Articolo molto tecnico (ma anche un po’ umano)

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Vi racconto una piccola storia a lieto fine, riguardante aspetti tecnici di questo blog.

Benché col tempo si sia molto ridimensionata, questo mio diario ha avuto fin dall’inizio, oltre dieci anni fa, una qualche pretesa, se non presunzione, di influire un po’ sulle sorti del mondo.
E chissà che i miei iniziali articoli sulla decrescita e sull’allarme ecologico, concetti in quei tempi molto meno diffusi di oggi, siano un po’ serviti proprio alla causa della loro divulgazione.
Certo devo ammettere che la popolarità di questo sito, che avevo sognato e per cui mi ero anche speso in varie maniere, è sempre stata molto inferiore a quei miei pii desideri. Ma lo dico senza alcun rimpianto, anzi con un pizzico d’orgoglio per quel mio impegno tanto ideale quanto poco realistico.

Proprio con l’intento di renderne più facile l’accesso e la diffusione, pensai a come semplificare il suo nome fisico, in gergo tecnico URL, quello cioè che compare sulla barra in alto del browser (cioè proprio di questa videata), spesso accanto alla formula magica ‘https:’, e che serve per un accesso diretto, non mediato cioè da un motore di ricerca come Google.
I blog, infatti, hanno normalmente un nome fisico non molto mnemonico, come ‘franzblog2.wordpress.com’; mi sarebbe piaciuto, invece, poter pubblicizzare il mio sito con il suo nome ‘franz-blog.it’, con o senza il prefisso www.

Trovai un sito (chiamato ‘dominiando.it’) che permette l’acquisto di un dominio, cioè dell’esclusiva di un URL, e verificai in prima battuta che il dominio franz-blog.it fosse libero.
Ottenuta risposta positiva, trovai che era possibile, una volta acquistato il dominio, la funzione di ‘redirect’, cioè l’automatico reindirizzamento sull’indirizzo originario, quello più complesso, da cui non potevo prescindere.
Feci l’acquisto, con richiesta di rinnovo annuale, e, superata qualche difficoltà, riuscii nel mio intento.
Era diventato possibile accedere anche col nome più mnemonico e caratteristico, appunto franz-blog.it.

Per alcuni anni la cosa è andata avanti così, solo con qualche dubbio se il gioco valesse la candela a ogni rinnovo annuale, piuttosto costoso per una funzionalità così semplice.
Finché, due o tre anni fa, scoprii che ‘Aruba’, il fornitore della mia posta certificata, offriva lo stesso servizio a costi di gran lunga inferiori.
Senza incontrare eccessive difficoltà, diedi il benservito a Dominiando.it e passai su Aruba.

In tempi più recenti, cioè pochi mesi fa, anche in questo caso valutando se il gioco valesse la candela, ho deciso di liberare il mio blog dagli annunci pubblicitari che, in maniera sempre più frequente, la piattaforma WordPress vi inseriva, in fondo ai miei articoli, con l’intento dichiarato di finanziare i servizi forniti.
Per evitare la pubblicità ho dovuto comprare un pacchetto, con il solito rinnovo annuale, che prevede anche altre opzioni, fra cui l’acquisto di un dominio personale.
Per quanto bassa, a questo punto la spesa annuale su Aruba sarebbe diventata inutile se fossi riuscito a passare il mio dominio all’interno della piattaforma del blog medesimo, cioè su WordPress, cosa comunque preferibile.
Mi informai per sapere se l’accesso tramite il nome fisico originario, quello più difficile (magari qualcuno l’aveva memorizzato fra i preferiti) fosse stato ancora valido dopo la migrazione del sito sul dominio franz-blog.it e mi risposero, dall’America, che il reindirizzamento sarebbe risultato automatico.

Sono stato a lungo indeciso se effettuare o no la migrazione, che intuivo essere più complessa della precedente e che rischiava, in caso di errore, di farmi perdere quella funzionalità, mentre, con frequenza regolare, nella pagina di gestione del blog compariva, in inglese, l’invito a fare quel passo, che qualcuno (o qualche automatismo) aveva capito che potevo compiere ma tentennavo.
Mentre tergiversavo, le spinte da parte di WordPress si fecero sentire anche tramite ripetuti messaggi di posta elettronica, in cui, dall’altra parte dell’oceano, qualcuno mi suggeriva che l’operazione da fare, in teoria semplice, era solo quella di modificare il nome dei server d’appoggio: mi venivano indicati gli attuali, quelli su Aruba, e quelli di loro proprietà, che avrei dovuto impostare da qualche parte per effettuare la migrazione.

Finché mi sono deciso.
Sono andato sul sito di Aruba e, con santa pazienza, ho trovato la finestrella con l’opzione ‘Gestione DNS’, cioè del nome dei server, proprio quella che mi serviva.
Ma la finestrella era in tonalità trasparente, e non ci si poteva cliccare sopra.
E’ qui che comincia il mio scambio di mail con l’assistenza del sito italiano di Aruba, nella fattispecie con il signor Pietro Dini.
Che mi spiega che, per quel tipo di funzionalità, devo acquistare un pacchetto di servizi diverso dall’attuale, al costo (trascurabile) di quindici euro, ma rinunciando provvisoriamente alla funzione di redirect, cioè restando a piedi relativamente all’obiettivo da tempo consolidato.
Passate alcune settimane, mi decido: ormai siamo in ballo e balliamo. Effettuo l’acquisto e la modifica e, quando quest’ultima viene accettata, riesco ad accedere correttamente all’opzione di gestione DNS, cioè quel cambio di server a lungo propugnati dall’amministrazione di WordPress.

Per curiosità, a questo punto provo a digitare l’indirizzo URL franz-blog.it; non accedo più al mio sito, come mi aspettavo, ma, per fortuna, mi viene risposto un messaggio standard che il dominio è riservato e dunque non in balia del primo sconosciuto che se ne voglia impossessare.

Clicco dunque sulla finestrella della gestione dei server, e, ahimé, mi si apre un mondo, in cui inizialmente mi perdo.
Mi si parla di record di tipo ‘AAAA’ e altre amenità del genere. Purtroppo il signor WordPress la faceva un po’ troppo facile.
Decido, per cautela, di farmi aiutare proprio da lui, che si materializza nel signor Richard W. (chissà, un omonimo di Wagner?) quando gli invio l’immagine delle videate.
Mi risponde prontamente, senza spiegarmi tutte quelle informazioni che non capisco, semplicemente aggiungendo l’indicazione dell’indirizzo I.P. da associare ai nomi dei server, se richiesti.
Torno alla carica sul sito di Aruba, cercando di non lasciarmi spaventare da quella prima videata incomprensibile.
Mi sembra di capire che, una volta indicato di rinunciare alla gestione standard di Aruba, in prima battuta basti indicare il nome del dominio, e così faccio.
Mi si apre una seconda videata, che non ha molto da invidiare alla prima.
Anche qui, neutralizzando il panico, provo a inserire al posto giusto il primo dei tre nomi di server nuovi che mi sono stati indicati.
Risposta: “Il dominio indicato non è valido”.

Decido di scrivere di nuovo a mister Richard, un po’ perché mi sembra più amichevole nell’approccio, rispetto al signor Pietro Dini, un po’ perché quest’ultimo non ha presumibilmente nessun interesse verso chi desidera di dismettere un servizio.
Il signor Richard, con tono molto garbato, mi risponde che non ha sufficiente dimestichezza con i pannelli di modifica di Aruba per darmi indicazioni, e mi suggerisce di rivolgermi a loro fornendo tutte le informazioni in mio possesso.
Cosa che, intanto, ho già fatto; da notare che entrambe le conversazioni via mail stanno avvenendo, speditamente, nella giornata di sabato. Mi immagino questi due tecnici, uno in Italia e uno negli Stati Uniti, che si lasciano coinvolgere per passione al mio problema e alle mie richieste, certo per loro non molto frequenti.
Il signor Dini, sebbene in tono più formale rispetto al simpatico Richard, fuga le mie perplessità e si propone di effettuare lui la modifica in prima persona, direttamente nel sito ‘Registro italiano dei dominii’.
Dopo poche ore mi risponde che è stato riscontrato un errore, mi passa il diagnostico e anche la relativa interpretazione e indicazioni operative da dare a WordPress.

Con molta cura traduco in inglese l’intera comunicazione e la invio a mister Richard.
La sua risposta mi arriva di domenica, ma dal fuso orario immagino sia stata scritta il sabato sera, quando la gente di solito va a divertirsi.
Ha effettuato le operazioni richieste, mi chiede di ripetere il tentativo guidato di modifica e di fargli sapere.

Anche il signor Dini non scherza, a efficienza: sono le otto e venti del mattino di lunedì quando mi comunica che le richieste di modifica dei server questa volta sono andate a buon fine, e che saranno operative entro ventiquattr’ore.

In realtà, quando leggo la sua mail le modifiche sono già operative. Provo infatti a digitare franz-blog.it e magicamente ecco che torna ad apparire la home page del mio sito.
Un bel sollievo; alla fine sembra che ce l’abbiamo fatta: ripeterò il tentativo a più riprese, sempre con successo.
Mi affretto a comunicare il buon esito al di là dell’oceano, aggiungendo solo una perplessità: nell’indirizzo in alto nel browser vedo ancora indicato il vecchio nome, quello complesso; gli chiedo se è normale.
Mi risponde, visibilmente soddisfatto anche lui del successo, che ha provveduto a modificare il nome del dominio principale e che, ora, anche nella barra degli indirizzi si vede il nome del sito da me preferito.
Vado subito a verificare ed è grande  la soddisfazione di vedere lassù, come può fare anche chi sta leggendo questo articolo, il nome del mio blog.
Nell’entusiasmo, nel rispondergli, mi lascio andare a un tono abbastanza confidenziale:

“Perfect, all right!
Thanks a lot, once again, my friend.
Ciao!
Francesco”

che resterà l’ultimo atto di questa vicenda di collaborazione, confortante sotto tanti aspetti.
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Immagine iniziale dal sito: aruba.it

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Dal Savena all’Alto Reno: epilogo

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Due sere dopo il mio rientro da Porretta, cerco di fermare il tempo, divoratore di tutte le esperienze, con qualche riflessione su quella che ho appena concluso.

E la prima che bussa alla mia coscienza è relativa all’aspetto climatico.
Rispetto ai due viaggi a piedi precedenti, la grande novità di questa (oltre alla percorrenza più breve) era appunto quella stagionale: mi piaceva poterla concludere in inverno, almeno stando al calendario delle stagioni astronomiche.
La scommessa è stata vinta, con un aiuto da parte del clima che posso ben definire spudorato: si è messo stabilmente al bello (e che bello: giornate limpidissime) dal primo all’ultimo giorno utile.
Nelle ore centrali della giornata, poi, complice anche quel po’ di quota collinare e di montagna che enfatizza l’escursione termica, ho vissuto la sorprendente sensazione di un’estate anticipata.
L’emozione di camminare in maglietta, su strade asfaltate, con la luminosità e soprattutto il calore del sole che riportavano ad altre stagioni, in contrasto con gran parte degli alberi ancora spogli, mi resterà a lungo impressa.
Spero che non aver dovuto fare i conti con nuvole, pioggia e aria fredda non mi abbia viziato troppo per il futuro.
E comunque, come ho confidato alle persone più care, di luce e calore sentivo un bisogno impellente, per cominciare a ricaricarmi dopo un inverno complesso, sotto tanti aspetti.

La seconda considerazione che mi viene da fare è il senso di conferma, netto, di questo tipo di esperienza.
Mi sembra, sempre di più, di aver scoperto una dimensione così vitale, autentica e salutare, che non potrò più farne a meno per il futuro, tanto più grazie alla totale libertà che ho felicemente conquistato dalla schiavitù del lavoro.
Forse, col tempo, dovrò scendere a patti con l’esigenza di spostarmi inizialmente da casa con mezzi pubblici, ma certamente limiterò il più possibile tali trasferimenti e comunque, per i prossimi progetti che ho in mente, il problema per ora non si pone.

E a proposito di conferme, ho ritrovato perfettamente certe sensazioni provate negli altri due viaggi, legate al continuo avvicendarsi e accumularsi, strada facendo, di paesaggi e situazioni.
E’ un po’ come leggere un libro, riga dopo riga, pagina dopo pagina: il ritmo umano e fisiologico del cammino porta ad avere i sensi aperti alla ricezione di quello che si svolge intorno; e il passare dei giorni, vissuti così, genera presto un senso quasi inestricabile di accumulo di ricordi a breve. Quanto provato solo due o tre giorni prima sembra lontanissimo.
Penso che sia un fatto molto salutare, legato all’improvviso e continuativo abbandono delle consuetudini quotidiane.

Ho rivissuto anche, nella terza lunghissima tappa, un senso di accumulo esagerato, di paesaggi e situazioni.
Non rinnego l’esigenza di progettare tappe lunghe (superiori ai venti chilometri di saliscendi), senza le quali verrebbe meno l’intensità di stare compiendo la piccola impresa di una traversata importante.
Dovrei però riuscire a non complicarmele ulteriormente con errori di percorso che, grazie alla stampa molto dettagliata delle mappe, questa volta pensavo che avrei evitato.
Resto tuttavia contrario all’utilizzo di attrezzi tecnologici più sofisticati rispetto al mio tablet: in fondo mi piace così.
E’ importante comunque progettare anche tappe più leggere, di decompressione, come si sono rivelate la quarta e la quinta (ed ultima) affinchè l’esperienza resti piacevole e non diventi stressante.

Altro aspetto che si è imposto, più che mai, è l’amore per la fotografia, sia a scopo documentativo (a corredo cioè del diario di bordo) che puramente espressivo.
La possibilità di eseguire scatti a volontà, che ai tempi della pellicola certamente non esisteva, ha dato anche il vantaggio di poter fare progressi in breve tempo, nell’attitudine a cogliere e perfezionare le inquadrature più significative. E i risultati incoraggianti confermano nella continua appassionante ricerca di spunti.

Vorrei affrontare ora un’altra impressione, un po’ strana a dir la verità.
E’ da meno di due anni che sono diventato un appassionato viaggiatore a piedi. Ma, chissà perché, mi sembra che la mia esperienza sia di genere diverso da quella di altri viaggiatori di cui in passato mi è capitato di seguire le tracce (o anche solo qualche eco): alludo a due personaggi della radio, Claudio Sabelli Fioretti e Sergio Valzania, e a uno scrittore, Enrico Brizzi.
Faccio davvero fatica a interpretare questa sensazione; mi viene solo da pensare che, in questo campo, ognuno abbia un suo approccio e un suo stile, che lo differenzino da qualsiasi cliché. In particolare rivendico, come mie caratteristiche, un’importante componente sportiva e un’ancor più imporante componente solitaria, che scende a patti solo nelle tappe conclusive, che ho sempre condiviso con uno fra i miei più cari amici (due volte Massimo e una Giovanni).

Le ultime considerazioni che voglio fare riguardano l’aspetto comunicativo.
In tutte e tre le mie esperienze, la possibilità di interagire con gli amici in modo intenso e quasi in tempo reale, grazie a Facebook (e ora anche al blog), è stato un motore trainante.
Spesso, ancora una volta, mi è capitato di collezionare ed elaborare mentalmente ciò che stavo provando (e di scattare fotografie) in vista della relativa narrazione.
Rispetto ai viaggi precedenti, questa volta, come immaginavo, non ho avuto mai la sensazione, febbrile ed eccitante, di venire sommerso dai commenti. Probabilmente per la minore importanza dell’impresa affrontata, o magari anche per la mediazione tecnica del racconto, che questa volta ho affidato in prima battuta al blog, per poi linkarlo su Facebook.
Resta però netta, e molto gratificante, l’idea di essere stato accompagnato, giorno dopo giorno, dall’interesse vivo e affettuoso di tante amiche e amici.
Che sono stati, ancora una volta, un elemento costitutivo ed essenziale di questa bellissima esperienza.

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Dal Savena all’Alto Reno: quinta e ultima tappa

Itinerario: Castel di Casio – Pradale – Ponte della Madonna

Qualche lieve striatura di nubi alte rende le tinte più morbide, quando usciamo dall’albergo per incamminarci verso la meta conclusiva del nostro viaggio.
Già ieri Giovanni ha svolto con sicurezza (e mio sollievo…) il ruolo di guida; oggi, poi, cammineremo nelle sue terre: i luoghi delle sue origini, sia personali che familiari.
E così avrò la fortuna che l’abituale susseguirsi ininterrotto di paesaggi si popolerà di ricordi di vita vissuta, da lui in prima persona (fin dalla sua infanzia) così come dai suoi antenati.

Ma subito c’è da visitare il paese di Castel di Casio, che mostra una sorprendente varietà di splendidi scorci dal sapore molto antico.

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Quando poi cominciamo a percorrere i saliscendi dell’itinerario odierno mi accorgo, gradualmente, che oggi c’è un’atmosfera speciale.

All’inizio la attribuisco a quel cielo, che (sulle prime) appare un po’ meno terso rispetto alle incredibili mattinate precedenti, ma poi capisco che c’è dell’altro: una miscela di percezioni visive e uditive che danno un particolare senso di pace.
Non passano veicoli, la strada è tutta nostra.

Sembra che la vita attiva sia appannaggio di cani da guardia (quelli non mancano mai), gatti e animali da cortile; mentre gli antichi edifici rurali impongono più che mai la loro austera bellezza.

Ma oggi è domenica; chiedo al mio compagno di cammino se durante la settimana ci sia la stessa incredibile quiete di uomini e mezzi. Lui ci pensa un attimo, poi mi dice che no, il traffico veicolare è sempre scarso, ma, quanto meno, negli altri giorni qualche attività umana rende l’ambiente più movimentato.

Poi mi mostra i luoghi della memoria familiare: il borgo di Pradale

e, più avanti, quello di Rovinaia

Intanto ci siamo avvicinati a Porretta, e più vicine che mai si mostrano le cime innevate del Corno alle Scale e del Cimone.

La perfezione di un’altra giornata di grandi suggestioni è purtroppo limitata da qualche mio nuovo problema alle dita del piede sinistro, che, a differenza del ben più lungo viaggio della scorsa estate, quest’anno ha deciso di fare i capricci, ripetutamente.
La cosa si rivela un po’ fastidiosa nel tratto finale: una deviazione per un sentiero sterrato, molto scosceso in discesa, che serve a evitare una frana che troveremmo più avanti (e che non credo che Google Maps mi avrebbe risparmiato!).

Basta solo un po’ di cautela, comunque, e ben presto il sentiero si trasforma in una stradina sconnessa, prima di immettersi nella via che porta al piccolo santuario della Madonna del Ponte.

Dove, quasi a sorpresa mi appare la casa di Giovanni.
Proseguo per i duecento metri che mi separano dal traguardo della mia traversata: il ponte sul Reno in prossimità della chiesa.

Il mio viaggio, preparato con cura da molto tempo, giunge qui al traguardo, assistito da condizioni climatiche superiori a ogni possibile aspettativa.
A differenza delle sere scorse, scrivo quest’ultima puntata di diario qui sulla tastiera del mio computer fisso.
Nel tardo pomeriggio il mio vecchio amico mi ha accompagnato alla stazione di Porretta, dove ci siamo salutati: sono tornato in treno fino a San Lazzaro e poi, indossando per la prima volta la giacca a vento per difendermi dalla tramontana, ho completato a piedi il tragitto fino a casa.
Sarebbe tempo di bilanci e considerazioni generali, ma preferisco rimandarle ai prossimi giorni: in fondo questo è diventato l’argomento principale del blog e ora (cosa che ho parecchio trascurato per tutte le quattro notti precedenti) ho solo tanta voglia di dormire…

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