23-7: Val d’Elsa fascinosa

Come quasi sempre è successo negli anni e nei cammini scorsi, ieri sera, poco dopo le sette, mi ha raggiunto il mio vecchio amico Nicola, tramite un lungo viaggio dal Lago Maggiore fin qui, eccezionalmente affrontato non in motocicletta ma in automobile.
Ero presso l’accettazione dell’albergo, per saldare anticipatamente il conto e farmi consegnare il sacchetto per la colazione, e l’ho visto apparire, sorridente ma polemico:
“Dovete modificare le indicazioni e l’insegna,” si lamentava a voce alta; “è da un quarto d’ora che giro qui intorno avanti e indietro!”
Non m’è sembrato vero poter rincarare le mie proteste del pomeriggio, quando, a livelli di sfinimento fisico raramente conosciuti, m’era toccata la stessa sorte, con l’aggiunta d’indicazioni telefoniche errate (“Mi aveva detto di proseguire lasciandomi a destra l’internet caffè”; “Certo! Ah no, mi sono sbagliata: doveva lasciarlo a sinistra”…)

La prima fotografia che scatto questa mattina, quando alle sette e mezza esco dall’albergo di Colle di Val d’Elsa, serve a documentare quell’insegna, infelicemente posta sopra un muretto.

Ambulanti stanno allestendo il mercato.

Un lungo rettilineo su una strada larga mi allontana dal centro del paese, sotto un cielo completamente grigio che, dopo le spettacolari luci estive di ieri a San Gimignano, genera oggi una strana atmosfera autunnale fuori stagione.

“Ciao!” sento dire con voce squillante, una volta poi un’altra ancora, in un tratto privo di marciapiedi, da una coppia di ciclo-viandanti. Rispondo con uguale entusiasmo, poi cerco d’immortalarli al volo.

Un po’ inaspettato compare, sotto un ponte, il padrone di casa di queste prime tre tappe, il fiume Elsa.

Mi rendo conto una volta di più dell’importanza dei nostri fiumi, delle valli che generano e delle arbitrarie piroette dei loro corsi, nel disegnare la geografia umana del territorio.

Poco dopo, come felice e benedetta abitudine francigena, eccola, segnalata vistosamente, una deviazione, che mi allontanerà in fretta, e con suggestivo effetto acustico, verso la campagna.

Dopo il grande fiume, è un piccolo lago stagnante a chiedermi una foto ricordo.

Sto per addentrarmi in un paesaggio di sorprendente, intima bellezza, forse il regalo più grande di questi primi giorni.

Il cielo grigio contribuisce alla magia delicata di questo territorio agreste.

Ecco dimostrata l’origine del nome di quei pastelli della mia infanzia, color “Terra di Siena”…

Il tragitto ora si immerge in una boscaglia, al cui interno ricompaiono tracce della presenza umana, sotto forma di una fattoria popolata da animali.

Oltre ai cavalli e ai maiali, due cagnetti vocianti lungo il sentiero sono sorvegliati dalla padrona, probabilmente la proprietaria della fattoria, che vedo tranquillizzarsi non appena faccio amicizia con quello, dei due, che mi era corso incontro, sempre abbaiando.

Proseguendo, e insospettito dall’assenza di segnavia, un controllo sulla mappa mi indica d’essermi allontanato dalla traccia.
“No buono!” esclamo, nel fare dietro-front, all’indirizzo di una coppia di stranieri, forse olandesi da come li ho sentiti discorrere.

Per fortuna ritrovo la signora dei cagnetti, che mi conferma che, invece, il cammino era “buono”, e che mi porterà, in sequenza, nelle località di Acquaviva, Strove e Abbadia a Isola.
Poiché quest’ultima è la mia meta odierna, le chiedo quanto possa mancare.
“Da qui ci vorrà un’ora”, mi risponde, confermando (non senza mio grande sollievo) l’idea che avevo di una tappa molto più breve delle precedenti.

Ma le belle sorprese non sono finite: una bella casa rurale…

preannuncia l’ingresso in un altro di quegli antichi borghi che l’itinerario francigeno sembra fare uscire come conigli dal cilindro del prestigiatore. Si tratta di Strove.

Superato il piccolo, magico borgo, ritrovo davanti a me i due olandesi, che poi supero nel momento in cui si fermano a leggere un cartello di indicazioni storiche, e che rivedrò un’ultima volta di passaggio dalla mia destinazione.

E la mia destinazione, che oggi raggiungo in meno delle classiche tre ore di metà giro, è un complesso monumentale di grande suggestione, sorto intorno a un’abbazia fondata nel 1001 da una contessa longobarda, Ava dei Lambardi.

Questa è la facciata del chiostro e al primo piano, dietro quelle colonne e un largo corridoio, ci sono le camerate del mio ostello.
Avrò a disposizione, tutta per me, un’intera camerata…

…e, finalmente, tanto gradito tempo, per rilassarmi, radermi la barba e, grazie all’amichevole “servizio navetta” di Nicola, concedermi pranzo e cena in buona compagnia.

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22-7: Val d’Elsa festosa e implacabile

Avevo preso sonno tardi, ieri, complice un episodio di rinite allergica che mi ha infastidito per un’ora buona.
Di conseguenza, il risveglio, poi la colazione e la preparazione (compresa quella delle uova sode da mettere nello zaino), si sono protratti molto più di quanto sarebbe stato necessario, per affrontare un’altra tappa molto impegnativa, lunga ventiquattro chilometri come quella di ieri.

Esco di casa alle sei e trentotto e mi trovo, come ieri, imprigionato da un cancello chiuso.
E come ieri, ma questa volta immediatamente, scelgo la modalità-ladro per superare l’ostacolo, scavalcando il muretto attiguo, che si può vedere nell’immagine scattata subito dopo:

C’è il problema di capire dove dirigermi, per riallacciarmi al tracciato francigeno verso San Gimignano, da cui un’automobile ieri mi ha fatto inaspettatamente deragliare.
Contavo di farmi aiutare da Google Maps, ma, come temevo, non c’è una connessione sufficiente per farlo funzionare.
Per fortuna, però, la benedetta applicazione Via Francigena è meno avida di risorse e, tramite le sue mappe e la connessione satellitare, riesco a individuare, e seguirò senza dubbi, la strada da percorrere.

Per la prima parte è la stessa percorsa ieri con l’impagabile Signora dell’Ostello.
Rivedo infatti, ai lati della via, le cataste di tronchi

di cui lei mi aveva decantato l’ottima fattura.
Poi un bivio mi fa imboccare la direzione San Gimignano.
Le prime sensazioni fisiche sono buone: aiutato anche da una leggera, costante pendenza in discesa, mantengo un’andatura veloce.
Tutta la prima metà del percorso odierno, proprio fino a quella importante e splendida meta turistica, si svolgerà su strade percorse da autoveicoli, mai tuttavia in modo troppo fastidioso; in certi tratti, anzi, la strada è tutta mia.

La giornata è più nitida e luminosa di ieri e la natura intorno offre scorci interessanti.

“Puon kammino!” sento alle mie spalle in un momento di breve sosta.
“Grazie, buon cammino a te!”
Devo controllare un paio di volte la presenza del seno, su una corporatura giovane ma massiccia, per sincerarmi che sia una ragazza, di lingua evidentemente tedesca.
Familiarizziamo e procediamo per qualche minuto appaiati, nonostante la mancanza di un marciapiedi o di pista ciclopedonale.
È altoatesina; partita da Lucca qualche giorno fa, oggi percorrerà solo la breve tappa ufficiale, quella da Gambassi a San Gimignano, con sollievo dei suoi piedi, il suo punto debole, e col piacere di potersi concedere una bella visita turistica.
Le racconto che ci andai in gita scolastica alle scuole medie. “Cioè nel 1700…”, aggiungo, suscitandole un sorriso.
Prima di separarci, perché procede evidentemente più lenta di me, le chiedo se posso fotografarla.

Le mostro il ritratto sulla macchinetta fotografica; lei con lo smartphone ricambia la cortesia dello scatto e di mostrarmi il risultato. Poi ci salutiamo con autentico calore.

Come ieri mi sono riproposto di concedermi una sosta solo dopo aver compiuto le prime tre ore di cammino, cioè una buona metà dei chilometri.

L’inconfondibile profilo turrito del paese medievale appare all’orizzonte (come si può vedere nell’immagine iniziale di questo racconto). La buona e costante andatura odierna mi permette di raggiungerlo in tempo per concedermi al suo interno la sosta di metà percorso.

In attesa di trovare un bar, mi lascio incantare dai fantastici chiaroscuri che fa il sole, giocando con le antiche architetture.

C’è parecchia gente in giro: dapprima, a dominare, sono i locali accenti toscani, poi, man mano che ci si avvicina al cuore del borgo antico, i turisti stranieri s’impongono.
C’è un’atmosfera di festosa bellezza; mi ci lascio assorbire gioiosamente.

Ed eccomi seduto al bar, ad assaporare una spremuta d’arancia.

Dopo una bella sosta, riprendo ad alternare, quasi convulsamente, camminata e scatti fotografici.

Poi si esce dallo spettacolare centro storico, imboccando una larga strada che, inizialmente, concede nuovi panorami,

poi procede più monotona fiancheggiando, fra l’altro, dei campeggi e altre aree a vocazione turistica.

Come spesso succede, ed è sempre un piacere, il tracciato improvvisamente abbandona la strada asfaltata e si tuffa nella natura.

Dire “si tuffa” è particolarmente appropriato, perché la strada rurale s’inoltra in ripida discesa dentro un avvallamento.
Il sole si fa sempre più implacabile e la discesa non è piacevole.

Il fondo dell’avvallamento è percorso da un piccolo ruscello, da guadare.

Con alcune acrobazie riesco a rinfrescarmi un minimo con l’acqua corrente.
Mi aspetta il tratto più faticoso, la risalita, che affronto con passo sempre più lento e pesante.

Segue poi un lungo tratto di saliscendi sotto un sole rovente, mitigato solo da qualche sporadico soffio di vento.
La fatica e l’arsura sono nuovamente mie sgradite compagne di viaggio, in una campagna di austera bellezza.

“Che bella sorpresa!” esclamo forte appena capisco che il locale, spuntato miracolosamente dal nulla, è aperto.
“Devo mettermi la museruola?”
L’oste, per fortuna è di larghe vedute, anche quando, dopo avermi detto che comunque si è vaccinato, io ribatto di non volerlo fare.

Nuova spremuta d’arancia, e un paio di bicchieri d’acqua aggiuntivi.
Poi, sorpresa nella sorpresa, mi viene offerta una ciotola con un’insalata di limoni, aceto di mele, erbe aromatiche, che completa virtuosamente l’opera di reidratazione.

Dopo aver immortalato il suo bel sorriso, gli chiedo quanto manca a Colle di Val d’Elsa.
“Cinque o sei chilometri” mi fa, “ma la strada diventa più tranquilla e ombreggiata.”

La previsione, inizialmente, s’avvera, permettendomi di recuperare morale e andatura.

Alle quasi due ore che in realtà mi separavano dalla camera d’albergo, dove, in orari impossibili, sto scrivendo ora questo racconto, bisognerebbe dedicare un altro intero racconto, per non dire un romanzo.
Ma non ce n’è proprio il tempo.

Concludo con le ultime foto che, nonostante lo sfinimento, son riuscito a scattare, durante l’avvicinamento e l’ingresso nel paese.

Dopo due tappe fin troppo impegnative, quella di domani dovrebbe essere molto più breve.
Buonanotte.

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21-7: Val d’Elsa insidiosa

In questo secondo alloggio della mia nuova traversata, la connessione è così lenta che non mi permette di caricare le immagini.
Si tratta, tuttavia, solo dell’ultimo di una serie di contrattempi che, uniti alla faticaccia della lunga tappa collinare (da San Miniato a Gambassi Terme), mi hanno messo a dura prova.

Fin dall’inizio della giornata i segnali erano stati poco incoraggianti.
Ero riuscito nell’intento di entrare in cucina per la colazione alle cinque e mezza; una bustina di tè e un apposito pentolino erano stati premurosamente sistemati vicino alle piastre a induzione elettrica. Credo che non serva essere ingegneri elettronici per farle funzionare, eppure ho pigiato a lungo e sempre più nervosamente quei piccoli tasti, senza riuscirci. Niente da fare neanche col bollitore, probabilmente rotto; alla fine ho optato per il succo d’arancia conservato in frigo.
Buona la torta e i biscotti artigianali, ma intanto dieci minuti abbondanti di possibile camminata al fresco buttati.
Altri dieci e passa, poi, me li sono giocati quando è stato il momento di valicare il cancello sbarrato, senza la presenza, in cortile o in casa, di un apposito interruttore. Chiuso come un topo in gabbia, ho provato a telefonare (a mali estremi estremi rimedi), dimenticandomi che non c’era campo. “Signora!” ho gridato alla fine un paio di volte, con effetto ugualmente nullo.
Come un ladro, mi son messo a cercare una via di fuga, e alla fine l’ho trovata, nella fattispecie d’un cancellino, in fondo al cortile, legato alla buona con un cavetto.
Nell’esatto momento in cui ho riacquistato la libertà, però, m’è venuto in mente che la signora, nel consegnarmi la chiave della stanza, mi aveva avvertito che, allegato a quella, c’era il telecomando, se avessi voluto uscire nel pomeriggio.
Ho maledetto la mia dabbenaggine mattutina, …ma ho benedetto di non essere riuscito a svegliarla!

La giornata di oggi è stata una di quelle che, per durata complessiva, incontri e avvicendamento di situazioni e sensazioni, sarebbe molto difficile raccontare anche avendo a disposizione tutte le immagini.
Dovrò dunque procedere per sommi capi.

La fatica. Tasto dolente, è stata superiore al previsto; bene le gambe, reduci dagli allenamenti di corsa a Tenerife; meno bene le spalle, soprattutto nei frequenti, benché brevi, tratti in salita.
Ho tenuto duro senza soste fino allo scadere della terza ora di cammino, avendo la buona sorte, proprio in quel momento, di trovare un posto ombroso con panchine, tavolo e rarissima fontanella e qui, fra una cosa e l’altra, alla fine mi son fermato quasi un’ora.
Una seconda sosta dopo un’altra ora e tre quarti, cioè passato mezzogiorno, per combattere l’arsura di una giornata sempre più calda e afosa, dando fondo alla famosa scorta di ciliegie.
Uno slancio d’euforia ha accompagnato l’abbandono di foschi presagi quando, all’ennesimo disperato tentativo, la signora dell’ostello che avevo prenotato ha finalmente risposto al telefono.
“Si bagni la testa, fa molto caldo!” mi ha detto fra l’altro.
“Eh, me ne sono accorto” le ho risposto.
Mancavano ancora sei, che sono comunque tanti, dei ventiquattro chilometri complessivi, e ho pregustato l’arrivo un po’ troppo presto, arrancando poi progressivamente nella lunga salita finale, conclusasi all’una e quaranta dentro un bar-trattoria di Gambassi Terme, dove ho mangiato un’insalata mista, due porzioni di cecìna (una squisita focaccia sottile di farina di ceci), bevendo una rigenerante birra Ichnusa da sessantasei centilitri!
In casi piuttosto estremi come quelli vissuti oggi, non smetto di benedire di essere da solo, a misurarmi con le mie forze e non dovere scontare le crisi di eventuali compagni di viaggio non altrettanto preparati, che a quel punto mi farebbero sballare.

Il tablet. È, al contrario, un insostituibile compagno di viaggio multifunzione, per tenere i contatti, guidarmi lungo il percorso, scrivere e pubblicare i racconti. Ebbene, proprio nel durissimo tratto finale, s’è messo a fare i capricci, dicendo che non riconosceva la scheda SIM. L’allarme, davvero brutto, è perdurato dopo un primo spegnimento. Ma, grazie al cielo, è cessato dopo un secondo, accompagnato da una pressione della piccolissima scheda all’interno del suo alloggiamento. Grande sollievo.

Il paesaggio. La guida ufficiale della Via Francigena decanta come particolarmente spettacolare il tragitto odierno, pur mettendo in guardia sulle difficoltà di una tappa completamente immersa nella natura, nel vasto territorio collinare della Val d’Elsa.
In gran parte su strade non asfaltate, in continuo saliscendi e con una vista quasi sempre estesa sul paesaggio circostante.
La giornata estiva, non molto nitida, ha però un po’ spento i colori e i chiaroscuri, offrendo di rado degli scorci davvero emozionanti.

Gli incontri. A differenza dell’anno scorso, quando, a fine giugno, l’onda lunga del cosiddetto lockdown non si era ancora esaurita, quest’anno i camminatori e i ciclisti che percorrono la Via Francigena ci sono, e sono una piacevole realtà.
Nella sosta di metà percorso, presso la fontanella, erano presenti due giovani già incrociati in precedenza; facile scambiarsi le proprie impressioni e piani di viaggio.
Comunque sempre bello, lungo il cammino, ricevere e dare sorrisi e saluti sinceri, sia con gli altri viandanti, sia, spesso, anche con podisti o persone residenti che tengono a comunicarti il loro incoraggiamento. Ho ricevuto un saluto di buon cammino anche, addirittura, da uno intento alla guida spericolata di un trattore su pendenze impossibili.

La signora dell’ostello.
Avevo prenotato un posto letto in un piccolo ostello (con aria condizionata) nel centro di Gambassi.
Mi sono sorpreso, perciò, quando, contattata faticosamente per telefono, la proprietaria ha preteso (oltre che mi bagnassi la testa) di venirmi a prendere in macchina, perché la distanza dal centro non era affrontabile a piedi.
S’era messa quasi subito a darmi del tu e a chiamarmi per nome, suggerendomi lei stessa di fermarmi in qualche locale, per ristorarmi prima di incontrarci . E avevamo stabilito di risentirci alle due.
Poco dopo quell’orario l’ho rintracciata io (ancora a fatica) per dirle che avevo già terminato la mia pausa-ristoro. Mi ha indicato di aspettarla al vicino parco, dove sarebbe passata, di lì a non molto, a prendermi in macchina.
L’attesa, su una scomoda panchina di ferro, è stata sempre più fastidiosa col passare del tempo.
Il suo messaggio di testo con scritto “arrivo” risulta memorizzato alle quindici e otto minuti.
Come se non bastasse, poi, mi ha richiamato chiedendomi di raggiungerla (in salita…) nel parcheggio delle terme.
M’ero fatto l’idea di una persona per niente affidabile, ma ho cercato di fare buon viso a cattivo gioco, e alla fine non è andata affatto male, connessione internet a parte.
Mi ha spiegato, durante il tragitto, che ha preferito chiudere l’ostello a causa dei complessi protocolli sanitari, e che ora affitta una camera in un suo piccolo appartamento con piscina, all’interno d’un borgo residenziale, più a monte e dunque più fresco (come sto piacevolmente verificando); mi ha rassicurato sulla lunghezza della variante che dovrò percorrere domattina, verso San Gimignano.
E anche la temuta resa dei conti, una volta entrati, è andata bene: m’ha chiesto solo trenta euro, meno dei trentacinque che avrei dovuto spendere in quell’ostello particolarmente ricercato.
E m’ha dato la disponibilità completa della cucina, che ha un aspetto “vissuto” e dove potrò cuocermi, oltre al tè, due uova e portare via pane e biscotti. Mi ha invitato anche a consumare del gelato conservato nel congelatore, cosa che poi non ho rinunciato a fare!

Insomma, come suol dirsi, tutto è bene ciò che finisce bene, e l’ultimo… chiuda la porta!

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