Per una mia presentazione, clicca sul secondo riquadro ("website") qui sotto la mia immagine...
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7 risposte a 26-6: Fra la Via Emilia e il Sud

  1. Massimo ha detto:

    E vai Franz, ti seguiamo con partecipazione. Oggi ho fatto 15 km non di seguito ma sono soddisfatto. Ad maiora

  2. Amanda ha detto:

    Splendide le foto dell’alba, se trovavi me in treno ed eri con la mascherina calata un cazzi atone non te lo toglieva nessuno 😜

    • Franz ha detto:

      Eh eh eh, Amanda la poliziotta…
      Per chi sgarra son dolori!!

      • Amanda ha detto:

        Non sono e non sarò mai poliziotta, ma rischio già troppo per il lavoro che faccio per rischiare anche per il mancato rispetto altrui delle regole, tutto qui, non ambisco a morire soffocata con i polmoni che gorgogliano e neppure ambisco a provare l’ebrezza di 3 o 4 settimane in terapia intensiva, o a essere “fortunati” semplicemente due settimane di nuovo sigillata in casa perché mi sono positivi zara. Tutto qui

        • Amanda ha detto:

          Positivizzata

        • Franz ha detto:

          Visto che le opinioni, anche autorevoli, sono discordanti, ognuno ha il diritto di sposare quelle che vuole, e comunque capisco la tua cautela.
          Fra i pochi dati certi c’è lo svuotamento quasi totale delle terapie intensive e un numero giornaliero trascurabile di nuovi contagi, su base regionale.
          Poi in un treno non affollato, con una o due persone per coppia di sedili contapposti, credo che il rischio sia praticamente nullo

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