5-7: Lunigiana luminosa

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Per il primo giorno di cammino insieme, non ho voluto imporre a Massimo una levataccia, anche perché la tappa non sembrava particolarmente lunga e impegnativa.
E poi, anche solo per fare colazione alle sette, abbiamo dovuto chiedere una deroga agli standard dell’hotel.

Ma la consumiamo indisturbati, e posso anche “capitalizzare” dei quadratini di crostata e delle fette biscottate.
Usciamo quasi alle otto e c’incamminiamo lungo le vie di Pontremoli verso il centro, col sole già alto.

La campagna ci accoglie in una festa di luci e colori, in questa domenica mattina che i recenti temporali hanno reso limpidissima.

I nostri impavidi eroi devono guadare un torrente

prima che il tracciato li riporti sulla statale

A parte questo primo tratto, il percorso, secondo i consueti e apprezzatissimi criteri, sceglierà sempre vie alternative disegnando, sulla mappa, una specie di arabesco (piuttosto difficile da tradurre preventivamente in chilometri) intorno alla direttrice principale.

Ancora lo splendore della campagna

(vengo colpito alle spalle…)
e poi un primo borgo antico: Ponticello

Proseguiamo molto a lungo, di buon passo e senza soste, in un’alternanza di panorami agresti e urbanizzati, in tempi antichi o recenti.

La gestione dell’alimentazione si presenta complessa, anche dopo le indicazioni che, a più riprese, chiediamo e otteniamo dalla nostra locandiera.
L’alloggio si trova in un paesino privo di negozi e trattorie; per fare la spesa (tenendo presente anche che oggi è domenica) bisognerebbe raggiungere il paese di Filattiera, che è fuori dal tracciato, altrimenti, senza deviazioni, dovremmo trovare aperto un locale (ma il condizionale è d’obbligo) in un altro borgo, che si chiama, niente meno, Filetto.

Tentiamo la sorte; a differenza mia, che ho l’abitudine di un solo pasto pomeridiano, Massimo deve procurarsi il cibo anche per la cena: chiederà qualcosa d’asporto nella trattoria.

Raggiungiamo Filetto che è già abbondantemente l’ora di pranzo.
Il borgo ha un aspetto antico molto affascinante, ma ci appare deserto.

Sembra davvero impossibile che in un ambiente così abbandonato ci sia un ristorante aperto.
E invece, nella piazza (che a desolata bellezza non è da meno)

il ristorante c’è, e anche, sorprendentemente, piuttosto frequentato.

Dopo questa bella insalata mista, ordiniamo la specialità di queste parti: i testaroli al pesto, una pasta morbida e un po’ spugnosa che riscuote la nostra approvazione.
Ma oggi è domenica: non possiamo negarci un dolce (e sarà una scelta memorabile!) e un buon caffè per neutralizzare, prima di riprendere il cammino, l’abbondante birra che abbiamo bevuto.

Il pomeriggio si presenta altrettanto splendente.

Quando raggiungiamo il nostro magnifico borgo (che, a nome, pure lui non scherza: Virgoletta), sono già le tre e tre quarti.
Le ore di cammino, e probabilmente anche i chilometri, sono stati maggiori del previsto,

ma ci hanno regalato immagini e momenti molto luminosi.

Se escludiamo una zona all’entrata del paese, a Virgoletta vige un quasi totale isolamento dalla connessione internet.
Sarò costretto a rimanere nuovamente indietro di un giorno con questo mio diario di viaggio, ma, devo confessarlo, per una sera, questa sorta di monastico “silenzio” totale, non mi dispiace affatto!
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4-7: Il monte, il passo, la Toscana (un’odissea)

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Dispettosi, gli dei: avevo concluso il capitolo precedente con l’affermazione della loro collegiale protezione sul mio viaggio, e loro hanno voluto farmi capire che tutto va sempre meritato e conquistato.
L’hanno fatto intralciando, innanzi tutto, la mia partenza all’alba con un’ora abbondante di pioggia, inizialmente tanto forte da farmi aspettare in camera.
Poi, mettendomi alla prova con una deviazione sul percorso, che ho imboccato senza capire trattarsi di una variante fino alla cima di un monte, che ha costituito una grave tara iniziale su una tappa che si preannunciava già molto impegnativa, ma si è rivelata massacrante oltre ogni possibile immaginazione.
Non ditemi che a volte sono troppo impulsivo, perché lo so.

Un po’ di numeri, approssimativi ma senza dubbio da primato:

Chilometri percorsi: 28;
dislivello complessivo in salita: 800 metri;
in discesa: 1.400 metri;
ore nette di cammino: 9.30

Va da sè che non mi resta il tempo per il solito racconto, che sostituirò con una cronistoria fotografica per sommi capi.
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Ore 4.15: Berceto, dalla mia stanza

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Ore 5.39: Berceto

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Ore 7.58: vetta Monte Valoria m.1224 (è il punto più alto di tutto il mio viaggio)

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Ore 8.49: Passo della Cisa

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14.55: Arzengio

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15.37: Pontremoli

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Ore 15.55: arrivo in albergo

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Ore 20: si festeggia il sopravvissuto e il nuovo arrivato

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Infatti questa sera, casualmente in concomitanza con la mia metà percorso (ottava di sedici tappe), qui a Pontremoli mi ha raggiunto Massimo, che mi affiancherà nelle prossime tre tappe.
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2-7: Destinazione Berceto, con l’ostello nel cuore

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“Buongiorno, com’è andata?” mi guarda con sincera curiosità.
“Bene, un po’ faticosa…” rispondo con tono rassicurante.
“Oh, è giusto così!” ribatte con tono ancor più rinfrancante, prima di magnificare (a torto) la tappa ufficiale, da Fornovo a qui, come la più impegnativa di tutto il cammino francigeno italiano.

Il tragitto “in taxi” è brevissimo, non più di duecento metri; non lo capisco subito, ma è il primo segno che mi viene fornito della straordinaria, altruista sensibilità del signor Andrea.

Me lo aspettavo diverso: si parla di lui nella guida ufficiale, così come in alcune recensioni in rete dell’ostello, e lo si dipinge, molto superficialmente, come un orso dall’animo buono, brusco nei modi ma pronto a dispensare pane e formaggio ai pellegrini.

Durante il micro-passaggio in macchina, mi indica i due ravvicinati luoghi di ristoro a mia disposizione (a cui peraltro ero inevitabilmente appena passato davanti): “Lì di fronte al suo alloggio c’è un bar-trattoria, e là in fondo una pizzeria-ristorante.”
Correttamente, non fa il tifo per il primo, da cui mi è appena venuto a prendere, pensavo come avventore abituale, prima che, l’indomani, mi confidasse che fa il barista.

Parcheggiata la macchina, mi chiede di aspettare fuori un attimo per un ultimo sopralluogo, aggiungendo, e la cosa suona subito un po’ straordinaria, che quello precedente data di due ore fa.

“Questo appartamento è tutto a sua disposizione” mi dice durante un rapido giro dei quattro locali che lo compongono, che sono stati “tutti disinfettati: lei deve sentirsi come a casa sua. Mi trova dopo, entro le cinque, all’ostello, per regolare i conti e fare un timbro, ce l’ha la credenziale?”
“Certo.”
“E domattina, quando va via, lascia la chiave attaccata e la porta spalancata, così gira l’aria. Dalle sette/sette e mezza mi trova, se vuol salutarmi.”
“Non lo so” replico titubante, “delle volte parto molto presto…”

Subito dopo il suo congedo, cerco di familiarizzare con l’appartamento, di cui poi fotograferò (chissà perché) solo tre dei quattro locali:

Nella stanza che non ho fotografato ci sono due letti singoli e un tavolo attrezzato, con grande abbondanza, per la colazione di due persone.

Una quantità impressionante di generi alimentari, insieme a un piccolo salvadanaio di cartone, è inoltre esposta in cucina,

mentre nel corridoio, accanto a vari oggetti e pubblicazioni, c’è anche un carrello con diverse bottiglie di liquore e alcuni bicchierini.

Mi sento molto a mio agio e felice.

Scelgo di installarmi nella camera coi letti singoli e le colazioni: mi appare evidentemente inutile usufruire anche della stanza matrimoniale.
Prima di fare la doccia, verifico anche la connettività. Solo in alcuni rari punti vicini alle finestre si cattura un po’ di segnale (comunque molto più efficiente di ieri); altrove, l’isolamento è totale.
Mi meraviglio di come questa situazione nuovamente complicata non turbi il senso di positivo benessere che mi pervade e che merita, dopo la doccia (“calda-fredda-calda-fredda…giusta”), un bel pranzo in trattoria.

Il mio innato senso di schiva riservatezza mi fa optare per la pizzeria-ristorante, ambiente un tantino più tranquillo e libero dalla necessità di socievolizzare di nuovo col signor Andrea.

Due o tre tavolini all’aperto sono occupati, mentre dentro non c’è nessuno.
“Buongiorno vorrei mangiare qualcosa, faccio in tempo?”
“Certo; preferisce star fuori o dentro?”
“Starei dentro, ma prende il cellulare?”
“Abbiamo anche il wi-fi.”
“Oh, benissimo. Mi metto qui.”
L’oste, un giovane gentile e garbato, nel portarmi la lista mi aiuta per la connessione.

“Allora prenderei subito un’insalata mista, poi i tortelli di patate coi funghi. Da bere una birra media, rossa.”

L’insalata sembra molto fresca ma poco mista:

chiedo un’aggiunta di cipolla, che poi mi viene portata, pure abbondante, su un piatto, ben tagliata a fettine.

Il piacere che mi dà quell’insalata, quella birra rossa artigianale corposa e non amara, e infine

una superba pastasciutta con abbondante scarpetta finale di pane freschissimo, contribuisce a portare il mio senso di sereno, appagato benessere a livelli davvero ottimali: oggi è davvero il “perfect day”!

Rientrato a casa, allestisco la mia postazione telematica (due sedie, di cui una per le gambe) vicino alla finestra della cucina, in vista di un tavolino del bar da cui, a lungo, mi giungeranno le chiacchiere e le risate di un terzetto di giovanissimi, due ragazzi e una ragazza; poi mi preparo, eccezionalmente, un caffè non molto concentrato.
E vogliamo poi rinunciare a un bicchierino di ottimo nocino?
Certo che no, come pure, una volta in postazione, anche all’assaggio, molto interessante, dell’Amaretto di Saronno, e infine a quello, ahimè non all’altezza, di un altro liquorino ambrato che verso da una bottiglia senza etichetta.

Alle quattro interrompo il mio lavoro per andare da Andrea.
Mi accoglie cordiale e mi fa sedere di fronte a sè
Dopo la timbratura, gli chiedo quanto gli devo.
“Sedici” mi fa.
“Regalato…” ribatto molto convintamente.

Oggi è giorno di partite; butto là l’argomento preferito da quasi tutti gli uomini.
“Sì, gioca anche il Parma, contro il Verona, ma il calcio lo seguo poco da quel giorno…”
Alla mia espressione interrogativa mi fa: “Ero all’Heysel, il giorno della tragedia.”
Gli riferisco il mio ricordo delle immagini di quei quattro inetti poliziotti a cavallo, mentre fuori la gente moriva, e anche il mio disgusto per l’esaltazione con cui Bruno Pizzul commentò il goal su rigore della Juve, in una finale giocata solo per ragioni di ordine pubblico.

Conversiamo a lungo, con calma; mi riferisce le tipologie di clienti dell’ostello, con sdegno per la maleducazione e grande ammirazione per i segni di gratitudine che riceve, come quello recente, via sms, di una giovane accoppiata. Lo recupera dal telefonino e me lo legge.

Forse condizionato da questo, ma anche spinto da un sentimento sincero, l’indomani mattina, dopo un’ottima notte di sonno terminata sotto la coperta imbottita, e dopo un’altrettanto buona colazione, decido di scrivere qualche riga di gratitudine sul quadernone degli ospiti.

Sono già le sette e un quarto quando, nel terminare i preparativi, dalla finestra lo vedo arrivare e portare dentro il bar un imballo a forma di vassoio.

Venti minuti dopo, nell’avvicinarmi alla vecchia casa cantoniera, lo intravvedo fuori e gli faccio un ampio saluto col braccio.
“Buongiorno Francesco!” mi accoglie con tono squillante mentre mi avvicino.
Prima di salutarlo definitivamente, gli chiedo se è possibile fermarsi anche due o tre giorni; l’idea non lo entusiasma: è permesso solo in bassa stagione; poi gli rinnovo a voce la mia soddisfazione: “C’è tanto bisogno, al mondo, di persone che facciano le cose con gratuità…”
“La cosa importante è la passione che ci si mette” ribatte, correggendo leggermente il tiro.
Rincaro la dose: “Subito, entrando, ho sentito un’atmosfera accogliente e buone vibrazioni…”

“Bene, allora ci diamo la mano un’altra volta” mi fa, sottintendendo che si tratta, in questi assurdi tempi, di un atto clandestino.
Ce la stringiamo forte.

Mentre mi allontano lo sento parlare forte fra sè e sè, come chi ha bisogno di scacciare qualche emozione troppo ingombrante.

La tappa di oggi è breve: ho dovuto rinunciare all’Ostello della Cisa (un’altra ex-casa cantoniera), che non ha ancora riaperto, e ripiegare sulla cittadina di Berceto, a soli tredici chilometri di distanza, in un bed and breakfast dove passerò, venerdì, un giorno di riposo.

Camminare in discesa sulla statale, a quest’ora ancora quasi deserta, è molto piacevole.

Dopo quasi un’ora dalla partenza, un’indicazione mi invita a deviare su per un viottolo.
Combattuto fra comodità e avventura, propendo per quest’ultima.

Man mano che l’irta stradina si restringe, alla fatica si somma la sensazione sgradevole, sulla faccia, dei singoli fili di ragno che vado tagliando, come traguardi invisibili, distruggendo così il lavoro (di cui mi chiedo l’utilità) di decine di ragni ignari.

Tornano a comparire le costruzioni; improvvisamente, al melodioso canto degli usignoli si sovrappone il chiassoso, sgangherato coro di questi vivaci signori:

La scelta coraggiosa al bivio viene poi premiata dall’attraversamento di un piccolo borgo incantato, che si chiama Castellonchio.

La strada secondaria riconfluisce nella statale, regalandomi il sollievo di non aver fatto inutilmente della nuova salita impegnativa.
Un ciclista viaggiatore, che con tutta probabilità sta percorrendo la Ciclovia Francigena, benché inizialmente in salita, mi precede troppo perché possa raggiungerlo: storia di un incontro mancato.

Ancora una breve deviazione all’insegna dell’avventura, che però mi regalerà solo dei passaggi molto fangosi

Tornato sulla statale, un cartello segnala una località dal nome curioso: Montemarino, che però non mi offrirà un nuovo borgo, ma un bel panorama campestre,

un altro, aereo, in vista della lontana autostrada Parma-La Spezia,

il transito di un imponente mezzo agricolo

e infine in improvviso tuffo al cuore: la consultazione della mappa satellitare ufficiale mi mostra che mi trovo correttamente sulla traccia, ma anche il nome della cittadina di Berceto completamente fuori da questa, si direbbe in una valle parallela.
Invoco subito San Google Maps, ma, dannazione, qui non c’è campo.
Mi tocca immaginare un giro aggiuntivo attraverso le poche e spoglie tracce di strade presenti sulla mappa ufficiale.

Con l’animo nuovamente in modalità allarme, procedo di buon passo, finché un’enorme antenna telefonica mi si staglia davanti all’orizzonte.
E infatti qui la connessione è perfetta.
E Google fa il miracolo, riportando Berceto sulla traccia che sto percorrendo! Si trattava solo di un’imprecisione dell’altra mappa.
Unica accortezza: attenzione alla deviazione sulla destra, che punterà dritta come un rapace giù a Berceto.

Attenzione che si rivela necessaria, perché il segnavia della deviazione è poco vistoso.

Prepararsi all’atterraggio!

Raggiungo l’alloggio, a due passi dalla piazza principale, alle dieci e un quarto.

In questa bella stanzetta passerò due notti, inframezzate da un’intero giorno di calmo recupero.
Ma non mi lascio vincere dalla pigrizia: dopo la doccia, smaltisco subito, in cascata, le incombenze maturate (barba, shampo, bucato), giusto in tempo per un po’ di spesa prima della chiusura pomeridiana delle botteghe.

Che è anche l’occasione per qualche fotografia al piccolo ma sorprendente centro storico, sfolgorante sotto la luce meridiana.

Da giorni, le previsioni indicano piogge e temporali esattamente venerdì, il previsto mio giorno di fermo, poi nuovamente tempo stabile (e un po’ rinfrescato) già da sabato.

L’avevo capito che gli dei, ma, a differenza di Ulisse, proprio tutti gli dei, stanno proteggendo il mio viaggio…
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