Breve intermezzo

La camminata, a cui si riferiscono i quattro articoli precedenti, ha rappresentato per me una gran bella evasione dalla lunga stagione delle limitazioni, soprattutto quelle territoriali.
Il nuovo numero dell’Antizuc, che sarebbe dovuto uscire oggi, è rimandato di una settimana, poiché non ho avuto il tempo di collezionare e commentare nuovi contributi.
Mantengo comunque l’appuntamento del martedì sera, con questo breve post, scritto in modo più confidenziale e diretto.

Sulla scia dei miei più autentici interessi, sarei tentato di affrontare i temi spinosi e divisivi della pandemia e della vaccinazione di massa, offrendo magari ai lettori (cosa che cerco di evitare sempre nell’Antizuc) i contributi più estremi e inquietanti, fra quelli d’impronta cospirazionista. Magari potrebbe essere eticamente utile o addirittura necessario, vista l’enormità delle poste in gioco.
Ma preferisco dare ascolto alla voce interiore che mi dice di soprassedere, mantenendo tonalità e prospettive relativamente serene.
Fra queste, la speranza che ci aspetti un’estate abbastanza spensierata, almeno quanto quella dell’anno scorso, anche se la platea di chi è stato colpito duramente, chi negli affetti e chi nella propria attività, è aumentata a dismisura.
Ho la fortuna di non far parte di nessuna delle due categorie (se escludiamo una mia amica colpita da un ictus, per fortuna senza troppe conseguenze, dopo la vaccinazione).

La storia contemporanea ha preso una piega drammatica e inaspettata, benché probabilmente progettata a lungo.
Altrettanto probabilmente, dietro la scena si stanno combattendo enormi forze, più o meno occulte e non tutte criminali.
Credo che sia ingenuo ipotizzare il ritorno a quella normalità che ci sembra d’aver perduto e che, a uno sguardo critico, rivelava comunque gravi sintomi di malattia sociale. La nostra personale vitalità e capacità di trarre linfa dalle cose più essenziali (e sempre sorprendenti) di questa nostra misteriosa esistenza, determinerà, molto più di quanto siamo indotti a pensare, gli esiti dello scontro.

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I fedelissimi della rubrica “La poesia del lunedì” troveranno qui l’ultima mia composizione.

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6-5: La Via del sale

Finalmente una notte senza grossi problemi; e finalmente una colazione come si deve: avevo chiesto un po’ di frutta, magari una mela o un’arancia: alle sei e tre quarti, servito dall’anziano della famiglia, trovo già sul mio tavolino tre mele (che “capitalizzo” nello zaino), una grossa arancia, alcune noci e un piatto con una grande quantità di enormi fragole. Insieme al tè (con due belle fette di limone vero), fra le varie torte che mi vengono elencate, scelgo ancora una volta quella al cioccolato, poi mi viene quasi imposta, con spontanea generosità, anche una fetta triangolare di mascarpone, pure con uno strato di cioccolato, e un succo di frutta alla pera fatto da loro che non si può rifiutare.

Come ieri sono le sette e venti quando, ben pasciuto e idratato, do inizio alla quarta e ultima puntata della mia spedizione verso il mare; varco il cancello dell’agriturismo e mi avvio verso l’abitato di San Pietro in Vincoli.
Un sole molto malato stenta a farsi largo fra fitti strati di nubi.

Con passo molto baldanzoso raggiungo in breve tempo il centro del paese.

Ieri, nell’osservare e fotografare la “Casa del popolo comunista”, ero rimasto un po’ perplesso, ricordandomi che, a differenza dell’Emilia rossa, la Romagna fu lungamente un feudo del partito repubblicano.
Ne ho qui una conferma molto evidente, in questo palazzo color verde, con tanto di due foglie d’edera sui capitelli:

All’uscita dal paese, mi ritrovo ancora a procedere su una strada senza banchina, ma per fortuna il traffico è piuttosto limitato.
Il nome della strada, Via del sale, fa pensare all’importanza storica delle saline di Cervia, che oggi attraverserò, prima di entrare nell’abitato della cittadina balneare.

Con una certa esuberanza che non bada ad amministrare le energie, continuo a camminare in modo molto spedito. Anche se il cielo è cupo, lo stato d’animo è leggero: capisco che da molto tempo non sperimentavo simili sensazioni di libertà da pensieri opprimenti di qualsiasi natura.

A San Pietro in Campiano, sede di questa chiesa settecentesca,

il mio itinerario compie un angolo retto a sinistra verso il paese di Campiano, che però non raggiunge, perché Google Maps oggi ha deciso di farmi un grande regalo: ben presto mi propone un’altra deviazione, questa volta a destra e su uno stradello sterrato e deserto fra i campi

Almeno sette chilometri, vale a dire quasi un terzo dell’intera tappa odierna, si svolgeranno lungo questa diramazione che punta dritta al paese di Castiglione di Ravenna. La strada, gradualmente, assumerà caratteristiche meno spiccatamente campestri, diventando poi asfaltata, ma sempre a regime di traffico molto scarso, per la delizia dei camminatori solitari.

Se prima ero pervaso da leggere sensazioni di libertà, dovrei ora essere euforico per questa inattesa situazione ambientale; e invece, forse pagando l’eccesso di baldanza iniziale, sento gradualmente venir meno la spinta e l’entusiasmo, mentre il passo si appesantisce.

Spunti sempre nuovi d’attenzione, tuttavia, continuano a invogliarmi nella caccia all’immagine…

Ecco finalmente una cascina completamente ristrutturata, nel rispetto dell’architettura contadina. Mentre gli edifici degradati che ho incontrato sono davvero tanti, poche volte ho notato eleganti palazzine di questo genere, che mi sembrano invece molto più frequenti dalle mie parti. Ipotizzo si tratti di una questione di maggior o minore ricchezza diffusa.

Uno straordinario gigante arboreo cattura l’attenzione:

poi ancora distese di piccoli germogli

e borbottanti animali da cortile, che si godono un sole che, pian piano, sta guarendo.

Sono le dieci quando raggiungo la frazione di Castiglione e, prima di immettermi nella trafficata provinciale verso le saline e il mare, decido di cercare un posto comodo per una sosta.
Nell’area laterale c’è una scuola , con due grandi scuolabus parcheggiati, e la sede del consiglio circoscrizionale, ma niente panchine.

Non resta che appollaiarsi sotto un grande albero e a ridosso dei pullmini gialli.

L’atmosfera è quieta e gradevole; il sole ha vinto la sua battaglia: luci, colori e temperatura ne godono.
Ho percorso dodici chilometri e ne mancano altri dieci; prevedo di giungere entro le dodici e mezza al mare di Cervia, dove non mancheranno gli stabilimenti balneari per una piadina e una birra.

Terminata la ricarica di energie fisiche e mentali, do inizio all’ultimo segmento della mia traversata.
Appena immesso nella provinciale, ancora nel piccolo abitato di Castiglione di Ravenna, scorgo sul lato destro della strada un breve tratto pedonale; un’occhiata a sinistra e una a destra e attraverso la strada a piccoli passi di corsa, anticipando il sopraggiungere di un’automobile. Appena al sicuro, vedo che la stessa automobile mette la freccia e viene a parcheggiarsi proprio sulla sede pedonale, poi ne esce una persona che mi si fa incontro.
Ho un attimo di vero e proprio spaesamento quando riconosco in quella persona, che mi sorride sardonicamente, Antonella, la mia amica di Faenza con cui avevo pranzato giusto l’altro ieri nel parco di Cotignola.
In effetti, nel metterci d’accordo per incontrarci, m’aveva detto che oggi si sarebbe recata per un breve impegno a Cervia, ma poi non ci avevo più pensato, cosicché rivederla qui mi sembra una circostanza irreale. Nell’atmosfera particolarmente solitaria del percorso odierno fin qui, l’evento, benché breve, si rivela molto festoso.

Affronto così con rinnovato slancio l’angusto tratto nella strada trafficata,

che, ben presto, si apre a nuovi scenari naturali.

Ecco laggiù, oltre all’estesa fioritura di colza, il grattacielo di Cervia, a indicarmi che ormai il traguardo è vicino.

E finalmente le saline, che attraverso con molta curiosità.

In realtà, lo spettacolo che mi si presenta è quello di aree desolate di terra molto chiara, ove evidentemente l’evaporazione dell’acqua marina ha già concluso la sua funzione.

Mi fanno compagnia, con i loro versi gracchianti e le loro acrobazie aeree, diversi gabbiani, che evidentemente trovano qui parecchio cibo decomposto e… predigerito.

Una ventina abbondante di minuti mi occorre per superare questa particolare area seminaturale, oltre la quale si entra nel centro abitato di Cervia.

È una sensazione già vissuta: quando, alla fine di una tappa, occorre attraversare completamente una cittadina, quest’ultima sembra interminabile.
Se non altro, seguire il corso del porto canale si rivela poi più semplice ed efficace che affidarsi alla guida del tablet.

Ed eccolo laggiù: appare finalmente nella sua emozionante, attraente maestà, il mare aperto,

da cui mi separa, sempre seguendo il canale, un’area di manutenzione delle barche.

E infine il desiderato traguardo, la spiaggia.

Oggi il vento di terra, qui chiamato garbino, rende il mare placidissimo.
L’antica sensazione del contatto dei piedi con la sabbia m’invita a dedicare grato a loro, che hanno macinato quasi cento chilometri da casa mia fin qui, un’immagine esclusiva.

Dopo aver preso postazione a un tavolino di un vicino stabilimento, mi godo lunghi momenti di grande, profonda armonia e benessere.
Insieme alla soddisfazione dell’impresa conclusa, ne sono i preziosi ingredienti il clima ideale, le presenze umane molto diradate, la gentilezza della signora che mi prepara un’ottima piadina (con l’atteggiamento di chi sta per affrontare con sollievo la nuova stagione estiva) e, non ultimo, il sottofondo carezzevole, per chitarra e basso, dei virtuosismi di Django Reinhardt, o di qualche suo seguace.

E, per completare l’idilliaco finale quadretto, con adorabile sfacciataggine, viene a festeggiare con me anche un imprevisto commensale…

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5-5: Lungo le provinciali di Ravenna

Ancora una notte tormentata. Questa volta non per le condizioni ambientali, ma per l’insolito caffè pomeridiano, sommato al tè di metà percorso, che mi han tenuto sveglio quasi fino al mattino.
Eppure, anche se non è stato piacevole, quando poi mi sono alzato è stata grande la soddisfazione di sentirmi comunque riposato, grazie a quei pochi trascurabili scampoli di sonno. Bisognerebbe indagare a fondo sulle straordinarie trasformazioni metaboliche di questo tipo d’attività.

Alle sei e tre quarti, come pattuito, il signor Giuseppe mi sta aspettando per la colazione.
“Quanta abbondanza” esclamo, per un eccesso di zelo, nel vedere la tavola apparecchiata, prima ancora di rendermi conto che si tratta di un ammasso di prodotti confezionati.
Insieme al tè e al flacone di succo industriale di limone, Giuseppe mi porta un piatto con quattro brioche scaldate nel fornetto.
Le mangerò tutte, inzuppandole nel tè, convulsamente (un po’ per fame un po’ perché distratto dalla conversazione), garantendomi così un senso d’acidità di stomaco e di colpa, per le prime ore di cammino.
Ha qualche anno più di me; è uno di quegli anziani dal volto che emana un senso di abituale cura e armonia, e dialoga volentieri, soprattutto intorno alle nostre attività passate. Anch’io mi sento a mio agio, anche se a parlare è soprattutto lui.

Sono già le sette e venti quando riprendo il mio cammino.
Con attenzione seguo le indicazioni del navigatore, fino a trovarmi fuori dal centro, in vista del campanile e, sulla sinistra, della strana torre che dà il nome al mio recente alloggio.

I chilometri previsti sono ventitrè e trecento, proprio come lunedì: ammaestrato dalla buona prestazione di ieri, so che non servirà correre, ma bisognerà procedere regolarmente, per arrivare al prossimo agriturismo in tempo per il pranzo.
Come quelle di lunedì, poi, dopo la radiosa parentesi di ieri, sono le condizioni del cielo e della luminosità, resa spesso opaca da un’insistente e progressiva nuvolaglia.
Meno insistente di lunedì è inizialmente il vento, che si limita a qualche saltuaria folata fredda.

L’attenzione è catturata da un creativo parcheggio in stile agreste,

poi da un bello spettacolo di filari.

Le condizioni ambientali sono pessime: una lunga provinciale senza banchina, percorsa a tratti dal traffico nervoso e frastornante dell’ora di punta; l’attenzione continua è d’obbligo. In un momento di tregua fotografo la sede stradale.

La rumba durerà per un tempo apparentemente infinito, un’ora e un quarto di condizioni limite, che tuttavia (anche questo sembra incredibile) non m’impedirà alcune buone sensazioni, insieme al desiderio di salvare qualche bella immagine.

Non avevo mai visto un simile curioso dispiegamento di piccoli sacchetti bianchi protettivi.

Dopo questo bellissimo edificio rurale, la salvezza, annunciata dal navigatore e comunque sospirata a lungo, ha le sembianze di una tranquilla strada laterale.

Il sollievo dell’immobilità quieta, intorno, ha qualcosa di mistico.
Mi aspetta l’unica parentesi ambientalmente interessante di una tappa che, poi, si snoderà ancora per lunghe provinciali un po’ trafficate, anche se molto meno insidiose e rumorose.

Dopo un tratto rigenerante fra i ritrovati cinguettii della campagna, approdo in una strana area commerciale semideserta e non priva di fascino.

Benchè accuratamente occultato, riconosco, all’interno di quella caratteristica ellisse, il marchio del “Mercatone Uno”, ormai destinato all’archeologia industriale.
Il grande edificio, di cui fotografo l’entrata,

è ora occupato da un supermercato per la casa, accanto al quale ce n’è un altro dal nome cinese, probabilmente uno dei loro tuttivendoli a buon mercato e apertura continuativa. Anche se, in giro e per ampio raggio, ci sono solo un paio di persone oltre al sottoscritto.

Un tratto di strada piacevolmente alberato

mi porta in prossimità dapprima del Borgo Testi Rasponi, poi della cittadina di Russi, che taglierò senza addentrarmi nel centro.

Un’insegna, dall’aspetto assolutamente moderno, si ammanta inevitabilmente dell’atmosfera di lontane guerre fredde, e proverbiali dispute strapaesane fra sindaci e parroci…

Il centro di Russi mi appare solo da lontano,

prima d’imboccare un’altra provinciale, dotata di una confortevole pista ciclopedonale.

Poi procedo lungamente, astraendomi da un ambiente anonimo, con un’andatura cadenzata e quasi ipnotica, utile a guadagnare terreno col minimo dispendio d’energie.

Sono già le dieci e trenta, dunque più di tre ore senza soste, quando scorgo un’invitante insegna.

Una coppia anziana sta ramazzando e affaccendandosi davanti all’entrata.
Mi rivolgo a lui, un ometto magro e un po’ curvo:
“Buongiorno, me la fa una spremuta d’arancia?”
“No, mi dispiace, siamo chiusi da un anno, aspettiamo tempi migliori.”
È proprio vero che le difficoltà mettono in evidenza il carattere e la combattività delle persone…
“Bene, vi auguro di riaprire presto, allora.
Speriamo davvero in tempi migliori per tutti.”
“Per ora va così, ne riparliamo quando saremo tutti vaccinati.”
Saluto, facendo buon viso a cattivo gioco; spiegargli che io non mi vaccinerò mai non sarebbe il caso.

La sudditanza alle imposizioni che ho trovato in queste zone mi ha colpito: frequente il triste spettacolo di persone da sole, anche alla guida di biciclette o automobili, munite del bavaglio d’ordinanza.
Lo stesso dicasi per tutti i pedoni, fra cui mi muovo a rispettosa distanza ma fieramente a volto scoperto. Una pattuglia di vigili e un’altra di carabinieri, davanti a cui sono transitato, non mi han detto niente.

Non resta, ora, che procedere, combattendo fatica e monotonia con quel passo fortemente cadenzato che si sta rivelando molto efficiente.

Dopo tre quarti d’ora scorgo l’insegna di un circolo, che mi lascia titubante, anche per la mancanza di qualsiasi anima viva nei paraggi. Ma una scritta lampeggiante “aperto” mi fa presumere di giungere benvenuto.
L’ingresso ha l’inequivocabile aspetto di un bar e, in effetti, il barista, un uomo basso dal viso tondo, mi accoglie con garbo.
“Me la può fare una spremuta d’arancia?”
Mi fa segno di sì, poi sparisce nel retrobottega, a recuperare tre di quei frutti ormai fuori stagione.
Mentre li spreme a mano, mi chiede qualcosa sul mio cammino.
Il dialogo è breve, ma rappresenta un piccolo prezioso ristoro di umanità.

Porto il mio calice arancione sul tavolino nel terrazzo, confortevolmente al riparo dal vento, che ha cominciato a soffiare con una certa insistenza.

Sono già a tre quarti del cammino; dovrei riuscire tranquillamente ad arrivare a destinazione per l’una, fra un’ora e mezza.

Del paesino di Roncalceci, una delle mille frazioni dell’esteso comune di Ravenna e di cui il Circolo della Spremuta era una prima avvisaglia, catturo solo l’immagine di un giardino molto fiorito.

Ho poche fotografie della parte finale del tragitto odierno, anche perché in breve tempo il vento assume una furia sempre più flagellante.

Nonostante le condizioni ambientali estremamente fastidiose, procedo senza sentirmi particolarmente affaticato, controllando sul tablet l’avvicinamento al traguardo.
Che si manifesta, poco prima dell’una, con l’edificio e l’insegna del mio agriturismo.

Si tratta di un luogo un tantino più ricercato rispetto alle mie sobrie abitudini.
Comunque vengo accolto con cortesia molto romagnola e, dopo una rapida rinfrescata in camera, mi conquisto il diritto, come ospite residente, di pranzare all’interno.

Preceduto da una ricchissima insalata (a cui chiedo di aggiungere l’irrinunciabile cipolla), il mio percorso, quello gastronomico, vedrà susseguirsi dei tortelli al formaggio di fossa e degli spiedini di verdura e caciottine, il tutto accompagnato da triangoli di morbida piadina calda e da un’ottima birra artigianale locale da trentatrè c.c., dal retrogusto fruttato, poi… da un’altra! Dulcis in fundo, una tenerina di cioccolato con mascarpone.
E niente caffè, questa volta…

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