27-6: Senigallia, mon amour

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Una coppia di giovani nonni, i premurosi gestori del “Vecchio cipresso”, erano saliti ieri sera, nel trilocale dove (per una modicissima cifra) mi hanno alloggiato, per portarmi la colazione di stamattina.
Unico problema, di cui mi sono accorto troppo tardi: non c’è niente per accendere il gas, e così ho dovuto farmi il tè con l’acqua calda del rubinetto.
Per il resto, una quantità tanto abbondante di dolci e biscotti artigianali che sono “costretto” a portarne via una parte e a trascurare del tutto il cestino con le fette biscottate, le marmellate e altri prodotti confezionati.

Con questo carico straripante di zuccheri, alle sei e tre quarti varco il cancello del giardino per la tappa finale del mio viaggio: diciassette chilometri, dai dintorni di Corinaldo a Senigallia, e riprendo a percorrere la provinciale corinaldese.

Il tempo sembra l’opposto di ieri: aria umida, nuvolaglia estesa e luci opache.

L’unico rimedio contro il fastidio del traffico, che comincia già a sfrecciarti pericolosamente accanto, è forzare l’andatura, per terminare presto questa parte di percorso.
Stando attento a non farmi travolgere, riesco tuttavia a scattare qualche immagine ai campi di girasole.

Il mio Virgilio telematico, o meglio telemappico, ce l’ha messa tutta, oggi, a risparmiarmi dei pezzi della strada forse più pericolosa dell’intera traversata, e ci riesce una prima volta un’ora dopo la mia partenza, deviandomi per un ampio giro su e giù per stradine e piccoli borghi.
All’inizio di questa prima deviazione, non posso fare a meno di “documentare” questa realtà toponomastica…

Un’altra segnalazione sembra promettermi avventura.

Mi inoltro senza timori di sorta, ben contento di ritrovare percorsi a misura di viandante.

Dunque una frana. Capisco subito che l’eroico attraversamento del ponte diroccato e la successiva infinita terra di nessuno, che sperimentai in Umbria, oggi non si riproporranno.

E infatti l’ostacolo è quasi patetico,

ma almeno serve a impreziosire, grazie alla forzata assenza di traffico, l’unica parte interessante del mio avvicinamento alla meta finale.

In un’immagine, probabilmente la prima delle tre precedenti, cerco invano, per il limitato obiettivo del tablet, di riprendere all’orizzonte una piccola striscia blu.
Ebbene sì, l’altro mare, rispetto a quello della mia falsa partenza, diciotto giorni fa (sei di immobilità e dodici di cammino), fa qui la sua prima e unica apparizione.

La ricreazione è finita, sembra dirmi la traccia da seguire sulle mappe, che mi riporta sulla frastornante provinciale corinaldese.

Mi fermo prudenzialmente aggrappato al bordo della strada, quando vedo (o sento) avvicinarsi queste creature mostruose. E attraverso la strada ogni qual volta il ciglio opposto mi sembri un po’ più sicuro.

Uno dei rari slarghi, che mi permette di camminare tranquillo, ospita una strana prospettiva di bancarelle, dove si vende un po’ di tutto, principalmente utensileria meccanica.

Una seconda benedetta deviazione è su una strada che corre parallela alla principale, attraversando un piccolo borgo.

Quando rientro sulla corinaldese, tuttavia, qualcosa, forse visivamente forse acusticamente, sembra essere cambiato.
La città ormai è vicina e un senso di sollievo, più che di emozione, mi attraversa a questa visione.

Non è certo un paesino, Senigallia, e ha la sua brava zona di periferia.
Ma ormai mi sento come a casa e posso infischiarmi del percorso ottimale di Google Maps verso il mio vecchio Hotel Hamburg (dove sono davvero di casa).

Punto verso il centro e ritrovo le zone conosciute, dove ho i ricordi più belli e sereni dei miei ultimi quindici anni di vita.

In fondo al Foro Annonario stanno già montando il palco per il concerto dei Negrita di venerdì, a cui non mancherò.

Proprio accanto alla storica piazza circolare c’è “Marincrescia”, il piccolo locale dove Silvia sforna pizze e focacce biologiche e vegetariane.
È una mia cara amica, a dispetto dello scarto generazionale, e son contento di andare a salutare per prima proprio lei.

Poi è la volta di andare a salutare il mare, che segna la fine del mio viaggio verso Est, interamente con il sole di giugno di fronte, che mi ha fatto da stella cometa ogni mattina.

Riprendo in un video il mio arrivo presso la famosa “Rotonda a Mare”, per trasmetterlo subito dopo su Facebook.

Come ho confidato nel breve video, c’è più di un’ombra di rimpianto, nel non aver potuto compiere la traversata da mare a mare, ma c’è anche, e soprattutto, un senso di ricchezza e gratitudine per un’esperienza il cui bilancio è superiore alle mie pur alte aspettative della vigilia.

Ho vissuto un seguito di giornate davvero straordinarie, cercando di raccontarle sempre dettagliatamente, per chi ha voluto accompagnarmi fin qui alla meta.

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26-6: Verso Corinaldo in un tripudio visivo

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Sono le sei e tre quarti quando lascio “Lo Sgorzòlo”.

L’aria è umida e il sole si nasconde dietro un’ampia striscia di nuvole appoggiate all’orizzonte.

La penultima tappa, di venti chilometri, mi porterà nei dintorni di Corinaldo.
Dopo quella, durissima e difficile, di ieri, oggi mi sembra di affrontare una passeggiata.
Come sempre, non so quali paessggi e situazioni mi presenterà, ma mi sembra molto meno insidiosa come tracciato.

Ripercorro in discesa la strada che si stacca dalla regionale per Marotta.

Le nuvole oggi sembrano proprio decise a dare spettacolo.

In accoppiata con un sole splendente e con l’aria mantenuta tersa dal vento, mi faranno dimenticare l’ossessione di quegli inestricabili panorami collinari di ieri, regalandomi l’incanto di paesaggi fantastici in una giornata dalle luci indimenticabili.

Ed eccomi nuovamente a proseguire sulla regionale per le spiagge di Marotta e Fano, con la sgradevole compagnia di sfreccianti, e via via sempre più numerosi, mezzi motorizzati.

La lascio, finalmente, all’ingresso del paese di San Lorenzo in Campo.

Mai sottovalutare l’avversario: dopo qualche minuto, qualche fotografia

e un cartello che annuncia l’ingresso nella provincia di Ancona, un ulteriore segnale indica un numero di strada provinciale che non mi torna.
L’interrogazione del navigatore dura normalmente due minuti buoni, ma ciò che conta è la connessione che permetta di eseguirla.
Dietro front: poco dopo aver lasciato la regionale, bisognava inoltrarsi per una stradina del tutto insignificante. Eh no, Google non ama le mezze misure!

Lo ringrazio di questo ennesimo regalo, restando tuttavia sul chi vive finchè non avrò imboccato con sicurezza, e per tutto il resto del tragitto, la provinciale corinaldese.

Intanto aria, vento, luci, colori e ombre hanno cominciato a giocare con i morbidi e varii paesaggi agresti, in una fantasmagoria che durerà tutta la mattinata.
Euforia, e continue pause per fare incetta di immagini.

Inoltrandomi nella campagna, ancora una volta la connessione se n’è andata, ma, dopo qualche iniziale titubanza, la segnaletica stradale mi rassicura.
Memore di ieri, cerco di economizzare l’uso della batteria.
Certi soggetti, tuttavia, non possono essere oltrepassati senza uno scatto fotografico.

Un cartello “vendita pomodori e verdura di stagione” mi attrae: nello zaino ho solo un avanzo di pagnotta e non so se incontrerò dei negozi di alimentari.
Entro nel cortile salutato dallo strepito di due piccoli cagnetti.
Sembra non ci sia nessuno, ma poi compare una signora anziana, che mi fa entrare nel magazzino.

Per un euro porto a casa, anzi a spasso, quattro pomodori e un grosso e lucido zucchino verde scuro, con tanto di fiore.

E si può procedere.

Un agriturismo invita al pranzo nei giorni feriali.
Ci penso un attimo poi decido di tentare, nonostante siano solo le undici e venti: la verdura acquistata potrà venir buona per la cena.
La porta è chiusa, l’apertura è a mezzogiorno, ma c’è un numero di telefono.
“Pronto, buongiorno. Guardi sono passato di qui a piedi, sono davanti all’ingresso; volevo sapere se posso mangiare adesso qualcosa.”
“Apre a mezzogiorno.”
Grazie, so leggere anch’io… dovrei ribattere.

Le gambe cominciano a sentire le ore di cammino, ma ormai sto raggiungendo le propaggini del centro abitato di Corinaldo (il cui bel centro storico campeggia su una collina un po’ distante).
All’odierna festa dei colori hanno deciso di contribuire molto vivacemente anche dei manufatti.

C’è anche un supermercato. Potrò integrare gli acquisti di verdure, per un bel pranzo alla faccia degli agriturismi chiusi!

Al banco della gastronomia ho già adocchiato un po’ di cose. Quando è il mio turno mi faccio confezionare alcuni tranci di peperone grigliato e prezzemolato. Poi chiedo se quelle invitanti polpette sono vegetali.
“Sì, c’è solo un po’ di salsiccia dentro.”
“No allora no” e opto per delle fette di melanzana cucinate.
Curiosamente, senza avermi sentito, una signora non giovanissima, servita contemporaneamente da un’altra commessa, replica la richiesta e poi il rifiuto delle polpette diversamente vegetali.
Chissà che la prossima volta non cambino la ricetta…
Una “Nastro azzurro” da sessantasei centilitri, poi di corsa alla cassa, ché al “Bed and breakfast Il vecchio cipresso” mi stanno aspettando.

Il sacchetto della spesa portato a mano non mi impedisce di fermarmi a fotografare i girasoli;

nell’altra mano il tablet per controllare l’avvicinamento all’obiettivo.

Finché, ancora una volta, la tecnologia viene superata da un linguaggio più antico, quello dei simboli: nella fattispecie, un albero inconfondibile…

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25-6: Gola – Pergola nel silenzio radar

A differenza di ieri, ho affrontato questa terzultima tappa con la coscienza delle sue insidie: un percorso lungo, venticinque chilometri, dalla Gola del Furlo ai dintorni di Pergola.
Appariva evidente, nel tracciato, la vena creativa di Google Maps: strade secondarie e improvvise scorciatoie. Come se non bastasse, per la prima volta le previsioni annunciavano piogge, rovesci e temporali: nel pomeriggio, ma forse anche in mattinata.

Riesco a partire presto, alle sei e un quarto

e subito il mio timoniere mi fa attraversare il fiume

e imboccare la provinciale “111”, che costituirà, nel bene e nel male, la costante di una delle più difficili tappe del mio viaggio.

La continua salita all’interno della boscaglia, fra il canto indisturbato di tante specie di uccelli, ha un effetto ammaliante.
Mi sento in forze e in armonia con tutta questa pace.

Poi incontro un vivente.

Facciamo subito amicizia e le sue espressioni di festa e di gratitudine per le mie carezze sono assolutamente sorprendenti, tanto che mi viene il sospetto che sia stato abbandonato, benché con il collare.
Ci avviamo, lo vedo correre avanti all’impazzata, poi tornare indietro e quindi infilarsi definitivamente su per un sentiero laterale.
La festa che mi aveva fatto era disinteressata.

Continuo a salire per oltre due ore, smaltendo pochi chilometri dal totale previsto.
Le nuvole, anziché infittirsi, per ora si diradano.

La connessione, quasi assente all’inizio, ora se n’è andata, in uno scenario di colline dove sembra non debbano esistere paesi e città.
Superato il piccolo villaggio di Tarugo, le mie mappe indicano una deviazione a sinistra dalla “111”.
Difficile, anzi impossibile localizzarla, fra le diverse possibilità che si presentano, alcune recanti cartelli indicatori che mi sembrano contraddittori.

Provo a continuare a salire sulla “111”, con la speranza che, scollinando, torni un minimo di salvifica connessione.

Raggiunta quella specie di cresta, il panorama infinito di colline selvagge, che ora credo di odiare, non cambia e della connessione non se ne parla. Anzi, per un paio di volte, nonostante una batteria carica al cinquanta per cento, gli sforzi di agganciare un segnale fanno spegnere il tablet.

Decido di proseguire sulla “111” verso Pergola, pur sapendo di essere fuori dal percorso delle mie mappe: avventurarsi in una laterale sarebbe peggio.
Dopo l’ennesimo spegnimento, il tablet non si riaccende più.
Eccomi davvero solo.
Cerco di prefigurarmi gli scenari che mi aspettano e quello che sembra più probabile è un aggravio, chissà di quanto, della lunghezza totale del tragitto.
Non posso fare a meno di figurarmi un altro scenario: che la batteria sia andata fuori uso per sempre.

Ora la strada scende. Ho il sole di fronte, segno che sto andando a Est, nella direzione generale del mio intero viaggio.

Presso una curva, due uomini stanno conversando, seduti a un grezzo tavolo di un giardino.
“Buongiorno!”
“Buongiorno!”
“Scusate, quanto manca, a Pergola?”
Mi mostra il palmo aperto: cinque chilometri.
“Lo conoscete l’Agriturismo ‘Lo Sgorzolo’?”
“Sì, bisogna prendere la strada per Marotta, un chilometro prima di Pergola.”
“Grazie molte, molto gentili!”

La mia tensione si scioglie di colpo: non ho imboccato le scorciatoie ottimali, ma non sono fuori strada!
E l’antico metodo di domandare si è rivelato molto più efficace dei sussidi tecnologici,

Nei cinque chilometri di discesa verso Pergola, quasi improvvisamente le nuvole si infittiscono.
Al bivio per Marotta, che indica anche l’ospedale, devo decidere il da farsi: puntare verso il primo bar della cittadina di Pergola, o prendere subito la strada consigliatami.
Il rischio del temporale mi fa optare per la seconda: al limite, se non trovo locali pubblici, potrò riparare (e magari anche ripararmi) all’ospedale, dove le prese di corrente per rianimare l’attrezzo non mancheranno.

Ma c’è subito l’insegna di una grande osteria e ristorante.
Dopo un attimo di titubanza decido di entrare.
Sono le undici e mezza.
Chiedo se mi possono fare un panino al formaggio e una birra.
Resta perplesso, poi mi dice di accomodarmi fuori, sotto i tendoni.
Chiedo anche la grazia di una presa di corrente.
Attacco il caricabatterie e, grazie al cielo, il tablet si rianima,
E, appena riesco a fargli quell’interrogazione che mi è stata lungamente preclusa, cioè itinerario e distanza per la mia meta, mi conferma le indicazioni dei due uomini della provvidenza, e la distanza di otto chilometri e mezzo. La deviazione dal percorso ottimale mi è costata solo un paio di chilometri.

Mentre comincio a mangiare sotto i tendoni, si scatena il temporale.
E così, alla fine del mio spuntino. estraggo dallo zaino e indosso tutta la bardatura da pioggia.

Intanto ho fatto amicizia con Silvia, la cameriera che è appena arrivata. Si incuriosisce molto sul mio viaggio, poi parliamo di Senigallia e della sua piccola città di Pergola.

All’una la furia del temporale si è calmata, e la batteria ha potuto ricaricarsi al settanta per cento.
Saluto con simpatia la mia nuova amica e riprendo il cammino sotto una pioggia debole, con i piedi indolenziti da tutte le ore già passate a salire e scendere, ma anche dalla rigidezza, ora, delle suole da escursionismo.

Si tratta di sopportare per un paio d’ore, il tempo necessario a completare la mia lunga tappa.

La deviazione per l’agriturismo mi riporta in una bella campagna quieta, mentre ha smesso di piovere.

Riesco a infangarmi maledettamente gli scarponcini, solo per scattare questa fotografia.

L’ultima salita è sempre la più micidiale, e questa ha una pendenza terribile.

Ma alle tre meno dieci raggiungo l’ agriturismo e l’agognata fine del mio odierno tragitto.

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