Antizuc numero 5

Contro la tirannia di Mark Zuckerberg
(i miei post di Facebook alla ricerca di visibilità alternativa)

 21 gennaio 2020

Mentre Greta, al World Economic Forum di Davos, lancia l’ennesimo (sacrosanto) allarme, il professor Ugo Bardi, una delle nostre voci più informate e intelligenti in campo ecologico, ci fa sognare…
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23 gennaio 2020

Ancora in morte di Emanuele Severino: Marco Cosmo legge un breve scritto autobiografico, profondamente emozionante, del grandissimo filosofo, riguardo alla morte e alla gioia.
(clicca sull’immagine)

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1° febbraio 2020

Una voce indipendente ristabilisce la verità sul più grande dei successi ottenuti finora dal Movimento 5 Stelle. Sono sempre più convinto del loro approccio non radicale alla politica, l’unico che può conseguire dei risultati tangibili, anche a costo di cadute verticali nei consensi.
Trascrivo la nota di Gabriele Guzzi, del movimento “L’indispensabile”:

BUGIE DI CITTADINANZA

Secondo gli ultimi dati INPS, il reddito di cittadinanza va a più di 2,5 milioni di persone. Nella sua platea potenziale, a regime, raggiungerà il 60% di chi vive in povertà assoluta. Già ora però ha diminuito le disuguaglianze, con l’indice di GINI che scende dell’1,2% e l’intensità del tasso di povertà che scende dal 38 al 30%. Ha infatti trasferito al decile più povero 7 miliardi di euro, attestandosi come la misura redistributiva più importante degli ultimi decenni.

Nello stesso tempo, secondo uno studio delle Università di Berkeley e Copenhagen, le multinazionali hanno eluso il fisco italiano per più di 24 miliardi di euro, sottraendo alle casse dello Stato quasi 7 miliardi di euro; il 10% più ricco in Italia detiene oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero, mentre nel mondo l’1% più ricco detiene sotto il profilo patrimoniale più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone, secondo l’ultimo rapporto Oxfam. Ugualmente, sempre in Italia, il governo ha concesso decine di miliardi di incentivi alle imprese con benefici sul lavoro e sulla qualità della nostra economia mai realmente approfonditi.

Bene, dinanzi a questi due scenari, il 99% dei giornali, delle televisioni, parlano quasi quotidianamente del “fallimento del reddito di cittadinanza”, “dei furbetti del reddito di cittadinanza”, e di quanto sia inutile e dannosa questa misura. Fanno i sorrisetti, gli pseudoeconomisti o pseudofilosofi che occupano militarmente e 24 ore su 24, a reti unificate, ogni trasmissione di approfondimento politico. Fanno i sorrisetti, mentre sulla disuguaglianza, sulle tasse tagliate ai ricchi, sugli incentivi alle imprese, nessuna parola, neanche un accenno, tutti ben rinchiusi nella matrix comunicativa che ci impone il sistema, al massimo un trafiletto a pagina 14 dei giornali per un giorno, e poi tutto nel dimenticatoio per ritornare a parlare di questi inutili poveri che vogliono pure mangiare 3 volte al giorno. Che sfacciataggine.

Questo è il sistema culturale in cui viviamo: un dominio oligarchico di un’ideologia che odia il popolo, lo disprezza, e lo manipola. Vive rinchiuso in torri d’avorio culturali e urbane, in circoli di interesse molto ben coordinati, come diceva Adam Smith, che sanno come influenzare il discorso politico per veder incrementare la ricchezza propria o dei loro padroni.

E’ doveroso ricordarci questi pochi dati ogni momento che guardiamo un tg, o leggiamo un giornale “libero”, o ascoltiamo un intellettuale. E poi è doveroso impostare una rivoluzione culturale che rovesci le piramidi e faccia della dignità umana il pilastro fondativo di ogni azione. Che ricordi anche solo i principi basilari della nostra Costituzione, non solo come una bandierina da agitare due volte all’anno in piazza, ma come un orizzonte politico e spirituale concreto per cui lottare.

Credo che tutti noi sentiamo il bisogno impellente di tornare a respirare parole più vere, e quindi più potenti.

Parleremo anche di questo all’evento “SOS: lavoro o morte”, con l’ideatore del Reddito di Cittadinanza, presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, il 23 febbraio alle ore 17:30 all’Arci Monk di Roma.

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6 febbraio 2020

Anche a me ha commosso, martedì sera, il monologo di Rula Jebreal, così evidentemente ricco di contenuta ma forte e sincera emozione.
In seguito, sono andato a leggere la sua biografia su Wikipedia, e l’ho scoperta essersi coraggiosamente schierata per la causa palestinese, tanto da venire cacciata da una rete televisiva americana.
Come sempre, il bene e il male si mischiano: Giulietto Chiesa mette in evidenza l’inaccettabile posizione (filo americana) che la giornalista ha tenuto recentemente sul conflitto siriano.
(In realtà il breve articolo, che segue, è stato ripreso da Chiesa dalla pagina Facebook “Fiore di primavera”):

La donna tanto carina di nome Roula Jebreal che ieri sera sul palco dell’Ariston ha emozionato col suo monologo contro la violenza sulle donne è la stessa che da giornalista, con ricostruzioni totalmente false, elaborate lontano dagli scenari di guerra, ha lavorato nella direzione della distruzione della Siria libera e laica -che offriva alle donne ogni libertà, opportunità, diritti- facendo da spalla a chi avrebbe voluto instaurare nel paese la sharia, con donne ridotte ad oggetto, indegne persino di presentarsi al mondo.

Andate oltre. La realtà non è brutale quanto sembri, lo è molto di più.

Onore alle coraggiose Vanessa Beeley Roula Naddour Rida Ali Eva Barlett Penny Giorgalis Stafyla e a tutte le altre donne giornaliste indipendenti o semplici lavoratrici siriane, impegnate a smascherare le bugie di tutte le Roula, in difesa del popolo siriano e a sostegno dell’esercito liberatore e del governo garante di pace.

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6 febbraio 2020

Uno dei numerosi genocidi di serie B.
(Articolo ripreso dalla pagina Facebook “Vaporteppa”)

5 febbraio 1885: Leopoldo II del Belgio ottiene una vasta area del Congo come proprio dominio personale. Sarà lo Stato Libero del Congo (État indépendant du Congo), proprietà diretta del Re, come confermò il parlamento del Belgio, non della nazione.

Come presidente dell’Association Internationale Africaine, Leopoldo II aveva condotto un gioco abilissimo tra le diplomazie europee durante la Conferenza di Berlino, convincendole una per una della desiderabilità che una parte rilevante del Congo venisse assegnata al Belgio.

I francesi infatti non lo volevano vedere in mano tedesca o britannica. I britannici non lo volevano, pensavano che sarebbe stata una colonia improduttiva, ma allo stesso tempo non volevano farlo avere ai francesi. La Germania non era interessata al Congo, però non voleva che fosse britannico o francese, e così via gli altri paesi. Il Belgio sembrava il candidato ideale per soddisfare tutti.

Leopoldo II estorse perfino il consenso del presidente USA, promettendo che come presidente di un ente umanitario avrebbe fatto di tutto per amministrare il Congo nel migliore interesse della popolazione locale allo scopo di renderla indipendente e capace di autogovernarsi. Sì, come no.

Tutto ciò che interessava a Leopoldo II del Congo erano i soldi da strizzarne fuori. E in Congo i soldi significavano, all’epoca, la gomma! Ma la gomma locale non si trae dai tronchi di una pianta: si strizza dalle liane. I negri del Congo erano obbligati a consegnare grandi quantità di gomma che dovevano ottenere tagliando i rampicanti e rotolandosi sopra, per far poi essiccare la gomma sulla propria pelle e strappandola via in modo, immagino, alquanto doloroso.

A garantire la sicurezza e la raccolta delle quote di gomma era la Force Publique, un esercito privato formato da ex militari del Belgio e ogni sorta di feccia mercenaria attirata dal puro guadagno, ottenuto con qualsiasi mezzo disumano.
Le tribù cannibali del nord del Congo venivano impiegate per terrorizzare le altre tribù, come milizie capeggiate da ufficiali belgi bianchi durante le raccolte della gomma.

Se i villaggi non raccoglievano la quota di gomma richiesta, dovevano dare una certa quantità di mani umane per compensare la “pigrizia”. La mano simboleggiava l’esecuzione dei pigroni perché in teoria andava presa ai cadaveri, ma in realtà i tizi spesso rimanevano vivi e continuavano a lavorare con l’altra mano.

Peccato che spesso le quote di gomma erano così folli che nemmeno lavorando con il doppio delle persone e 24/7 si sarebbe potuto soddisfarle. Perché fare una follia simile, perché voler ottenere il massimo della gomma ottenibile e in più anche le mani?

Perché la Force Publique riceveva denaro extra in base alla produzione: portare più ceste di mani permetteva di guadagnare più soldi nel giorno di paga. Mercenari bianchi avidi fino alla follia a capo di bande di cannibali mutilatori. Roba che fa sembrare i nazisti membri della Caritas, quasi.

Negli anni 1885-1908 in cui la mostruosità dello Stato Libero del Congo proseguì, morirono tra i 5 e i 20 milioni di congolesi. Stime credibili ritengono che i morti complessivi furono tra gli 8 e i 10 milioni. La popolazione dell’area assegnata a Leopoldo II nel 1885 era stata stimata di 30 milioni di persone. Senza contare tutti i mutilati sopravvissuti.

Questo orrore di solito non viene sottolineato abbastanza, o nemmeno viene insegnato, nelle scuole. Forse perché dei negri non importa a nessuno, al di là di finti moralismi e finti perbenismi antirazzisti. Eppure quei 10 milioni di negri, per me, non contano meno dei 6 milioni di ebrei.
Quei 10 milioni di negri contano perfino meno delle vittime del Belgio causate nella Prima Guerra Mondiale dall’occupazione tedesca! Dello “stupro del Belgio”, una carezza affettuosa rispetto al comportamento dei belgi in Congo, a scuola si parla almeno di sfuggita!

Ancora oggi in Belgio la posizione dominante tra la popolazione è il negazionismo. E a quanto pare anche del negazionismo del Belgio pare non importi molto a nessuno, ma se qualcuno nega l’olocausto degli ebrei è subito uno scandalo. Ciò che gli europei fecero in Africa (lontano dagli occhi, lontano dal cuore?) non importa quanto ciò che gli europei fecero in Europa: ci sono olocausti di serie A e olocausti di serie B.

A denunciare l’orrore del Congo di Leopoldo II si lanciarono in molti: l’esploratore italiano Pietro Savorgnan di Brazzà; lo scrittore Joseph Conrad con il suo “Cuore di Tenebra”; perfino Arthur Conan Doyle, che anni dopo divenne un esperto sostenitore dell’esistenza delle fatine, dedicò a quegli orrori un libro, “The Crime of the Congo”.

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8 febbraio 2020

Come dicevo, e mi rivolgo soprattutto a chi lo snobba, Sanremo è tante cose. E può concedere pagine di grande poesia musicale:
(Clicca sull’immagine)

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28 gennaio 2020

Sabato scorso, a Torino, sono stato alla cerimonia conclusiva del concorso letterario “Dimensione Autore”, dove ho ricevuto il premio relativo alla ‘menzione d’onore’ per una poesia che composi l’estate scorsa.
Torno a trascriverla qui di seguito:

La porta dei ricordi

Parlano
parlano
portano a spasso i cani
una pallina da tennis sfibrata
poi un vitale vento fresco ne spazza via la voce
restano sparuti cinguettii
a rallentare la percezione del tempo
a riaprire la porta dei ricordi
ne ho una collezione infinita
pezzi particolarmente pregiati quelli d’infanzia
io non lo sapevo allora
di stare scrivendo con un pennino d’oro
le pagine più inutili colorate e definitive
della nostra povera storia
di viventi nascosti in un pertugio
dell’universo
racchiuso in una gabbia angusta
ero ignaro del limite
catalogavo francobolli
mi affogavo come non saprei più fare
nel colore celeste
della macchina nuova nel cortile di fronte
lanciavo un aereo di balsa
per voli troppo brevi
imparavo a lottare in silenzio
senza chiedermi perché
né saprei rispondermi ora
che il tempo
ha disvelato i suoi inganni
salvo concedermi
tregue disarmate
utili soltanto si direbbe
al becchettio indefesso dei piccioni
sul selciato del parco

Puerto de la Cruz, Tenerife, 21 luglio 2019
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Caro amico ti scrivo

La scorsa mattina, martedì 31 dicembre, nella cassetta della posta ho trovato una lettera importante.
Ne copio senza alcun commento il contenuto.
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27 dicembre 2019

Caro amico,
ti scrivo scegliendo la posta cartacea, cioè il più banale e probabilmente il più inaspettato dei modi, per chiudere il ciclo dei nostri incredibili incontri di Capodanno, cominciati il 27 dicembre 2009, giusto giusto dieci anni fa.
Non ho bisogno di chiederti: “Ricordi, quella notte di pioggia battente in piazza Malpighi, quella finta collega tassista?” perché so che non hai dimenticato i dettagli di quello stranissimo incontro onirico… e delle visioni: passato (il 2000), presente (il 2010, di lì a pochi giorni) e futuro (il 2020), che ti permisi di fare; e se te ne fossi dimenticato, c’è sempre il racconto che ne scrivesti la notte del 31, come da allora è diventata una tua consuetudine.

L’immagine futura del 2020 era appena accennata, ma emanava grande serenità: dalla porta di casa aperta, la collina sullo sfondo, un grande schermo luminoso all’interno e la compagnia di una misteriosa donna dai capelli neri e lisci e dall’atteggiamento scherzoso.
Mi dirai che sono stata una ciarlatana, come profetessa, visto che invece il vero inizio del 2020 (questo sì lo so di sicuro), ti rivedrà da solo alla tua scrivania, a raccontare di noi per i lettori, casuali o affezionati, di inizio anno nuovo.
Non volermene: so che ti è piaciuto, valicare così tutti questi anni, con la mia virtuale compagnia e quella silenziosa e reale della tastiera del computer e di te stesso, nella notte degli eccessi e del rumore, che non ti appartengono.

So anche che l’ultima volta hai tirato un po’ via e che ormai sei stanco di questa tradizione diventata più un dovere che un piacere. Non preoccuparti, questa sarà l’ultima e gli anni prossimi sarai libero di passare in qualsiasi modo la notte di San Silvestro, magari in compagnia reale con una mora, oppure anche solo scrivendo altre cose.

Ecco, già ti vedo, perché ti conosco: un velo di malinconia e commozione sta avvolgendo i tuoi pensieri, mentre ti appaiono disordinatamente i dettagli di tutti questi dieci nostri imprevedibili, esclusivi, folli incontri.
Ma non dipende da me, tu lo sai. In questo orizzonte terreno ogni ciclo ha un inizio e una fine, e tutto il nostro lieve o grande sgomento deriva dall’implacabile senso del tempo che passa e che, se avesse un cartello indicatore della sua direzione, esso recherebbe scritto “Il Nulla”.
Ma hai anche imparato a dubitare di tutto questo, grazie a un incontro molto più importante del mio, che hai fatto negli ultimi anni: un certo grande filosofo bresciano, vicino ai novantun anni d’età, che, con i suoi ragionamenti, quel nulla sembra aver sconfitto per sempre.

Sono cose che, nella dimensione in cui vivo, ho sempre saputo, ma che non avevo l’autorità per rivelarti; ora sono ben contenta che tu faccia parte di quella minuscola, privilegiata popolazione che ha potuto avvicinarsi a una verità così lontana dalle apparenze, annunciata non da un mistico ma da un filosofo.
Anzi, se ti dicessi che sono stata proprio io, a…
Ma lasciamo stare, non cambierebbe proprio niente.

Ti conosco, dicevo, e so che, insieme alla sorpresa di vedermi scrivere in un italiano privo di francesismi, ora ti starai chiedendo, con insistenza e inquietudine, se sparirò per sempre da quel che resta del tuo cammino terreno, o magari continuerò a farvi visita, con frequenze e ruoli diversi.
Che dire? Dipende anche da te, se mi vorrai.

Se mi vorrai, dovrai confidare sempre, e sempre più, nel potere della fantasia e della poesia.
Dovrai essere coraggioso, perché le prove non mancano mai, anche se ormai ti sembra di abitare nel limbo di una certa invulnerabilità.
Dovrai continuare a spogliarti di tutte le immagini di te che, in un ormai lunghissimo passato, non ti hanno rappresentato davvero e che dolorosamente ti si ripropongono.
Dovrai coltivare la semplicità e la gioia, là dove ancora è dato trovarle.
Dovrai tornare bambino, e in questo gli anni della vecchiaia ti aiuteranno.
E infine dovrai abbassare il volume, di quella tua voce interiore, ancora troppo ingombrante, che dice “dovrai”…

Allora ci ritroveremo nuovamente, anche perché, non dimenticarlo mai, siamo eterni: inafferrabili porzioni di una realtà che non fu mai creata e mai tramonterà.

Ciao, mon bel ami, un felice anno nuovo a te e ai tuoi lettori!
Tua affezionatissima
Christine
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Pubblicato in La leggenda di Christine | 2 commenti

Messaggio Urbi et Orbi 2019

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Quest’anno, il mio ormai tradizionale “messaggio” sarà diverso dal solito.

Due motivi ugualmente validi mi spingono a cambiarne l’impostazione, da “raccolta di segnalazioni” legate alle mie considerazioni di fine anno, a un discorso più fluido del tutto privo di rimandi, cioè di link.
Il primo motivo è la desolante risposta a tali sollecitazioni: l’anno scorso, a detta delle statistiche del blog, il numero di effettivi “clic” sui link è stato davvero irrisorio. Ma lo dico senza ombra di risentimento: sono comunque grato a chi spende tempo e attenzione a leggere le mie note, senza per questo accettare un mio (involontario) ruolo di insegnante che distribuisce i compiti a casa…
Se qualcuno, poi, è particolarmente curioso, potrà comunque trovare alcuni link interessanti negli articoli precedenti in questo stesso blog.

Il secondo motivo è un approccio più tranquillo che credo di aver maturato di recente, rispetto al mondo e alla possibilità di cambiarlo: credo che una frase che sgorghi sincera e, magari, illuminata dal dono di una particolare grazia e armonia, possa molto di più di un campionario di tante indicazioni che, comunque, non potrà mai essere esaustivo.

Dunque cominciamo, e facciamolo con uno sguardo sul globo, ad eccezione del tema ecologico che tengo per ultimo.

C’è un intero continente che continua a essere colpevolmente dimenticato, da quella parte del pianeta che ne sfrutta le risorse (soprattutto minerarie), per cercare di continuare la sua pazza corsa suicida nella produzione di ricchezza tramite i consumi.
Alludo, ovviamente, all’Africa.
Un continente tanto dimenticato dai media che mi riesce difficile dare notizie su quelli che, da informazioni passate, mi risultano essere i teatri più tragici di guerre, fame, sete, epidemie trascurate. Congo e Sud Sudan, ma sicuramente ci sono altre zone altrettanto martoriate.

Quando ci sono ondate di sdegno per nuovi teatri di guerra più vicini e popolari, come è stato per la Siria pochi mesi fa, mi sembra di assistere a un lugubre campionato in cui ci sono poche squadre “vincenti” sulla scena dell’informazione, e altre che giocano in serie “C”, dove i bambini muoiono di fame, sete e malattie guaribili, nel silenzio.

Sempre sul fronte di guerre e oppressioni oscurate dai media, voglio citare lo Yemen, dove si continua a morire, tramite armamenti forniti all’Arabia Saudita anche dalle nostre industrie nazionali, nonostante ne sia stato dichiarato l’embargo. Meglio non sapere.
Così come la vicina Palestina, dove un popolo privato di tutto, compresa la propria terra sempre più soggetta alla colonizzazione israeliana, vive in una condizione di oppressione sanguinaria e degradante, eppure senza arrendersi nello spirito.

Anche in quest’ultimo caso, non è difficile capire perché non se ne parli, nonostante il lunghissimo e progressivo protrarsi della tragedia. A casa del nostro manovratore, cioè lo “zio” americano, gli ebrei hanno un potere enorme.
E Donald Trump, che deve “democraticamente” fare i conti con gli apparati di potere interni, è costretto ad appoggiare apertamente la causa israeliana, cioè dell’oppressore.
C’è però una fortuna, e per questo dobbiamo ringraziare la mancata elezione di Hillary Clinton (molto vicina agli apparati militari): con la sua mentalità da manager attento in primo luogo ai bilanci, Trump segue una politica di disimpegno militare su fronti lontani ritenuti non strategici e, almeno, contrasta l’irresistibile voglia israeliana di una guerra contro l’Iran, di cui è meglio non immaginare le possibili conseguenze.
Tuttavia le campagne militari statunitensi, quelle strategiche (in primo luogo nelle vicinanze della Russia), purtroppo sono più che mai in corso e sono rese anche più urgenti dall’affacciarsi, sullo scenario globale, di nuove super-potenze come la Cina, che minacciano il ruolo dominante irrinunciabile per gli psicopatici apparati di potere a stelle e strisce.
Ormai è un reperto storico la “guerra fredda” contro il blocco sovietico, che ha caratterizzato i primi decenni del dopoguerra, e forse solo la multipolarità di potenziali nemici che, messi insieme, potrebbero contrastare il dominio americano, costituirà un deterrente alle ansie espansionistiche tipiche dei nostri ormai antichi liberatori.

Non aggiungo altri spunti sul fronte globale e vengo a quello nazionale.
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Il discorso da affrontare mi sembra intricatissimo, se vogliamo cercare di dipanare la matassa del bene e del male. È esperienza comune, non mi meraviglia, avere amici che la pensano in modo diversissimo: è inevitabile, quando la vera realtà delle poste in gioco è nascosta e difficilmente conoscibile (meno che mai attraverso le principali testate giornalistiche e televisive).

Comincio da un dato: siamo un popolo privato della propria sovranità, inutilmente dichiarata fin dal primo articolo della Costituzione. Mancata sovranità monetaria significa dover pagare interessi alla Banca Centrale Europea per avere il denaro che servirebbe al bene comune. Se potessimo battere moneta, non saremmo strozzati dalla minaccia del debito pubblico nell’effettuare tutte le spese necessarie per il territorio e la popolazione.
Lo stesso dicasi per le spese militari: anche in questo caso, benché solo per ragioni diplomatiche, abbiamo un’emorragia quotidiana di capitali che definirei raccapricciante, nei confronti della NATO, organizzazione nata per proteggerci ma che in realtà fa di noi una base strategica del proprio espansionismo.

Il primo governo Conte, cioè il progetto giallo-verde, aveva destato (così è almeno per me) molte speranze di un attacco morbido su questi fronti di palese ingiustizia, come testimoniato da alcuni punti del “contratto di governo”; ero e resto convinto infatti che un radicalismo più intransigente finisca inevitabilmente per peggiorare le cose, così come mi sono convinto della necessità di un’Europa riformata (e non smembrata) per avere voce in capitolo in campo internazionale.
Poi l’autolesionista brama di potere di Matteo Salvini ha posto fine prematuramente a questo esperimento.

L’accordo con il Partito Democratico è stato accettato a fatica da molti elettori 5 Stelle (di cui da sempre faccio parte anch’io); il nuovo alleato è visto come molto seduto su posizioni globaliste e di accordo con l’elite finanziaria europea, oltre che di corruzione negli apparati di potere interni.
Da parte mia, invece, ho virtualmente brindato allo sventato pericolo di affidare il paese a una destra demagogica, bigotta, iperliberista, antiecologica e che ha tradito le iniziali istanze sovraniste della Lega. Già la potenziale alleanza con il partito della mafia, cioè Forza Italia, la dice lunga, ma ora, come se non bastasse, hanno indetto una pazzesca campagna a favore di Mario Draghi come presidente della Repubblica.
Sventato pericolo elettorale, dunque a mio parere, e grande fiducia in Giuseppe Conte, che è l’uomo, nelle intenzioni e anche nella capacità, dei migliori compromessi possibili con i poteri consolidati.
Può sembrare una contraddizione, rispetto ai punti da cui sono partito, ma non mi dimentico che abbiamo vissuto governi (e televisioni) di un volgare, impresentabile industriale brianzolo protetto dalla mafia, di un altrettanto demagogico toscano sedicente di sinistra, e di grigi contabili emissari della finanza europea vorace e assassina.
Al loro confronto, un leader capace di farsi ascoltare e rispettare in Europa e nel mondo, e un governo che, senza sfidare i grandi poteri, riesce comunque a portare a compimento delle riforme razionali e manifesta un impegno ambientalista (ahimè senza rinnegare il mito della crescita…), mi sembra inoppugnabilmente il massimo che possiamo permetterci, purtroppo in un costante clima di incertezza dovuto ai grandi consensi che sembra mantenere Salvini (ma che il tempo potrebbe presto smorzare).

Prima di cambiare argomento, voglio citare (e non sono le uniche), tre splendide personalità, acute e appassionate, che stanno lavorando, per ora nell’ombra, per un progresso autentico e di ampio respiro: due di essi, Alberto Micalizzi e Fabio Conditi, sono specializzati nel settore finanziario; il terzo, Mauro Scardovelli, si muove agevolmente, Costituzione alla mano, fra vari campi del sapere, dalla psicologia al diritto.
Prima sentiremo parlare diffusamente di loro e dei loro progetti, meglio sarà.

Ma è finalmente giunto il momento di elevare un po’ il discorso, dall’angusto ambito politico a quello spirituale e filosofico.
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A differenza del 2018, l’anno che sta per concludersi non mi ha regalato nuove straordinarie acquisizioni in campo spirituale. Mi sembra che quello che c’era da imparare, su un piano strettamente razionale, l’abbia già imparato. Questo non significa che il mio cammino verso un’esistenza più libera e illuminata sia terminato, tutt’altro, ma ho l’impressione che gli strumenti a disposizione dell’intelletto siano finiti. Naturalmente sarò ben lieto di contraddirmi.

Anche in campo filosofico non ho nuovi approfondimenti da segnalare, ma continuo a essere grato ad Angelo Santini per la sua costante divulgazione del pensiero del novantenne Emanuele Severino, che Santini dichiara spesso come colui che, con il suo rigore, ha surclassato il pensiero dei filosofi di tutti i tempi.

La mia scarsa preparazione e l’oggettiva difficoltà di tale castello di pensiero, mi rende impossibile prescindere (contro la sua volontà) da una buona dose di fiducia nelle capacità e nella preparazione di Santini stesso, nell’accettare una visione del mondo del tutto anti-intuitiva, incentrata com’è sul concetto di eternità insito in ogni essente (e questo per irrinunciabile esigenza rispetto alle basi logiche che furono già del lontano pensiero parmenideo) e, quel che più conforta, su un orizzonte di gioia progressiva e infinita alla fine dell’ingannevole esperienza terrena.

Mi trovo a volte a pensare con curiosità che questa visione metafisica ma non religiosa, dichiarata (e forse anche sperimentata) come inconfutabile, sia appannaggio di poche migliaia di studiosi al mondo, al seguito di un patriarca bresciano, che non ha alcuna pretesa di proselitismo ma solo amore per la verità. E, aggiungerei, anche per la vita.
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Avevo promesso di lasciare per ultimo il tema da sempre principale di questo blog, e anche del mio stile di vita: l’allarme ecologico.
È giunto il momento di affrontarlo.
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Con uno sforzo di razionalizzazione e sintesi, direi che quest’anno ci ha avvicinati a grandi passi alla catastrofe, se pensiamo a tutto ciò che non è stato fatto per scongiurarla, ma nello stesso tempo ha cambiato, come mai era successo, la percezione collettiva dell’allarme stesso, principalmente grazie all’attivismo della sedicenne Greta Thumberg.
Lo dico senza paura di passare per un ingenuo abbagliato da un fenomeno mediatico che nasconde subdoli interessi: è una percezione netta di come ora l’argomento sia entrato nei dibattiti pubblici e anche (in parte purtroppo ancora troppo scarsa) in quelli della gente, e relativi consequenziali comportamenti.

Da parte mia, mi sembra calata la passione divulgatrice di questi temi. Forse sarà per una maggiore serenità interiore, nonchè per la mia recente formazione filosofica e spirituale, che mi portano ad apprezzare sempre più (e senza inutili angosce) i grandi tesori del momento presente, e magari a farli risuonare nella ritrovata passione giovanile per la poesia.
O semplicemente, come diceva Francesco Guccini nella “Canzone delle Osterie di Fuori porta”: “…sarà forse perché invecchio”.

Vedo che si stanno moltiplicando in tutto il mondo geniali invenzioni tese a dare un contributo in campo ambientale ed energetico, ma, ad essere sinceri, penso che solo una grande invenzione che blocchi l’aumento delle emissioni climalteranti potrà evitare una ormai vicina crisi definitiva, o quasi, dell’umanità.

In varie nazioni, in Europa, Asia (Hong-Kong), Sudamerica, assistiamo di recente a importanti sollevazioni di piazza, a volte per rivendicazioni autonomiste, altre per protesta antigovernativa.
Forse sono i primi segnali di una rivolta collettiva, contro il demenziale modello iperliberista che ci ha portati fin qui: sarebbe ora. Mi piace pensare che ad accendere la miccia di questa rivolta sia il rifiuto della tecnologia “5G”, che qualunque persona dotata di buon senso capisce che non ci serve davvero e che al contrario, come sostiene il benemerito Istituto Ramazzini di Bologna, non possiamo accettare, per i possibili gravi rischi alla nostra salute.
Sarebbe ora, sì, sarebbe bello vedere crollare, come il muro di Berlino, anche il modello economico neo-liberista, così come quest’industria farmaceutica mondiale che prolifera sulla malattia e i protocolli costosissimi di cura, contrastando tutte le sperimentazioni alternative e le urgenti politiche di prevenzione.

Pochi giorni fa ho compiuto sessantaquattro anni, dunque questo è il sessantacinquesimo Natale e Capodanno che mi appresto a vivere.
Ce ne sarebbe in teoria abbastanza per una crisi di rigetto, e devo dire che ogni anno qualcosa di simile provo per molte delle settimane che anticipano le feste e che inneggiano, subdolamente, ai consumi di cui si nutre il mostro.

…Ma ogni anno, poi, qualcosa dell’antica magia che rese migliore la mia infanzia, e di quella nuova che porta le persone a rallentare per qualche giorno i ritmi della vita quotidiana e a coltivare gli affetti familiari e amicali, si fa strada, (questa volta cito Leopardi:) “…sì ch’a mirarla intenerisce il core”.

Un abbraccio sincero e, per quel che possono servire, i miei auguri!
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