3-8: Tuscia morbida

Mi perdonerete se comincio questa nuova puntata tornando sul tema dell’autentico prodigio fisico che, come e più degli anni scorsi, mi sta donando questo tipo di vita così particolare.
Stamane, anzi, la notte scorsa, mi sono svegliato alle tre e mezza e ho dovuto decidere di riprendere sonno, perché mi sentivo già in grado di prepararmi e partire… Ho poi effettivamente dormito ancora, fino alle quattro e quaranta, quando mi sono alzato con quel senso di appagamento profondo che si prova, talvolta, dopo una lunga dormita! Da non credersi.

Colazione autogestita, con scoperta e “fruizione” (senza alcuno scrupolo, e non vi sto a spiegare il perché) di un’ottima crostata, seminascosta in una credenza, nella cucina a mia disposizione.

Alla fine, a differenza delle partenze notturne dei due giorni precedenti, abbandono l’alloggio mentre già albeggia, alle sei meno dieci.

Saluto dal basso il centro di Montefiascone con la grande cupola della basilica di Santa Margherita, che, per l’ubicazione del mio bed and breakfast, non ho visitato: sarà per un’altra volta…

È poco dopo il ritrovamento del “filo d’Arianna”, con i suoi frequenti segnavia, che mi appare, netto, straordinario, emozionante, un primo tratto del selciato originario della via Cassia romana,

poi un altro e un altro ancora.

Mi sforzo d’immaginare le sembianze, le voci, le aspettative di quegli uomini che, quasi duemilacinquecento anni fa, furono impegnati, faticosamente, giorno dopo giorno, nella posa di quei basoli levigati, il più uniformemente possibile, per permettere un transito non troppo accidentato alle ruote dei carri e agli zoccoli dei cavalli, da Roma verso Firenze.

Il cielo è nuvoloso, ma non minaccia rovesci.

Anche oggi il mio cammino sarà del tutto solitario, senza incontri o particolari eventi, ma costellato solo dalle sensazioni d’un paesaggio sempre ampio, morbido, dolce, che andrò scoprendo con particolare interesse e sorpresa, cercando di documentarlo con le immagini.

Un tavolino invita i viandanti a una sosta;

mi limito a osservare e immortalare un graffito molto recente:

rifletto, con simpatia, a come gli episodi del recente, vittorioso campionato europeo siano già assurti alla dimensione del mito.

La tappa, da Montefiascone al centro di Viterbo, non è lunga, circa diciotto chilometri senza salite, e il tempo si mantiene fresco.
La copertura nuvolosa si sta attenuando, ma continua a collaborare, con il paesaggio, a un’atmosfera morbida e rasserenante.

La sostanziale solitudine dell’ambiente è interrotta dalla presenza, a lato della strada, delle piscine termali di Bagnaccio, frequentate da alcune persone in costume.
Riprendo lo stabilimento da lontano, sia per la necessaria riservatezza, sia perché lo zoom della mia macchinetta ormai è completamente ingestibile.

L’avvicinamento alla città, che appare già all’orizzonte, è turbato dal fastidioso potente e continuo ronzio d’una serie di elicotteri che prendono il volo da un eliporto.

Alle nove e un quarto, dopo quasi tre ore e mezza di cammino, e a poco più d’un’ora dal traguardo, l’affaticamento è sopportabile, tanto da farmi rinunciare a una sosta.
Telefono, come è sempre necessario, ai miei albergatori, per avvertirli del mio arrivo molto anticipato, cioè intorno alle dieci e mezza.
Non rispondono; lascio un messaggio in segreteria e riprendo la marcia d’avvicinamento.

Mi richiama dopo pochi minuti una signora.
Mi dice, un po’ desolata, che non le risulta la mia prenotazione.
“Mi lasci ritrovare la mail di conferma, poi la richiamo. Ma non c’è posto da voi?”
“Sì, il posto c’è, ma la sua prenotazione non mi risulta. Forse ha prenotato in un altro posto: ce l’ha l’indirizzo? Sa, siamo in due bed and breakfast con lo stesso nome.”
“Oh Madonna… Comunque adesso controllo. La richiamo fra cinque minuti.”

Benchè abbia raccolto tutte le mail di prenotazione e conferma in una cartella dedicata, stento a trovare quella in questione.
Prima ancora, però, arriva un’altra chiamata: problema risolto, era colpa del computer… La camera, mi dice, è già pronta; devo cercare qualcuno che le venga ad aprire, perché l’aspettavamo fra le dodici e le tredici.”
A me sembrava, in realtà, che non m’aspettassero affatto, ma abbozzo, perché in effetti avevo detto così.
“Vedo di trovare qualcuno, poi la richiamo.”

La ricerca, coronata da successo, è molto rapida. Il semaforo è verde.

Sia il percorso francigeno, sia quello che ora seguo su Google Map verso il mio alloggio, costeggiano il cimitero della frazione San Lazzaro,

poi s’addentrano nella periferia della città, brutta come tutte le periferie che si rispettino.

Giunto nel centro storico, la chiesa di San Faustino (che dà il nome al mio bed and breakfast, …e forse anche a un altro), mi fa capire che sono arrivato.

L’intonaco è scrostato, ma il palazzo è d’epoca,

come dimostrano i tre micidiali piani di scale che, dopo quattro ore e quaranta di cammino ininterrotto, mi tocca salire, in compagnia di un gentilissimo signore, che, giunto puntuale all’appuntamento, si era poi offerto di portarmi lo zaino.

Ancora più in alto, c’è un terrazzino molto panoramico…

ma anche da una delle mie finestre lo spettacolo non è niente male!

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2-8: Dal lago ai vigneti

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Il getto frontale dell’aria condizionata nella camera di Bolsena, benché attivato solo periodicamente, aveva poi ostacolato il mio primo sonno, a causa d’una narice intasata.
All’una, ancora sveglio, immaginavo di dover rinunciare alla mia partenza antelucana.
Poi, il consueto miracolo. Dopo un primo risveglio dopo le tre, riprendo sonno per un’ora, e mi ritrovo perfettamente in forma per affrontare la nuova giornata.
Ho smesso di chiedermi come sia possibile, ma ogni volta è una grande soddisfazione.

Sapendo che la colazione al bar convenzionato (proprio come ieri) sarà deficitaria, ho conservato un prezioso antidoto, in qualità più che in quantità.

Varco il portone e mi dirigo al bar, nel centro del paese trasfigurato dalla notte.

Come ieri, poco dopo le cinque trovo il bar già aperto, ma con un’atmosfera del tutto diversa. Intanto è già stranamente frequentato, in particolare da un trio di uomini maturi dall’accento emiliano, che immagino alto-borghesi dediti alla vela.
Poi c’è il barista; se mi aveva favorevolmente impressionato quello di Altopascio, questo ha un atteggiamento scostante e tende a non rivolgerti la parola, intento a pulire e riordinare con fare seccato.
“Anzi no,” mi correggo: “non una brioche; prendo una fetta di questa torta.”
“Non è una torta, è un ciambellone.”
Caspita, c’è una bella differenza!

M’incammino alle cinque e ventitrè, lo stesso identico orario di ieri.
L’itinerario però è molto più corto, solo diciotto chilometri, in salita da Bolsena a Montefiascone, dove potrò arrivare molto presto.

Ogni giorno di questo straordinario viaggio si dipinge di luci proprie; la tappa di oggi sarà diversissima da quella di ieri: sostanzialmente monocorde e del tutto solitaria, ma impreziosita da qualche sorpresa paesaggistica. Questo diario privilegerà necessariamente le immagini rispetto al racconto.

Sembra che il sole non voglia saperne di fare la sua comparsa e preferisca restare nascosto dietro le alture.

Nuvole rosa nel cielo sopra il lago, già lontano.

Un rumoroso mezzo agricolo sta ripulendo il margine e mi sbarra la strada; il conducente è di spalle. Con prudenza affianco la cabina e mi faccio notare con ampi gesti; immediatamente vedo il braccio meccanico farsi rispettosamente da parte.

La vista sul lago non è frequente come pensavo; la stradetta si snoda prevalentemente nella boscaglia, in certi tratti molto ombrosa.

Grazie alla mia partenza notturna e al mio passo costante, son cosciente che oggi non incontrerò, su questo mio stesso percorso, né gli amici olandesi né le due romanine.
Mi diverto a lasciare, ben fissato sopra questo cippo,

un messaggio personalizzato, con tutti i quattro nomi, di saluto e incoraggiamento, immaginandomi la sorpresa che desterà.

Sono già quasi le sette e mezza quando il sole rompe gl’indugi e comincia il suo lavoro di pittore dei colori.

E, dopo il sole, fanno la loro rigogliosa e pittorica comparsa le viti, quelle da cui viene prodotto il vino di Montefiascone.

Sulla base di un certo famoso aneddoto (sempre in tema di viandanti) porta il curioso nome “Est! Est! Est!”

Ora, usciti dal bosco, lo sguardo può spaziare su paesaggi molto più luminosi e colorati.

Ora una, ora l’altra, di queste numerose pecore, emette un forte belato.
Il verso lamentoso di questi quadrupedi è stranamente affine alla voce umana e, per questo, suscita sempre un coinvolgimento particolare.

Sempre lontano, sullo sfondo, il lago di Bolsena.

Immancabile, la confluenza nella via Cassia, fortunatamente su un viottolo al di là del guardrail.
Son passate le fatidiche tre ore senza soste; la fatica accumulata in salita rende impensabile affrontare di seguito l’altra ora e mezza mancante.
Avanzo per diversi minuti guardandomi intorno alla ricerca di un approdo confortevole.

Lo trovo finalmente, poco discosto dalla traccia, ai piedi di questo anziano tronco.

Inginocchiandomi alla sua altezza, vinco le ritrosie di questo bel micione bianco, che alla fine mi concede (o si concede?) una strusciata sul mio fondoschiena; ma quando cerco di fotografarlo da vicino, il ronzio dello zoom lo innervosisce.

Ultimi saluti al lago, prima dell’ingresso a Montefiascone.
Che avviene su strade larghe e dal traffico sostenuto, che non meritano fotografie,

a differenza della facciata della basilica di San Flaviano, unico edificio storico che incontro sulla via verso il mio bed and breakfast, che è poi sempre la Cassia.

Su una breve laterale, sono le dieci e mezza quando mi appare, con un giardino molto fiorito e curato.

La signora ha un modo di parlare da classica popolana del Sud: mi dà del voi e mi indica, come supermercato più vicino, il conàdd.

Stupisce il contrasto con la camera, arredata e allestita con raffinata eleganza.

L’ottimo orario d’arrivo (e l’ottima connessione) mi consentirà una giornata dai ritmi più tranquilli del solito.

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1-8: Tuscia tempestosa (e lacustre)

La preziosa giornata di riposo mi ha suggerito l’impressione, scontata, del caricamento delle batterie, ma anche, un tantino più originale, del fischio di una pentola a pressione gravata dall’accumulo del vapore.
Bello svegliarsi profondamente riposati alle sette (come fosse mezzogiorno!), smaltire subito le incombenze: barba, shampo, bucato; camminare senza fretta e senza pesi sulle spalle per le vie del centro, in una mattina serena e ventilata; bello concedersi un memorabile pranzo in un ristorantino coi fiocchi (“Il borgo” di Acquapendente) e poi un pomeriggio di internet e dolce far niente.

E così, sapendo che il bar convenzionato per la colazione apre alle cinque, riesco senza problemi a uscire già pronto dalla camera a quella stessa ora antelucana.

Una foto ricordo alla porta della stanza “Piacenza” dove ho soggiornato.

La struttura (“S’osteria”), fortemente a tema con la Via Francigena, ha dato il nome alle stanze con alcune delle principali località italiane sul relativo tragitto. Piacevole impressione averle già attraversate tutte, salvo l’ultima, Sutri.

Mi dirigo nella notte silenziosa

verso il bar, unica oasi illuminata di vita già attiva.

Il barista è indaffarato a preparare il locale per una lunga giornata di lavoro.
“Oggi fa già caldo,” mi dice; “da queste parti c’è sempre molta umidità.”
Mi colpisce vederlo nello stesso tempo tranquillo, completamente sveglio e attivo, in questo strano orario.

Le prime luci, dell’alba d’una nuova avventura, mi vedono uscire dal centro, in direzione Sud.

A sorpresa, qualche decina di metri più avanti, vedo due ragazze con lo zaino immettersi da una laterale sul mio percorso.
Il mio passo più veloce mi permetterà di raggiungerle, nonostante le varie prove che faccio per fotografarle (che purtroppo riescono tutte mosse).

“Andate a Bolsena?”
“Sì, secondo lei a che ora arriveremo?”
“Penso intorno a mezzogiorno, con una buona andatura.”
Resgiscono molto soddisfatte.
Poi mi confidano che questo è il primo giorno del loro primo cammino, benché limitato alle tre tappe che ci separano da Viterbo.
Cerco, se ce ne fosse bisogno, d’incoraggiarle: “È un’esperienza bellissima! Vi auguro buon cammino, ve lo sentirete dire spesso, è un saluto molto bello, vero?”
Un attimo dopo aver allungato il passo, mi volto e chiedo se posso fotografarle, per ricordo.

Immagino, una volta superate, di non rivederle più, e invece lo svolgersi degli eventi e, comunque, la loro andatura di tutto rispetto, faranno sì che ci incontreremo più volte e condivideremo anche, piacevolmente, diversi brevi tratti di strada.

A differenza di tante altre mattine, oggi il sole non entra in scena. Al suo posto, nuovoloni minacciosi, che ben presto lasciano cadere qualche sporadico gocciolone d’acqua, mentre un paio di sgradevoli tuoni risuonano in lontananza.

Inizialmente indosso solo il berretto e la felpa leggera.

Ma poi l’insistenza, a tratti, della pioggia, mi convince a fare una sosta per la semi-bardatura (dalla vita in su, zaino compreso).

Intanto le ragazze mi hanno raggiunto e anche loro si attrezzano, con grande efficienza femminile, tanto da poter ripartire diversi minuti prima di me.
Ci siamo presentati: so chiamano Altea e Giulia, da Roma.

Procedo, come sempre, con gli occhi aperti per catturare immagini significative, come questa strana scultura,

o i campi di girasole, tutti a testa in giù come in atteggiamento di contrizione.

La strada, bagnata, ha cambiato colore.

L’arrivo del violento temporale, con potenti scrosci d’acqua e raffiche di vento laterale, è del tutto improvviso e non mi permette di completare la bardatura, lasciando i pantaloncini corti e il collo delle scarpe in balìa del nubifragio, mentre l’attrezzatura per completare la protezione resta chiusa nello zaino, avvolto, quest’ultimo, nell’apposita copertura impermeabile gialla.
A vista d’occhio, neanche un riparo, mentre continuo a camminare come soggiogato dagli elementi naturali, che si manifestano con furia.

Ovviamente, a parte quest’ultima, non penso a fare fotografie,

se non dopo il placarsi della tempesta.

Le rivedo solo ora, le ragazze, al di là di un’inversione a “U” del tracciato.
In breve le raggiungo.
“Non siete state molto fortunate…”
Vedo che l’han presa con la giusta sportività.
“Comunque,” aggiungo, “dovremmo essere vicini al paese di San Giovanni qualcosa, e là si spera di trovare un bar.”
“San Lorenzo nuovo,” mi corregge Giulia.
Conttolliamo sulla mappa: in effetti non manca molto, per fortuna.

Cappuccino per loro, tè e brioche per me, e le necessarie operazioni di sommario ma importante assetto meno bagnato.

Ancora una volta sono efficientissime e mi salutano mentre sono ancora intento a ricostruire lo zaino: “La tua consumazione è già pagata.”
“Siete troppo gentili, a buon rendere!”

Un confortante sole ha avuto la meglio sui nuvoloni violacei.
Mi volto per un’ultima occhiata a San Lorenzo nuovo.

Nel procedere da solo, mi è tornata la voglia di catturare immagini, dai colori finalmente ravvivati.

Eccole di nuovo là davanti, fra poco le tornerò a raggiungere. Ma, un momento…

qualcosa non torna: che cosa sono quei grossi zaini che indossano?

“My friends!!” esclamo alle loro spalle.
Jurgen e Laura, gli olandesi coraggiosi, si sono materializzati ancora una volta davanti a me, nonostante fossi partito alle cinque e venti e loro avessero anche l’handicap della tenda da smontare.
“Niente bicicletta?”
Laura mi spiega che le ruote erano devastate dalle forature.
“E poi ormai Roma non è lontana,” conveniamo. Soprattutto, relativamente, per loro, dopo oltre quindici settimane dalla partenza.
Il temporale non li ha colti in aperta campagna: avevano scelto di percorrere la via Cassia (questa onnipresente direttrice veicolare per la capitale), con un tragitto più breve rispetto al nostro, e non ho ben capito se dotato di qualche riparo.

“Oh com’è grande, il lago” si meraviglia Laura.

Gli intrecci di compagni di strada, in questa tappa insolitamente comunitaria, si susseguono in modo che è difficile ricostruire a posteriori.
Fatto sta che a raggiungere Altea e Giulia sono prima gli olandesi, che anzi le aiutano a raccogliere dei mirabolani, operazione che loro sono ancora intente a fare quando sopraggiungo io.
Che poi procedo con loro, in un lungo tratto in cui condividiamo la gioia per le condizioni della strada, pianeggiante, e del clima piacevole che ci finisce di asciugare.

“Benvenuti nella regione di Bolsena” è scritto in inglese su una lapide, intorno alla quale ci disponiamo per questo bel selfie.

Superato questo piccolo parco eolico (una sola torre, con pale molto piccole) e fotovoltaico, torniamo a superare gli olandesi, che si sono fermati sotto un albero a fare merenda.

Poi è la volta delle ragazze romane a fare uno “scalo tecnico”.
Procedo da solo per un certo tratto di boscaglia, reso faticoso da sgraditi saliscendi.

poi anch’io mi prendo una pausa, per concedermi qualche contatto telematico.

Mi raggiungono e mi superano in questo curioso gioco non competitivo di inseguimenti.

Riesco a ritrovarle ancora una volta, giusto in tempo per salutarle, all’ingresso di Bolsena.

Google Maps mi guida, attraverso un tortuoso itinerario, fino a rintracciare in pieno centro (e non senza difficoltà) il mio bed and breakfast, dove vengo accolto dalla vivacità esplosiva della figlia della proprietaria.

Il tempo di prendere possesso della mia camera,

poi di nuovo in cammino, a far la spesa prima che chiudano per l’intervallo.

Il centro di Bolsena, assolato e ventoso, è traboccante di vita e di turisti.

Mi sembra uno stranissimo finale, per una lunga tappa a contatto con una natura un po’ matrigna e un po’ benevola.

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