Ciao Salvo

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Poche ore fa mi è venuto a mancare, quasi improvvisamente, un amico fraterno e una guida quotidiana alla conoscenza.

Salvo, mi rivolgo personalmente a te come (da tanti anni) non ho mai fatto per un defunto, considerando abitualmente questa forma una puerile e narcisistica consolazione di fronte allo smarrimento della morte.
Ma tu, anche recentemente, ne parlavi come “il passaggio a un’altra dimensione”, quindi mi sembra anche un atto di rispetto nei tuoi confronti dare credito a questa convinzione e, appunto, lanciarti questo messaggio di saluto.

Peraltro, grazie unicamente alla tua curiosità, libertà di pensiero e apertura mentale, io stesso sono venuto ad approcciare, tramite gli ospiti delle tue trasmissioni, teorie di inaspettato e sorprendente spessore culturale e razionale, che mi hanno riaperto prospettive metafisiche che avevo sdegnosamente abbandonato, tanti anni fa, insieme alla religione cattolica.
Grazie, amico, di questi doni e della tua testimonianza.

Non oso chiedere la grazia di poterti riabbracciare al termine del mio cammino ma una preghiera sì, te la rivolgo: dalla dimensione in cui sei ora, se puoi aiutaci.
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(trascritto dalla mia pagina Facebook)

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Dal Medio Adriatico all’Idice – Sedicesimo ed ultimo giorno

(dalla valle del Sìllaro a Borgatella di San Lazzaro di Sàvena)

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Colazione dalle otto, al Villaggio della Salute; non rinuncio a una sostanziosa carica di energie per quella che si annuncia la più lunga tappa di tutto il viaggio: quasi ventisei chilometri, che prevedo di percorrere in circa otto ore complessive.
Diversamente dai giorni precedenti, affronterò anche quelle pomeridiane, di ore: le più calde.

Gli impiegati all’accoglienza, per la riconsegna delle chiavi e il pagamento, sono solo due, in questo lunedì mattina in cui una strana quiete si è impossessata del Villaggio. Sono proprio fortunato…: non c’è quasi nessuno in giro e mi tocca aspettare un secolo prima che si liberino dei due che ho davanti.
Quando finalmente posso incamminarmi sono le nove meno dieci.
Le sensazioni speciali legate alla conclusione della mia nuova traversata sono di gran lunga surclassate dalla preoccupazione per le difficoltà di quest’ultimo segmento: sarà una giornata lunghissima e speriamo che quel doloretto all’articolazione all’altezza dell’anca, comparso ieri sera, mi lasci in pace. E tanta attenzione a non allungare ulteriormente il percorso con i soliti errori: controllerò, più spesso che mai, di essere sulla giusta rotta.

La giornata è spettacolare: limpida, luminosa, fresca; comunica serenità e gioia.

Qualche nuova fitta all’anca richiede attenzione al movimento e alla velocità del passo, ma nel giro di pochi minuti scompare del tutto: stranezze e miracoli dei segnali del corpo.
Dopo dieci minuti dalla partenza, ligio alle regole che mi sono dato, eseguo il primo controllo sulla mappa. Negativo, mi sono avviato dalla parte opposta, bisognava tornare indietro sulla strada di ieri. Avrei dovuto espandere di più la mappa, alla partenza, per capirlo.
Un colpo duro, cominciamo male.
Ripasso davanti all’entrata alle nove e dieci: tutto da rifare, venti preziosi minuti di autonomia buttati.

Ma la giornata così idilliaca aiuta a ritrovare presto sensazioni positive.
Non sbaglio la prima deviazione, che mi farà allontanare dalla valle del Sillaro e addentrare in territorio emiliano.

Procedo in zone sempre più selvagge e anche il segnale telefonico viene meno. Oggi non me l’aspettavo.
Proseguire con attenzione, sperando di riconnettermi: dei bivii degni di attenzione non ne ho visti.
La connessione, per fortuna, si riattiva abbastanza presto. Il tempo per accorgermi che, invece, dovevo prendere una deviazione.
E siamo a due errori, altro tempo ed energie sprecate.
Prima di tornare nel cono d’ombra faccio quello che, anche nei giorni scorsi, mi avrebbe risparmiato tanti problemi: il cosiddetto ‘screen shot’, cioè la cattura dell’immagine video ingrandita della mappa.

Bisogna deviare per via Malpasso; certo, mi ricordo, avevo visto il cartello, e avevo anche pensato a Granpasso (alias Aragorn, del Signore degli Anelli), ma non l’avevo preso in considerazione perché, quando la torno a raggiungere, più che una via sembra un sentiero.

Un sentiero in ripida salita e dal fondo molto scosceso.
Salgo faticosamente piuttosto a lungo, poi, improvvisa, compare una radura con la facciata di una grande chiesa.

Siamo in località Sassuno, ma l’arrampicata, su un suolo un po’ meno accidentato, riprende subito dopo, obbligandomi a una faticaccia che non mi aspettavo.
La salita premia sempre, però, e quando finalmente il malpasso cede il posto a una strada asfaltata, ecco il piccolo agglomerato di Cà del Vento, che anche nel nome è tutt’altra musica.
Ora il percorso è aereo e davvero ventilato. Mi sento bene, nonostante gli incidenti di percorso, e non penso alla quantità di strada che ancora manca.

Mi aspetta una grande emozione.
Laggiù, all’orizzonte, è minuscola, poco più di un puntino, ma inconfondibile: sì, è proprio la sagoma della Basilica di San Luca, incredibile! Chi è nato o vissuto a Bologna sa che, per chi torna da un viaggio, scorgerla da lontano fa lo stesso effetto del faro del porto di arrivo per chi naviga in mare.
Ho dovuto, ora, ampliare molto l’immagine scattata, per mostrarvela:


Ancora panorami aerei

ma anche terrestri…

Una scorpacciata di more mi permette di non attingere dalla frutta che ho nello zaino.
Mentre scendo di buon passo e di ottimo morale, cerco di identificare il solco della valle dell’Idice, verso cui sono diretto.

Il clima di questa splendida giornata è sempre gradevole, nonostante mezzogiorno sia già passato da un pezzo; la discesa è un piacere e gli spettacoli non mancano.


Appena giunto nella strada di fondovalle, mi guardo intorno, con un “segreto” desiderio.
Alla mia sinistra, in direzione contraria alla mia marcia ma non lontano, c’è un bar – ristorante.
Ho raggiunto l’Idice: sono momenti di pace che non dimenticherò.
Accanto al bar c’è anche un accesso al fiume, proprio come desideravo: riesco a fotografarlo

per condividere in tempo reale con gli amici di Facebook questo traguardo.
Il tutto sorseggiando l’ultimo chinotto a temperatura ambiente del mio lungo viaggio .

Ora cambierà lo stato d’animo: bisognerà attrezzarsi a procedere lunghe ore per il fondovalle, in una gara di resistenza contro la fatica.

Il mio fido scudiero satellitare estrae dalla manica l’ennesimo jolly: mi fa abbandonare la provinciale trafficata, attraversare il fiume

e proseguire per il resto del tragitto, che sono molti chilometri, per una lunghissima strada secondaria, in gran parte bianca.

Mentre l’ennesimo albero di mirabolani mi concede una ricca e rinfrescante merenda,

vengo raggiunto da una giovane ragazza, diretta forse a una vicina zona artigianale.
Non è timida, mi saluta con garbo. Le chiedo se vuol favorire…
E’ perplessa, non sa che cosa sono quei frutti ed è un tantino diffidente, ma poi ne prende uno dalle mie mani e quando lo assaggia resta stupita dal sapore dolce.
Mi chiede come si chiamano, poi mi saluta; speravo continuasse la merenda in compagnia.

Il chinotto, i mirabolani… Manca solo uno, dei tre elementi che hanno contraddistinto il mio viaggio: i girasoli. Ed eccomi ampiamente accontentato.


Dopo quelle dei girasoli, per molto tempo non ho più scattato fotografie.
La strada, dopo quasi otto ore dalla partenza, è diventata improvvisamente molto faticosa e ormai bisogna procedere solo per forza di volontà.
Ecco l’oasi del WWF: ci ho portato di recente dei miei cari amici e io stesso l’ho poi raggiunta in bicicletta. Ormai ho raggiunto zone familiari…

Ma il mio fedele pilota ha deciso, proprio ora, di farmi uno scherzetto: mi fa andare su per la salita di Pizzocalvo e, raggiunta la chiesa, mi dice di proseguire per una stradina stretta.
Ma non c’è nessuna strada: solo una proprietà privata recintata e un cane che abbaia feroce.
E’ il terzo errore di percorso, questa volta non per colpa mia; gli errori mi costeranno un’ora in più rispetto alle otto preventivate, e quell’ora in più non è esattamente piacevole.

Con uno strano tragitto pedonale che non conoscevo nel centro abitato di Idice, raggiungo la via Emilia, non lontano dalla deviazione per la strada che termina proprio davanti a casa mia.
Avevo sognato, nei giorni scorsi, questo momento; mi dispiace viverlo così esausto.

Eccomi nella mia campagna, quella dove passeggio tutti i giorni, casa mia è laggiù.


E quando infine la raggiungo non mi resta che fare una foto con la prospettiva contraria a quella iniziale di tutti i viaggi precedenti, quando sono sempre partito da qui.

E’ andato tutto molto bene…
E so che, una volta recuperato il sovraffaticamento di quest’ultima tappa, sentirò tutti i benefici di questa ricchissima esperienza, sia nel fisico che nello scrigno, traboccante, dei ricordi.

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Dal Medio Adriatico all’Idice – Quindicesimo giorno 

(da Borgo Tossignano alla valle del Sìllaro)

Alle sei e venti, cercando di non far rumore, esco dalla Casa del Fiume; ho rimandato la colazione, senza rimpianti, al vicino paese di Fontanelice.
L’aria è freschissima e il cielo adornato da qualche nuvoletta.

Ed ecco il sole;

Per tutta la giornata sarà un compagno di viaggio luminoso e mite, rendendo i ventuno chilometri di questa penultima tappa molto meno temibili del previsto.

Risalendo la valle del Santerno, in un’ora raggiungo il primo bar di Fontanelice; il momento ideale per la colazione, a base di due ‘brioche’ inzuppate nel caffè d’orzo, mentre due ciclisti domenicali scherzano con la cameriera.

Una luce dolce colora il centro del paese.

Lungo una via stretta c’è un panificio aperto; un po’ di pane potrà servire per la cena.
Il sorriso con cui mi accoglie la giovane fornaia è particolarmente dolce.
“Che cosa sono quelli così scuri?”
“Quello è pane di segale.”
“Perfetto, ne prendo due.”

“Che bello, sono ancora caldi…”
Quando finisco di riporli nello zaino, dopo averli pagati, e la saluto, mi rinnova quel sorriso dolcissimo che come una freccia mi giunge al cuore.
Una dolcezza disinteressata, gratuita: vorrei che tutte le donne fossero così.

Ci siamo un po’ allontanati dal fondovalle, che ora bisogna raggiungere

fino a varcare il fiume.

Si risale verso la provinciale trentaquattro.

Per breve tratto la salita continua anche sulla provinciale.
Evito per errore una piccola scorciatoia, ma quando me ne accorgo non mi dispiace, perché la strada è tutta mia ed è bello così.
Tutta mia?
In prossimità di un dosso vedo improvvisamente un gruppo di persone ferme e vocianti

mentre stanno tagliando quel traguardo in salita i primi di una sequenza di corridori che per lungo tratto, sempre più trafelati rispetto ai battistrada, incrocerò sul cammino.

Con i suoi saliscendi, la strada mi regala ancora dei begli scorci, nella giornata limpida e ventilata

tanto limpida che, quando compare la pianura, a un certo punto mi sembra di scorgere all’orizzonte anche le Alpi. Rinuncio a inquadrarle con il limitato obiettivo del tablet,

Anche se aiutato lungo il percorso fin qui dalle mie droghe preferite, nella fattispecie dei mirabolani rossi e dolcissimi e delle prelibate more di rovo, ormai si fa sentire decisamente l’esigenza di fare una sosta e rinfrancarmi con la scorta di mirabolani gialli raccolti l’altro ieri.
Imbocco una piccola deviazione: mi potrò sedere su uno scalino di cemento sotto cui, quando c’è, scorre l’acqua di un piccolo torrente, o magari sulla comoda poltroncina di una vecchia Panda un po’ in disarmo.
La portiera si apre ma la voglia di salire a bordo mi passa subito…

Sono le dieci e mezza; in quattro ore ho percorso circa due terzi del lungo e spettacolare tragitto odierno; le condizioni ottimali del tempo mi hanno permesso di procedere speditamente e senza troppa fatica.

Del restante tratto ho poche immagini.
Addentrandosi in una zona aperta ma molto selvaggia, mi ha riproposto, sia pur con meno patema, i problemi di connessione e di spegnimento di tre giorni or sono.
Dopo gli ultimi saliscendi, è un curioso e suggestivo tratto del tutto pianeggiante, lungo un altopiano delimitato a destra da una quinta di alture che celano, al di là, la Pianura Padana.

Manca poco, ormai, all’incontro col torrente Sillaro, che segna il confine fra la Romagna e l’Emilia, quando mi capita un altro curioso incontro.
Ho già incrociato diversi cavallerizzi in quest’ultimo tratto; sulle prime mi sembra un altro di questi, benché appiedato, ma vedo che mi guarda con estrema curiosità e che forse non è scortato da un cavallo ma da un asino (o forse un mulo? Qualcuno mi aiuti),
Mi chiede da dove vengo e i dettagli del mio viaggio, e si entusiasma di avermi incontrato, lui che si sta preparando per il Cammino di Santiago di Compostela.
“Il mio problema” dice “è lo zaino: ecco perché mi faccio aiutare da lui, anche se già non sarà facile farlo arrivare fino a Roncisvalle.”
“Posso farti una foto per i miei racconti?” chiedo a Renzo.
“Certo, poi te ne faccio una io.”

Fa piacere comunicare e ricevere entusiasmo: oggi il vento è proprio a favore.

Di lì a poco faccio una foto al letto quasi completamente prosciugato del Sìllaro

per documentare subito su Facebook il mio rientro in Emilia.
Facebook però fa i capricci e non vuol saperne di completare il caricamento dell’immagine.
Percorrerò gran parte dei due chilometri che mi separano dall’arrivo con la testa china sul tablet a cercare invano di riuscirci.

Non mi sfuggono però le grandi insegne pubblicitarie, che si susseguono, del luogo dove ho prenotato la camera: il “Villaggio della Salute Più”.
Così come quelle di un paio di agriturismi, completamente invisibili alle mie ricerche su internet in questa zona, strategica per l’ultima tappa.
Nonostante la sua grande notorietà lo conosco poco, ma so che non ha niente a che fare con lo stile sobrio, selvaggio e intimista di tutta la mia traversata da Senigallia: è, come verificherò di lì a poco, un insieme di attrazioni a prevalente tema acquatico, su un enorme declivio collinare. Piscine, giochi d’acqua, prati con ombrelloni, il tutto realizzato con un approccio industriale e l’alibi salutista.

Fra le prime propaggini del Villaggio

e la sua entrata devo percorrere un sacco di strada.

All’accoglienza sono tre o quattro gli impiegati e le impiegate che forniscono informazioni agli ospiti, alcuni già in costume. Oggi è domenica, giorno di punta.

Dopo essermi installato (e ripreso con la solita doccia miracolosa) in un bel monolocale di una villa antica ristrutturata, farò un giro esplorativo, almeno nelle aree dove non è richiesto il braccialetto di accesso.

Fosse un pomeriggio canicolare come quelli che ho conosciuto, forse verrebbe voglia anche a me di giocare con l’acqua di qualche piscina, ma oggi si sta benissimo anche e soprattutto fuori dall’acqua.
E poi non riesco a evitare l’antipatia, verso un pubblico che mi appare massificato e impossibilitato a quella gioia di vivere di cui parlavo ieri sera.

Meglio ripararsi nel mio fresco locale, felicemente ignorato da tutti.

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