14-7: Verso l’Arno, in terra pisana (epilogo)

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Non è cominciata affatto bene, quest’ultima giornata.
Risvegliatomi alle tre e tre quarti, dopo un po’ d’indecisione se cercare di dormire ancora o approfittarne per una partenza prima dell’alba (oggi molto strategica) , alla fine opto per la seconda ipotesi.
Cerco di fare piano, e anche di evitare il figlio dei padroni di casa, che mi hanno detto doversi alzare alle quattro per un suo turno di lavoro.
Non riesco a evitarlo, ma ci diamo semplicemente un buongiorno in sordina.

E la cucina, alle quattro e un quarto quando ne varco la soglia, è tutta per me, adibita con cura per una colazione abbondante, anche se necessariamente a base di prodotti conservati.
Ma ho con me un bel grappolo d’uva comprata ieri al PAM e, un chicco dopo l’altro, lo mangio tutto, mentre il tè è in infusione.

Poco prima delle quattro e mezza, a sorpresa fa il suo ingresso in cucina l’anziana signora, con l’aspetto di un fantasma.
“Buongiorno” mi fa.
“Buongiorno!”
Farfuglia qualcosa.
“Come dice?”
“Ben alzato” senza l’accenno di un sorriso.

E’ utile qui, prima di proseguire col dialogo, fare una premessa relativa al giorno precedente.
Mi aveva colpito la sua esasperata formalità mentre parlavo con suo marito. Mi aveva chiesto, infatti, piegando in avanti il suo viso e il suo corpo magro e un po’ adunco: “Mi scusi se mi permetto di chiederglielo, ma da dove viene?”
Poi, però, era stata oggettivamente cortese nell’apparecchiarmi la tavola (la stessa dove poco prima avevano pranzato loro), con le posate, il bicchiere, una terrina per l’insalata e anche l’olio e il sale che avevo chiesto per condirla.
Non solo, ma, quando poi le avevo domandato dove potevo buttare i rifiuti organici, mi aveva detto di lasciare lì tutto ché ci avrebbe pensato lei. Da parte mia, avevo comunque lavato e asciugato la terrina, le posate e il bicchiere.

Poi, finito il mio pranzo a base di pane con un’intera confezione di stracchino, e un dessert al cioccolato, avevo insistito col marito per regolare la registrazione e i conti, visto che sapevano della mia intenzione di partire all’alba, intorno alle cinque, come mi avevano chiesto l’orario.
Alla fine mi ero ritirato, per sfruttare, sdraiato sul letto, gli effetti di quel mezzo litro di birra fresca.
E alle cinque del pomeriggio, ancora un po’ intontito dall’inquieta dormita, avevo cominciato le complesse operazioni di composizione sul tablet del lungo racconto della giornata, che, ci crediate o no, erano andate avanti fin oltre le undici di sera.
D’altra parte, avevo chiaramente dichiarato la mia abituale intenzione di saltare la cena.

Dunque, “ben alzato” mi fa freddamente.
“Si è alzata presto anche lei!” commento.
Poi, immediatamente dopo, non trattiene più il suo livoroso, sorprendente rancore nei miei confronti, evidentemente coltivato per tutta la notte:
“Aveva detto che faceva colazione alle cinque” mi fa con tono di recriminazione.
“No, avevo detto che sarei partito, alle cinque.”
“E come faceva, per aprire il cancello, visto che tutto ieri si è chiuso in camera e non si è fatto più vedere?”
Resto senza parole.
“Non capisco,” rincara la dose: “lei è proprio strano.”
La ripeterà molte volte, quella parola, “strano”, il vero pomo della discordia per le sue ben radicate, conformiste abitudini.
“Poteva venire a chiamarmi.”
“E come facevo, magari dormiva.” Poi aggiunge, in un crescendo di rancore: “Ne vedo tanta di gente, ma uno strano come lei non mi è mai capitato.”
Qui avrei dovuto ribattere con la stessa moneta, visto quante volte ho concordato, nei ‘bed and brekfast’, la mia uscita in autonomia l’indomani mattina, e una strana come lei non mi è mai capitata. Ma si sa che le polemiche non sono certo il mio forte.

Alla fine, esaurita la ramanzina, per evitare ulteriori guai, concordo la mia uscita di lì a dieci minuti, cioè alle cinque meno dieci.
E molto puntualmente mi ripresento, zaino in spalla e con la felpa indossata sopra la maglietta, ché a quest’ora fa freddo.
“Vediamo se l’apriporta funziona” fa lei molto platealmente. “Sì, ha funzionato!” esclama ancora più platealmente.
Non sento alcun impulso di rivalsa emotiva, di fronte a un così evidente caso patologico, e le dico “arrivederla” lanciandole uno sguardo il più possibile franco e sereno.
“Arrivederla” mi risponde lei, con tono deciso ma freddo ed esclusivamente formale.

Fa freddo anche fuori, molto, mentre è ancora notte.
Il freddo addosso, e alle mani, sarà una nota caratteristica delle prime ore di cammino; indosserò la leggera felpa per più di tre ore e mezza, fino alla prima sosta di un cammino che, secondo i calcoli, dovrebbe essere lungo oltre ventotto chilometri, costringendomi a una nuova, ultima maratona di otto o nove ore complessive.

E il pensiero di quel comportamento scandaloso mi resterà dentro a lungo, a turbare l’armonia dell’ultima giornata con una nota molto stonata e fastidiosa.

Tento diverse fotografie notturne: in cielo c’è anche una bella luna e Venere; vengono quasi tutte inesorabilmente mosse,

salvo questa dell’area di rifornimento:

e, alle prime luci dell’alba, queste del centro di Altopascio:

poi, come sempre, assisto al risvegliarsi del sole

Il passaggio nel bosco, col sole che non riesce a scaldare, e a tratti neanche a illuminare, mi è rimasto nella memoria come una fase preponderante della prima metà tragitto, anche se, osservando la sequenza di fotografie, vedo una grande varietà di paesaggi.

Un tratto di una certa lunghezza conserva il selciato utilizzato dagli antichi pellegrini; qui siamo insindacabilmente sul tracciato originario.
Rivivo qualche emozione già provata, durante la ricerca delle tracce dell’antica Via Vandelli, qualche anno fa.
Un pannello spiega che nella “Relazione di tutte le strade” del 1812, questo tratto risultava così sconnesso da causare spesso il ribaltamento dei veicoli.

Un albero egocentrico domina un’improvvisa radura circolare.
Poi è la volta di acque

vaste pianure,

filari di cipressi,

in un vialetto che sembra dare finalmente un aspetto più urbanizzato a un paesaggio fin qui esclusivamente naturale, cioè… sprovvisto di bar, e sto camminando, a testa bassa, già da tre ore e mezza.

Ma infatti compare un paese, Ponte a Cappiano,

e ben presto l’occasione per una sosta rigenerante e chiarificatrice sul punto del percorso totale.

I primi segnali di un ridimensionamento della lunghezza esorbitante da Altopascio a San Miniato, dichiarata nella guida ufficiale, cominciano timidamente a farsi strada.
E quando riprendo il cammino, vengo confortato anche da luci e colori più vivi e da un clima più gradevole, tiepido e molto ventilato.

Un lungo sentiero attraversa spazi verdi a perdita d’occhio, allungando di molto la via più diretta per Fucecchio, percorsa dalla provinciale.

Il benessere che, in queste condizioni climatiche e ambientali, torna a visitarmi, non mi fa affatto rimpiangere l’inefficienza del percorso.

Una volta ripresa la provinciale, vedo una coppia di ciclisti attrezzati da lunga percorrenza; chissà se stanno seguendo l’intera “Ciclovia Francigena” o solo la porzione che passa di qua.
Chiedo loro, a gesti, se posso fotografarli; lui mi sorride, lei un po’ meno.

Il centro di Fucecchio, posto su un’altura, viene raggiunto così:

Il mio morale, per tutta la prima metà preoccupato solo per un efficace smaltimento dei tanti chilometri previsti, comincia a essere galvanizzato dai segnali sempre più frequenti di un avvicinamento rapido al traguardo, che è la stazione ferroviaria di San Miniato/ Fucecchio.

Ma c’è di più: sta per comparire l’Arno, a sancire l’avvenuta traversata dal Po di Piacenza, due settimane e mezza or sono.
Eccolo, sotto di me:

Nonostante la levataccia, con tanto di ramanzina, e le ore già passate in cammino, ho conservato abbastanza lucidità per capire quando è il momento di abbandonare il tracciato ufficiale.
Se riesco a raggiungere la strada, questa mi porterà in breve tempo, senza fronzoli, in prossimità del traguardo.
Ma non è facile: mi ci separa un dirupo

Avanzo a fatica fra le erbacce, parallelamente alla strada,

e alla fine, con soddisfazione, trovo il varco per accedervi.

Procedo al di qua del guardrail: preferisco rischiare un indesiderato salto di un paio di metri, piuttosto che di essere falciato dalle vetture e dagli autocarri che mi sfrecciano contro.

Dopo i campi di girasole, c’è una laterale che dovrebbe portare alla stazione.
Mentre consulto Google Maps, una vettura che l’ha appena imboccata rallenta vistosamente, e l’autista mi fa segno di sì con la testa.
“Per la stazione?” gli grido; lui conferma.

Una scaletta mi fa risparmiare un’ultima ansa della strada, spalancandomi improvvisamente la vista al traguardo finale di questa mia seconda porzione della Via Francigena, dal Po all’Arno.
Come feci l’anno scorso a Piacenza, scatto una foto alla stazione, dandomi appuntamento qui, per ripeterla fra un anno, quando si tratterà di riprendere il cammino, dall’Arno al Tevere, spero con la stessa buona sorte che mi ha accompagnato in tutte queste giornate.


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13-7: Incontri in Lucchesìa

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Credo che i momenti più belli di questa straordinaria avventura, che si concluderà domani, siano legati a sensazioni interiori che ho vissute, come la maggior parte del viaggio, in solitudine.
Una sorta di sottile stato di grazia, benedetto, impossibile da programmarsi, che è venuto talvolta a farmi visita; frutto di chissà quanti e quali fattori, eppure leggero e intangibile come il volo di un uccello.

Oggi è tornato e mi ha assistito, nel corso di una tappa pianeggiante di ventidue chilometri, esondante di luce, sole, vento amico, aria limpida, bellezza, e di una sorprendente serie d’incontri.

In questo caso, anche le potenziali difficoltà derivanti da una notte di riposo, come sempre breve, ma questa volta anche ostacolata da una piccola, aggressiva squadriglia di zanzare, nulla possono a contrastare quella particolare sensazione di benessere.

Non può mancare, all’inizio del resoconto, l’ormai consueto saluto del sole nascente, un quarto d’ora dopo la mia partenza alle sei.

Il paese successivo a San Macario in Piano, dove ho pernottato, si chiama Ponte San Pietro e una statua lo ribadisce.

L’avvicinamento alla città di Lucca è impreziosito da scorci panoramici.

Il fiume Serchio mi appare vasto e movimentato da piccole cascate.

Alle sette e un quarto sono nei quartieri fuori porta della non molto estesa città. Una signora sfrutta con la ramazza le ore mattutine di questo lunedì di luglio.

Ed ecco le famose mura che, perfettamente conservate, cingono il centro storico.

Entro da Porta San Donato…

…e poi faccio in modo che la bellezza che mi circonda accetti il gioco eccitato dei miei scatti fotografici.

Per ultima, l’espressione un po’ snob di Giacomo Puccini, non lontano dalla sua casa natale.

Dopo aver fatto il pieno, con gli occhi e con la macchinetta, nell’uscire dalla città cerco di mantenere una buona andatura.
Oggi ho un appuntamento, che si ripete due anni dopo un primo insuccesso.
Oriana, che quest’anno ha posto termine alla sua fantastica carriera di fabbricatrice di statuine del presepe, abita proprio da queste parti, a metà strada fra Lucca e Capànnori, nel cui centro devo passare.
Lei, come altre ex-ascoltatrici di una vecchia trasmissione di RadioDue, è una socia fondatrice del blog di Amanda, da Padova (la quale, da “prima inter pares”, è ormai da tempo diventata unica scrittrice); le conobbi entrambe personalmente, in una sorta di gioioso raduno sociale che fu organizzato una domenica a Bologna ormai molti anni or sono.

Come dicevo, già due anni fa di quest’epoca sarei dovuto passare di qua, nel corso del mio viaggio fra i due mari, da Forte dei Marmi a Senigallia, ma fui costretto a eliminare le prime tappe, recandomi poi in treno fino a Empoli, a causa di un terribile malanno intestinale che mi prese per un’intera settimana proprio alla vigilia.

Sto mantenendo l’andatura giusta per essere in centro a Capànnori alle nove e un quarto (come in effetti riuscirò), quando, ormai non lontano dalla città, vengo distratto da un altro incontro, non programmato.
Dapprima è un fastidioso ticchettio insistente alle mie spalle, poi finalmente si materializza, in un giovane bardato di zaino e racchette, dall’andatura un po’ più veloce della mia.

Si chiama Luca, riminese residente a Milano, partito dal Gran San Bernardo e diretto a Roma in un unico viaggio.
Gli manifesto la mia sorpresa di questo primo incontro sulla mia stessa via (a eccezione dell’elettromonopattinatore, di cui gli racconto divertito), che avviene durante la mia quindicesima e penultima giornata di cammino.
Ribatte che, a partire da queste zone, ci sono i tratti più frequentati di tutto il tragitto, e aggiunge che ha già incontrato una famiglia di tre persone che dovrebbero essere in zona.
Concorda con me sul valore e i vantaggi del cammino solitario.
Gli dico dell’appuntamento che ho a breve, ma poi è lui a congedarsi, fermandosi con l’urgenza o la scusa di bere.

Manca ormai pochissimo, in metri e in minuti, al mio arrivo puntuale all’appuntamento, eppure faccio in tempo a scorgere la famiglia di camminatori.

Sono un po’ in imbarazzo: temo che, incontrandoli, mi facciano perdere tempo proprio ora. Ma non posso fare a meno di raggiungerli, perché procedono piuttosto lenti.
Me la cavo con un: “Buon cammino!” in fase di sorpasso.
Ricambiano l’augurio, i due placidi genitori con la giovane figlia.

L’odierno traguardo intermedio è ormai in vista.

È Piero, il marito di Oriana (che non conoscevo), a chiamarmi, prima che scorga anche lei.

Poco dopo siamo seduti al tavolino di un bar, a conversare animatamente di luoghi e itinerari, poiché sono camminatori appassionati anche loro, benché attualmente Oriana sia bloccata dal decorso di un intervento al ginocchio.

Con grande premura nei confronti dei miei tempi odierni di cammino, i miei amici sollecitano la conclusione del piacevolissimo incontro, non prima però di qualche foto e di un “selfie” a tre, che lei si ripromette di inviare anche alla nostra amica comune.

Ci salutiamo con calore nella piazza di Capànnori, poi il mio cammino, più leggero e motivato che mai, riprende nella giornata sempre più luminosa e piacevolmente ventilata.

Nell’uscire dal centro abitato, torno a superare la famigliola camminante.
Questa volta scambio qualche parola anche con loro.
Sono di Brescia e stanno percorrendo una porzione di poche tappe del cammino francigeno, come già avevano fatto l’anno scorso.
Dico loro che anch’io l’ho spezzato in tre segmenti e conto di arrivare a Roma, da San Miniato, l’anno prossimo.
Poi ribadisco il “buon cammino!” e me li lascio alle spalle, andando a incontrare dapprima una bella campagna,

poi una zona artigianale.

È poi la volta di una zona residenziale di ville:

siamo alla periferia del paese di Porcari, sopra il cui centro, poi, svetta la chiesa di San Giusto.

Sul finire del paese, una panchina all’ombra mi invita a una piccola pausa di riposo e di verifica sulla mappa di quanto manca.

Con sorpresa, vedo sopraggiungere un’altra accoppiata di viandanti: questa volta sono due giovani donne.
“Altopascio?” mi rivolgo a loro alludendo alla destinazione.
Ovviamente confermano.
Loro sono di Milano, sono partite solo oggi da Lucca e faranno le tappe fino a Siena.
Come me, anche loro hanno prenotato tutti gli alloggi fin dall’inizio.
I discorsi fra viaggiatori a piedi che s’incontrano si assomigliano tutti; non è così, tuttavia, per i contatti umani che s’instaurano.
Senza neanche accorgermene, sto conversando quasi a tu per tu con una sola di queste due giovani.
Mi attrae il tono e ritmo quieto della sua voce, la sua spontaneità, il suo bel viso. Mi accorgo che, nel parlarle, non evito di guardarla negli occhi scuri con particolare intensità, in qualche modo ricambiato.
È naturalmente questione di pochi momenti, ma, nel vederle poi allontanarsi dalla mia panchina, resto con la consapevolezza e il sapore della misteriosa forza che può celarsi in un incontro.

In una giornata idilliaca e festosa come questa, anche l’immancabile errore di percorso ha connotati e costi molto morbidi:

Questa è la deviazione dalla Via Romana di cui non mi avvedo (anche perché segnalata poco vistosamente), che fotografo al mio secondo passaggio, con un aggravio trascurabile di strada e tempo.

Un particolare “fiore di campo” attira la mia attenzione. Cerco di immaginare la scena di chi si è recato qui, ha fermato la macchina e dal bagagliaio ha estratto e depositato il suo souvenir.

Ma ecco, previsto dalla mappa, il supermercato PAM, strategico per il mio pranzo odierno.

Prima di entrare, telefono al bed and breakfast, situato prima del centro abitato di Altopascio, confermando alle tredici il mio orario d’arrivo.
“Noi siamo qui” mi rassicura una voce d’uomo quieta e matura.

Nonostante il sole molto caldo, la ventilazione mi ha impedito di sudare: l’aria condizionata del supermercato non è traumatica.

Anche se gravato da un sacchetto pesante (c’è pure una birra fresca da mezzo litro), affronto l’ultima mezz’ora di cammino con slancio e la voglia di catturare ancora immagini.

L’ultima è quella del mio alloggio, che riesco a identificare senza problemi.

Il bello dei “bed and breakfast” è l’estrema varietà che offrono, sia di soluzioni abitative, sia di contesto, sia di rapporti con i proprietari.
Qui mi hanno dato una camera e un bagno nello stesso loro appartamento; molto gentilmente, mi hanno permesso anche l’uso della loro cucina, che oggi mi è stata preziosa.
Mi sembra un po’ di essere in casa d’altri, ma non mi dà fastidio perché si sono dimostrati molto rispettosi.

Domani conto di partire ancor prima del solito.
La mia ultima tappa è lunghissima e l’esperienza insegna che l”unico antidoto, in questi casi, è una partenza anticipata.

Buonanotte!


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12-7: Tutte le vie portano a Lucca

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La pausa di riposo viareggina, che mi ha utilmente e sorprendentemente straniato da questa mia nuova ubriacante sarabanda di esperienze di viaggio, mi ha permesso anche di rivedere, oltre a Massimo che mi ha ospitato, altre persone care.
Fra queste, un’amica piuttosto recente, giunta a Viareggio in tempo per partecipare all’ “ultima cena”, preparata da lui.
Si chiama Daniela e la conobbi in occasione di un convegno ecologico da queste parti, lei in veste di relatrice come vicepresidente di una società.
Oggi mi affiancherà, nella tappa che si dirige nuovamente verso il filo d’Arianna francigeno e, una volta ritrovatolo, verso Lucca, con arrivo a San Macario in Piano.
Abbiamo appuntamento alle sei e mezza davanti alla stazione.

Ripercorro a ritroso, di primo mattino e con il consueto buongiorno del sole nascente, l’ultima mezz’ora del lunghissimo tragitto di giovedì scorso.

Il porto-canale, questa volta, è abitato.

Giunto all’appuntamento, dove Daniela mi sta già aspettando, ci incamminiamo nel sottopassaggio per oltrepassare i binari, prima che le scatti la foto di presentazione per gli amici di questo blog.

Un po’ di nuvolaglia genera spettacolari effetti in cielo e una luce un po’ lattigginosa ai paesaggi di questa prima parte.

Superata una zona lacustre,

questa tranquilla strada ghiaiosa mi riporta nuovamente, con la mia nuova compagna di viaggio, verso le colline,

che affrontiamo agevolmente, su strade battute dai primi ciclisti di questa domenica mattina.

Sono già le nove e un quarto quando passiamo dalla località di Panicale, decidendo di non fermarci.

Di lì a poco, l’evento che complica anche questa tappa, regalandoci una breve ma sgradevole entrata in “modalità emergenza” (durante la quale non penserò a fare fotografie).

I primi segnavia della Francigena, avvistati da Daniela, sono accolti dal nostro entusiasmo.

Dapprima ci portano su una strada secondaria, poi, in un formato che ci lascerà forti dubbi d’attribuzione (semplici piccole strisce di vernice bianco-rosse), su per un sentiero in ripida salita.

Intanto mi accorgo di aver commesso un errore d’imprevidenza: guidato fin qui da Google Maps, non ho provveduto a caricare, finché c’era connessione, la mappa dell’applicazione, che ci deve servire per il resto dell’itinerario.
Siamo al buio, e lungo una traccia non sicura.

Una piccola radura sembra prometterci l’agognato contatto con la rete, ma purtroppo entrambi i nostri apparecchi restano, proprio come noi, in modalità “E” come emergenza.

Scorgiamo un paio di giovanotti, dall’accento marocchino.
Mentre io continuo a cercare di cavare un ragno dal buco dei nostri apparecchi, Daniela, ad alta voce da distante, chiede loro se il sentiero che stiamo percorrendo sia quello francigeno verso Lucca.
Otteniamo una conferma abbastanza sicura.

Fortuna vuole che, quasi immediatamente, si riattiva la connessione del mio tablet, con mio immenso sollievo.
Ricarico la mappa e vedo che siamo, invece, molto lontani dalla traccia.
Dietro-front.

Solo una volta tornati sulla strada principale, e percorsane un tratto, verremo a capo di quell’impropria deviazione che ci aveva tratti in inganno: si trattava di una variante al percorso ufficiale che passa per Gualdo anziché per Valpromaro; entrambe dirette poi a Lucca.
Rinfrancati dalla tracciabilità dei nostri passi, proseguiamo fino a trovare il vero innesto del nostro percorso di avvicinamento con quello della Via Francigena.

La “Casa del Pellegrino” di Valpromaro,

poi, dopo tratti panoramici in cui concediamo un po’ di riposo alle nostre gambe,

il suggestivo e fiorito borgo di Piazzano:

Un maestoso gigante verde assiste al nostro passaggio,

che ci porta nell’ultima parte del percorso:

una stretta strada asfaltata, percorsa da rari veicoli, fiancheggia una gola in cui scorre un torrente.
È un rettilineo, lungo una valle che sembra isolata dal resto del mondo, con un fascino tutto speciale.
Il sole di mezzogiorno, intanto, batte senza pietà, inizialmente non contrastato da alcuna brezza.
Sembra di dover procedere all’infinito; Daniela soffre il caldo più di me e mi chiede di fare un’altra breve sosta, sotto la sparuta ombra di un albero.

Poi si riprende, fino alla sospirata confluenza con la provinciale Sarzanese

e, di lì a non molto, con la traversa in fondo alla quale c’è la mia nuova dimora.

Veniamo accolti da una coppia con una bambina.
Gli ambienti sono freschi; la gentilezza di queste persone è davvero straordinaria.
Permettono senza problemi una doccia anche a Daniela, a cui forniscono le indicazioni dei mezzi per raggiungere Lucca. La signora si rammarica anzi di non poterla accompagnare in macchina, a causa di un suo impegno.

Dopo la doccia rigenerante, possiamo affrontare a cuor leggero anche un altro chilometro di cammino, fino al ristorante (e all’adiacente fermata dell’autobus per Lucca), che ci sta aspettando nonostante siano ormai le due e mezza.

Una rinfrescante insalata e una pastasciutta terminano in gloria la nostra gioiosa fatica.
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