9-9: A ritrovare i miei luoghi, sotto un sole spavaldo

Fra i tanti regali che mi ha fatto quest’esperienza, c’è stata la riflessione sul senso della fatica e di quanta componente mentale ne faccia parte.
La preparazione e predisposizione a uno sforzo fisico di una durata ed entità previste (e comunque ritenuto affrontabile) regola tendenzialmente la comparsa della sofferenza oltre la soglia di quei limiti, ampiamente variabili di volta in volta, e dunque non in rapporto a valori fissi e oggettivi.

I ventisette chilometri dell’ultima tappa, forse ventisei grazie alle scorciatoie a me note da sfruttare nei pressi di casa, erano presenti, stampati chiaramente in testa da giorni, e alla fine le sei ore e mezza di cammino, quasi senza soste, sono trascorse agevolmente.

Sveglia molto prima del solito, per sfruttare al massimo le ore più fresche: per l’occasione, e non è mai successo in precedenza, si può partire un po’ assonnati.

Sono le sei e mezza quando lascio l’albergo e mi incammino attraverso la zona artigianale a Sud di Molinella.
Ho il cuore leggero, perché oggi si conclude l’avventura e dunque tutto è diverso; l’aria è molto fresca e mi permette un’andatura molto spedita, ma a singhiozzo: l’alba e il sorgere del sole mi offrono una quantità di spunti da fotografare troppo invitanti.

Mi impressiona come i primi raggi di sole già facciano sentire un po’ di tepore.

È già passata la prima ora quando appare all’orizzonte il primo centro abitato lambito dal mio percorso, San Martino in Argine.

E dopo un’altra mezz’ora ho una doppia sorpresa.

Il cartello posto all’inizio del ponte indica “Torrente Idice”.
È ancora presto per considerare conclusa la mia traversata “dal Boite all’Idice”, ma mi viene da pensare che un sentiero che fiancheggiasse il corso d’acqua (dal lato opposto rispetto alla foto) mi porterebbe dritto dritto a due passi da casa.

Appena oltre il ponte la seconda sorpresa: per la prima volta, all’orizzonte, compaiono le colline, che, preannunciando l’Appennino Tosco-Emiliano, decretano la fine della Pianura Padana.
Una volta arrivato, non lontano da quelle colline, l’avrò attraversata tutta.

Incontro nel cammino i primi ciclisti domenicali; nei punti abitati, i primi frequentatori mattinieri di questo limpido giorno festivo di sole.

E ancora qualche spunto fotografico.

Avvistare l’abitato di Budrio, posto a metà del lungo percorso, mi fa capire che sto tenendo un buon tempo di percorrenza.

Lo raggiungo allo scoccare della terza ora di marcia; sono tentato di fermarmi per una sosta a un bar, ma poi costretto a farlo, seduto sul bordo di un’aiuola spartitraffico di una grande rotonda, all’entrata della cittadina, per decifrare il mio tragitto, forzatamente con l’aiuto del bestione.
È un percorso strano, da controllare passo passo: evitata quella specie di tangenziale, snobba anche il centro, per passare vicino all’ospedale e poi in una tranquilla zona periferica,

prima di buttarsi in una lunghissima strada di campagna, via del Moro, che costeggia la ferrovia,

Non passano quasi automobili, ma solo podisti e ciclisti.

Capisco che una buona parte del mio avvicinamento a casa, cioè da Budrio ai dintorni di Castenaso, si svolgerà su questa fantastica, silenziosa, soleggiata direttrice, resa ancor più suggestiva dal binario della ferrovia che per buona parte la fiancheggia

mentre le colline si avvicinano.

Ringrazio Google Maps per questo magnifico regalo finale, e il sole splendente che lo completa.

Due biciclette ad andatura tranquilla; lo è meno, nei contenuti, la discussione di un lui e una lei miei coetanei.
“Se è così” dice a voce alta l’uomo, “sono tentato di rinunciare a vendere la casa; l’idea era di trovare un posto sicuro per la vecchiaia.”
Non so che cosa ribatta lei, ma riesce a fargli cambiare idea (la casa si vende), prima che il silenzio d’intorno finisca per ingoiare anche questa conversazione.

Verso le undici e un quarto sono nel paesino di Fiesso, frazione di Castenaso.
Quiete domenicale, un gruppo di ragazzi e ragazze ben vestiti si radunano presso la chiesa.
Una grande insegna di bar-osteria: sarei ben maturo per una sosta, ma è chiuso e tiro dritto, ma come prima a Budrio con una breve sosta, e l’aiuto del pachiderma, per trovare la via più diretta verso Castenaso, località che si rivela molto più vicina di quanto non mi aspettassi.

Ho indossato il cappellaccio: il sole, che oggi ho visto timidamente nascere, ora inonda di calore e di luce il palcoscenico dell’avvicinamento al traguardo.

E presso l’ingresso a Sud nella cittadina dalla San Vitale (raggiunto per una sconosciuta via minore), ho la prima forte, emozionante sensazione di aver raggiunto le mie zone.

Ora le mappe non mi servono più: non entro in paese ma percorro la San Vitale fino alla deviazione di via Venticinque Aprile, opposta al centro abitato, ma inizialmente simile a una piazzetta, su cui si affaccia l’officina del mio elettrauto.

Da qui, tramite questo viottolo,

si accede al percorso dell’allenamento podistico che, con poche varianti, svolgo settimanalmente da quasi dodici anni, il periodo da quando ho lasciato il centro di Bologna per queste zone.

Scelgo il sentiero che costeggia l’Idice, a cui preferisco solitamente, per evitare il terreno sconnesso e fangoso, la strada asfaltata che porta all’entrata dei campi da golf.
Ma oggi non devo correre e, di qui, è più breve e ombreggiato, e mi permette anche la foto ufficiale al fiume.

Da un pertugio fra i rami mi affaccio sui campi da golf, che sembrano abitati solo da una numerosa famiglia di oche;

ma qualcuno che gioca c’è, e me ne accorgo dal tonfo di una pallina che s’infrange spaventosamente vicina sui rami della boscaglia.

Curiosamente, dopo tutto il lungo percorso odierno, è questo tratto selvaggio e ben conosciuto a sembrarmi interminabile.
Ma poi sfocia finalmente nella strada privata verso la provinciale degli Stradelli Guelfi.

Qui, ben presto, la profondità delle mie sensazioni è tale da farmi dimenticare di scattare una foto ricordo, mentre, dopo una curva, passo in vista della casa sulla collinetta.
In tutti questi miei ultimi anni ha simboleggiato il succedersi e rincorrersi delle stagioni, nel ciclo della vita che ora mi sembra quasi di toccare, sotto questo sole che splende in maniera sovrumana.

Eccomi ormai sugli Stradelli Guelfi

e poi, come in un film già visto un’infinità di volte, sul ponte sull’Idice, davanti al ristorante, nel sottopasso dell’autostrada, la doppia curva e il cortile.

Ecco di fronte a me, all’una in punto, e come nel più dolce dei duelli, il portone di casa.

Lo apro e poi me lo richiudo alle spalle, su due settimane di un’intensità eccezionale.

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8-9: Molinella, dal magico al grottesco

Le prenotazioni degli alloggi nei fine settimana spesso sono difficoltose, specialmente quando si punta a dei bed and breakfast muniti di poche camere.
Muovendomi con molto anticipo, già da diversi giorni avevo risolto i non piccoli problemi relativi a queste ultime notti, al costo di una variante più a Est del percorso previsto, che doveva sfiorare prima Ferrara poi Budrio.
Ecco perché mi trovo a Molinella, alla vigilia di un’ultima tappa che sarà molto lunga.

Cambio di gestione, nel locale di cui avevo annotato il numero.
Rintracciata la nuova proprietaria, mi aveva garantito la camera, lasciandomi però in sospeso fra l’alloggio nel bed and breakfast o in un altro albergo sempre di sua amministrazione.
Ieri l’ho cercata per sapere con precisione l’indirizzo su cui puntare, ribadendo che sarei arrivato fra mezzogiorno e l’una, salvo temporali.
“Le invio un sms con l’indirizzo dell’albergo”.
Verso sera l’ho richiamata.
“Sa, ho qualche problema a inviare messaggi, le dico l’indirizzo a voce.”
Cerco la biro e lo annoto.
“Bene, grazie” mi congedo: “allora ci vediamo domani fra mezzogiorno e l’una; se ho problemi la richiamo.”

Non c’è il temporale, al mio risveglio, ma un mondo magicamente avvolto nella nebbia.

Riprendo il cammino dal ponte bloccato,

oltre il quale le occasioni per fotografie molto speciali si sprecano.

Presto però il sole settembrino ha la meglio, svelando un cielo privo di nubi, a dispetto delle previsioni, e illuminando i canali che, ancora, costeggiano o attraversano la via.

Dopo brevi tratti, comunque poco trafficati, l’itinerario di questa mattina mi ha regalato un percorso in gran parte rettilineo immerso nel silenzio più incantato, che durerà per quasi metà tappa.

Non so se si tratti del raggiungimento spontaneo di un particolare stato meditativo, o più semplicemente dei sensi resi più percettivi dalla sana attività fisica prolungata di queste due settimane, ma avverto in ogni minima sensazione uditiva e visiva un insolito, profondo e gioioso senso di benessere.

Allo stesso modo, non so se è il caso di scomodare concezioni sincroniche della realtà o più semplici influenze dell’ambiente sull’uomo, ma, come già mi capitò l’anno scorso in un paesaggio altrettanto magico nelle colline marchigiane, anche ora incrocio sulla mia strada, uno dopo l’altro, due uomini, di età matura, che emanano un evidente senso di profonda serenità.
Il primo cammina con un bastone grezzo da passeggio; non è lui a rivolgermi direttamente lo sguardo e il saluto, ma quando lo faccio io mi risponde con quieta intensità.
Lo fotografo alle spalle mentre si allontana, poi lo sento fischiare con cura una melodia.

Anche il secondo, più anziano, sono io il primo a salutare; mi risponde con un gesto della mano e una sola parola, quasi appena accennata: “Salute!”

Proseguendo, non rinuncio a catturare immagini di bellezza.

Intanto, alla confluenza con una strada provinciale, la magia è terminata, con la ricomparsa e il riecheggiare delle automobili e, ancor peggio, dei saltuari spari di un cacciatore, portatore di morte per svago in questi teatri di vita serena.

Con animo comunque grato per il lungo e inatteso incanto, bado a controllare il percorso, che sembrerebbe facile ma mi suscita più di una perplessità, finchè non scorgo una rassicurante indicazione per Molinella, con un numero molto basso di chilometri mancanti.

Annunciato da un alto argine

che poi si lascia raggiungere in prossimità di un lungo ponte,

dopo aver valicato il Boite, il Piave, l’Adige e il Po, per me è ora la volta del Reno, questo scontroso signore che si rifiuta di confluire nel Po e, con un improvviso angolo retto, disegna la sua autonoma via d’accesso al mare.

In realtà i ponti, in sequenza, sono tre e mi sembra di non capirci più niente. Soltanto il secondo sovrasta un fiume di una certa portata.

Un solo chilometro, che è anche quello più brutto e convulso del tragitto, mi separa da Molinella, dove entro intorno alle undici, a passo rilassato ma tuttavia affaticato.

Ho tutto il tempo per fare la spesa. Trovo subito un panificio, mentre per la frutta e verdura non ci sono botteghe, ormai non ne esistono più, e qui non ci sono neanche quelle dei pakistani.

Attraverso il centro con le sue torri storte e quelle dritte.

Poi proseguo sotto un sole che ora picchia forte.
Mi lascio indietro la piscina e lo stadio

e mi avvio verso la fine della cittadina, quando compare una COOP.
Entro, e acquisto un grosso peperone giallo, e una confezione di lupini per la tappa di domani, che è anche domenica.

Le indicazioni delle mappe mi portano, sotto un sole sempre più spietato, all’interno di una grande area artigianale, dove sembra impossibile possa trovarsi un albergo.

È un capitolo stridentemente diverso dalle quattro ore che lo hanno preceduto, quello che comincia ora.
E che mi vede un po’ preoccupato, alla ricerca di un indirizzo non citato nei miei tracciati.

Se non altro c’è la via del bed and breakfast originario; la imbocco e comincio a percorrerla.
Nel panorama desertico compare, in direzione opposta alla mia, una coppia di giovani, muniti di zainetto.
Chiedo a loro, vedo che si sforzano di rispondermi in italiano; li incoraggio a esprimersi in inglese.
E comunque decidono di accompagnarmi, gentilmente.
Lui di Cipro, lei olandese, stupiti di un italiano che capisce l’inglese; quanto a parlarlo (mi schermisco…), “sempre meglio degli altri italiani”, mi fanno.
Evidentemente non frequentano i giovani, penso fra me, ma non sto a dirglielo.
Finalmente, bianco, a forma di cubo, tre stelle, compare l’albergo.

Ringrazio e saluto i due ragazzi.
Sono le dodici e dieci, io sono in perfetto orario. L’albergo è chiuso e non c’è nessuno ad aprirmi.
Telefono, la signora mi dice che manda subito qualcuno, bisogna aspettare un minuto.
Mi tolgo lo zaino e mi siedo sopra il muretto, in un ambiente e una situazione irreale.
Mi richiama: la persona era impegnata e tarderà ancora cinque minuti.

Sono passati abbondantemente, quando un’auto, con una veloce manovra, si infila qui davanti.
Giovane, meridionale, efficiente e garbato, mi conduce su per le scale al primo piano, apre la porta della mia camera, su un letto matrimoniale disfatto.

Dopo un consulto telefonico, mi riporta al piano terra: “Le diamo una camera quadrupla” mi fa.
Troppa grazia.
Apre la porta e questa volta i letti sono privi di lenzuola.
Mi promette di mandarmi appena possibile la signora delle pulizie.
Intanto gli chiedo se c’è il wi-fi.
Mi riporta al primo piano, a consultare direttamente la password sul router.
Gli chiedo anche se è possibile fare colazione molto presto.
Mi dice che non sa se c’è la colazione, io non ricordo se fosse concordata. Ora, mi fa, vado a registrare il suo documento poi le so dire.
Bene. Rientro in camera, giusto in tempo per accorgermi che non posso nemmeno fare la doccia, perché non ci sono gli asciugamani.
Lo richiamo a voce alta dalla porta e per fortuna c’è ancora.
E viene giù con gli asciugamani e le lenzuola: non mi sembra vero, gli dico che ci penso io a rifare il letto.

Dopo la doccia dai consueti prodigiosi effetti rinfrancanti, sposto il letto e mi metto a prepararlo, quando sento bussare.
Ha il documento e la ricevuta; mi chiede se posso saldare il conto, così domattina sarò libero di andare quando voglio, chè tanto la colazione non c’è.
Ne sono quasi sollevato. Pago i quaranta euro: “Speravo mi facesse uno sconto per i disagi” mi limito a contestare.
“Se torna, le faremo un buon prezzo.”
Lo saluto e mi chiudo definitivamente dentro la mia stanza a quattro posti letto.

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7-9: Il cielo sopra Gambulaga

Ieri sera, sia perché a corto di viveri, sia per festeggiare la bellissima tappa (e i primi sentori di conclusione con successo della mia lunga avventura), avevo deciso di concedermi una cena in trattoria.
Trovandomi a Bivio Medelana, cioè in una non-località, appollaiato comodamente nella mia stanza avevo chiesto aiuto all’animale, riuscendo a trovare solo un paio di locali a tre chilometri di distanza.
Senza zaino si può fare, ho deciso.
Fortuna che ne ho parlato con la signora: entrambi i locali hanno chiuso i battenti, ma ce n’è uno aperto nella stessa zona.
Per farla breve mi son fatto, fra andata sul far della sera e ritorno sotto le stelle, altri otto chilometri e mezzo di cammino. Da matti, lo so.
Ma ne è valsa la pena: ho mangiato bene, all’aperto, sfruttando la buona connessione per cominciare la scrittura del mio diario e ascoltando, dal tavolo vicino, le memorie mitologiche di un batterista abile a suonare quanto a raccontare.

Questa mattina, come sempre alle sette e tre quarti, mi avvio a ripercorrere inizialmente la stessa strada, sotto un cielo chiuso e minaccioso.

Le mappe scaricate alla vigilia mi danno apprensione: per lunghissimi tratti non citano i nomi delle traverse né altri riferimenti utili.
La tappa è breve, sedici chilometri, ma potrebbe diventare terribilmente lunga.

I nuvoloni si specchiano nei corsi d’acqua.

Già la prima deviazione a destra si rivela molto critica: per imboccarla con sicurezza devo ricorrere a ben due sgradite consultazioni del pachiderma.
Ma saranno le uniche nel corso dell’intero tragitto, che si rivelerà in effetti privo di altre diramazioni insidiose.

Rassicurato, posso riprendere a fotografare i campi

e i numerosi e ben carichi peri che vengono qui coltivati diffusamente.

La tentazione è forte e comunque non c’è bisogno di compiere gesti malandrini: fra le tante pere già cadute, ce ne sono alcune ancora sane.
Limito il bottino a quattro begli esemplari e ne assaggio subito uno, che rivela un sapore non confrontabile con quelli di marmo o di cera della grande distribuzione.

In un altro bottino, quello fotografico, entrano diversi tipi di edifici…

…compresa questa piramide, i cui mattoni riescono indecifrabili alla mia cultura cittadina, né ho la faccia tosta per chiederne conto all’agricoltore e presumibile architetto.

Quanto sono diverse, rispetto a ieri, le luci e le ambientazioni!
Le prime, diffuse e smorzate; le seconde, di campagne estese e brulle.
Uno spettacolo molto meno scenografico, ma pure intimamente morbido e suggestivo.

Poco dopo le dieci, dunque a metà del mio cammino odierno, entro nel primo di tre paesi previsti nel mio itinerario in sequenza (e in ordine decrescente di dimensioni e importanza): Gambulaga.
Una prospettiva di casette, varie nelle forme, colori e nell’aspetto spesso molto curato, termina con la facciata della chiesa.

Un bambino, seduto su un muretto a far niente, mi saluta: “Ciao”, con grande spontaneità.
Gli rispondo con calore, celando la sorpresa.

È un paese vivo ma tranquillo, attraversato, almeno a quest’ora, da pochissimi mezzi motorizzati e, per questo, capace di suscitare al mio sguardo, e soprattutto alle mie vigili orecchie, un fascino particolare e una lieta sorpresa.

Trovo facilmente un negozio di alimentari: questa mattina a colazione ho trafugato diverse fette di pane e due piccole confezioni di fette biscottate; urge il companatico e comfettatico, come sempre da limitare nel peso e nelle dimensioni.

Esco con due pomodori maturi e un vasetto piccolo di salsa di olive e capperi.

Non altrettanto interessante è il piccolo borgo successivo, Runco.
Ma c’è una panca, che mi invita, dopo tre ore di marcia, a concedermi un po’ di riposo.

Prima di incontrare le poche case del terzo villaggio, che si chiama Quartiere, mi imbatto in altri filari di peri ben forniti.

Come si può vedere in queste ultime immagini, un sole malato e un po’ d’azzurro han finito per imporsi.
Il clima è afoso, rare sono le lievi folate di vento fresco.

La piatta strada nel cuore della Pianura Padana ha un’improvvisa impennata, il cartello indica “nove per cento”, quando c’è da scavalcare la ferrovia per la vicina Portomaggiore.
È l’occasione per riprendere qualche immagine dall’alto.

Quando tutto lascia pensare al lieto fine, ecco il colpo di scena:

Telefono immediatamente alla mia residenza.
Il proprietario mi tranquillizza: “Ecco, noi siamo subito prima del ponte interrotto.”
Meno male.

Oggi la tappa si è svolta in ambienti insolitamente tranquilli e mi ha regalato nuovi momenti di quel magico silenzio che mi entusiasma.
Il chilometro e mezzo di strada senza uscita ne è l’espressione più alta.

La soddisfazione di un’altra giornata di belle scoperte dovrebbe imporsi, ma non riesco ad evitare il pensiero di domani, se quel ponte è davvero invalicabile: una variante necessaria potrebbe portare la terza tappa consecutiva di lunghezza limitata a diventare la più lunga e faticosa.di tutto il viaggio.

Ma quando raggiungo il ponte sembra del tutto valicabile da mezzi a trazione umana.

E anche l’albergatore, che mi sta aspettando davanti alla porta del suo grande locale, me ne dà conferma. Domani, salvo temporali, si ripartirà tranquillamente.

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