Dalla Grande Galleria all’alto Reno – 3

La giovane e paffuta tuttofare dell’albergo, impegnata nel bar, controlla la nostra prenotazione, poi ci chiede di aspettare qualche momento prima di portarci nelle camere che ci spettano.
Appena si libera, in prima battuta ci informiamo sull’orario della cena. “Mi dispiace, il mercoledì il ristorante è chiuso.” Vedo Giovanni molto spaesato, sia perché mi aveva garantito che l’albergo chiude il martedì (come in effetti sta scritto sulla vetrina d’entrata), sia perché me ne aveva decantato la cucina un po’ saporita, che io non ricordavo.
“Non ci sono altri posti per mangiare?” intervengo io.
“Sì, c’è il pub. Telefono subito per avvertire; mal che vada qualche tigella ve la facciamo.”
La telefonata va a buon fine: “Mi ha detto che dalle sette in poi vi aspettano!” ci comunica trionfante.
Poi ci dice di uscire, aggirare il locale e aspettarla al primo portone sulla sinistra.
Il passaggio esterno, sotto un piccolo voltone, è un ricordo di due anni fa che si riaccende, improvviso e piacevole.
Tre piani di scale ci portano alle nostre due stanze, un po’ spartane ma accoglienti, mansardate sotto travi di legno che, pur costringendomi a camminare sempre curvo, non mi risparmieranno un paio di botte in testa.

Un’ora e mezza di riposo mi è ben accetta, per smaltire gli oltre diciotto chilometri della mia camminata odierna, a insindacabile giudizio di Google Maps.
Quando usciamo, poco prima delle sette, il paese è già piombato in una dimensione notturna e straniata.

Saliamo in una zona meno centrale e più aperta, ma altrettanto deserta e silenziosa, dove si possono osservare in lontananza le piccole luci di abitazioni e agglomerati collinari.
L’insegna vistosa e luminosa del pub sembra sfacciatamente accesa solo per noi.
Entriamo nel locale vuoto e, dopo qualche attimo, vediamo comparire una giovane sorridente, che ci fa strada nella sala più grande e ci fa capire che siamo giunti ben presentati.
“Si può abbassare il volume?”
“Se volete la spengo!”
Nostra titubanza di cortesia, ma lei ci dice che tiene accesa la tivù solo per fare compagnia in cucina e spegne il fastidioso televisore, lasciandoci con i menù nella sala tutta nostra, anche acusticamente.
E’ solo il primo gesto di una gentilezza, sistematica e molto accattivante, che ci mostrerà nel corso di tutta la cena.
Abbiamo una certa età, ma entrambi non siamo insensibili a questo genere di fascinazione femminile.
“Peccato che abbia la fede”, in un momento in cui lei non c’è dico a Giovanni, meno rapido di me nel leggere questi (peraltro inutili) dettagli. Ma è poi lei stessa che, correttamente e sia pur in tono scherzoso, nomina suo marito come presente e attivo nella cucina.
I piatti che ordiniamo, oltre che curati nell’aspetto, sono buoni e non fanno rimpiangere l’esilio dal ristorante dell’albergo.
Alla fine c’è per noi anche, addirittura, un piccolo omaggio: due eleganti penne-biro con tanto di piccola luce led a pressione, a un’estremità, e sferetta di gomma dura per il “touch-screen” dall’altra (cioè in cima al cappuccio).

Castel di Casio in versione notturna torna ad accoglierci nel breve tratto verso la piazza.
La dimensione urbana di un silenzio così abissale, lontano da qualsiasi mia abitudine, mi lascia una forte impressione, austera ma non priva di fascino.

Alle prime luci del mattino mi sveglia il furioso ululato del vento, poi riesco pian piano a riprendere sonno.
Alle otto ci ritroviamo al bar, dove ci viene concessa una colazione abbondante, benché non molto varia e, quando senza fretta decidiamo di andare, un conto sorprendente: sconto di due euro, probabilmente a causa del disagio relativo alla cena, sui soli trenta a testa già pattuiti.

Terza tappa: da Castel di Casio al Ponte della Madonna (dintorni di Porretta Terme)

Appena fuori, ci si presenta senza cerimoniali l’avversario della nostra camminata odierna: continue raffiche di fortissimo vento freddo. Non ci facciamo spaventare: i chilometri previsti, anche sulla variante d’itinerario studiata dal mio amico, non sono molti: dovrebbero permetterci di arrivare intorno a mezzogiorno. Peccato che, oltre al disagio di quella forza della natura, che sembra divertirsi nell’ opporsi frontalmente al nostro cammino, le tinte del cielo e del paesaggio si presentino cupe e livide.


Ripercorriamo, inizialmente, una parte del cammino fatto ieri, passando presto per il borgo di Case de’ Moratti.
Concentrati a procedere contro vento, quasi non ci ricordavamo dell’implicito appuntamento con il signor Sauro.
E’ lui ad accorgersi di noi: da una finestra orientata alle nostre spalle ci urla un saluto.
Probabilmente era in vigile attesa del nostro passaggio, che forse costituirà un altro piccolo evento nella sua vita fatta di solitudine e ricordi (almeno nelle giornate in cui risiede qui).
Questa volta ci limitiamo a salutarci da lontano e, nel congedarmi, bado a pronunciare il suo nome.

Si procede, fra piccoli borghi colorati e bluastri scorci panoramici.




Un’indicazione stradale più che mai appropriata:

Finché non giungiamo all’inizio di una bella mulattiera in ripida discesa, vigilata da un cagnetto furibondo nei nostri confronti.


Grazie alla boscaglia circostante, il vento sembra acquietarsi un po’.
Giovanni mi racconta che di qui saliva settimanalmente la gente di Porretta per andare al mercato; tempi ormai remotissimi…
E in effetti compare presto, in fondo alla valle del fiume Reno, la cittadina termale, dove terminerà la nostra camminata odierna e la mia intera traversata.

In un anfratto della boscaglia,

fra i rami di un albero, come una magia compare anche un vistoso sacchetto bianco.
Il mio amico lo recupera e ne estrae, et voilà, un paio di scarponi più adatti per la sua discesa.
Nulla affidato al caso: nella mattinata di ieri, mi racconta a sorpresa, si era recato apposta in automobile nelle vicinanze per effettuare il deposito strategico…

La pendenza della stradina è così ripida da rendere molto veloce l’avvicinamento al nostro traguardo.
Tanto che alle undici e mezza posso documentare il raggiungimento, come due anni fa, di un fiume Reno, giovane ma già baldanzoso nel suo corso fiancheggiato da canneti, che a valle lo porterà, con uno scarto deciso, a evitare la confluenza nel Po e a farsi strada da solo fino al mare Adriatico.

La casa di Giovanni si trova poco prima del ponte che immette nel comune e nel centro abitato di Porretta.
Abbiamo tempo di riposarci un po’, prima della pizza di congedo, di fronte alla stazione.
Anche se vi ci rechiamo in macchina, scatto un’ultima foto che ritrae il caseggiato nel centro del paese, sotto un cielo ora finalmente azzurro.

Dopo la pizza, devo attendere tre quarti d’ora la partenza del treno per Bologna.
Ci siamo già salutati, e Giovanni mi ha consigliato premurosamente di salire sul treno, sicuramente già presente sul binario.
Il treno c’è, ma resterà chiuso fino a dieci minuti prima dell’orario di partenza mentre, implacabile, il vento continuerà a soffiare rabbioso sulla pensilina.

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Dalla Grande Galleria all’alto Reno – 2

Ogni qual volta le recensioni lasciate dai clienti sono un coro unanime di apprezzamenti positivi, si può scegliere un servizio, ristorante o alloggio che sia, a scatola chiusa.
Per questo, aver trovato una camera libera nello strategico bed and breakfast vicino al Brasimone, mi aveva confortato alla vigilia della partenza.
Solo, forse per il suo nome soave, “La Tana delle Fate”, mi ero convinto che la coppia dei gestori fosse molto giovane.
Quando, un attimo dopo aver scattato la foto che conclude il capitolo precedente, vedo comparire entrambi (ed entrambi zavorrati da qualche chiletto di troppo…), mi rendo conto, confesso con un po’ di delusione, che sono invece miei coetanei, come verificherò più tardi conversando con loro.
“Ce l’abbiamo fatta!” commentiamo unanimemente, sorridendo, prima di darci la mano e presentarci.
E subito, prima ancora che possa togliermi lo zaino di dosso, fra lui, che aveva raccolto il mio non-ancora-disperato appello telefonico, e il sottoscritto, reso un po’ euforico dalla fatica appena terminata, si scatena la bagarre.
Perché io sono animato dal sacro furore di lasciargli traccia della mia esperienza, ad uso di futuri clienti, e lui di dimostrarmi che potevo prendere una via migliore.
Ci si intende, paradossalmente, sempre meno quando lui estrae la carta dei sentieri e io cerco di ravvivare nel tablet la mappa di Google, recante l’evidenza univoca dell’itinerario da percorrere come pedone. Perché la sua, coerentemente con il relativo scopo, evidenzia un fitto reticolo di sentieri (tutti numero 001…), nascondendo le sedi stradali e rendendo vani i miei sforzi di localizzare il punto sbarrato, mentre la mappa sul tablet, molto più evidente di qualsiasi mia descrizione, è beffardamente sparita e non ho voglia di reimpostarla.
Zero a zero il risultato finale, e vado a fare la doccia.
Mi hanno riservato un vero e proprio appartamentino, di cui svettano subito la massima pulizia, l’ordine, un letto a due piazze molto comodo e, non ultimo, un silenzio perfetto.
Ho un paio d’ore per riposarmi, fino alle sette, orario in cui ho chiesto di prepararmi la cena (che avevo prenotato, specificando di essere vegetariano); sì, perchè, insolitamente, offrono anche la ristorazione serale.

Puntualmente alle sette scendo e, come immaginavo, mi prendono a tavola con loro. Ho deciso di lasciare il tablet in camera per evitare di tornare sull’argomento, e infatti stabiliamo subito, da entrambe le parti, un clima molto più rilassato.
Lui stappa una bottiglia di lambrusco, specificando che è biologico, e me ne versa un bicchiere che, per via della schiuma, diventa mezzo; noto che quello che versa nel suo, invece, a schiuma esaurita, risulta il doppio del mio.
Lei, che mi tratta con una cordialità schietta e popolare e presto mi chiederà di darci del tu, ha cucinato una pastasciutta al pomodoro assolutamente memorabile, merito dei pomodorini da lei stessa coltivati, evidentemente con la stessa cura con cui gestisce i locali. Dice di essere di origine bolognese, ma il suo accento è toscano; quando si rivolge al marito lo chiama “amore”, cosa che mi intenerisce (proprio come quando vedo coppie mature camminare mano nella mano), nonostante la sottile antipatia che, fin dal primo momento, lui mi ha suscitato.
E che rinfocolerà, versandomi il vino una sola altra volta, e decantando un formaggio caprino “a chilometro zero” di cui mi dà una sola fettina mentre lui se ne servirà a ripetizione. In compenso, l’insalata di patate e olive e il cosiddetto “friggione” toscano di peperoni e zucchine sono ottimi e molto abbondanti, tanto da invogliarmi a fare il bis, con un po’ di faccia tosta. E alla fine spuntano le sfrappole, per festeggiare il martedì grasso, e ottimi liquori artigianali.
La conversazione, tenendosi prudentemente alla larga da prese di posizione politiche in questi tempi di opposte fazioni, affronta temi importanti, in particolare l’impatto ambientale e sociale delle nostre scelte alimentari; stranamente, lui si schiera dalla mia parte nel sostenere l’importanza dell’alimentazione vegetariana, mentre lei sostiene che in Africa non cambierebbe niente.
Mi viene da pensare come certe tematiche, solo pochi anni fa assolutamente di nicchia, siano diventate ormai, giustamente, di dominio collettivo.

Stiamo a tavola un certo tempo, poi, prima che io torni in camera, regoliamo il conto, perché lui l’indomani sarà a lavorare. Quarantasette euro, davvero poco, considerando anche l’abbondante colazione a base di frutta, tè e ottimi biscotti e marmellate artigianali che mi verrà servita l’indomani, insieme a un’altra bella chiacchierata con la signora.

La mattina, dunque, anche il tempo dedicato alla colazione è privo di fretta: ho appuntamento con Giovanni nel primo pomeriggio, nei pressi di un altro lago, quello di Suviana, che potrò raggiungere da qui in circa tre ore.
Sono già le nove e mezza quando saluto e ringrazio la signora, e riprendo il mio cammino.

Seconda tappa: dal Bacino del Brasimone a Castel di Casio

Devo tornare al lago, per percorrerne oggi l’altra riva. Visto che ero arrivato in salita, mi incammino spensierato e baldanzoso in discesa, lungo la provinciale, solcata da rari passaggi di veicoli motorizzati e, come ieri, da folate di vento freddo.
Scatto una bella immagine mattutina,

prima che qualche dubbio, confermato da un’indicazione stradale verso Castiglione dei Pepoli, non si affacci fastidioso alla mia mente. Siamo alle solite: falsa partenza e inversione di rotta, con la coda fra le gambe e la paura di incontrare, vergognandomi, uno dei due componenti della coppia che mi ha ospitato.
Sono solo le nove e tre quarti quando ripasso davanti alle Case Roncacce da cui sono partito; poco male.

Prima del lago mi appare la sua imponente diga.

Come e più di ieri trovo rasserenante costeggiare il lungo specchio d’acqua, anche perchè sulla striscia d’asfalto fiancheggiata da chioschi e giardini, sotto un cielo luminoso, incontro solo un signore col cane e con un abbigliamento un po’ eccentrico, che mi saluta per primo.


Poi il mio percorso lascia il ramo occidentale del lago, inerpicandosi dolcemente in un’ampia valle.

Di lì a non molto mi aspetta un’altra bella sorpresa: compaiono improvvise, all’orizzonte

le vette ancora innevate dell’alto Appennino modenese e bolognese, fra cui il Cimone e il Corno alle Scale.

L’itinerario di oggi era stato oggetto, nei giorni precedenti, di discussioni telefoniche al limite del maniacale, fra me e Giovanni, entrambi desiderosi di stabilire il percorso migliore, in termini soprattutto ambientali, verso il punto d’incontro stabilito: il bar-ristorante-albergo Luana a Suviana. Google Maps mi proponeva, partendo dal Brasimone, due alternative parallele, la più breve a Sud, passando presso i borghi di Baigno e Bargi; l’altra più a Nord, per Barceda, chiesa di Santo Stefano di Baigno e Cinghione; il mio amico, che era giunto addirittura a fare un giro perlustrativo in automobile, perorava invece una deviazione dal tracciato Sud che a Baigno, presso un negozio chiamato “L’angolo della spesa” (referenziato anche sulla mia mappa), lo abbandonasse per collegarsi all’altro, presso la chiesa di Santo Stefano. Anche in questo caso non era stato facile parlare lo stesso linguaggio, questa volta fra le mie mappe, a lui (caparbiamente refrattario a internet) inaccessibili, e la sua conoscenza diretta ma parziale dei luoghi; alla fine mi aveva convinto.

Attraverso serenamente con gli occhi bene aperti, la blusa di “pile” ben chiusa, la prima parte del percorso, piacevolmente aerea, lasciandomi catturare da qualche bello scorcio panoramico.



Anche oggi percorro strade strette e deserte. Un minimo di animazione in più trovo scendendo verso il piccolo borgo e gli incroci stradali di Baigno. E i due esercizi commerciali che mi appaiono ben evidenti: un parrucchiere accanto, eccolo, al fatidico “Angolo della spesa”.

Passo fra le antiche costruzioni rurali del minuscolo centro abitato

e poi imbocco la, diciamo, bretella verso il “tracciato-Nord”: la più evidente (che mi porta a Barceda), ma non esattamente quella ottimale (che mi avrebbe portato più avanti, alla chiesa), come potrò scoprire a posteriori, sia consultando più attentamente la mappa, sia confrontandomi con Giovanni, che vedrà in parte vanificata la sua attività di apripista.
Per me poco male, sia perché si tratta di un aggravio chilometrico trascurabile, sia, soprattutto, perché comunque il percorso è molto godibile, e tale resta, poi, nella prosecuzione verso la seconda diga in programma oggi, quella del lago di Suviana.



Una brusca deviazione mi porta verso la diga e l’abitato di Suviana, poco prima del quale mi appare il bar-ristorante-albergo che rappresenta il traguardo intermedio della tappa odierna, e da cui, un attimo dopo aver scattato questa fotografia,

vedo uscire, in tutto il suo felliniano splendore, la signora Luana in persona (almeno immagino), che mi guarda cordiale e incuriosita.
“Vado a farmi un panino al bar” mi sento in dovere di dirle.
“Prego, entri, ci sono quei ragazzi.”

Entro, quando è l’una in punto.
“Quei ragazzi” sono un omone burbero con la barba e una signora anziana magra e curva.
“Me la fa una piadina?” chiedo al barbuto.
“No, piadine non ne abbiamo.”
“Allora un panino al formaggio. E una birra.”

Vedo con dispiacere che non ci sono tavolini, che mi permettano di starmene tranquillo ad aspettare l’incontro col mio amico, previsto alle due e mezza, ma solo uno stretto oblungo tavolo a muro opposto al banco, con qualche sgabello, sul primo dei quali mi siedo, dopo essermi tolto lo zaino e una visita alla toilette.
Mi si avvicina la “ragazza”: “Abbiamo formaggio di capra, va bene?”
“Benissimo, certo.”
Come ieri, e come sempre quando sono fuori di casa, le mie abitudini vegane virano al vegetariano, senza troppi scrupoli, ma per comodità e, anzi, col piacere non tanto della trasgressione quanto della variazione di dieta.

Quando ho finito il mio spuntino, riporto il piatto e il bicchiere al banco e chiedo il conto, deciso ad aspettare fuori.
Forse la mia cortesia viene apprezzata, perché, nel salutarmi, il montanaro arcigno barista mi augura una buona passeggiata.
Ci sono delle panchine, a pochi passi di distanza, ma all’ombra. Provo a sedermi, ma anche dopo aver estratto e indossato la blusa impermeabile sopra il “pile”, le folate di vento freddo giungono troppo fastidiose.
Vado a sedermi al sole, su uno scalino dall’altra parte della strada, quasi di fronte alla fermata dell’autobus.
Va un po’ meglio, ma mi resta la paura di prendere un malanno alla gola.
Inganno l’attesa navigando un po’ su internet, fra le notizie del “Fatto quotidiano” e le esternazioni di pensiero, informazione e arte varia del piccolo variegato mondo dei miei amici di Facebook.
E poco dopo le due e mezza, vedo un piccolo autobus arrivare, fermarsi e scaricare Giovanni.

Ora la mia traversata può proseguire non solo con un vecchio amico, ma anche con un navigatore vivente, che ha studiato, sia per oggi che per domani, percorsi molto particolari e panoramici, diversi sia da quelli che mi indicherebbe Google, sia da quelli affrontati insieme due anni fa, pur essendo identico il posto di tappa: l’albergo-ristorante La Piazza di Castel di Casio.

Compare a sorpresa, e sarà l’unico di tutto il mio cammino, un albero fiorito

e poi nuovi scorci da catturare




Attraversiamo o lambiamo piccoli borghi antichi: Lizzo, Poggio Barone, Case de’ Moratti.
Ed è nell’entrare fra i silenziosi e abbandonati antichi edifici rurali di quest’ultimo, che facciamo un incontro.

Quel signore, appena visibile nell’immagine, ci si rivolge: “Scusate, eh, sono uscito per controllare, perché c’è un anziano che ogni tanto esce di casa.”
Chissà se è una scusa. Perché il bisogno di parlare di quest’uomo straripa immediatamente.
Vuole raccontarci di tutta la gente, le famiglie, che popolavano questo piccolo agglomerato e che ora se ne sono andati via, salvo pochissimi, due o tre (ce li nomina), che tornano di tanto in tanto. Ci indica le case e le attività che vi venivano svolte.

Ha gli occhi azzurri e la sua voce è un canto intriso di malinconia. Lui non molla, si inventa qualche piccola attività, come la raccolta della legna, per passare il tempo.
Ma poi ci rivela che lui stesso alterna la permanenza qui con un luogo diametralmente, stridentemente opposto: la zona artigianale di Casalecchio di Reno. E scopriamo che lavorava come autista di bus a Bologna.
Gli chiedo del 2 agosto e ci racconta, con molta partecipazione, di quando, nella loro mensa di via San Felice, si era sparsa la notizia dello scoppio di una caldaia, e di come, a bordo della circolare esterna, passò di lì a poco davanti alla stazione devastata.
Quando ci chiede dove siamo diretti, Giovanni gli spiega che domani ripasseremo di qui, verso Lizzo, per puntare poi a Porretta. Lui si illumina all’idea di tornarci a vedere e salutare.
Gli chiedo come si chiama allungandogli la mano. Si chiama Sauro.

Il cielo si è annuvolato e l’aria fredda ora non è più contrastata dai raggi del sole.
Ma ben presto la torre, il centro, e l’albergo di Castel di Casio, dopo due anni, ci accolgono nuovamente, sul far della sera di una giornata da ricordare.

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Dalla Grande Galleria all’alto Reno – 1


Prima tappa: da Vernio al Bacino del Brasimone

La linea ferroviaria detta “Direttissima” rappresentò per lunghi anni, in coppia con l’Autostrada del Sole, la cerniera di collegamento fra il Nord e il Centro Italia.
Da quando, il 13 dicembre 2009, fu inaugurata la nuova linea ad alta velocità, i vecchi binari continuano a servire l’utenza locale nella tratta Bologna-Prato.
All’inizio di tale percorso, i treni fanno sosta in diverse stazioni del Servizio Ferroviario Metropolitano bolognese, che mi risultano molto comode; in particolare posso raggiungere quella di Bologna Mazzini in venti minuti di camminata e altrettanti di autobus.

Uscire da casa a piedi zaino in spalla ha sempre il suo grande fascino, anche se ci sono di mezzo, appunto, i mezzi, con i loro rigidi orari.
La mattina di martedì scorso, 5 marzo, dunque, prima delle otto, mi vede incamminato di buon passo verso il capolinea del 19C presso la stazione di San Lazzaro. Riesco a raggiungerla in tempo utile.
Ma l’autobus si ingolfa nel traffico dell’ora di punta, assottigliando via via il margine di tempo previsto per la corrispondenza con il treno.
L’ascensore che mi porta sopra il Pontevecchio, dove è stata incastrata la stazione di Bologna Mazzini, apre la sua porta di fronte a quelle, anch’esse aperte e invitanti, di un treno in partenza, dentro cui mi fiondo, in base anche a calcoli molto sommari sulla sua direzione di corsa. Quella sbagliata.
E così, un quarto d’ora dopo, mi ritrovo come un pesce fuor d’acqua, ma ben cosciente della mia situazione privilegiata, in stazione centrale, confuso fra la quotidiana popolazione di studenti e lavoratori pendolari.

Il progetto prevede tre giorni di cammino, da Vernio a Porretta Terme, in compagnia, da metà della seconda tappa, col mio amico Giovanni, che abita nei pressi di Porretta e che già due anni fa, sempre in marzo, mi accompagnò nei tratti finali della mia traversata, quella volta completamente a piedi e su un tracciato diverso, da casa mia in cinque giorni.

Per fortuna, come sapevo, l’attesa del prossimo treno utile è molto breve.
I tre quarti d’ora di viaggio sul regionale passano, in maniera crescente, con i finestrini oscurati dai passaggi in galleria, fino all’apoteosi dei diciotto chilometri di quella del Vernio, la “Grande Galleria dell’Appennino”, tristemente nota per gli attentati terroristici, ma di cui è davvero interessante leggere la storia (vedi qui), anche in memoria dei novantanove lavoratori che, nei lontani anni della realizzazione, ci lasciarono la vita.

Appena usciti dall’interminabile tunnel, c’è l’omonimo paese (quello dell’immagine iniziale di questo articolo), per me oggi punto di partenza.
La tappa di oggi prevede molta salita: novecento metri di dislivello, lungo una strada che Google Maps dichiara “a traffico limitato o privata”. Conoscendo i miei proverbiali limiti in campo di orientamento, mi sono attrezzato, scaricando sul mio nuovo tablet le immagini satellitari del tracciato in scala piuttosto ridotta, così da essere assistito anche in caso di mancanza di connessione alla rete telefonica.
Una piccola deviazione iniziale mi permette di fotografare l’uscita della galleria,

prima di imboccare la strada che presto sale sopra il piccolo centro abitato.

“A piedi si passa dappertutto” mi incoraggia sorridendo, con il consueto tono stentoreo della gente toscana, una signora che, dal giardino della sua abitazione, sta offrendo assistenza agli operai di un ingombrante cantiere stradale.


Il traffico stradale, che immagino di norma scarso, è completamente bloccato; so per esperienza trattarsi di una delle migliori fortune che possano capitare a un viandante che cerca la pace nel contatto con ambienti naturali.

Il primo e unico borgo posto sul mio tracciato, Cavarzano, compare presto.

La scelta dei tre giorni di questa mia camminata è avvenuta in base a ripetute consultazioni delle previsioni meteorologiche sul sito dell’ARPA regionale e il tempo, in effetti, si mantiene stabile. Tuttavia c’è una strana alternanza di aria temperata e lievi folate fredde, che mi costringono ad aprire e chiudere continuamente la cerniera anteriore del “pile”. Addirittura a un certo punto me lo tolgo, proseguendo in maglietta, ma per brevissimo tratto.

Le tracce di abitazione e attività umana non sono frequenti; il silenzio è rotto solo da un costante e discreto cinguettio e canto di uccellini che festeggiano le prime avvisaglie della bella stagione, sia pure qui molto meno precoci che in pianura.

Un improvviso grugnito nella boscaglia; lo attribuisco a un cinghiale, non senza un minimo di apprensione. Pochi attimi dopo (invece?) è una coppia di caprioli, uno dopo l’altro, ad attraversare veloci la strada.
Guardo l’erta alla mia destra, da cui provengono, e mi chiedo come potessero correre in quell’intrico e pendenza.
La pendenza della strada, invece, si mantiene costante ma non impegnativa.

La quiete e l’incanto continuano a imporsi in un teatro, come tanti ce ne sono (tutti da scoprire), certamente non lontano dalle principali direttrici stradali, che rimangono però ben nascoste dalle alture circostanti. Al di là di un po’ di sonnolenza per quella che, per le mie abitudini, è stata una levataccia, ne sono felice: è esattamente quello che cercavo per questa mia escursione inaugurale della nuova annata.

Verso lo scadere della terza ora di cammino la fatica, quasi improvvisamente, si fa sentire nelle gambe.
E’ l’una, e una sosta si impone, anche perché ho raggiunto i mille metri di altitudine dell’Alpe di Cavarzano, punto di incrocio di alcuni itinerari.


Mi siedo sullo scalino davanti alla porta di un edificio deserto ed estraggo dallo zaino dapprima una mela, che taglio in quattro fette


poi un godibilissimo panino fatto con due fette di pane di segale integrale farcite con crema di zucchine e porri.
Anche tralasciando aspetti etici di qualunque genere, non c’è spuntino carnivoro in grado di competere!
(Pubblicità “occulta”: alla COOP si trovano confezioni di pane di segale biologica a prezzi molto convenienti).

Rinfrancato dalla sosta, riprendo il cammino, ora in discesa.

La primavera, quassù, sembra davvero ancora lontana: ad esclusione dei sempreverdi, gli alberi sono spogli, in assetto invernale, così come la natura circostante, in cui prevalgono tinte smorte.

Ed ecco, inaspettato, mi appare a valle il Bacino del Brasimone, oltre il quale troverò il mio alloggio: una bella sorpresa!

Ho concordato con i proprietari del bed and breakfast il mio arrivo per le quattro: immagino che dovrò gestire una buona ora di anticipo.

La strada sembra divergere dal lago, ma la mancanza apparente di qualsiasi bivio mi fa procedere tranquillo per un certo tratto, finché non decido di consultare il navigatore.
Responso sgradevole. Mi sto allontanando dalla meta: esattamente al confine regionale fra Toscana ed Emilia ho imboccato la Via del Bosco di Sopra anziché proseguire lungo la Strada dell’Alpe di Cavarzano.
Quando riguadagno il punto critico capisco il perché dell’errore: un cancello molto austero, che ha tutta l’aria di proteggere una villa, protegge in realtà il proseguimento della strada.
Per fortuna un pertugio a misura di pedone permette di intrufolarsi.

La via, fiancheggiata da un torrente, procede lungo una gola stretta e ombrosa, in ripida discesa.
Dopo tre o quattrocento metri, nuovo cancello austero e chiuso, del tutto simile al precedente.

Recinzioni e filo spinato, manco si trattasse di un campo di concentramento, rendono impossibile superare l’ostacolo.
Non mi do per vinto: proseguo lungo il recinto, sperando in un varco.

La sede su cui cammino si restringe sempre di più, fino a diventare uno stretto scalino prospiciente un pericoloso salto nell’insenatura del fiume. Avanzo ancora qualche metro aggrappandomi alla meglio alla rete di recinzione, ma il pericolo aumenta.
Bisogna cambiare strategia: torno indietro finché non diventa possibile inoltrarsi verso il letto del torrente.

Il percorso fuori strada si rivela denso di insidie: oltre a dover guadare più di una volta, mi tocca avanzare su un terreno impervio, dove un letto di foglie secche nasconde tratti fangosi o scivolosi. Riesco ad affondare uno scarpone dapprima nel fango, poi nell’acqua del torrente, che entra fredda e insolente a bagnarmi il piede.

La spia dell’emergenza si accende nella mia mente, contestualmente all’aumento massimo dell’attenzione. E infine anche al senso dell’inutilità dell’impresa: lassù la strada è sempre superprotetta e sembra impossibile poter trovare un accesso più a valle.
Dietro-front.
Riguadagnare il cancello sbarrato mi costa fatica e attenzione, ma temevo peggio.
Devo ora risalire al primo cancello, dove avevo sbagliato strada, e cercare intanto sulle mappe di Google una via alternativa.

L’unica possibilità sembra quella di imboccare nuovamente la Via del Bosco di Sopra, poi proseguire aggirando un monte fino all’abitato di Castiglione dei Pepoli. Due ore buone, malaugurate, di cammino aggiuntivo.
Ma proprio vicino al pertugio del primo cancello scorgo delle indicazioni di un sentiero del CAI e della “Maratona dei laghi”.
Lo imbocco senza troppi dubbi.
E’ costellato di segnali frequenti e ben visibili

e tale si mantiene a lungo, anche se di tanto in tanto attraversa qualche tratto franoso.
Appena il telefono me lo permette, chiamo il Bed and Breakfast per spiegare la situazione e avvertire che tarderò di un’ora.
Il mio interlocutore si tranquillizza quando gli dico che sono sul sentiero numero 001 (anche se poi scoprirò che i sentieri qui sembrano chiamarsi tutti così…) e si offre di venirmi a prendere in macchina presso il centro dell’ENEA, che capisco ora essere la fonte di tutti i problemi. Naturalmente rifiuto.

La stanchezza si fa sentire, dovuta anche e soprattutto a quel fuoripista così impegnativo, ma sembrerebbe che ora si tratti solo di procedere con pazienza.
Una freccia mi indica una deviazione sulla sinistra verso il lago. Bene.
Il sentiero scende ripido nella faggeta e, a differenza del precedente, con pochi e sempre più scarsi segnavia, fino a perdersi completamente. Maledizione, non è ancora finita.
Nel risalire intravedo lontani, sul margine del bosco, dei cartelli indicatori. Li raggiungo a fatica: gli ultimi passi per guadagnare la strada forestale che li ospita sono i più sofferti.
Nessuno di quei cartelli che indichi il lago, ma da qualche parte mi porteranno.

Sorvolo il centro dell’ENEA, che ospitava un tempo una centrale nucleare, e oggi per me la fonte di tutti i guai.

Il percorso tende per fortuna a convergere con la via d’accesso al centro, sempre protetta da recinzione e filo spinato, fino ad affiancarvisi, per correre curiosamente parallela, entrambe su asfalto, verso il lago.
Questa volta davvero i giochi sono fatti.

Costeggiare il lago del Brasimone nella luce del tardo pomeriggio è piacevole, poi qualche centinaio di metri di salita verso Case Roncacce

mi portano a conquistare finalmente la meta agognata.

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