L’ingorgo

(Diario di un resistente – 6)

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“Porca di quella troia!”
L’incipit (lo riconosco, non del tutto elegante) mi vede, all’una e un quarto di oggi, con la bicicletta appoggiata al muro vicino alla porta del sotterraneo, alle prese col gonfiaggio. Penso, peraltro, che sia lecito lasciarsi andare a qualche simpatica esclamazione, se, accovacciato in posizione scomodissima, usi tutta la forza delle tue dita per stringere la vite della pompa alla valvola, nonché tutta la tua concentrazione per agevolare il percorso geometrico del tubo dell’aria e poi, ancora una volta, al primo stantuffo della pompa, pluff!, il bocchettone beffardamente si divincola e rimane pencolante.
Comunque.
Sì, comunque, grazie anche a quelle imprecazioni, alla fine la doppia operazione riesce abbastanza bene e di lì a poco mi permette, in preda a tutt’altro stato d’animo, di pedalare in una splendida giornata di sole, verso la trattoria di Tonino.
La pressione dei pedali ha qualcosa di stranamente gradevole, dopo aver fatto anche, in mattinata, un’ora di corsa podistica fra le mie campagne suburbane, lo sguardo attirato dagli spazi verdi nitidi freddi e silenziosi di un magnifico incipiente inverno. Da qualche tempo mi piace associare il mio allenamento settimanale con il grande svago del pranzo, abbondante e abbondantemente innaffiato di vino rosso, in quell’ambiente che sento amico e dove giungo, così, già bello tonificato nel corpo e nello spirito.

Nell’arrivare, noto la coda ferma dei camion nel tratto autostradale interno alle corsie della tangenziale e, quando parcheggio la mia fedele due-ruote-gonfie, mi accorgo che anche qui, vicino allo svincolo, il traffico è semiparalizzato, cosa che agevola i miei attraversamenti a piedi.
Cammino accanto, prima di passargli davanti, a un autotreno e, per qualche attimo, mi sembra di percepire la maledetta situazione, più che mai sacrificata, di chi conduce quell’attività, così legata ai nostri modelli di consumo.
Di una società (con i suoi riti, ricchezze, miserie, valori, stridori) prossima al collasso, com’è ormai facile previsione di chi s’informa.

“Un camion si è ribaltato in zona Roveri, un macello” spiega Tonino, come sempre privo di museruola, a due giovani avventori, calabresi come lui.
Poi mi vede, nel tavolino in fondo: “Oh Francesco, buongiorno!” “Buongiorno, mister!” e gli spalanco un sorriso.
La sala, vuoi per l’orario, vuoi per l’ingorgo, non è molto piena, e correttamente ventilata, senza che l’aria fresca dia fastidio.
Alla mia sinistra una delle presenze immancabili, una giovane dai capelli scuri, dagli splendidi occhi azzurro intenso e dall’atteggiamento molto schivo, che lavora in un importante maneggio non lontano, attende l’inseparabile suo compagno di mensa, un uomo certamente oltre la cinquantina, dallo sguardo sottile, l’aspetto fine e i capelli grigi, che arriva poi un po’ trafelato, vittima anche lui del gigantesco ingorgo. L’intesa, immancabile e costante nel dialogo fra i due, è sempre di una forza esclusiva, occhi negli occhi, un vero e proprio corto circuito; finora, anche per questo motivo, li avevo considerati una coppia non convenzionale, ma poi oggi ho sentito qualcuno dire a lei: “È arrivato anche papà.”
I capelli del mio coetaneo Tonino, lisci a coronare il suo viso rotondo e sempre propenso alla battuta amichevole, osservo che sono invece troppo neri per non essere tinti.

Oggi mi sono preparato, ho un argomento caldo caldo, di quelli che piacciono a lui e che ci accomunano, nella visione disillusa della pazzesca, fantascientifica attualità di questi nostri tempi: si tratta del processo alla complice di Jeffrey Esptein (buonanima, quest’ultimo, …per così dire) e che vede coinvolti, nelle scorribande aeree a scopo sessuale (con ragazze schiavizzate) nella di lui isola privata, personalità appartenenti o molto vicine alla cupola dei grandi potenti, del calibro di Billy the Kid Ga-tes (che proprio per questo vizietto si giocò il legame con la moglie/complice Bella-Belinda),

complici

nonché di Andrea, terzogenito della regina Elisabetta, e ancora, fra gli altri, di un altro Bill, l’ex-presidente Cli-nton.
Ma lui, Tonino, lo vedo, ha argomenti che ritiene, forse a buon diritto, ancora più caldi e che non vede l’ora di snocciolarmi.
Con manovra di avvicinamento simile alle cinciarelle che vengono a beccare i semi di girasole sul mio davanzale, eccolo al cospetto del mio tavolino. “Hanno arrestato il consigliere di Biden” è la prima bordata; “Un tenente colonnello australiano ha promesso un nuovo processo di Norimberga, in mancanza di una resa incondizionata di quell’attuale regime, che è peggio del nostro,” è la seconda; ma tiene per ultima, come in un crescendo rossiniano, la terza: “Il figlio di Robert Kennedy…” “Robert Kennedy junior, è uno bravo” cerco di intromettermi per non soccombere: “Sì, lui, sta pubblicando un libro in cui denuncia i crimini di Anthony Fau-ci, fra cui una strage di migliaia di bambini.”
“Caspita questa è davvero enorme, anche per la popolarità dell’autore.” “E per scrivere un libro,” conclude Tonino, “deve avere certamente le prove.” Poi si lascia andare a commenti di grande, scandalizzato disgusto nei confronti di quel simpatico mentitore seriale dal cognome italiano, giunto a notorietà anche da noi dall’inizio del grande circo pandemico.
Infine tira fuori ancora una volta la storia che lo stesso personaggio sia figlio segreto di Madre Ter-esa di Cal-cutta, al che ribatto: “Mah, questa non mi sembra molto verosimile” e lui rincara la dose spargendo veleno anche su quella famosa (peraltro certamente discutibile) piccola suora albanese.
Concordiamo che tanti diversi fenomeni paralleli lasciano sperare che il castello crolli presto.
È sempre bella la nostra esplicita, reciproca voglia di illuderci.

Alla fine del lauto pranzo (un abbondante piatto di mezze maniche al sugo di melanzane, cicoria aglio e peperoncino saltata in padella, il tutto con tanto pane morbido e croccante; crème caramel, e mezzo litro di rosso), ordino il caffè alla nuova cameriera, una ragazza un po’ formosa, dal fare piuttosto deciso. Di solito, quando il locale è pieno, lo vado a bere al banco, prima di pagare il mio davvero contenuto importo forfettario, così da scambiare le ultime parole col mio amico. Ma oggi, come dicevo, la gente è poca, e poi lui sta mangiando, anche lui le mezze maniche, nel tavolino di fronte alla cassa.
“Ci vediamo sabato, credo.”
Dimostra di apprezzare molto il mio proposito e mi saluta col consueto grande calore.

D’altronde le alternative, per chi come me non si è piegato al ricatto pseudovaccinale, non sono molte: così ho un’ottima scusa per tornare spesso in quella confortante enclave di resistenti.
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Amore e bombole

(Diario di un resistente – 5)

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Dopo oltre dieci anni di vita solitaria, l’esistenza, in modo più sorprendente dell’immaginazione, mi ha regalato una compagna e la sensazione di un legame forte e duraturo con lei.
L’incontro è avvenuto all’inizio di giugno ed è stato favorito da sua sorella, che mi aveva casualmente visto e riconosciuto, all’interno di un piccolo mercato settimanale di produttori locali.
Sì, perché, con entrambe, la bellezza di trentatré anni fa, avevo condiviso ambienti legati alle danze e musiche etniche, ma con Lady G., sua sorella, c’era stata anche un’intesa particolare, che si era concretizzata in una lunga amicizia e poi in un brevissimo legame, troncato dopo pochissimi giorni dal sottoscritto.
Fu una reazione di rigetto, la mia, da quella persona che ero (e che adesso, con spietata autoanalisi, rivedo alquanto immaturo affettivamente e ideologicamente), una reazione relativa al suo aspetto di allora, sia esteriore che mentale, di contestatrice sociale, troppo impegnativo e destabilizzante per essere accolto al mio fianco.
Lei ci rimase molto male e, a distanza di una settimana o due, mi convocò per chiedermene le ragioni.
Chissà che cosa le dissi, perché non mi era affatto chiaro il motivo di quel rigetto, ma ricordo bene che le sue parole in risposta furono durissime.

Tanto che pensavo che non mi avrebbe mai più perdonato e l’unica volta in cui (non so dire quanti anni fa), nel corso di in una qualche serata culturale pubblica, mi sembrò poi di riconoscerla, cercai di evitarne lo sguardo.
Invece, lo scorso giugno, dopo l’indicazione di sua sorella, si è data da fare per trovare il mio numero di telefono e inviarmi un messaggio molto festoso; due giorni dopo ci siamo rivisti, incontrandoci dove è andata ad abitare, che è un posto in collina incredibilmente vicino a casa mia.
Naturale, in questi casi, premunirsi nelle aspettative, per il timore di rivedere una persona deformata dall’invecchiamento; e invece ho avuto il piacere di trovarla ancora molto attraente, libera da legami e, nello stesso tempo, tanto vicina alla mia visione del mondo attuale.
Il passare degli anni ha modellato lei, ma soprattutto me, che ne ero più bisognoso, per renderci due persone finalmente mature ed equilibrate. E disponibili (per quanto mi riguarda con intuizione immediata, per lei con molta prudente gradualità) a un nuovo incontro e rapporto profondo.

L’estate ha rappresentato, per vari motivi, un lunghissimo periodo di lontananza e relativo impedimento, ma poi finalmente lei è tornata a casa e, passo dopo passo, con molta delicatezza, dolcezza e rispetto reciproci, si è materializzato questo straordinario, inatteso legame.

Ma non è finita qui; non voglio dire, per carità, che ci sia stata un’altra mia crisi di rigetto, tutt’altro.
Fin da prima delle nostre lunghe rispettive vacanze, Lady G. mi ha fatto partecipe di un nascente gruppo di suoi amici, accomunati dal desiderio di fare squadra in un periodo socialmente complicato e con il vago ma sentito progetto di riunirsi in un ecovillaggio, uno di quei luoghi in mezzo alla natura dove si vive in alloggi separati, ma si condividono molti servizi e si cerca l’autosufficienza energetica e alimentare.
Mi ci sono coinvolto anch’io, presto e facilmente, trovando persone per molti versi affini alla mia personalità e mentalità.

Già dal primo incontro dopo le vacanze, poi, ad opera soprattutto di un componente che ha fatto da detonatore, il gruppo ha improvvisamente preso un indirizzo nuovo e inaspettato.
Siamo diventati la cassa di risonanza degli allarmi che molte voci indipendenti in internet prefigurano, già a partire da questo incipiente autunno, e, a fronte di questi allarmi, delle possibili contromisure e, nondimeno, vie di fuga dal nostro Paese.

Affronterò qui, in maniera forzatamente sintetica (e in parte documentata), tutti i tre temi: allarmi, contromisure e vie di fuga.

Sia che si creda a un disegno di “Grande- reset” ordito da un’oligarchia mondiale di psicopatici criminali (noi lo crediamo) e con il nostro Paese purtroppo in veste di pilota, sia che si tratti semplicemente di una congiuntura globale, gli allarmi si possono distinguere fra quelli a lungo termine: politiche di distruzione del tessuto economico nazionale, a immagine di quanto successe in Grecia; e quelli a breve/medio termine: interruzioni in tutt’Europa delle forniture di gas e forse, addirittura, di elettricità (con tutto ciò che ne consegue: comunicazioni, trasporti, acqua potabile); possibile stretta autoritaria e colpo di stato militare.

Probabilmente qualche lettore sarà saltato sulla sedia, pensando che lo psicopatico sia diventato io.
Con la speranza di rendere plausibili questi scenari, lascio la parola a un giovane esperto di gestioni patrimoniali, Francesco Carrino, che pubblica quotidianamente dei brevi ma avvincenti monologhi nel suo canale Youtube:

1) Possibili blocchi nella fornitura di gas: clicca qui.
2) Inflazione galoppante e tassazione sulle proprietà immobiliari: clicca qui.
3) Scenari di caos socio-politico in Italia: clicca qui.

22-19Come contromisura all’allarme più immediato, quello delle interruzioni delle fonti di riscaldamento, quasi tutti noi abbiamo effettuato l’acquisto, a prezzi molto abbordabili, di stufe e di fornelli da campeggio alimentati da bombole di GPL.
46Con poche decine di euro, da “Le Roy Merlin”, si può acquistare la stufa presente nelle immagini accanto, che è dichiarata adatta ad ambienti da ottantacinque a centotrentacinque metri cubi.
Si possono poi prendere in comodato d’uso, in qualche negozio specializzato, bombole da quindici chili per ogni stufa e da dieci chili per il fornello a due o tre bocche.

Se non avessi incontrato Lady G. e il relativo gruppo di amici, avrei probabilmente già prenotato un biglietto aereo per Tenerife, dove da diversi anni ha preso alloggio mio fratello: là, il riscaldamento delle abitazioni non sanno nemmeno che cosa sia.
Quando si è cominciato a parlare, nel gruppo, di possibili vie di fuga, ho proposto di trasferirci tutti laggiù: l’idea è piaciuta e continua a piacere a tutti, ma poi ognuno (compresa Lady G.), legato all’Italia principalmente da questioni lavorative e parentali, si è attrezzato con la propria stufa, magari non abbandonando il sogno, per il futuro, di trasferirsi: a Tenerife o, se sarà necessario, in posti ancora più lontani, riparati da gelate …atmosferiche o tiranniche, come in certe zone nascoste del Brasile.

Sarei ansioso di leggere le pagine future di questo mio “diario di un resistente”, così come avviene quando le vicende di un romanzo ci appassionano.
Da pensionato quale sono, sarebbe lecito aspettarsi anni di tranquillità e serenità affettiva, tanto più ora grazie al mio nuovo bellissimo legame; invece credo che mi tocchi affrontare quelli più sconvolgenti della mia vita; non perdo tuttavia la certezza interiore di poterlo fare con la voglia di sorridere, ridere e stupirmi come un bambino.
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Le vestali dell’Alveare

(Diario di un resistente – 4)

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La consegna avviene in un locale del grande “Circolo ARCI San Lazzaro”, il giovedì, dalle cinque e mezza alle sette del pomeriggio: proprio lo stesso giorno e orario in cui comincio a scrivere questo articolo.
Ma io ci vado solitamente ogni due settimane, tempo necessario a consumare la mia fornitura (principalmente verdura e frutta) di alimentari in distribuzione.
La scelta e il pagamento con carta di credito avvengono nel sito de “L’Alveare che dice sì“, un’organizzazione di origine francese, diffusa qua e là anche nel territorio italiano; il principio è di premiare le produzioni locali e un rapporto di vendita che valorizzi il contatto umano.
I vari produttori sono presenti nel menù settimanale con un parziale criterio di rotazione: non ci sono solo prodotti ortofrutticoli, ma anche farinacei, latticini, vini, birre e bevande, prodotti ecologici per la casa, conserve e anche carne e insaccati.
I prezzi richiesti dai produttori subiscono una maggiorazione percentuale, indicata in modo trasparente e destinata per metà all’organizzazione e per metà ai gestori del punto di distribuzione.

Fin dalle prime volte che ci andai, quasi un anno fa, tre giovani donne, tutte particolarmente belle, mi accolsero molto festosamente, facendomi parlare e mettendo ripetutamente a dura prova la mia antica timidezza.
Stranamente mi chiesero subito se fossi uno scrittore; forse si trattava di un “assist” nei confronti della più giovane di loro, C., che dedica tempo e passione alla parola scritta; ma non potei negare di aver pubblicato un libro, di cui poi, a distanza di qualche mese, avrei regalato loro due copie: una per la coppia F. & F., l’altra per la stessa C., ottenendo per riconoscenza, la volta dopo, una selezione di prodotti dell’Alveare.
Le due F. sono entrambe more; quella dall’espressione più matura, dotata d’intelligenza e di grande capacità empatica, fu lungamente assente per un periodo di volontariato in Africa.

Ricordo con tenerezza l’altra F., nel locale non riscaldato e temperatura vicina allo zero, in alcune sere invernali. Una volta mi disse che, prima di rincasare, avrebbe girato in macchina per le strade di Bologna, per qualche ulteriore consegna.
L’attività non richiede certo tante presenze, ma è immaginabile un patto di mutuo soccorso fra le tre giovani, di cui una mi confidò di non avere un lavoro fisso.
Inizialmente e durante l’assenza dell’altra, che ha il suo stesso nome, era F. ad accogliermi e a conversare un po’ con me: un viso pulito e intenso, dagli occhi e dai capelli scuri, e un radicato impegno a migliorare le sorti del mondo.
Poi subentrò anche C., capelli biondi in un magnifico viso angelico e un entusiasmo da bambina che trapela, a volte, in un gesticolare molto buffo. Lo stesso suo entusiasmo si ritrova nelle settimanali lettere di presentazione alla “tribù”, in cui dimostra di riporre ancora più fiducia della collega in un progresso universale, in maniera ahimè esagerata in rapporto a questo semplice gruppo d’acquisto. Ma spero che non legga queste mie parole, perché in quel suo entusiasmo c’è pur sempre qualcosa di sacro.

Giovedì scorso, a differenza del solito, sono riuscito a esprimere con profondità e autenticità alcuni miei concetti, parlando con F. dallo sguardo intenso.
Pensando di sfondare una porta aperta, lei mi ha chiesto se avessi ascoltato il recente forte atto d’accusa di Greta, in missione qui in Italia.
“Ho preso le distanze anche da lei,” mi è toccato ribattere. “Sai, c’ero anch’io nella prima grande manifestazione degli studenti a Bologna…”
“Sì, anch’io…”
“…ma poi mi sono convinto che è manovrata anche lei. Pensi che sarebbe così facile parlare alle Nazioni Unite e in tutte le sedi istituzionali del mondo?”
“Ma perché lei è brava” ribatte e il suo sguardo, rivolto leggermente verso l’alto, per incontrare il mio, ha un qualcosa di diretto, sincero e appena supplichevole, che mi resterà a lungo impresso.
“Eh, se bastasse essere bravi… Hai mai sentito parlare del Grande Reset?”
“No.”
“È un progetto di trasformazione della società, con abolizione della proprietà privata in cambio di un reddito universale di sussistenza, la cancellazione di tutti i debiti e un controllo tirannico e inesorabile su ogni nostra azione. Lo ha concepito il Forum Economico di Dav os, ne hai mai sentito parlare?”
“No.”
“Si tratta di un gruppo dei veri più potenti del mondo, capitanato dal figlio di un ingegnere collaboratore del regime nazista, un certo Sch.wab; e questi qua hanno fatto un breve video in cui magnificano il loro progetto: un mondo senza più crisi ambientali, tanta tecnologia e felicità diffusa. E nell’immagine di copertina ci sono tutti i personaggi più in vista: c’è Putin, c’è Biden, Angela Merkel, il presidente cinese, Obama e c’è anche Greta, in prima fila.”

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Col sincero dispiacere che mi dà sempre trovarmi in disaccordo con l’interlocutore, prima ancora di chiedermi se il seme del dubbio possa germogliare in quell’anima pura, le ho detto:
“Ho portato degli altri contenitori di plastica da riciclare…” e glieli ho dati, poi ho sistemato i sacchetti compostabili pieni zeppi di verdura fresca nel mio zaino.

Ci siamo salutati e, sul far della sera, son tornato a casa con la mia bicicletta.
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