Soggettiva, improvvisa accelerazione

(Diario di un esule – 1)

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Se è vero, come sostengono i miei maestri, che siamo semplici attori di un copione già scritto, o viaggiatori su un binario predeterminato, qui, dal mio posto vicino al finestrino, da poco più di un paio di settimane ho potuto osservare il mio treno esclusivo compiere un prodigioso quanto inarrestabile cambio di velocità.

Tutto comincia con un fine settimana, in cui si evidenziano più chiare che mai le spinte centrifughe all’interno del rapporto di coppia, che ebbe inizio lo scorso autunno.
La coscienza improvvisa di desiderare fortemente, e volere decisamente, il ritorno all’autonomia. Poi, l’attesa di qualche giorno per trovare il momento più adatto ad affrontare il discorso con lei, con il cuore turbato per il timore di ferire una persona già provata da problemi di salute e da altre recenti contingenze.
Quando riesco a farlo ottengo ascolto, accettazione e condivisione: non si può immaginare un distacco più indolore, che spiana immediatamente la strada a un nuovo rapporto all’insegna della collaborazione e dell’amicizia.

Forse in meno di altre ventiquattr’ore compare alla mia coscienza, con altrettanta nettezza, un dato che evidentemente covava sotto la progettualità di coppia e di gruppo, orientata, quella, a vaghi ma costanti progetti di ecovillaggio: voglio andare a vivere a Tenerife, nelle Canarie, a Puerto de la Cruz, come fece mio fratello cinque anni fa, alla mia stessa età attuale (e anche lui in solitaria), scelta rivelatasi poi assolutamente felice.

La spinta verso la decisione più stravolgente della mia vita viene dal profondo; nei giorni seguenti gl’inevitabili conflitti interiori si risolveranno sempre nella conferma.
Le motivazioni razionali, che vanno ricercate in subordine a tale spinta, ovviamente ci sono e possono servire, anche a chi legge questa mia nuova e speciale pagina di diario, a capire tale decisione.
Le elencherò brevemente e in ordine sparso.

C’è un fattore climatico, in senso stretto: mentre qui ormai l’anno è segnato dall’alternarsi dalla sofferenza per il freddo a quella per il caldo, là si vive sempre in una sorta di inebriante paradiso terrestre, confortato estate e inverno dai dolci aliti dei venti alisei. In prospettiva della mia età anziana questo fattore tende ad assumere una particolare rilevanza.

Ci sono poi fattori sociali, in senso umano: la psicopandemia che ci è stata imposta per due anni ha segnato, con i suoi divieti, un inusitato distacco emotivo dal territorio della città metropolitana. Mi ritrovo a considerare ormai del tutto remota, per fare un esempio, l’idea di andare in città al cinema Orione, a godermi un film d’autore, come facevo prima.
Il mio principale svago e conforto, che è stato ed è ancora andare a pranzo in bicicletta due volte la settimana da Tonino (lo ammetto, si tratta di uno pseudonimo), potrà essere rimpiazzato nei ristorantini italiani degli amici di mio fratello.

Allo stesso modo, difficoltà materiali di contatto e, inutile negarlo, un senso d’inevitabile discriminazione nella lettura della realtà globale, mi hanno allontanato da una qualsiasi precedente rete di frequentazioni amicali, sostituita tuttavia da quella legata alla mia compagna e, come accennavo, orientata vagamente ma esplicitamente a una progettualità abitativa comunitaria: tutte persone che condividono la scelta di non sottoporsi alla sperimentazione transgenica spacciata per vaccinazione, ma, nello stesso tempo, caratterizzate (chi più chi meno) da un approccio verso teorizzazioni dell’occulto e della psiche umana per così dire esoteriche, che non mi appartengono. Fermo restando l’affetto che provo per ciascuno di loro, non mi riesce doloroso il distacco. Con i pochi miei amici storici, poi, i contatti sono prevalentemente telefonici e dunque non cambieranno.

Altri fattori sociali, ma questa volta in senso politico, mi spingono a scappare da questo teatro nazionale di tirannica sopraffazione e demolizione controllata. Da questo delirio di propaganda e falsità, da queste prospettive di nuove restrizioni, di miseria, di carenza di riscaldamento e cibo. Là le cose, quanto meno per il riscaldamento (non necessario), andranno sicuramente meglio. E, nella malaugurata (ma penso remota) ipotesi di una guerra mondiale, sarò lontano dai bersagli rappresentati dalle basi militari americane che costellano questo nostro disgraziato Paese.
Se da una parte vedo diffondersi una nuova consapevolezza della pazzesca realtà offuscata dai media, non riesco tuttavia a immaginare come tale consapevolezza possa destituire il potere opprimente e criminale che si è impossessato, ora più che mai, dei centri di comando e che sarà pronto alla più feroce repressione per conservarli.

Con un giorno di anticipo rispetto al mio progetto mentale, domenica scorsa ho compiuto il temuto e desiderato passo di non ritorno: ho annunciato all’anziana coppia di dirimpettai la mia intenzione di mettere in vendita l’appartamento, per concedere a loro un diritto di eventuale prelazione. Senza scomporsi troppo, la signora mi ha detto che, invece, hanno intenzione anche loro di andarsene presto, non all’estero ma in città, a Bologna.
Allora ho proceduto, scrivendo immediatamente una mail a quasi tutti i vicini di questo micro-borgo (meno di dieci famiglie), invitandoli a farsi vivi, se interessati a una compravendita senza intermediari, nei pochi giorni prima che io vada a firmare un contratto esclusivo con l’agenzia immobiliare a cui, già qualche mese fa, avevo commissionato una stima dell’appartamento.

Poi mi son messo in febbrile attesa: il pensiero dell’incombente stagione estiva che (unitamente al mio abituale piano di vacanze per scappare dal caldo insopportabile di luglio e agosto) rallenterà le trattative, mi fa sentire molto stretto il tempo a disposizione.
Lunedì non sono giunte reazioni, salvo il messaggio di un inevitabile agente-squalo, informato chissà da chi, che voleva carpire l’affare: gli ho risposto gentilmente, poi, alla sua insistenza, l’ho gentilmente “bannato”, cioè escluso dai miei contatti.
Passano le ore: silenzio. Mi vien voglia di anticipare di qualche giorno il contatto con la mia agenzia.
Poi ieri mattina, martedì, incontro casualmente il mio vicino di sotto, quello su cui maggiormente puntavo. Mi dice che ha avvertito dei suoi amici e s’informa su quanto chiedo. Gli rinnovo anche l’idea che per qualche giorno sarò disposto ad aspettare prima di dare l’esclusiva all’agenzia.
Esco dall’incontro un po’ galvanizzato, prima che il perdurare del silenzio torni a soffocare la speranza di una trattativa rapida e immediata.

E intanto le mie energie si convogliano in un’opera titanica: alleggerirmi di un mare di oggetti, accumulati lungo la mia vita e non solo.
L’intenzione è di andare ad abitare in affitto in un appartamento ammobiliato e di portare con me solo lo stretto necessario, in un fantastico viaggio in automobile dapprima di tre giorni per duemila chilometri, lungo le coste di Francia e Spagna, poi, tagliando il continente, fino alla costa oceanica, per imbarcarmi quindi in una traversata di altri due giorni in traghetto.
Dunque, nell’appartamento e soprattutto nella parte del doppio garage adibita a cantina, bisogna mettere mano a una quantità esorbitante di cose del passato, ampiamente sopravvissute al trasloco di quindici anni e mezzo fa, destinandole, alternativamente, al vicino mercato del riuso, ovvero alla discarica comunale, ovvero alla raccolta differenziata dei rifiuti.

A fronte dei sedimenti storici delle tante cose, accumulate in questa nostra opulenta società dei consumi e serbate per lunghi decenni con sonnolenta e distratta cura, che vado a eliminare, mi rendo conto del valore in qualche modo epocale di tale operazione, soltanto anticipata rispetto a quanto dovrebbero fare altre mani il giorno della mia finale dipartita di scena, che, in questa scala temporale, non si annuncerà, in ogni caso, poi così lontana da questo presente.

E se mi sento oppresso dalla complessità dell’operazione (considerando anche il problema aperto relativo all’arredamento interno, che in buona parte ho conservato dalle abitazioni precedenti), allo stesso tempo avverto un senso di potenziale leggerezza e rinnovamento, decisamente più forte della nostalgia.
È arrivato, improvviso, inatteso, il momento di liberare sia l’ambiente che la mia vita di tutti i segni del passato.

Ho trovato anche una raccolta di foto ricordo, quasi tutte in bianco e nero, quasi tutte ereditate dai genitori e dai nonni.
Alcune di esse, datate di oltre un secolo, gonfie di suggestioni remotissime, relative a persone non sempre note, hanno comunque dovuto compiere, in mancanza di nostri nuovi eredi familiari, il loro ultimo viaggio, fino al contenitore azzurro della raccolta differenziata della carta.
Ho voluto salvarne solo tre, che si affiancheranno a quella che conservo in un quadretto e che mi ritrae all’età di quattro anni alla spiaggia, accanto a mio fratello di nove.
Oltre a quella, non avevo mai desiderato esporre quella dei miei genitori, protagonisti della mia infanzia sbagliata.
Ma questa volta l’amore e la pietà per loro hanno prevalso.
Le tre foto che ho salvato sono rispettivamente un ritratto giovanile della mamma, uno del babbo e uno di quella straordinaria coppia di coniugi (detto con assoluta sincerità), che, prima della scomparsa prematura di lei, essi seppero essere costantemente.
La fotografia li vede camminare, con tranquilla baldanza, giovani sposi nel centro di Bologna.
In quell’atmosfera di rinascita (che tanto dolorosamente dolce suona oggi…) del dopoguerra.

Ecco a voi l’immagine. Guardatela, vi prego, con cura.

Babbo e mamma
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Lasagne e puré

(Diario di un resistente – 8)

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“Andate un po’ via per Pasqua?”
“No, no, di questi tempi è meglio non muoversi.”
La corposa signora dinanzi a me è lenta, nello scegliere e ordinare varie porzioni; siamo nella rosticceria della vicina frazione, dove sono giunto in bicicletta, sfidando a fatica un forte vento contrario che flagellava la campagna circostante illuminata di vividi e cangianti colori, a ritirare le mie lasagne domenicali per domani.
E la titolare, signora C., dall’altra parte della vetrina, anche lei un po’ rotonda di corporatura, con la sua voce tenue e garbata le dà corda; dev’essere di sicuro un’ottima cliente mi viene da pensare, fermo, immobile nell’attesa, in questa scena, resa oggettivamente assurda dalle nostre museruole, che indossiamo per un allarme sanitario collettivo completamente infondato già da tanto tempo.
Ma in fondo era ancor più assurdo che, per legge, non potessi neanche entrarci, qui, fino a dieci giorni fa, io che ho rifiutato di essere siringato e marchiato, come un bovino d’allevamento, con un codice QR nella memoria del telefono.

Immagino che “questi tempi”, citati dalla cliente, siano quelli dell’inflazione fuori controllo e prospettiva di scaffali vuoti nei supermercati.
E invece no: “Con questo COVID…” aggiunge sorprendentemente con un sospiro, evidenziando così un ciclo di ritardo nell’assuefazione al nuovo clima di allarme, che, questo sì, è invece molto fondato.
Ma poi ci ragiono: le televisioni e i giornali sono troppo impegnati a fomentare l’odio contro il nuovo Hitler, pazzo e invasore, meritevole delle più severe e crescenti punizioni finanziarie e militari, per poter dare risalto ai tempi di carestia, del tutto inediti, che ora ci aspettano, senza le fonti d’energia, il grano e i fertilizzanti russi di cui i nostri cosiddetti “rappresentanti governativi” hanno deciso di fare a meno, in modo, loro sì, pazzesco e criminale.
Finalmente la sua provvista (involontaria nei tempi e nei modi) ha termine e la signora estrae per il pagamento una coloratissima carta di credito.

Non sanno, le due controparti di questo pagamento, che la relativa percentuale soggetta a tassazione serve anche a fornire armi alle arroganti, violente, sadiche squadre naziste che da otto anni, nel silenzio dei media, portano soggezione, umiliazione, distruzione, morte, deportazioni, dolore straziante alla popolazione del Donbass (la regione orientale e di lingua russa dell’Ucraina) e, ora, quei nazisti dichiarati sono chiamati a rappresentare l’irriducibilità del democratico mondo occidentale rispetto alle proprie mire espansionistiche di conquista del mondo intero, nell’ambito di quel progetto sociale di “grande reset” che, nel volgere di pochi anni (se non ci si fossero messi di traverso Putin, Trump, i camionisti canadesi e l’opinione pubblica americana influenzata da valenti giornalisti), ci vorrebbe tutti poveri, inquadrati, controllati e felici, come afferma il vecchio, turpe manigoldo di Davos

squibb

e le canaglie dei primi ministri e direttori di testate giornalistiche che lo assecondano, qui da noi in primis.
Le due signore non sanno di quali crudeltà siano capaci, quegli energumeni armati e chi ha deciso di manovrarli.
Non sanno di quale viltà si stiano macchiando quei servi nella politica e nell’informazione, di quale pavidità assassina gli uomini della cultura, della musica e dello spettacolo allineati come piccoli gerarchi fascisti alla narrazione di regime.

Non sanno nemmeno che, fra poco tempo, quella stessa carta di credito non farà più capo a una delle tante banche che conosciamo, ma esclusivamente a quella centrale di stato. E che il denaro contante verrà abolito, sostituito da moneta elettronica, controllabile a capriccio, come con un rubinetto, da entità governative.

E vai tu a spiegare a quelle paciose e verbose signore la funzione di presidio di libertà rappresentato unicamente dalle criptovalute e la difesa del potere d’acquisto che esse possono permettere, se investite in protocolli di rendita sicura ad alto interesse.
Più facile, forse, sarebbe suggerire loro d’investire, difensivamente, parte dei loro risparmi in monete o micro-lingotti d’oro, tramite un sito come questo.

E poi no, l’idea di spegnere definitivamente la televisione non sfiora certo il loro cervello, così come un’altra urgenza collettiva: quella di attingere informazione veritiera e intelligente, per esempio, da canali come “Visione TV“, grazie a Francesco Toscano, ai suoi molteplici ospiti quotidiani di alto spessore e agli appassionati servizi giornalistici del coraggioso Giorgio Bianchi dal Donbass.
E che, prima ancora che spendere comprensibilmente i propri soldi in cibi appetitosi, sarebbe un dovere civico appoggiare e sostenere servitori della verità e della politica liberi e capaci come loro, tramite qualche ricorrente donazione.
Perché la vera guerra, che sconvolge in modo inatteso ed epocale i nostri tempi, anche così la si può vincere, la si deve vincere, la si vincerà.

“Ecco le tue lasagne e il tuo puré, Francesco,” mi si rivolge la signora C. quando finalmente è il mio turno.
“Tanto per cambiare…”
“Eh in effetti potresti anche provare qualcos’altro!”
“Sì, una volta ho preso i tortelloni: erano buoni, ma le vostre lasagne sono insuperabili.”
China un po’ la testa con evidente soddisfazione.
“Ci vediamo sabato?”
“Eh no, credo che per Pasqua sarò ospite.”
“Meglio, così non sarai solo.”

Poco dopo, eccomi a liberare la ruota dal lucchetto; nel tornare verso casa, questa volta avrò il vento a favore.
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Grandi affari

(Diario di un resistente – 7)

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La conoscenza della mia amica D. risale ad alcuni anni fa, quando mi ero recato in Versilia ospite di Massimo, uno degli organizzatori di un convegno di matrice ecologica che fu assolutamente memorabile (per poi rivelarsi altrettanto deludente nelle ricadute organizzative), sotto l’egida del movimento Transition Towns.
Lei aveva parlato in qualità di vicepresidente di una società impegnata nell’efficientamento energetico e nella lotta contro le fonti non rinnovabili, promuovendo un investimento etico, ma comunque remunerato, nel relativo azionariato popolare.
L’avevo poi ritrovata su Facebook, condividendone l’amicizia, che in quell’ambiente significa soprattutto poter prestare reciproca attenzione ai propri scritti, brevi o lunghi che siano.

Fu così che, due anni e mezzo fa, lessi un suo nuovo appello all’acquisto di azioni di un’altra società, una s.p.a. emergente, di cui intanto lei era diventata il braccio destro del fondatore, società che si proponeva come trampolino di lancio rispetto ad altre realtà, accomunate sempre da quell’obiettivo ecologico nel campo dell’energia.
Avendo ancora a disposizione una parte del capitale realizzato con la vendita della licenza del taxi, decisi sulla fiducia di accettare l’invito e di investire in quella raccolta un importo di una certa rilevanza.
Ne ottenni immediata gratitudine, oltre che da lei stessa, anche dal fondatore e presidente, che mi prese in simpatia e m’invitò a parlare, niente meno in veste di poeta (lui innamorato di Dante Alighieri), in un evento di presentazione della società ad importanti addetti ai lavori.

Il tempo passa e mi accorgo che quei fondi sono strettamente vincolati e difficilissimi da liquidare, almeno finché l’azienda non si quoterà in borsa. E la cosa mi va sempre più stretta, perché, per varie vicende, ora mi farebbe molto comodo riottenere il capitale versato. In uno scambio di messaggi, il fondatore, che non nasconde la delusione per la mia intenzione, mi dice che cercherà un socio desideroso di ampliare il proprio pacchetto, acquistando il mio tramite un atto notarile. Ma non se ne fa nulla per lungo tempo.

Intanto l’amica D. mi avverte che il valore delle azioni si è rivalutato enormemente, segnalandomi una nuova bacheca di annunci di vendita legata al sito di “crowdfunding” che aveva curato la raccolta iniziale.
Sebbene senza crederci troppo, inserisco il mio annuncio, a un valore più che raddoppiato e, tuttavia, ancora fortemente a sconto rispetto a quello attuale.
E passa altro tempo.

Un mese fa, si fa vivo a sorpresa il dantesco ma pur abile presidente: uno dei soci è interessato a trattare per le mie azioni.
Conduco le trattative per telefono, rispolverando le capacità che coltivai da bambino giocando a Monopoli, e in qualche giorno troviamo un accordo, che per me significa portare a casa una rivalutazione del cento per cento in poco più di due anni!
Il notaio sta a Milano e fissiamo un appuntamento per il pomeriggio di giovedì 10 febbraio.
Le ben note simpatiche regole in vigore in materia (dicono) di sanità pubblica, mi costringono, da non sottoposto alla triplice iniezione magica, a programmare un viaggio di andata e ritorno in automobile senza possibili pernottamenti e, per poter accedere allo studio notarile, a procurarmi il provvisorio lasciapassare “verde” ottenuto tramite un tampone antigenico, che, per evitare problemi, non esito a prenotare in una farmacia del mio comune.

La trafittura delle mie narici, tutt’altro che gradevole, viene effettuata da un giovane farmacista bardato da sala operatoria.
Un lungo quarto d’ora d’attesa presso l’entrata posteriore della farmacia, fra il verde soffocato d’una zona residenziale in un grigio, freddo pomeriggio di fine inverno, e infine anch’io posso tornare, per quarantott’ore, a godere di alcuni diritti civili ma non tutti, alla modica spesa di quindici euro.

Ed eccomi, l’indomani, in viaggio per Milano con la compagnia, fuori dall’abitacolo, di autotreni di mezza Europa a velocità di crociera e, dentro, del mio pranzo a base di riso, noci e bietola, rinchiuso in una borsa termica recuperata dalla cantina, che svolgerà ottimamente la sua funzione. Esito ad aprirla, per guadagnare chilometri, fino alla penultima area di servizio dell’autostrada.
Qui, prima di potermi nutrire in posizione sacrificata dietro al volante, decido di sgranchirmi le gambe fino al limite del parcheggio degli autotreni, dove, nascosto dalla mole di un TIR, faccio pipì fra la sterpaglia.

Il parcheggio in zona Romolo è facile da raggiungere, superando con l’aiuto del navigatore l’estrema periferia in pochi minuti, ma è pieno. Procedo in modo casuale fino a trovare un comodo posto ai lati d’una strada, molto tranquilla e percorsa a piedi da alcuni studenti dei contigui alti istituti universitari.
Tre chilometri e mezzo, che ho deciso di percorrere camminando (anche la metropolitana mi è proibita), mi separano dallo studio notarile in zona centrale.
Mi aspettavo buone sensazioni, da questo mio ritorno nella città che custodisce i ricordi di cinque anni di lavoro e di fascinose serate, intorno al 1990.
E invece le impressioni sono principalmente di confusione, rumore, straniamento, cantieri stradali. Mi dico che forse di sera è diverso; poi, per trovare uno scorcio fotografico da inviare alla mia cara Lady G., devo procedere fino a un ponte su un naviglio,

naviglio

e poi alla basilica di Sant’Ambrogio.
Sant Ambrogio
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Una gentile segretaria, senza chiedermi il lasciapassare, mi fa accomodare in una grande sala silenziosa occupata da un tavolo lungo quasi come quello di Putin.
Sono in anticipo di qualche minuto; la controparte arriva alle quattro in punto.
“Buonasera, ce la diamo la mano, vero?”
“Certo: ho fatto tre dosi di vaccino e sono anche guarito dal Covid!” risponde baldanzoso; ovviamente non ribadisco. È un tipo sulla mia età, di non molte parole, nel seguito, e di una certa qual diffidenza.
Il notaio tarda alcuni minuti, poi compare, mascherato da una “FP2” che rende quasi incomprensibili le sue parole. Più giovane di noi, in giacca senza cravatta proprio come noi, mi sembra un tantino deferente nei confronti dell’altro.
Quest’ultimo, nel firmare l’assegno, sente stranamente il bisogno di dirmi che, dietro, c’è tutta la solidità di una banca.

Alle quattro e mezza sono finalmente libero e, appena fuori dal portone, compio l’atto trasgressivo e liberatorio di togliermi la mascherina.
L’amica D., anche lei in questi giorni a Milano, mi ha promesso di farsi trovare in zona proprio a quell’ora, per accompagnarmi lungo la passeggiata di ritorno. Non faccio in tempo a comporre il numero di telefono che la vedo venirmi incontro sorridente.

La conversazione si svolge ininterrotta, lungo un itinerario più piacevole rispetto all’andata, grazie alla sua guida.
Lei confuta le mie impressioni sulla città (in cui visse gli anni giovanili); la trova invece poco trafficata: “Non vedi?” mi fa indicandomi la strada, che sembra darle ragione.
Ed è un po’ paradossale, da parte di una che vive su un’altura verde con vista mare.
I suoi racconti ne rinnovano l’immagine di una persona capace di disegnarsi vita e attività a misura delle sue preferenze, in modo invidiabile ed esemplare.
Da tempo ha abbandonato anche, e questa volta non amichevolmente, la società di cui ho appena venduto le mie azioni. Quando le faccio il nome del compratore, mi rivela che si tratta di un alto dirigente bancario, fiore all’occhiello dell’azienda stessa.

Verso la fine del percorso condiviso, mentre si fa sera, mi propone di provare a bere qualcosa insieme, in un tavolino all’aperto di un grande bar, esterno a un supermercato: lei, che ha ottenuto il lasciapassare potenziato dopo aver contratto l’innocua variante Omega, cercherà di farsi dare un vassoio con i nostri aperitivi. Ribatto che voglio provare a stare dentro e che ho pur sempre la mia carta verde provvisoria.
La ragazzetta dietro il banco raccoglie la nostra ordinazione e ci fa subito il conto. Ci sediamo in un tavolino privo di schermo trasparente intermedio e ci sentiamo dire, da lontano: “Posso chiedervi il green-pass?”. Torniamo alla cassa per la verifica elettronica.
Il QR-code nel telefono di D. viene verificato facilmente; il mio, su carta, viene inquadrato, in modo ripetuto e nervoso, dalla tipa, che stenta a capire. Le dico: “Ho fatto il tampone ieri, quindi non costituisco alcun pericolo.”
Lei s’intestardisce: “Non posso accettarlo!”
“È molto più a rischio di contagiare chi si è vaccinato” ribatto e, quando accampa il motivo che potrebbe subire dei controlli, affermo, con crescente decisione, che i controlli sono previsti a campione e che lei può sempre dire di averli effettuati.
Finalmente la polemica viene interrotta da un suo collega più anziano, che le fa cenno di lasciar perdere.
Riconquisto il tavolino e la compagnia della mia amica, che ha seguito la scena con apprensione.
Un brindisi di mia gratitudine nei suoi confronti e di buon auspicio per le sorti nostre e di questa nostra collettività quanto mai umiliata e in pericolo.

Poi, quando usciamo, il cielo è già scuro.
Ci salutiamo con calore, quindi proseguo per strade desolate, fino a ritrovare gli istituti universitari e la mia vettura.

Il viaggio di ritorno avviene a velocità sostenuta: il traffico è sopportabile e la visibilità ottima. Diversamente dall’andata, mi lascio inondare dalla musica, mentre la stanchezza aumenta progressivamente. Fino all’entrata del mio garage.

L’indomani mattina, dopo una notte di sonno profondo, mi reco subito a depositare l’assegno in uno sportello automatico della mia banca, con un minimo di apprensione: diversi anni fa un mio assegno circolare era finito chissà come negli ingranaggi e c’era voluto del bello e del buono per convincere l’impiegato a recuperarlo.
Ho una biro con me; non mi ricordo se va firmata o meno la girata e, nel dubbio, mi faccio guidare dalle indicazioni elettroniche, che, a un’occhiata non abbastanza attenta, mi sembra non ne facciano cenno.

E così l’indomani, benché sia sabato, mi arriva, come un pugno nello stomaco, l’avviso di assegno stornato per errori di compilazione: si prega di prenotare un incontro in filiale per il ritiro.
Effettuo via internet la prenotazione per lunedì a mezzogiorno, poi decido di scrivere una mail al firmatario, col dovuto garbo, chiedendogli di tenersi disponibile, in quell’orario, per eventuali verifiche.
La risposta, pure cortese, contiene un’informazione sorprendente: “Dica pure che sono il presidente di una banca.”
Poi mi tocca prenotare un nuovo tampone (questa volta in una farmacia diversa), sempre per lunedì mattina con il dovuto anticipo.
Ritrovata la calma, capisco quale debba essere stata l’origine del problema, così da passare il fine settimana senza patemi.

La farmacista, con modi molto amabili, mi chiede la finalità del tampone e, quando le dico che mi serve per andare in banca, non nasconde il suo sconcerto. “Siamo alla follia, vero?” spingo sull’acceleratore, finché lei afferma solennemente di contare sulla giustizia divina. Dovrei ribattere che mi accontenterei di quella umana e di vedere dietro le sbarre i criminali che ci governano, ma mi limito a un “Me lo auguro di cuore.”
L’operazione avviene molto delicatamente, a differenza di quella similare di cinque giorni fa. Mi chiede solo se ho il raffreddore; ribatto che no, ma ho preso freddo perché son venuto in bicicletta.

Una guardia giurata mi consiglia di tenere a portata di mano il green-pass, nel varcare la porta della grande filiale.
Ma nessuno mi chiede niente e, presso una delle scrivanie che hanno sostituito i vecchi sportelli, il mio problema viene risolto in pochi minuti, nel silenzio ovattato della banca semideserta.
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