4-7: Il monte, il passo, la Toscana (un’odissea)

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Dispettosi, gli dei: avevo concluso il capitolo precedente con l’affermazione della loro collegiale protezione sul mio viaggio, e loro hanno voluto farmi capire che tutto va sempre meritato e conquistato.
L’hanno fatto intralciando, innanzi tutto, la mia partenza all’alba con un’ora abbondante di pioggia, inizialmente tanto forte da farmi aspettare in camera.
Poi, mettendomi alla prova con una deviazione sul percorso, che ho imboccato senza capire trattarsi di una variante fino alla cima di un monte, che ha costituito una grave tara iniziale su una tappa che si preannunciava già molto impegnativa, ma si è rivelata massacrante oltre ogni possibile immaginazione.
Non ditemi che a volte sono troppo impulsivo, perché lo so.

Un po’ di numeri, approssimativi ma senza dubbio da primato:

Chilometri percorsi: 28;
dislivello complessivo in salita: 800 metri;
in discesa: 1.400 metri;
ore nette di cammino: 9.30

Va da sè che non mi resta il tempo per il solito racconto, che sostituirò con una cronistoria fotografica per sommi capi.
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Ore 4.15: Berceto, dalla mia stanza

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Ore 5.39: Berceto

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Ore 7.58: vetta Monte Valoria m.1224 (è il punto più alto di tutto il mio viaggio)

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Ore 8.49: Passo della Cisa

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14.55: Arzengio

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15.37: Pontremoli

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Ore 15.55: arrivo in albergo

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Ore 20: si festeggia il sopravvissuto e il nuovo arrivato

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Infatti questa sera, casualmente in concomitanza con la mia metà percorso (ottava di sedici tappe), qui a Pontremoli mi ha raggiunto Massimo, che mi affiancherà nelle prossime tre tappe.
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2-7: Destinazione Berceto, con l’ostello nel cuore

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“Buongiorno, com’è andata?” mi guarda con sincera curiosità.
“Bene, un po’ faticosa…” rispondo con tono rassicurante.
“Oh, è giusto così!” ribatte con tono ancor più rinfrancante, prima di magnificare (a torto) la tappa ufficiale, da Fornovo a qui, come la più impegnativa di tutto il cammino francigeno italiano.

Il tragitto “in taxi” è brevissimo, non più di duecento metri; non lo capisco subito, ma è il primo segno che mi viene fornito della straordinaria, altruista sensibilità del signor Andrea.

Me lo aspettavo diverso: si parla di lui nella guida ufficiale, così come in alcune recensioni in rete dell’ostello, e lo si dipinge, molto superficialmente, come un orso dall’animo buono, brusco nei modi ma pronto a dispensare pane e formaggio ai pellegrini.

Durante il micro-passaggio in macchina, mi indica i due ravvicinati luoghi di ristoro a mia disposizione (a cui peraltro ero inevitabilmente appena passato davanti): “Lì di fronte al suo alloggio c’è un bar-trattoria, e là in fondo una pizzeria-ristorante.”
Correttamente, non fa il tifo per il primo, da cui mi è appena venuto a prendere, pensavo come avventore abituale, prima che, l’indomani, mi confidasse che fa il barista.

Parcheggiata la macchina, mi chiede di aspettare fuori un attimo per un ultimo sopralluogo, aggiungendo, e la cosa suona subito un po’ straordinaria, che quello precedente data di due ore fa.

“Questo appartamento è tutto a sua disposizione” mi dice durante un rapido giro dei quattro locali che lo compongono, che sono stati “tutti disinfettati: lei deve sentirsi come a casa sua. Mi trova dopo, entro le cinque, all’ostello, per regolare i conti e fare un timbro, ce l’ha la credenziale?”
“Certo.”
“E domattina, quando va via, lascia la chiave attaccata e la porta spalancata, così gira l’aria. Dalle sette/sette e mezza mi trova, se vuol salutarmi.”
“Non lo so” replico titubante, “delle volte parto molto presto…”

Subito dopo il suo congedo, cerco di familiarizzare con l’appartamento, di cui poi fotograferò (chissà perché) solo tre dei quattro locali:

Nella stanza che non ho fotografato ci sono due letti singoli e un tavolo attrezzato, con grande abbondanza, per la colazione di due persone.

Una quantità impressionante di generi alimentari, insieme a un piccolo salvadanaio di cartone, è inoltre esposta in cucina,

mentre nel corridoio, accanto a vari oggetti e pubblicazioni, c’è anche un carrello con diverse bottiglie di liquore e alcuni bicchierini.

Mi sento molto a mio agio e felice.

Scelgo di installarmi nella camera coi letti singoli e le colazioni: mi appare evidentemente inutile usufruire anche della stanza matrimoniale.
Prima di fare la doccia, verifico anche la connettività. Solo in alcuni rari punti vicini alle finestre si cattura un po’ di segnale (comunque molto più efficiente di ieri); altrove, l’isolamento è totale.
Mi meraviglio di come questa situazione nuovamente complicata non turbi il senso di positivo benessere che mi pervade e che merita, dopo la doccia (“calda-fredda-calda-fredda…giusta”), un bel pranzo in trattoria.

Il mio innato senso di schiva riservatezza mi fa optare per la pizzeria-ristorante, ambiente un tantino più tranquillo e libero dalla necessità di socievolizzare di nuovo col signor Andrea.

Due o tre tavolini all’aperto sono occupati, mentre dentro non c’è nessuno.
“Buongiorno vorrei mangiare qualcosa, faccio in tempo?”
“Certo; preferisce star fuori o dentro?”
“Starei dentro, ma prende il cellulare?”
“Abbiamo anche il wi-fi.”
“Oh, benissimo. Mi metto qui.”
L’oste, un giovane gentile e garbato, nel portarmi la lista mi aiuta per la connessione.

“Allora prenderei subito un’insalata mista, poi i tortelli di patate coi funghi. Da bere una birra media, rossa.”

L’insalata sembra molto fresca ma poco mista:

chiedo un’aggiunta di cipolla, che poi mi viene portata, pure abbondante, su un piatto, ben tagliata a fettine.

Il piacere che mi dà quell’insalata, quella birra rossa artigianale corposa e non amara, e infine

una superba pastasciutta con abbondante scarpetta finale di pane freschissimo, contribuisce a portare il mio senso di sereno, appagato benessere a livelli davvero ottimali: oggi è davvero il “perfect day”!

Rientrato a casa, allestisco la mia postazione telematica (due sedie, di cui una per le gambe) vicino alla finestra della cucina, in vista di un tavolino del bar da cui, a lungo, mi giungeranno le chiacchiere e le risate di un terzetto di giovanissimi, due ragazzi e una ragazza; poi mi preparo, eccezionalmente, un caffè non molto concentrato.
E vogliamo poi rinunciare a un bicchierino di ottimo nocino?
Certo che no, come pure, una volta in postazione, anche all’assaggio, molto interessante, dell’Amaretto di Saronno, e infine a quello, ahimè non all’altezza, di un altro liquorino ambrato che verso da una bottiglia senza etichetta.

Alle quattro interrompo il mio lavoro per andare da Andrea.
Mi accoglie cordiale e mi fa sedere di fronte a sè
Dopo la timbratura, gli chiedo quanto gli devo.
“Sedici” mi fa.
“Regalato…” ribatto molto convintamente.

Oggi è giorno di partite; butto là l’argomento preferito da quasi tutti gli uomini.
“Sì, gioca anche il Parma, contro il Verona, ma il calcio lo seguo poco da quel giorno…”
Alla mia espressione interrogativa mi fa: “Ero all’Heysel, il giorno della tragedia.”
Gli riferisco il mio ricordo delle immagini di quei quattro inetti poliziotti a cavallo, mentre fuori la gente moriva, e anche il mio disgusto per l’esaltazione con cui Bruno Pizzul commentò il goal su rigore della Juve, in una finale giocata solo per ragioni di ordine pubblico.

Conversiamo a lungo, con calma; mi riferisce le tipologie di clienti dell’ostello, con sdegno per la maleducazione e grande ammirazione per i segni di gratitudine che riceve, come quello recente, via sms, di una giovane accoppiata. Lo recupera dal telefonino e me lo legge.

Forse condizionato da questo, ma anche spinto da un sentimento sincero, l’indomani mattina, dopo un’ottima notte di sonno terminata sotto la coperta imbottita, e dopo un’altrettanto buona colazione, decido di scrivere qualche riga di gratitudine sul quadernone degli ospiti.

Sono già le sette e un quarto quando, nel terminare i preparativi, dalla finestra lo vedo arrivare e portare dentro il bar un imballo a forma di vassoio.

Venti minuti dopo, nell’avvicinarmi alla vecchia casa cantoniera, lo intravvedo fuori e gli faccio un ampio saluto col braccio.
“Buongiorno Francesco!” mi accoglie con tono squillante mentre mi avvicino.
Prima di salutarlo definitivamente, gli chiedo se è possibile fermarsi anche due o tre giorni; l’idea non lo entusiasma: è permesso solo in bassa stagione; poi gli rinnovo a voce la mia soddisfazione: “C’è tanto bisogno, al mondo, di persone che facciano le cose con gratuità…”
“La cosa importante è la passione che ci si mette” ribatte, correggendo leggermente il tiro.
Rincaro la dose: “Subito, entrando, ho sentito un’atmosfera accogliente e buone vibrazioni…”

“Bene, allora ci diamo la mano un’altra volta” mi fa, sottintendendo che si tratta, in questi assurdi tempi, di un atto clandestino.
Ce la stringiamo forte.

Mentre mi allontano lo sento parlare forte fra sè e sè, come chi ha bisogno di scacciare qualche emozione troppo ingombrante.

La tappa di oggi è breve: ho dovuto rinunciare all’Ostello della Cisa (un’altra ex-casa cantoniera), che non ha ancora riaperto, e ripiegare sulla cittadina di Berceto, a soli tredici chilometri di distanza, in un bed and breakfast dove passerò, venerdì, un giorno di riposo.

Camminare in discesa sulla statale, a quest’ora ancora quasi deserta, è molto piacevole.

Dopo quasi un’ora dalla partenza, un’indicazione mi invita a deviare su per un viottolo.
Combattuto fra comodità e avventura, propendo per quest’ultima.

Man mano che l’irta stradina si restringe, alla fatica si somma la sensazione sgradevole, sulla faccia, dei singoli fili di ragno che vado tagliando, come traguardi invisibili, distruggendo così il lavoro (di cui mi chiedo l’utilità) di decine di ragni ignari.

Tornano a comparire le costruzioni; improvvisamente, al melodioso canto degli usignoli si sovrappone il chiassoso, sgangherato coro di questi vivaci signori:

La scelta coraggiosa al bivio viene poi premiata dall’attraversamento di un piccolo borgo incantato, che si chiama Castellonchio.

La strada secondaria riconfluisce nella statale, regalandomi il sollievo di non aver fatto inutilmente della nuova salita impegnativa.
Un ciclista viaggiatore, che con tutta probabilità sta percorrendo la Ciclovia Francigena, benché inizialmente in salita, mi precede troppo perché possa raggiungerlo: storia di un incontro mancato.

Ancora una breve deviazione all’insegna dell’avventura, che però mi regalerà solo dei passaggi molto fangosi

Tornato sulla statale, un cartello segnala una località dal nome curioso: Montemarino, che però non mi offrirà un nuovo borgo, ma un bel panorama campestre,

un altro, aereo, in vista della lontana autostrada Parma-La Spezia,

il transito di un imponente mezzo agricolo

e infine in improvviso tuffo al cuore: la consultazione della mappa satellitare ufficiale mi mostra che mi trovo correttamente sulla traccia, ma anche il nome della cittadina di Berceto completamente fuori da questa, si direbbe in una valle parallela.
Invoco subito San Google Maps, ma, dannazione, qui non c’è campo.
Mi tocca immaginare un giro aggiuntivo attraverso le poche e spoglie tracce di strade presenti sulla mappa ufficiale.

Con l’animo nuovamente in modalità allarme, procedo di buon passo, finché un’enorme antenna telefonica mi si staglia davanti all’orizzonte.
E infatti qui la connessione è perfetta.
E Google fa il miracolo, riportando Berceto sulla traccia che sto percorrendo! Si trattava solo di un’imprecisione dell’altra mappa.
Unica accortezza: attenzione alla deviazione sulla destra, che punterà dritta come un rapace giù a Berceto.

Attenzione che si rivela necessaria, perché il segnavia della deviazione è poco vistoso.

Prepararsi all’atterraggio!

Raggiungo l’alloggio, a due passi dalla piazza principale, alle dieci e un quarto.

In questa bella stanzetta passerò due notti, inframezzate da un’intero giorno di calmo recupero.
Ma non mi lascio vincere dalla pigrizia: dopo la doccia, smaltisco subito, in cascata, le incombenze maturate (barba, shampo, bucato), giusto in tempo per un po’ di spesa prima della chiusura pomeridiana delle botteghe.

Che è anche l’occasione per qualche fotografia al piccolo ma sorprendente centro storico, sfolgorante sotto la luce meridiana.

Da giorni, le previsioni indicano piogge e temporali esattamente venerdì, il previsto mio giorno di fermo, poi nuovamente tempo stabile (e un po’ rinfrescato) già da sabato.

L’avevo capito che gli dei, ma, a differenza di Ulisse, proprio tutti gli dei, stanno proteggendo il mio viaggio…
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1-7: In salita verso la Cisa e l’Ostello di Cassio

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Dopo il breve ma profondo sonnellino, mi sono messo d’impegno alla stesura del diario di bordo; il tempo a disposizione, nelle intenzioni, doveva permettermi di pubblicare due diverse giornate, riallineando finalmente quella raccontata con quella appena vissuta.

È stato invece un incubo, protrattosi fino a notte con la realizzazione di uno solo dei due capitoli.
La pessima connessione, sia direttamente sia tramite wi-fi, sia in camera sia in giardino, rendeva estenuanti il caricamento di ogni fotografia e i salvataggi parziali del lavoro.

Dopo questa battaglia, temo che il tempo globale dedicato ai racconti di questa avventura abbia superato quello dell’effettivo cammino!
Ma continuo a crederci, incentivato, oltre che dal sostanziale piacere di quest’attività, anche dall’interesse partecipe di chi mi segue, principalmente tramite Facebook.

Alle sette di questa mattina avevo fissato l’appuntamento per la colazione: non ho insistito per arrangiarmi prima, in autonomia, perché comunque dovrei riuscire a compiere la tappa di montagna che mi aspetta entro l’ora concordata col gestore dell’Ostello di Cassio, cioè fra mezzogiorno e l’una.

Nel grande e aristocratico soggiorno, il tavolo vicino all’angolo cottura (nella foto, dietro la seconda colonna di destra) è già apparecchiato, con una certa arte ma ben poca sostanza: unica nota d’interesse, tre graziosi barattolini di confetture fatte in casa.

Non c’è anima viva.
Cerco il pentolino per mettere a bollire l’acqua del tè, ma invano.
Sfacciatamente, provo anche ad aprire i numerosi cassetti e le ante dei vari mobili, trovandoli pieni di ricchi servizi e suppellettili, ma privi di pentolini.
Mi rassegno a usare, scomodamente, quello della caffettiera.

Effettuato il non facile travaso, mi accomodo e comincio a masticare, indisturbato, due prugne “capitalizzate” dallo spaghetti-party di ieri, poi qualche fetta biscottata con le confetture, buone, non troppo dolci.

Ho già quasi finito quando compare il co-protagonista di ieri, con un barattolo di biscotti, che saranno parzialmente “capitalizzati” a loro volta.

Prima di rientrare in stanza per gli ultimi preparativi, scatto un’altra immagine a questo salone d’altri tempi.

Tutto, in questa “Casa delle viole”, parla un linguaggio di antica, ricca nobiltà e amore per la cultura: libri di vario genere sono disseminati vistosamente in ogni dove.
Con un piccolo tuffo al cuore, allineati su un ripiano, ho rivisto i volumi rosso carminio dell’enciclopedia a dispense “Universo” della De Agostini, ma la collezione si fermava alla lettera “n”.

Nel mio bagno, poi, oltre a quella vasca dal sapore antico, trova posto, incredibilmente, un lampadario di cristalli.

E poi c’è lei, la regina di tempi ormai fuggiti, ora costretta a sopportare le sfuriate della figlia adolescente, che mi hanno fatto da colonna sonora ieri pomeriggio durante la mia battaglia.
Noto, solo ora nel lasciare la stanza, due grandi ritratti fotografici in bianco e nero di un giovane viso di donna, di una bellezza particolare, semplice e raffinata.

Nel regolare il conto, non esoso, così com’era avvenuto ieri scambiamo qualche parola; è un sottile piacere ascoltare la sua voce fluente e semplice, anche nel lamentare i suoi recenti acciacchi, o affermare che si sente bene solo al mare, e quando può preferisce ormai la riviera romagnola alla Versilia di Forte dei Marmi.
“Non le ho potuto fare nemmeno una torta, sa abbiamo appena aperto e c’è molto da mettere in ordine.”
“Sarà l’occasione per tornare.”
“Con piacere” ribatte d’istinto.

E si va, verso nuovi scenari da scoprire, giorno dopo giorno.

Il sole sta già riprendendo a inondare la Valle Sporzana.
Dovrò risalirla con pendenza a tratti molto più aspra di ieri, poi continuare fino a raggiungere la statale della Cisa, ove, in una Casa Cantoniera riqualificata, a ottocento metri d’altitudine c’è l’Ostello di Cassio, un posto tappa quasi obbligato per i viandanti francigeni.

Come sempre, l’itinerario s’intrufola in percorsi alternativi alle strade principali.
A scoprire un campo da calcio in condizioni un tantino più ruspanti di quello di ieri presso Fornovo.

A tratti la strada si fa irto sentiero,

poi un tratto pianeggiante

precede, annunciato dalla torre campanaria della pieve romanica,

il piccolo borgo di Bardone, che raggiungo alle nove, dopo la prima ora e mezza di cammino.

Dopo un’altra mezz’ora,

è la volta di Terenzo.

Bene, fin qui abbiamo scherzato, sembra dirmi ora il percorso, che abbandona la Valle Sporzana e s’impenna verso la Cisa.

Il fisico è messo alla prova, in quest’unica tappa di salite importanti.
Il bosco, che impedisce l’accesso alla precedente brezza fresca, sembra trasformato da amico protettivo in severo allenatore.

Ma finalmente, annunciato da qualche scorcio d’azzurro in fondo al folto dei rami, il lungo strappo termina in una radura, utile a riprendere fiato.

Bisogna ora raggiungere il castello di Casola

e poi, addentrandosi nuovamente nel bosco in un sentiero in discesa a precipizio,

l’abitato di Casola Villa.

“Che bella distesa di pane, è per le galline, vero?”
Il mio interlocutore, di cui si vede solo l’ombra, conferma con bonomìa: “Eh sì, in effetti sono spettacoli che in città non si vedono…”
Resto subito attirato dal suo modo molto quieto di parlare, con quel bell’accento parrmense, che trascina a lungo le vocali accentate, e si mangia le ‘erre’ ancor più di me.
Senza congedarmi, vado a fotografare una bella casa fiorita lì di fronte.

Caso vuole che sia proprio casa sua.
“È la più antica del villaggio, vede quest’incisione?” e mi mostra una specie di bassa pietra miliare con un numero romano, appena percepibile, che decifriamo in 1420.

Commentiamo i sentieri d’intorno; gli dico che in quello a precipizio, che è affiancato da un altro, manca un segnavia.
Lui mi dà indicazioni per il prosieguo: mi dice che bisogna attraversare in salita la pineta, poi si raggiunge la statale.
Mi consiglia di non abbandonarla più, fino all’ostello “perché i pellegrini che strada facevano? Certamente la più corta…!”
“Quanto mancherà, una mezz’ora?”
“No, da qui ci vuole un’ora.”

La salita nella pineta è nuovamente molto impegnativa

ma ecco finalmente, laggiù, la statale,

cioè anche il punto più alto dell’escursione, che ora procederà in discesa, con bei panorami aerei.

In breve tempo sono in vista dell’abitato di Cassio

e a mezzogiorno e un quarto, molto soddisfatto per un’escursione che mi ha messo a dura prova senza tuttavia presentare mai criticità, compare, inequivocabile, la sagoma della vecchia casa cantoniera ristrutturata.

“Signor Andrea sono arrivato.”
“Bene, la vengo a prendere subito col taxi” ribatte scherzosamente.
“Benissimo” rispondo, senza aver capito la battuta.
In realtà, quando arriva, mi fa salire per accompagnarmi nella vicina dependance, un appartamentino a mia completa disposizione di fronte al bar dove lavora lui, come mi spiegherà solo alla fine.

Dopo la bella faticata, si sta per aprire un’altra pagina del tutto speciale, con protagonisti il mio alloggio e il suo straordinario gestore.
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