Luna, stelle e strisce

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Claudio uscì a osservare l’alba sulle Dolomiti, mentre la nonna Clelia continuava a dormire nella nostra stanza.
Avevamo passato nell’unico altro locale (allo stesso tempo cucina, soggiorno e camera da letto) tutta la notte, quella fra il 20 e il 21 luglio del 1969, appollaiati sull’alto letto di lei, con il piccolo televisore in bianco e nero sul lato opposto acceso, ad aspettare che Neil Armstrong si decidesse a uscire dal LEM e a mettere il suo piedone sul suolo lunare e quando, finalmente, l’aveva fatto, ricordo che la nostra emozione di pre-adolescenti risultò completamente appannata dallo sfinimento per quell’attesa.
Ma poi, dopo qualche ora di meritato riposo, ci svegliammo in un mondo che si sentiva diverso e ripeteva palpitante a sè stesso (nei giganteschi titoli dei giornali, nelle trasmissioni televisive, nei discorsi di tutta la gente) di quel “balzo per l’intera umanità” che aveva annunciato il primo uomo sulla Luna, in diretta a una platea di due ragazzi e di altri seicento milioni di persone, un quinto dei soli tre miliardi allora viventi.

Nel successivo quasi mezzo secolo sono successe tante cose, nel mondo e nella mia vita, mentre quella pagina restava fissa là, nel ricordo, nell’archivio, nella storia. Sì, è vero, era girata ogni tanto qualche voce sui soliti fastidiosi complottisti che osavano negare la verità di quei fatti, ma poche e autorevoli voci erano bastate ampiamente a zittirle.
L’11 settembre di trentadue anni dopo segnò un’altra pagina del tutto simile, come risonanza mondiale, benché di tutt’altro tono.
Ma avrebbe segnato anche, nella percezione mia come di altri (sempre comunque troppo pochi), una presa di distanze disincantata dalla “voce della televisione” e dei principali giornali, che poi è la voce del nostro padrone, quello a stelle e strisce.
Il lavoro di documentazione di alcuni spiriti liberi avrebbe gradualmente ma inesorabilmente smascherato quella che poi ho chiamato spesso “la più grande menzogna mai raccontata”, cioè la versione ufficiale di un giorno di terrore globale.
Uno dei più bravi, fra questi indagatori, fu Massimo Mazzucco, autore di un ponderoso lavoro filmato sull’argomento (vedi qui).

Sarà già da un paio d’anni che sapevo di una sua nuova ricerca, proprio intorno alle missioni lunari; se ben ricordo versai anche dieci o quindici euro per la relativa raccolta di fondi: sulla fiducia, benché le ipotesi complottistiche in materia continuassero a non toccarmi.
Da pochi giorni il lavoro è concluso: si tratta di un film intitolato “American Moon” acquistabile dal suo sito “Luogo comune” (clicca qui).
Ma, anche prima di visionare il nuovo documentario, si può ascoltare un’intervista in cui Mazzucco accenna ai principali temi trattati nella sua ricerca (clicca qui): in particolare l’illuminazione inverosimile delle immagini scattate sul suolo lunare, ma anche la sparizione dagli archivi dei nastri ufficiali che documentano lo sbarco, poi lo strano comportamento sottotraccia degli astronauti e dei media americani dopo quella fantastica avventura che attraversò tutti gli anni ’60, ed altro ancora.

Ho ascoltato per intero l’intervista, che dura un’ora e un quarto, poche notti fa: era già ora di andare a letto, ma non son riuscito a staccarmene fino alla fine.
Le mie consolidate certezze di mezzo secolo sull’argomento sono vacillate, non senza un forte coinvolgimento, che mi ha portato a parlarne già l’indomani su Facebook, poi a rifletterci a lungo e a ripromettermi di scriverne in maniera più approfondita qui sul mio blog.
Approfondire significa anche documentarsi, e così mi sono andato a leggere che cosa dice la vulgata ufficiale, cioè Wikipedia, sull’argomento.
Il materiale è tanto, gran parte sotto la voce “Programma Apollo” (vedi qui).

A differenza della clamorosa e indiscutibile falsità sulla versione ufficiale dell’11 settembre, qui, alla fine dei miei conti (…per ora!), il confine fra verità e menzogna mi sembra incerto, labile e molto difficile da rimarcare.
Non ho intenzione di fare, come Mazzucco, giornalismo d’inchiesta e dunque non esporrò, come è nel suo stile, tesi ufficiali e possibili smentite, addirittura prima ancora di aver visionato la sua opera.
Ciò che mi sta a cuore è comunicare un’impressione di fondo, che fino ad ora non avevo maturato.
La grande avventura spaziale degli anni sessanta, fin dall’impegno preso nel 1961 da John Fitzgerald Kennedy di portare l’uomo sulla luna entro quel decennio, ebbe una funzione strategica: mostrare al mondo l’infinita superiorità tecnologica (e, per converso, militare) degli Stati Uniti sull’Unione Sovietica e il resto del globo.
La fascinazione sull’opinione pubblica mondiale, a cui dare in pasto lo spettacolo di un’avventura assolutamente straordinaria, dunque, come arma di dominio nell’epoca della famosa “guerra fredda”.

Fu una scommessa avventata, dal punto di vista tecnologico: lo si può dedurre nel rileggere la quantità e complessità degli ostacoli da superare. E lo si può intuire pure da profani, anche solo nell’immaginare quella specie di piccola cabina che avrebbe dovuto posarsi dolcemente e soprattutto in modo non scosceso sulla superficie della Luna, per poi essere in grado di ripartire, di mettersi sulle tracce del “modulo di comando” lassù in orbita lunare e di riagganciarlo, il tutto con una dotazione di carburante sufficiente a evitare rischi.
Senza la possibilità di precedenti efficaci simulazioni in loco, né di spedizioni di salvataggio se qualcosa fosse andato male.
In più punti ho letto che era stato richiesto alla NASA di limitare il rischio di fallimento della missione all’uno per cento, e quello di perdite umane all’uno per mille.
E per forza: una missione che ha per scopo di suggestionare l’intero mondo non può fallire.
Mi sono immaginato lo scenario di una mancata ripartenza dalla Luna, o di un mancato aggancio fra i due moduli: la partecipazione emotiva del pubblico, cioè dell’umanità intera, intorno alla sorte spacciata di quei due uomini sarebbe stata davvero senza eguali nella storia. E si sarebbe poi inevitabilmente tramutata in astio feroce verso gli autori di quella brutalità.
Possibile, mi sono chiesto, che l’ente spaziale abbia dato il via libera, garantendo quella percentuale così bassa di rischio?
Mi sembra più verosimile che alla fine si sia optato per una messinscena, anche se, di contro, questo significherebbe aver costretto al silenzio molte persone per tutta la loro vita.

Come dicevo prima, difficile districare la matassa, capire fin dove sia stato rispettato il programma e, nel caso, simulato.
Massimo Mazzucco sostiene che l’Apollo-11 si sia limitata a orbitare intorno alla Terra, che è l’ipotesi più scandalosa, ma penso si debbano valutare anche altre ipotesi intermedie, cioè che ci si sia limitati a raggiungere l’orbita lunare, o al limite che il LEM si sia staccato per poi riagganciarsi senza toccare la superficie della Luna.
In quell’intervista non viene citata la famosa successiva disavventura dell’Apollo-13, che, per un’avaria, fu costretta a tornare fortunosamente sulla Terra dopo una sola orbita lunare, necessaria solo a prendere velocità. Almeno stando alla versione ufficiale.
Sono arrivato a chiedermi anche se quest’ultimo episodio non sia stata un’ulteriore messinscena, utile a tenere desta l’attenzione del mondo ormai appagata e distratta dopo i primi due sbarchi di uomini sul nostro satellite.

Prima di concludere, voglio mettere sul piatto un altro scenario comunque molto suggestivo, questa volta in una lettura aderente alla versione ufficiale, ma che alla fine pone comunque qualche perplessità.

Si può leggere su Wikipedia, questa volta alla voce “Neil Armstrong”:
Quando Armstrong si accorse che stavano atterrando in modo automatico in una zona che non gli sembrava sicura, si pose direttamente ai comandi del modulo. La ricerca di un’area adatta richiese più tempo del previsto e comportò che la fase di volo risultasse più lunga di quanto stabilito nelle simulazioni. Ciò generò molta preoccupazione presso il controllo missione, dove si temeva che i due astronauti potessero rimanere senza carburante sufficiente per l’allunaggio. […] Durante la fase critica, l’unico messaggio inviato da Houston fu “30 secondi”, con cui intendevano segnalare quanto carburante ritenevano rimanesse a disposizione. Quando Armstrong confermò l’atterraggio, dal centro di controllo giunse un sospiro di sollievo e le parole «Avete fatto diventare blu un po’ di gente qui. Stiamo respirando di nuovo» […] Solo nel 2005, Armstrong rese noti i suoi timori iniziali di un possibile fallimento della missione; pensava infatti che avessero solo il 50% di probabilità di successo e nel descrivere le sue emozioni dopo l’allunaggio disse: «ero sollevato, estasiato ed estremamente sorpreso che avessimo avuto successo»

…Che è qualcosa di ben diverso, nelle parole postume del comandante della missione, rispetto a quell’uno per cento richiesto dal governo federale.
Ma se davvero la sensazione degli addetti ai lavori fosse stata di un cinquanta per cento di probabilità di fallimento, a me sembra inevitabile l’ipotesi della simulazione.

E con questo concludo le mie considerazioni, per ora.

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Capodanno immateriale

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Da quando è cominciata la stagione fredda, ora che mi sono liberato dall’attività lavorativa, sto assecondando una curiosa ma innata tendenza a una sorta di semi-letargo. Mi capita di passare intere giornate chiuso in casa e ho assunto ritmi di veglia, sonno e alimentazione ancor meno canonici che in passato.
Oggi, dopo aver indugiato a letto a oltranza, ho cominciato a ritmi blandi quest’ultimo giorno del 2017, rasserenato, al di là delle finestre, da luci chiare e scarsi rumori.
Il tempo divora in fretta le vecchie abitudini, come le visite di cortesia che in questa giornata facevo sempre, prima di mettermi, ma solo per poche ore, alla guida del taxi: tutto già consegnato nel magazzino dei ricordi.

Quando poi il sipario del cielo ne ha del tutto offuscato il chiarore, ho compiuto l’ennesima gioiosa (e parziale) trasgressione alle mie abitudini vegane, con una scorpacciata di pandoro inzuppato in una tazza di latte di riso caldo.
Solo una leggerissima, quasi impercettibile ansia d’attesa, nascosta sotto alcuni strati di autentico benessere.

Poi ho acceso il computer per ascoltare, in differita di poche ore, l’ultima lezione del giovane, grande filosofo Angelo Santini sulla “Struttura Razionale della Realtà Fondamentale”, attratto dalla sua stessa definizione: “Il mio miglior video in assoluto”.
Sarà, ma sentire disquisire per filo e per segno sulla subordinazione della realtà alle leggi della logica mi ha fatto montare la sonnolenza e, accompagnato da inquietudini sotterranee sempre flebili ma non sopite, mi sono andato a coricare sotto le coperte.

Il torpore si è fatto presto sonno leggero, e poi il sonno sogno.
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“Francesco, lo so che non ti ricordi di me, non ci si vede mai, ma dammi retta, parcheggia.”
“Come parcheggia, sono qui da oltre mezz’ora.”
L’ambiente, una Piazza Malpighi notturna sotto una pioggia opprimente dentro l’abitacolo del taxi, così come la scena dell’incontro, ha qualcosa di nettamente già provato.
E ora, conosco il seguito, questa strana creatura, tanto femminile quanto autoritaria e un po’ sfottente, mi ordinerà di fare retromarcia, di lasciare il taxi in fondo all’area di posteggio e di salire sul suo. E io eseguirò.
Infatti eseguo e, sotto la pioggia, salgo a bordo.
“Mi chiamo Christine, questa volta lo sai” e, esattamente come molti anni fa al nostro primo incontro in un’identica situazione, mi prende le mani nelle sue, che sono tiepide, e mi sorride.
Immediatamente vorrei gettarmi fra le sue braccia, ma mi sento come bloccato dal contatto di quella mano.
La guardo come si guarda il fantasma di una donna amata.
“Sei venuta anche quest’anno, Christine. Dimmi che non è un sogno e se lo è, fa che non mi svegli.”
“Allora non hai ancora capito, mon chéri. Non ti ricordi? Il sogno, la realtà, la fantasia, la veglia, il sonno… Sono tutte convenzioni, anzi …convinzioni.”
Quelle parole, che lei pronunciò dopo un solo anno da quel primo incontro, ora mi rimbalzano più volte nella mente, rivestite di nuovi significati.
“Eppure ora” soggiunge con un sorrisetto dei suoi e una leggera pressione di quella mano calda, “finalmente ci sono novità nella tua coscienza.”
Sono confuso, c’è qualcosa di vero e di strano nelle sue parole, nella sua presenza, nel riapparire di quella situazione fissata nei miei ricordi.
“Leggo sempre” soggiunge ancora, “quello che scrivi. Anzi adesso c’est plus facile, visto che non scrivi più niente.”
Ritrovo la forza per ribattere: “Visto? Lo faccio per agevolarti il compito.”
“Dunque, dopo tutti questi anni, ora hai finalmente gli strumenti per comprendere.”
“Non… non lo so, non capisco.”
“Sei un’irrimediabile testa di legno. E’ inutile allora che scrivi di consapevolezza, di riapertura a dimensioni metafisiche e bla bla bla.”
Faccio silenzio. E lei sa aspettare.
Ma poi riprende la parola:
“In tutti questi anni sono comparsa via radio o a bordo di un deltaplano, ti ho portato più di una volta in lungo e in largo nel passato e nel futuro, ho scandito magicamente il passare dei tuoi anni in questa tua dimensione…”
Ancora silenzio.
Che interrompo bruscamente: “Tua dimensione, hai detto, tua…” e non trattengo un’espressione di paura e di sgomento.
“Mais oui, mon ami, amico mio, tua.”
“Allora non è vero che tu vivi nella regione Champagne-Ardenne, che fai siti internet e qualche numero di magia e musica e… cos’altro ancora mi raccontasti quella magica sera in osteria.”
“No, non è così, ma ti è piaciuto crederlo, no? E ora, solo ora, posso dirti la verità e tu forse puoi intuirla.”
“Un’altra dimensione… ti prego spiegami!” e sono io ad afferrarle avidamente la mano.
“Pas possible, mon ami, davvero non è possibile.”
Protesto, come un bambino: “Ma io ti voglio qui, fisicamente, come quella notte a cantare e danzare da soli intorno al fuoco, nel pratone dei Giardini Margherita, come quella sera a spasso per osterie in una Bologna incantata, come le risate che ci siamo fatti proprio un anno fa correggendo le scritte, e soprattutto come i nostri corpi nudi, bramosi e avvinghiati, in casa mia, all’altro capo di quest’anno che sta per finire.”
“Vedi, voi lo chiamate passato, tutto questo. C’est à dire una catena rigida di cause ed effetti. Ma la strada della consapevolezza ora, finalmente, ti sta portando a intuire che esiste dell’altro, a voi non visibile, e controllabile solo in parte. E’ un regalo che ti ho fatto io in tutto questo tempo, ti assicuro il più importante, il più importante! E tu finalmente lo stai accettando.”
“Oh Christine” e mi metto a singhiozzare.
Mi guarda con una dolcezza integra, assoluta.
Con la voce ancora rotta dal pianto le dico: “Ti prego allora, se puoi, incoraggiami con i segni, con le sincronicità più sorprendenti, con i sogni più strani, con le spinte interiori a indagare su quello che si può afferrare, e a cambiare il destino, in meglio, il mio, e quello di questa povera umanità allo sbando.”
“Oui, questo è possibile, mio caro, perché tu, come me, come tutti i viventi in tutte le dimensioni siamo, nella sostanza, i creatori dell’universo, anzi degli universi. Noi siamo i creatori della vita.”

Lascio echeggiare le sue impressionanti parole, prima di riprendere ardentemente:
“E per il mio passato, si può fare qualcosa per ripararlo, risanarlo, redimerlo; cancellare un po’ del dolore procurato e patito, migliorare un’infinità impressionante di circostanze infelici che riappaiono continuamente?”
“Vedi, il principio di causalità, proprio del passato che come in un film ha generato questo vostro presente, è rigido come la mente di un vecchio, mentre quello di casualità, che è del futuro che possiamo creare, è aperto come la mente di un neonato. Meglio lavorare su quest’ultimo, no?”
“Sì, Christine, aiutami tu come puoi, te ne prego. Dimmi che sei, e che sarai, il mio angelo custode.”
Vorrei stringerla a me, però lei mi blocca:
“Promesso, mon chéri. Ma ora fammi rimettere in moto, non senti che freddo?”

Gira la chiavetta e improvvisamente mi ritrovo qui, sotto le coperte, in preda a sensazioni di una profondità quasi insopportabile.
Fuori, intanto, si è scatenata la bagarre dei fuochi artificiali e dei botti, alcuni vicini altri lontani, di una notte di vacua euforia.
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Immagine da blog.libero.it/soloio62/view.php?id=soloio62&mm=0&gg=120331

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Messaggio Urbi et Orbi 2017

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Come ormai è mia abitudine consolidata, cercherò di rivisitare l’anno che si sta per concludere.
Lo farò più che mai in chiave confidenziale, parlando della mia vita, ma sempre con l’intento di fornire spunti, suggerimenti e suggestioni a chi avrà la bontà di leggere queste righe.

Il 10 gennaio ho firmato l’atto di vendita della mia licenza di taxi e ho smesso a tutti gli effetti di lavorare, dando seguito a un progetto maturato solo pochi mesi prima: il ricavato della vendita sarà la mia principale fonte di sussistenza fino all’estate del 2023, quando comincerò a percepire la pensione.
Il valore della libertà che mi sono conquistato è inestimabile, ma devo ammettere che questo primo anno di vacanza illimitata è andato diversamente da come me l’aspettavo, sia dal punto di vista di nuove attività e progetti, sia da quello più interiore delle sensazioni.
Dando abitualmente ascolto alle mie spinte più profonde (tornerò su questo atteggiamento nel finale di questo scritto), ho rinunciato a dedicarmi ad attività che avrebbero richiesto un impegno anche piccolo ma costante; l’impressione è stata quella di viaggiare con il freno a mano tirato, o meglio a basso regime di giri, quasi a voler risparmiare carburante, in funzione di obiettivi autentici ma al momento prematuri, e a me stesso ignoti.
In armonia con questo tipo di rifiuto, mi sono concesso invece tre impegni estemporanei: parlo dei viaggi a piedi (tutti documentati in questo blog), che hanno rappresentato dei formidabili stacchi dalla quotidianità e mi hanno lasciato ricordi luminosissimi.
Quanto alle sensazioni, poi, quella della libertà e del tempo dilatato mi ha fatto visita e si è consolidata solo negli ultimi mesi, per una precedente miscela di situazioni contingenti e dinamiche interiori che non starò ad analizzare.

L’abitudine a diffondere, nel mio piccolo, un messaggio universale, o quanto meno indirizzato a tanti miei corrispondenti, è nata e si è confermata, negli anni recenti, principalmente per una spinta di natura ecologica (il desiderio di diffondere informazione, consapevolezza e strumenti sull’allarme ambientale), la stessa che ha informato nel corso di oltre dieci anni tanti miei scritti su questo blog; la stessa, peraltro, che ha caratterizzato la mia vita, con scelte di sobrietà, essenzialità e sostenibilità ormai fortemente interiorizzate, a cominciare da quelle alimentari.
Nella dieta vegana il rispetto per l’ambiente, quello per gli animali e i vantaggi per la salute viaggiano felicemente concordi, ma furono le sole considerazioni di sostenibilità ambientale a condurmici, insieme (scelta non altrettanto di moda) con la rinuncia ad alimenti di provenienza lontana dall’Italia.

A differenza di queste mie cosiddette buone pratiche, però, non posso nascondere che l’istanza di diffondere notizie e testimonianze relative all’allarme ambientale e di mettermi sulle barricate, in difesa dell’umanità minacciata dal suo stesso habitat, è ormai quasi venuta meno.
Nel momento in cui tale battaglia sarebbe più che mai necessaria, ma anche, chissà, a causa della mia età che avanza, tendo a deporre le armi, in considerazione della deriva ormai apparentemente inarrestabile verso l’autodistruzione dell’umanità, e ad accontentarmi di coltivare il mio simbolico orticello per gli anni che mi restano da vivere, che al momento mi si stanno mostrando, curiosamente, come i più sereni di tutto il cammino.
Certo lo sento lo stridore del chiasso, dello sperpero, dell’oltraggio, dell’ignoranza, della follia, dello stupefacente livello di incoscienza generale relativo al tracollo che la specie umana sta vivendo per una sua spinta suicida, e non posso di certo rallegrarmi di questo, ma, come mi sono pre-pensionato da attività lavorative in cui non mi sono mai risparmiato, così ho l’esigenza di abbandonare anche il fronte ecologista per calarmi a pieno regime nei panni del reduce (fatte le debite proporzioni, un po’ come Giuseppe Ungaretti, ormai un secolo fa, nei versi del suo “Natale”: lasciatemi così, come una cosa posata in un angolo e dimenticata / qui non si sente altro che il caldo buono).

A dispetto o, fate voi, a conferma di quanto appena detto, ho avuto occasione di assistere alla proiezione di “Last call”, un film italiano che si interroga sullo stato dell’arte a quasi cinquant’anni dalla nascita del “Club di Roma”, quando un gruppo di valorosi scienziati di tutto il mondo, capitanati dal nostro Aurelio Peccei, lanciò per la prima volta e con molto clamore l’allarme sui limiti dello sviluppo e delle risorse.
Le conclusioni del film sono nelle parole di uno di quegli scenziati, Dennis Meadows: “La via è smettere di immaginare di poter raggiungere la sostenibilità, spostandosi sulla resilienza”, cioè, in parole povere, sulle capacità delle comunità locali di resistere alla catastrofe.
Per un’ottima presentazione scritta del film, clicca qui.
Per visualizzare il film stesso, nella sua versione breve di cinquantacinque minuti, clicca qui.

Ma già che ci sono, come ho sempre fatto in questa occasione, non rinuncio a suggerire un contributo positivo: nella fattispecie, di quei bravi visionari a oltranza che si celano nel gruppo “Deviance project“, i quali spiegano, in un bel video di dodici minuti con esempi tratti dalla storia recente, quanto sia potente l’arma silenziosa che abbiamo tutti in mano: quella del boicottaggio e del consumo critico (clicca qui.)
Nel proporre questo video, sia ora che quando lo feci su Facebook, ho solo una piccola remora: in una breve sequenza si vede Papa Francesco acclamato dalla folla, e viene indicata la religione come una delle piaghe della società.
Fondamentalmente d’accordo sulla tesi, vorrei però sottrarre dalla critica la figura dell’attuale papa, che amo e ritengo uno dei pochi protagonisti di ragionevolezza, dignità e pace in evidenza sulla scena attuale.

La rinuncia a impegnarmi in nuove attività non ha ovviamente riguardato la cosiddetta navigazione in internet, che anzi ha avuto parecchio impulso e mi ha offerto dei regali importanti, di conoscenza e campi di interesse assolutamente inaspettati.
Gratitudine nei confronti della potenza dello strumento, ma anche verso chi, in rete, mi ha indicato nuove rotte di consapevolezza; primo fra tutti l’amico Salvo Mandarà, la cui web-tv ho frequentato quasi quotidianamente fino alla recente breve interruzione per suoi motivi di salute e poi, dopo una parziale ripresa, come uno sconvolgente fulmine a ciel sereno, alla fine per sempre delle sue trasmissioni e della sua presenza fra noi.
Il patrimonio che ci lascia resta consultabile: in particolare vorrei segnalare tre “collane”, relative a rubriche settimanali:
“Siamo alla frutta (e verdura)” con Giuseppe Cocca, su alimentazione e Igiene Naturale (vedi qui);
“Relazione mente-corpo” con Mauro Lavalle: sei conversazioni, dalla meccanica quantistica all’ipnosi (vedi qui);
“Filosofeggiando” con Angelo Santini: il punto di vista dell’idealismo (vedi qui).

In particolare gli appuntamenti con quest’ultima rubrica hanno finito per costituire una vera e propria rivoluzione nella mia concezione dell’universo e della vita.

 

È giovane, Angelo Santini; non ha ancora compiuto trent’anni, ma ha una preparazione invidiabile nei campi della filosofia e della logica, che utilizza nelle sue lezioni e nei suoi dibattiti, a un livello di sintesi che rende molto difficile seguirlo passo passo per chi, come me, non è altrettanto preparato.
Anche se è lui il primo a non volere convincere nessuno se non in base a dimostrazioni razionali, la preparazione e amore della verità che dimostra sono già ottime credenziali per avvicinarsi alle sue tesi filosofiche, di stampo idealista. Si tratta di una visione presente già in Platone, ma che conobbe una delle più importanti elaborazioni nella prima metà del ‘700 con George Berkeley e che ha molti punti in contatto anche con il pensiero di Emanuele Severino (vivente).
Cercherò, meglio che posso, di rendere in poche frasi le tesi sostenute da Santini.

Tutta la materia, dal più piccolo oggetto fino al nostro stesso corpo e a qualsiasi entità fisica dell’universo, ci appare ingannevolmente dotata di una propria consistenza indipendente dal nostro rapportarci con essa, mentre crediamo di sperimentarla con i nostri sensi.
Viviamo come all’interno di un videogioco, in cui tutte le forme possibili della realtà e tutte le relative evoluzioni sono già state programmate; l’effettivo dipanarsi temporale e storico della realtà (in tutta la sua estrema complessità, compreso ciò che ci accade personalmente minuto dopo minuto) è solo uno dei possibili sviluppi previsti dal programma.
L’essere umano, e le altre forme viventi, sono singole emanazioni di un unico assoluto che non conosce le limitazioni dello spazio e del tempo, e che sperimenta questa nostra realtà ingannevole e fugace (ma sincronizzata per tutti) immedesimandosi provvisoriamente e contestualmente in ciascuna vita.
La visione materialista di un universo creatosi dal nulla è priva di logica: il nulla non può creare nulla.
Anche l’ipotesi di un’evoluzione della materia, infinita nel tempo, porta a paradossi logici non risolvibili.
Peraltro, è la stessa concezione di una realtà fisica autonoma ma percepibile dalla nostra mente, dunque il concetto a cui tutti, credenti o meno nelle religioni, siamo abituati, a generare delle insanabili incongruenze logiche.

Ho scelto uno dei tanto video di Santini, in cui esprime una sintesi del suo pensiero, come sempre a un primo ascolto non facile nè intuitivo: vedi qui.

La visione filosofica dell’idealismo è perfettamente coerente con la moderna teoria scientifica dell’universo “olografico”, cioè bidimensionale e ingannevolmente dotato di profondità spaziale (vedi qui  e anche qui).

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Questa ipotesi, meglio di qualsiasi altra, riesce a spiegare gli apparenti paradossi della meccanica quantistica, in particolare quello di Einstein-Podolsky-Rosen (o “EPR”), noto come “entanglement”.
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Se nell’ascoltare i discorsi di Angelo Santini ci si sente impreparati in filosofia e logica, il senso di inadeguatezza, questa volta nel campo della fisica, risulta ancora più evidente quando si cerca di capire la meccanica quantistica sulle pagine internet di Wikipedia.
Quello dell’entanglement, tuttavia, è un fenomeno facile da capire e che rivoluziona inesorabilmente il nostro modo di concepire la realtà.
Trascrivo l’inizio del primo dei due articoli che ho linkato, poco sopra, sull’universo olografico:
Nel 1982 un’équipe di ricerca dell’Università di Parigi, diretta dal fisico Alain Aspect, condusse forse il più importante esperimento del ventesimo secolo. Aspect e il suo team scoprirono che, sottoponendo a determinate condizioni delle particelle subatomiche come gli elettroni, esse sono capaci di comunicare istantaneamente una con l’altra indipendentemente dalla distanza che le separa, sia che si tratti di dieci metri o di dieci miliardi di chilometri. Come se ogni singola particella sappia esattamente che cosa stiano facendo tutte le altre.

Altro fenomeno che trova una sua (altrimenti ben difficile) collocazione nell’idealismo filosofico e nella teoria olografica dell’universo è quello delle cosiddette “sincronicità”, quelle coincidenze così straordinarie, che capitano a volte a ciascuno di noi e che sfidano clamorosamente le leggi della probabilità; lo stesso Santini, se ben ricordo, disse di aver cominciato la sua ricerca proprio affascinato da questo tipo di eventi.

Accettati, con inevitabile travaglio, tutti questi concetti, si apre il campo anche all’ipotesi di una realtà molto più plasmabile di quanto non sarebbe in base a puri rapporti di causa-effetto. O addirittura di una realtà che reagisce al nostro stato mentale e di consapevolezza (come in fondo anche il cosiddetto “pensiero positivo” vorrebbe insegnare), per arrivare all’estremo di eventi che avvengono, non casualmente, a indicarci il nostro personale cammino evolutivo.
In questi ultimi giorni ho scoperto quanto in rete, e in particolare su Youtube, siano disseminate queste idee, diffuse da una sterminata molteplicità di (autoproclamatisi) maestri, o piccoli guru, dotati spesso di molto seguito; segnalo, fra gli innumerevoli esempi solo in campo italiano: Niccolò Angeli, Andrea Zurlini, Carlo Dorofatti, Corrado Malanga.
Questi danno spesso qualche ulteriore affascinante suggestione; molti di loro, però, propongono dottrine infarcite di pensiero magico, o comunque molto lontane dal rigore logico di cui fa la sua principale bandiera Angelo Santini.
Il quale, a sua volta, ha un suo “canale”, denominato “Antimaterialista” (vedi qui),  su cui trasmette dal vivo e archivia tutte le sue conversazioni, con una frequenza altissima: diverse trasmissioni ogni giorno.
Peccato che gran parte di quelle più recenti siano sterili dibattiti con interlocutori arroganti, incapaci di confutare seriamente i suoi ragionamenti. Sembra che si diverta e purtroppo a mio parere, come gli ho anche segnalato, perde tanto tempo prezioso. Ma in fondo, a trent’anni, è normale, anche per uno studioso tanto preparato.

Mi sorprende (e, non lo nego, mi conforta anche) questa mia svolta metafisica e spiritualista, dopo tanti anni di ateismo scientista che, d’altra parte, ha costituito la risposta inevitabile all’abbandono della fede e della religione cattolica, avvenuto fra i trenta e i quarant’anni d’età.
Fu infatti la constatazione dell’estrema fragilità logica delle cosiddette “verità di fede” professate fino allora, a farmi propendere per la visione di una realtà regolata esclusivamente da princìpi razionali, scientificamente studiabili e descrivibili.
Il senso di liberazione da una sovrastruttura, che soffocava la mia libertà di pensiero, intelligenza, fluidità nei rapporti e capacità incondizionata di amare, da allora non mi ha mai abbandonato e mai ha rimesso in discussione tale emancipazione, che per curiosa coincidenza (sincronicità?) sta trovando proprio ora delle interessanti conferme, nella lettura di un libro che ricostruisce, con molta serietà storiografica, la nascita e lo sviluppo della Chiesa in termini tutt’altro che fideistici (“L’inganno della croce” di Laura Fezia, ed. Libri eretici).

Da allora (ma in realtà da sempre) ho avversato tutte le teorie evidentemente piene di irrazionalità e magia, o che almeno appaiono tali a un approccio scientista, come ad esempio: la chiromanzia, l’astrologia, la teoria della Terra piatta e i contatti con gli alieni.

Il tema dell’emancipazione (non solo in chiave religiosa), dopo un’infanzia vissuta in un ambiente familiare gravemente anaffettivo e soffocante, è stato la costante di tutta la mia vita.
Un cammino progressivo, fin dalla lontana adolescenza, consentito e accompagnato da uno strumento particolarissimo: alludo a un metodo di armonizzazione fra l’io cosciente e la parte più profonda della nostra personalità, che permette a quest’ultima di espletare tutta la sua potenziale funzione di guida a realizzare nel mondo, attraverso le scelte quotidiane, la nostra individuale vocazione più autentica.
Se dell’autore (il trevigiano Mario Antonio Saggin, che conobbi di persona tramite mio fratello), incredibilmente non compare alcuna traccia in internet, per fortuna ho conservato uno straordinario ciclostilato di diciotto fogli, in cui nel lontano 1975 raccontava, sotto il titolo “Io e la realtà”, lo sviluppo e i risultati della sua ricerca.
Era cattolico, Mario Saggin e, in un suggestivo passaggio del documento, narra della conquista di un grande senso di pace, quando ebbe ad accettare l’idea che il suo potenziale e autentico percorso di vita fosse fissato e preesistente, ipotizzando di aver incontrato, in quel momento, il simbolico autore di tale programma.
Mi sembra di scorgere una grande affinità fra questo “incontro” e quanto ci suggerisce Santini, non solo sull’essenza divina e creatrice della nostra più intima essenza, ma addirittura di quanto, secondo la sua esperienza, sia possibile avvicinarsi alla relativa percezione tramite la pratica della meditazione.

In vista di questo mio messaggio di fine d’anno, ho trascritto per intero “Io e la realtà” di Mario Saggin in un documento PDF, che invierò in dono a chiunque (ora o in futuro) ne sia curioso e me ne faccia richiesta al mio indirizzo di posta elettronica.
Che dire? Mi sembra un giusto riconoscimento per chi ha avuto la costanza di seguire fin qui questa mia lunga, quanto più che mai appassionata, confessione.

Buon anno e buona vita!
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Immagini tratte da ilquotidianoinclasse.it/2014/11/la-terra-un-pianeta-da-salvare
e da home.infn.it/it/comunicazione/news/2130-l-universo-come-ologramma-la-teoria-cosmologica-e-compatibile-con-i-dati-sperimentali

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