Lungo la via Emilia (prima parte)

A quella che mi piace chiamare la trilogia degli amici, dopo il viaggio fino a casa di Massimo a Forte dei Marmi e di Giovanni a Porretta Terme, mancava quello a Modena, da Claudio, a conclusione di una sequenza, a calare come distanza percorsa ogni volta e a crescere come vetustà dell’amicizia in oggetto.

Questa volta, contrariamente al solito criterio di cercare percorsi poco trafficati, ho scelto la via più breve, cioè di percorrere la via Emilia, fin da San Lazzaro, e di cavarmela in due tappe lunghe (venticinque chilometri ciascuna) ma affrontabili, anche perché pianeggianti e questa volta al di là di ogni ragionevole rischio di smarrirmi…

La preparazione è stata attenta dal punto di vista fisico: molto cammino, molta bicicletta, niente corsa (prudenzialmente a causa di un lieve indolenzimento a un ginocchio), ma un po’ distratta dal punto di vista mentale.
E così, scartata l’idea di mettermi le scarpe rigide da escursionismo che mi avevano massacrato le dita del piede sinistro, sono giunto ai nastri di partenza con le idee ben confuse su quali scarpe e soprattutto quali solette/plantari indossare.
La cosa mi è valsa una falsa partenza: questa mattina, alle dieci e mezza passate, mi sono ritrovato di nuovo in casa per un cambio gomme (per fortuna risolutivo) dopo un dietro front e diversi minuti di cammino a vuoto.

Cominciare così non permette di apprezzare come si deve una giornata dalle condizioni idilliache di tempo: aria fresca e tanta luce limpida. Se poi si aggiunge l’applicazione “Bella mossa” (vedi articolo precedente) che smette di funzionare, insomma si parte già trafelati, e anche solo raggiungere la via Emilia diventa un primo traguardo un po’ sofferto.

Lo stato d’animo non migliora molto per i lunghi chilometri di avvicinamento al centro storico di Bologna: il rumore del traffico, che mi accompagnerà per tutta la giornata, è opprimente e il pensiero è continuamente, ansiosamente rivolto ai segnali del fisico, con la paura di non essere in grado di farcela, questa volta.

Poi, finalmente in vista della torre Asinelli, laggiù in fondo,

mi concedo una prima pausa in un bar con tavolini.

Potere rigenerante di un orzo in tazza grande e di una pastina, ma soprattutto dei primi contatti con gli amici tramite Facebook e WhatsApp, esco dal bar con tutt’altro spirito: dubbi e doloretti sono spariti e il passo è bello deciso.

Di lì a poco mi aspetta la parte più bella dell’intera tappa: una volta varcata porta Maggiore, la densità di traffico cala vistosamente (anche grazie ai lavori in strada Maggiore), mentre la luce del sole, quasi all’apice, si mette a giocare con le tinte calde degli intonaci e dei portici di una Bologna che cerca ancora una volta di stupire.

Mi trovo in centro in un momento di grande animazione (e quella pedonale è ben più gradevole di quella veicolare); per molti, studenti e impiegati, è la pausa pranzo, per altri è solo il penultimo venerdì prima di Pasqua, per altri ancora, come i numerosi questuanti, è un giorno e un momento come tutti gli altri.

Il semaforo di Piazza Malpighi mi blocca e spezza il ritmo del mio procedere per un tempo che sembra infinito; lo stesso accade, diversi minuti dopo, al termine della lunga via San Felice, per attraversare i viali di circonvallazione.

I portici squadrati e meno carichi di storia di via Saffi, fuori porta San Felice, sono molto meno popolati.
Lo spuntino al bar mi ha tolto l’appetito, ma è già passata l’una e devo decidere se fermarmi a mangiare un piatto finché le cucine sono aperte o procedere in attesa di un altro bar.
Decido mentalmente per la trattoria Zita, passato l’Ospedale Maggiore, dove infatti arrivo in tempo utile, e ben contento di concedermi un po’ di riposo.

Fra un’insalata verde come antipasto e una pasta all’arrabbiata, consulto il buon vecchio Google Maps. Notizie non incoraggianti: percorsi dieci chilometri, ne mancano ancora quindici. Finora sono andato a un buon ritmo e senza disturbi, ma un po’ di affaticamento non manca e la strada ancora da percorrere è tanta.

Resisto alla tentazione di un caffè e mi rimetto in marcia di ottima lena.
Le brutte impressioni, visive e soprattutto uditive, riprendono il sopravvento man mano che mi allontano dal centro, percorrendo le stesse strade già solcate mille e mille volte a bordo del taxi, soprattutto sotto cieli notturni.
Quello pomeridiano, ora, si è velato e le luci e i colori non sono più belli come in mattinata.

Dove comincia il Pontelungo getto lo sguardo verso il letto del Reno, a cercare un po’ di tregua dai paesaggi asfaltati.

Lo stesso faccio non appena un po’ di verde torna a imporsi alla mia sinistra.

Ma ben presto altri spettacoli iper-urbani hanno il sopravvento.

Finalmente il tanto desiderato bivio dirotta una buona fetta di traffico sulla bretella che evita i centri di Lavino e Anzola.
Una pista ciclo-pedonale intitolata a Fausto Coppi migliora ulteriormente la situazione. Ma sono molto affaticato, e sempre più indolenzito, soprattutto nell’articolazione posteriore del ginocchio destro.

E così, quando vedo che l’antica azienda di macchine per gelato Carpigiani ha aperto anche una gelateria attigua alla grande fabbrica, non ci penso su due volte e mi concedo un’ultima pausa prima dell’arrivo.

Riesco anche a dare un po’ di tregua alle gambe, allungandole sulla sedia vicina.

Quando riparto, l’indolenzimento risulta sopportabile e mi permette di conservare un buon passo.
Qualche indicazione stradale ingannevole rende più lungo il tratto precedente la vasta confluenza della bretella.
Scatto ancora un’immagine alla natura in fiore

e sarà l’ultima fotografia della giornata.
Superato lo svincolo in entrata della bretella so che non deve mancare molto, e infatti, ecco laggiù, salvifiche, le insegne della zona del mio albergo, posto esattamente a metà del mio itinerario complessivo.

Una camera spaziosa, una bella doccia, una cena abbondante e un letto confortevole cospirano a farmi riprendere dalla faticaccia: domani si replica.

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Pendenze

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Un mese fa confidavo, su queste pagine, come l’entusiasmante senso di rinascita che mi aspettavo dal distacco definitivo dal lavoro non si fosse manifestato: al suo posto una sorta di collasso, con energie psicofisiche a livelli molto bassi.
Come speravo, i cinque giorni di luminosissima camminata fino a Porretta hanno segnato una svolta e l’inizio di una ripresa che, ora, il favore della stagione sta incrementando finalmente, grazie a giornate primaverili di sole di una bellezza impareggiabile, enfatizzate poi dall’ora legale e sfruttate anche per concedermi quel sano movimento, a piedi e in bicicletta, che avvertivo necessario e benefico.

Un curioso e paradossale senso di difficoltà a smaltire gli impegni in agenda ha segnato i primi due mesi abbondanti della mia nuova vita da pre-pensionato. Lo attribuisco all’aver potuto affrontare finalmente delle necessità o desideri che prima rimandavo (come, per esempio, l’acquisto di un nuovo materasso) e, nello stesso tempo, l’aumentato numero di incontri di persona con amici.
Anche per quanto riguarda l’agenda, ora, le cose finalmente si sono messe al bello e la lista delle pendenze a venire barrate più in fretta di quanto se ne accumulino delle nuove.
Quasi tutte le novità che sto affrontando hanno anche un potenziale interesse collettivo, per cui ne parlo volentieri, anzi, a dir la verità, ne parlo molto più tardi di quanto avrei fatto quando il mio soggettivo attivismo ecologico era tanto più pressante di ora.

Cominciamo da una novità alle porte, riguardante i cittadini di Bologna e dintorni.
Sabato primo aprile avrà inizio una campagna a favore della mobilità sostenibile, realizzata mediante una applicazione per furbofoni e tavolette (libera traduzione di smartphone e tablet) piuttosto sofisticata.

Interagendo con il geoposizionamento satellitare, permetterà agli utenti di dichiarare i propri spostamenti eseguiti in modalità ecologica: a piedi, in bicicletta, con i mezzi pubblici (bus e treno), con autovetture condivise o con la condivisione della propria (‘car sharing’ e ‘car pooling’) e di ricevere in cambio dei punti, totalizzando i quali sarà possibile ottenere dei vantaggi, principalmente sconti interessanti in molti esercizi convenzionati.
Fra quelli che più mi attirano, presso i supermercati Naturasì e le librerie COOP.
In palio anche dei bei premi ad estrazione bimestrale, su cui, come sempre, è lecito diffidare.

Questo gioco giunge per me in un momento di autentico furore da mobilità dolce: ad eccezione del ‘car sharing’ e ‘pooling’, non c’è giorno che non mi muova in una qualsiasi delle modaliltà premianti, spesso in concomitanza fra loro (bici e autobus o treno); poter lasciare l’automobile ferma in garage è diventato un privilegio a cui non rinuncio quasi più.
Pensavo ieri, a questo proposito, che le marginali perplessità sull’ubicazione del mio appartamento, che è sì in zona semi-rurale ma non è del tutto silenzioso come vorrei, sono state improvvisamente compensate da queste nuove possibilità di muovermi che, in zone più isolate, mi sarebbero quasi impossibili.
Sono curioso di mettermi alla prova con il nuovo gioco, in cui penso sarò un competitore imbattibile; è stimolante l’idea di poter monetizzare, tramite sconti davvero utili che mi aspetto di collezionare in quantità, un’attività nuova che già gratuitamente mi appaga molto.
Sono anche consapevole che il motore (probabilmente principale) della campagna sia quello di fornire, alle aziende convenzionate, dei prelibati elenchi di potenziali clienti dotati di certe caratteristiche, ma sono convinto che, almeno nel mio caso, il mio bottino monetario, in termini di risparmi, si possa rivelare superiore al fastidio di probabili nuove future ondate di pubblicità mirata.
Per saperne di più, cliccare qui.

Cambiamo ora argomento.
Un aspetto che quasi sempre condiziona i miei acquisti è l’impatto ecologico e sociale di quello che compro; è per questo che, per esempio in ambito alimentare, non solo cerco prodotti biologici e ben controllati negli ingredienti, ma evito, di norma, di comprare quelli provenienti da paesi lontani (come per esempio le banane e molti altri frutti tropicali).
Ho già eliminato le schiume da barba, dalle complicatissime ricette chimiche e contenitori metallici a pressione, a favore del sapone di Aleppo (sì lo so, viene dalla Siria che non è dietro l’angolo, ma una saponetta cubica mi dura più di un anno, ha scarso imballo e, non ultimo, viene da un paese martoriato dalla guerra), mentre, per quanto riguarda il dentifricio, pur cosciente della possibilità di autoprodurmelo, avevo sempre rimandato il momento di provarci: l’idea di dover andare alla ricerca di ingredienti strani di erboristeria finiva per farmi acquistare, di solito, dei costosi e comunque impattanti dentifrici da Naturasì.

Uno dei punti entrati a buon diritto nella mia famosa agenda è stato proprio questo.
Ho ripescato un articolo in cui vi sono diverse ricette (clicca qui), ho scelto la più semplice e mi è bastato un giro in bicicletta all’erboristeria del Centro Nova per comprare quello che mi mancava: semplicemente argilla bianca e olio essenziale di menta.
Non ho ancora fatto l’apprendista stregone, aspetto che l’ultimo tubetto di dentifricio sia in riserva, ma tutto è pronto per il grande e liberatorio passo.

Ma proseguiamo, con la cosa di gran lunga più interessante.
Sono già passati alcuni mesi dal mio primo incontro con la realtà fantascientifica di cui sto per parlare: fu nell’annuale assemblea della ‘Comunità energetica’ di San Lazzaro (costola del movimento di ‘Transition town’, vedi qui, a cui il mio comune è affiliato).
Il nuovo presidente del gruppo, Riccardo Tonelli, ci disse che quest’anno non si sarebbe parlato, come in passato, di nuovi e vari progetti di produzione condivisa di energia rinnovabile, ma che l’attenzione del direttivo si era tutta concentrata su un’invenzione dalle mille applicazioni benefiche, fra le quali la riduzione dei consumi di gas per il riscaldamento.
L’invenzione si chiama ‘bobina B.A.C.’ (chiusa bifiliare autoinduttiva) ed è frutto della mente di un nostro genio misconosciuto di un secolo addietro, Nikola Tesla, e dell’ingegnere indiano Rao M. Velagapudi (di cui ci sono pochissime tracce in rete).
Ricordo che, in quell’assemblea, la massima enfasi della presentazione fu data agli aspetti scientifici, in particolare ad alcune fotografie effettuate con sofisticatissime tecniche che ne dimostravano, se non l’efficacia, almeno l’influenza fisica della sua applicazione.

Una specie di braccialetto a molte spire di filo di rame (il ‘doppino’ per casse acustiche), senza alcuna necessità di allacciamento alla rete elettrica, se applicato a un tubo (o a un qualsiasi corpo) all’interno del quale scorre un gas o un liquido, ottiene un’ottimizzazione a livello atomico del fluido trasportato, con vantaggi impensabili in diversi campi, vantaggi che il gruppo Ecocreando sta sistematicamente verificando in maniera sperimentale.

L’elenco dei campi di applicazione è davvero impressionante; oltre alla riduzione dei consumi del gas, accenno qui ai principali:

– acqua potabile: eliminazione del calcare e alcalinizzazione
– motore dei veicoli: risparmio di carburante
– corpo umano: miglioramento della circolazione sanguigna e vari altri benefici
– cuscinetti a sfera (per esempio nelle ruote delle biciclette): riduzione dell’attrito
– climatizzatori, sia domestici che nelle autovetture: ottimizzazione del funzionamento

rimandando, per un elenco ancora più completo, a questa pagina.

Non molto tempo dopo quell’assemblea fu lo stesso Riccardo a prestarsi per installare a domicilio una bobina nella caldaia, dietro compenso futuro di una parte dei risparmi in bolletta da devolvere all’associazione.
Più avanti, poi, furono organizzate due serate, con eccezionale partecipazione di pubblico, per ribadire le applicazioni ma soprattutto per spiegare praticamente, anche tramite un piccolo laboratorio, come predisporre e installare da soli la bobina.
Nella serata a cui partecipai era presente pure Marco, di Ecocreando, che ci diede fra l’altro l’indirizzo per visionare un loro filmato di istruzioni pratiche (clicca qui).

La voce ‘bobina B.A.C.’ è rimasta a lungo nella mia agenda, ma finalmente un paio di giorni fa ho visionato il filmato, poi sono andato, in bicicletta, nel negozio di articoli elettrici a comprare cinque metri di doppino di rame (per farsi capire basta dire quello nero e rosso) controllando lo spessore ottimale di un millimetro; un rotolino di nastro adesivo, di cui ero a corto, e con santa pazienza poche ore fa ho installato la bobina in cucina, in ciascuno dei due tubi vicini al rubinetto dell’acquaio.

Vedo ora che non mancano in rete delle voci che smentiscono l’efficacia dell’invenzione; quello che posso dire è che l’approccio di Riccardo e Marco, e dei gruppi che rappresentano, mi è sembrato certamente empirico, ma anche molto laboriosamente attento ai risultati sperimentali.

Prima di terminare questa pagina, voglio solo accennare a una voce che non era in agenda, ma a cui mi sono dedicato con la consueta passione: la progettazione di nuovi viaggi a piedi.
Per ora non ne svelo i dettagli, riservandoli ai miei prossimi articoli: mi limito a dire che ho in programma una due-giorni da effettuare molto presto e un viaggio parecchio impegnativo, previsto per la prima metà di luglio.

A presto per aggiornamenti, varie ed eventuali!
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Immagine iniziale da: ideegreen.it/ciclodramma-pedalare-nel-verde-in-valsugana-16425.html

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Articolo molto tecnico (ma anche un po’ umano)

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Vi racconto una piccola storia a lieto fine, riguardante aspetti tecnici di questo blog.

Benché col tempo si sia molto ridimensionata, questo mio diario ha avuto fin dall’inizio, oltre dieci anni fa, una qualche pretesa, se non presunzione, di influire un po’ sulle sorti del mondo.
E chissà che i miei iniziali articoli sulla decrescita e sull’allarme ecologico, concetti in quei tempi molto meno diffusi di oggi, siano un po’ serviti proprio alla causa della loro divulgazione.
Certo devo ammettere che la popolarità di questo sito, che avevo sognato e per cui mi ero anche speso in varie maniere, è sempre stata molto inferiore a quei miei pii desideri. Ma lo dico senza alcun rimpianto, anzi con un pizzico d’orgoglio per quel mio impegno tanto ideale quanto poco realistico.

Proprio con l’intento di renderne più facile l’accesso e la diffusione, pensai a come semplificare il suo nome fisico, in gergo tecnico URL, quello cioè che compare sulla barra in alto del browser (cioè proprio di questa videata), spesso accanto alla formula magica ‘https:’, e che serve per un accesso diretto, non mediato cioè da un motore di ricerca come Google.
I blog, infatti, hanno normalmente un nome fisico non molto mnemonico, come ‘franzblog2.wordpress.com’; mi sarebbe piaciuto, invece, poter pubblicizzare il mio sito con il suo nome ‘franz-blog.it’, con o senza il prefisso www.

Trovai un sito (chiamato ‘dominiando.it’) che permette l’acquisto di un dominio, cioè dell’esclusiva di un URL, e verificai in prima battuta che il dominio franz-blog.it fosse libero.
Ottenuta risposta positiva, trovai che era possibile, una volta acquistato il dominio, la funzione di ‘redirect’, cioè l’automatico reindirizzamento sull’indirizzo originario, quello più complesso, da cui non potevo prescindere.
Feci l’acquisto, con richiesta di rinnovo annuale, e, superata qualche difficoltà, riuscii nel mio intento.
Era diventato possibile accedere anche col nome più mnemonico e caratteristico, appunto franz-blog.it.

Per alcuni anni la cosa è andata avanti così, solo con qualche dubbio se il gioco valesse la candela a ogni rinnovo annuale, piuttosto costoso per una funzionalità così semplice.
Finché, due o tre anni fa, scoprii che ‘Aruba’, il fornitore della mia posta certificata, offriva lo stesso servizio a costi di gran lunga inferiori.
Senza incontrare eccessive difficoltà, diedi il benservito a Dominiando.it e passai su Aruba.

In tempi più recenti, cioè pochi mesi fa, anche in questo caso valutando se il gioco valesse la candela, ho deciso di liberare il mio blog dagli annunci pubblicitari che, in maniera sempre più frequente, la piattaforma WordPress vi inseriva, in fondo ai miei articoli, con l’intento dichiarato di finanziare i servizi forniti.
Per evitare la pubblicità ho dovuto comprare un pacchetto, con il solito rinnovo annuale, che prevede anche altre opzioni, fra cui l’acquisto di un dominio personale.
Per quanto bassa, a questo punto la spesa annuale su Aruba sarebbe diventata inutile se fossi riuscito a passare il mio dominio all’interno della piattaforma del blog medesimo, cioè su WordPress, cosa comunque preferibile.
Mi informai per sapere se l’accesso tramite il nome fisico originario, quello più difficile (magari qualcuno l’aveva memorizzato fra i preferiti) fosse stato ancora valido dopo la migrazione del sito sul dominio franz-blog.it e mi risposero, dall’America, che il reindirizzamento sarebbe risultato automatico.

Sono stato a lungo indeciso se effettuare o no la migrazione, che intuivo essere più complessa della precedente e che rischiava, in caso di errore, di farmi perdere quella funzionalità, mentre, con frequenza regolare, nella pagina di gestione del blog compariva, in inglese, l’invito a fare quel passo, che qualcuno (o qualche automatismo) aveva capito che potevo compiere ma tentennavo.
Mentre tergiversavo, le spinte da parte di WordPress si fecero sentire anche tramite ripetuti messaggi di posta elettronica, in cui, dall’altra parte dell’oceano, qualcuno mi suggeriva che l’operazione da fare, in teoria semplice, era solo quella di modificare il nome dei server d’appoggio: mi venivano indicati gli attuali, quelli su Aruba, e quelli di loro proprietà, che avrei dovuto impostare da qualche parte per effettuare la migrazione.

Finché mi sono deciso.
Sono andato sul sito di Aruba e, con santa pazienza, ho trovato la finestrella con l’opzione ‘Gestione DNS’, cioè del nome dei server, proprio quella che mi serviva.
Ma la finestrella era in tonalità trasparente, e non ci si poteva cliccare sopra.
E’ qui che comincia il mio scambio di mail con l’assistenza del sito italiano di Aruba, nella fattispecie con il signor Pietro Dini.
Che mi spiega che, per quel tipo di funzionalità, devo acquistare un pacchetto di servizi diverso dall’attuale, al costo (trascurabile) di quindici euro, ma rinunciando provvisoriamente alla funzione di redirect, cioè restando a piedi relativamente all’obiettivo da tempo consolidato.
Passate alcune settimane, mi decido: ormai siamo in ballo e balliamo. Effettuo l’acquisto e la modifica e, quando quest’ultima viene accettata, riesco ad accedere correttamente all’opzione di gestione DNS, cioè quel cambio di server a lungo propugnati dall’amministrazione di WordPress.

Per curiosità, a questo punto provo a digitare l’indirizzo URL franz-blog.it; non accedo più al mio sito, come mi aspettavo, ma, per fortuna, mi viene risposto un messaggio standard che il dominio è riservato e dunque non in balia del primo sconosciuto che se ne voglia impossessare.

Clicco dunque sulla finestrella della gestione dei server, e, ahimé, mi si apre un mondo, in cui inizialmente mi perdo.
Mi si parla di record di tipo ‘AAAA’ e altre amenità del genere. Purtroppo il signor WordPress la faceva un po’ troppo facile.
Decido, per cautela, di farmi aiutare proprio da lui, che si materializza nel signor Richard W. (chissà, un omonimo di Wagner?) quando gli invio l’immagine delle videate.
Mi risponde prontamente, senza spiegarmi tutte quelle informazioni che non capisco, semplicemente aggiungendo l’indicazione dell’indirizzo I.P. da associare ai nomi dei server, se richiesti.
Torno alla carica sul sito di Aruba, cercando di non lasciarmi spaventare da quella prima videata incomprensibile.
Mi sembra di capire che, una volta indicato di rinunciare alla gestione standard di Aruba, in prima battuta basti indicare il nome del dominio, e così faccio.
Mi si apre una seconda videata, che non ha molto da invidiare alla prima.
Anche qui, neutralizzando il panico, provo a inserire al posto giusto il primo dei tre nomi di server nuovi che mi sono stati indicati.
Risposta: “Il dominio indicato non è valido”.

Decido di scrivere di nuovo a mister Richard, un po’ perché mi sembra più amichevole nell’approccio, rispetto al signor Pietro Dini, un po’ perché quest’ultimo non ha presumibilmente nessun interesse verso chi desidera di dismettere un servizio.
Il signor Richard, con tono molto garbato, mi risponde che non ha sufficiente dimestichezza con i pannelli di modifica di Aruba per darmi indicazioni, e mi suggerisce di rivolgermi a loro fornendo tutte le informazioni in mio possesso.
Cosa che, intanto, ho già fatto; da notare che entrambe le conversazioni via mail stanno avvenendo, speditamente, nella giornata di sabato. Mi immagino questi due tecnici, uno in Italia e uno negli Stati Uniti, che si lasciano coinvolgere per passione al mio problema e alle mie richieste, certo per loro non molto frequenti.
Il signor Dini, sebbene in tono più formale rispetto al simpatico Richard, fuga le mie perplessità e si propone di effettuare lui la modifica in prima persona, direttamente nel sito ‘Registro italiano dei dominii’.
Dopo poche ore mi risponde che è stato riscontrato un errore, mi passa il diagnostico e anche la relativa interpretazione e indicazioni operative da dare a WordPress.

Con molta cura traduco in inglese l’intera comunicazione e la invio a mister Richard.
La sua risposta mi arriva di domenica, ma dal fuso orario immagino sia stata scritta il sabato sera, quando la gente di solito va a divertirsi.
Ha effettuato le operazioni richieste, mi chiede di ripetere il tentativo guidato di modifica e di fargli sapere.

Anche il signor Dini non scherza, a efficienza: sono le otto e venti del mattino di lunedì quando mi comunica che le richieste di modifica dei server questa volta sono andate a buon fine, e che saranno operative entro ventiquattr’ore.

In realtà, quando leggo la sua mail le modifiche sono già operative. Provo infatti a digitare franz-blog.it e magicamente ecco che torna ad apparire la home page del mio sito.
Un bel sollievo; alla fine sembra che ce l’abbiamo fatta: ripeterò il tentativo a più riprese, sempre con successo.
Mi affretto a comunicare il buon esito al di là dell’oceano, aggiungendo solo una perplessità: nell’indirizzo in alto nel browser vedo ancora indicato il vecchio nome, quello complesso; gli chiedo se è normale.
Mi risponde, visibilmente soddisfatto anche lui del successo, che ha provveduto a modificare il nome del dominio principale e che, ora, anche nella barra degli indirizzi si vede il nome del sito da me preferito.
Vado subito a verificare ed è grande  la soddisfazione di vedere lassù, come può fare anche chi sta leggendo questo articolo, il nome del mio blog.
Nell’entusiasmo, nel rispondergli, mi lascio andare a un tono abbastanza confidenziale:

“Perfect, all right!
Thanks a lot, once again, my friend.
Ciao!
Francesco”

che resterà l’ultimo atto di questa vicenda di collaborazione, confortante sotto tanti aspetti.
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Immagine iniziale dal sito: aruba.it

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