21-7: Val d’Elsa insidiosa

In questo secondo alloggio della mia nuova traversata, la connessione è così lenta che non mi permette di caricare le immagini.
Si tratta, tuttavia, solo dell’ultimo di una serie di contrattempi che, uniti alla faticaccia della lunga tappa collinare (da San Miniato a Gambassi Terme), mi hanno messo a dura prova.

Fin dall’inizio della giornata i segnali erano stati poco incoraggianti.
Ero riuscito nell’intento di entrare in cucina per la colazione alle cinque e mezza; una bustina di tè e un apposito pentolino erano stati premurosamente sistemati vicino alle piastre a induzione elettrica. Credo che non serva essere ingegneri elettronici per farle funzionare, eppure ho pigiato a lungo e sempre più nervosamente quei piccoli tasti, senza riuscirci. Niente da fare neanche col bollitore, probabilmente rotto; alla fine ho optato per il succo d’arancia conservato in frigo.
Buona la torta e i biscotti artigianali, ma intanto dieci minuti abbondanti di possibile camminata al fresco buttati.
Altri dieci e passa, poi, me li sono giocati quando è stato il momento di valicare il cancello sbarrato, senza la presenza, in cortile o in casa, di un apposito interruttore. Chiuso come un topo in gabbia, ho provato a telefonare (a mali estremi estremi rimedi), dimenticandomi che non c’era campo. “Signora!” ho gridato alla fine un paio di volte, con effetto ugualmente nullo.
Come un ladro, mi son messo a cercare una via di fuga, e alla fine l’ho trovata, nella fattispecie d’un cancellino, in fondo al cortile, legato alla buona con un cavetto.
Nell’esatto momento in cui ho riacquistato la libertà, però, m’è venuto in mente che la signora, nel consegnarmi la chiave della stanza, mi aveva avvertito che, allegato a quella, c’era il telecomando, se avessi voluto uscire nel pomeriggio.
Ho maledetto la mia dabbenaggine mattutina, …ma ho benedetto di non essere riuscito a svegliarla!

La giornata di oggi è stata una di quelle che, per durata complessiva, incontri e avvicendamento di situazioni e sensazioni, sarebbe molto difficile raccontare anche avendo a disposizione tutte le immagini.
Dovrò dunque procedere per sommi capi.

La fatica. Tasto dolente, è stata superiore al previsto; bene le gambe, reduci dagli allenamenti di corsa a Tenerife; meno bene le spalle, soprattutto nei frequenti, benché brevi, tratti in salita.
Ho tenuto duro senza soste fino allo scadere della terza ora di cammino, avendo la buona sorte, proprio in quel momento, di trovare un posto ombroso con panchine, tavolo e rarissima fontanella e qui, fra una cosa e l’altra, alla fine mi son fermato quasi un’ora.
Una seconda sosta dopo un’altra ora e tre quarti, cioè passato mezzogiorno, per combattere l’arsura di una giornata sempre più calda e afosa, dando fondo alla famosa scorta di ciliegie.
Uno slancio d’euforia ha accompagnato l’abbandono di foschi presagi quando, all’ennesimo disperato tentativo, la signora dell’ostello che avevo prenotato ha finalmente risposto al telefono.
“Si bagni la testa, fa molto caldo!” mi ha detto fra l’altro.
“Eh, me ne sono accorto” le ho risposto.
Mancavano ancora sei, che sono comunque tanti, dei ventiquattro chilometri complessivi, e ho pregustato l’arrivo un po’ troppo presto, arrancando poi progressivamente nella lunga salita finale, conclusasi all’una e quaranta dentro un bar-trattoria di Gambassi Terme, dove ho mangiato un’insalata mista, due porzioni di cecìna (una squisita focaccia sottile di farina di ceci), bevendo una rigenerante birra Ichnusa da sessantasei centilitri!
In casi piuttosto estremi come quelli vissuti oggi, non smetto di benedire di essere da solo, a misurarmi con le mie forze e non dovere scontare le crisi di eventuali compagni di viaggio non altrettanto preparati, che a quel punto mi farebbero sballare.

Il tablet. È, al contrario, un insostituibile compagno di viaggio multifunzione, per tenere i contatti, guidarmi lungo il percorso, scrivere e pubblicare i racconti. Ebbene, proprio nel durissimo tratto finale, s’è messo a fare i capricci, dicendo che non riconosceva la scheda SIM. L’allarme, davvero brutto, è perdurato dopo un primo spegnimento. Ma, grazie al cielo, è cessato dopo un secondo, accompagnato da una pressione della piccolissima scheda all’interno del suo alloggiamento. Grande sollievo.

Il paesaggio. La guida ufficiale della Via Francigena decanta come particolarmente spettacolare il tragitto odierno, pur mettendo in guardia sulle difficoltà di una tappa completamente immersa nella natura, nel vasto territorio collinare della Val d’Elsa.
In gran parte su strade non asfaltate, in continuo saliscendi e con una vista quasi sempre estesa sul paesaggio circostante.
La giornata estiva, non molto nitida, ha però un po’ spento i colori e i chiaroscuri, offrendo di rado degli scorci davvero emozionanti.

Gli incontri. A differenza dell’anno scorso, quando, a fine giugno, l’onda lunga del cosiddetto lockdown non si era ancora esaurita, quest’anno i camminatori e i ciclisti che percorrono la Via Francigena ci sono, e sono una piacevole realtà.
Nella sosta di metà percorso, presso la fontanella, erano presenti due giovani già incrociati in precedenza; facile scambiarsi le proprie impressioni e piani di viaggio.
Comunque sempre bello, lungo il cammino, ricevere e dare sorrisi e saluti sinceri, sia con gli altri viandanti, sia, spesso, anche con podisti o persone residenti che tengono a comunicarti il loro incoraggiamento. Ho ricevuto un saluto di buon cammino anche, addirittura, da uno intento alla guida spericolata di un trattore su pendenze impossibili.

La signora dell’ostello.
Avevo prenotato un posto letto in un piccolo ostello (con aria condizionata) nel centro di Gambassi.
Mi sono sorpreso, perciò, quando, contattata faticosamente per telefono, la proprietaria ha preteso (oltre che mi bagnassi la testa) di venirmi a prendere in macchina, perché la distanza dal centro non era affrontabile a piedi.
S’era messa quasi subito a darmi del tu e a chiamarmi per nome, suggerendomi lei stessa di fermarmi in qualche locale, per ristorarmi prima di incontrarci . E avevamo stabilito di risentirci alle due.
Poco dopo quell’orario l’ho rintracciata io (ancora a fatica) per dirle che avevo già terminato la mia pausa-ristoro. Mi ha indicato di aspettarla al vicino parco, dove sarebbe passata, di lì a non molto, a prendermi in macchina.
L’attesa, su una scomoda panchina di ferro, è stata sempre più fastidiosa col passare del tempo.
Il suo messaggio di testo con scritto “arrivo” risulta memorizzato alle quindici e otto minuti.
Come se non bastasse, poi, mi ha richiamato chiedendomi di raggiungerla (in salita…) nel parcheggio delle terme.
M’ero fatto l’idea di una persona per niente affidabile, ma ho cercato di fare buon viso a cattivo gioco, e alla fine non è andata affatto male, connessione internet a parte.
Mi ha spiegato, durante il tragitto, che ha preferito chiudere l’ostello a causa dei complessi protocolli sanitari, e che ora affitta una camera in un suo piccolo appartamento con piscina, all’interno d’un borgo residenziale, più a monte e dunque più fresco (come sto piacevolmente verificando); mi ha rassicurato sulla lunghezza della variante che dovrò percorrere domattina, verso San Gimignano.
E anche la temuta resa dei conti, una volta entrati, è andata bene: m’ha chiesto solo trenta euro, meno dei trentacinque che avrei dovuto spendere in quell’ostello particolarmente ricercato.
E m’ha dato la disponibilità completa della cucina, che ha un aspetto “vissuto” e dove potrò cuocermi, oltre al tè, due uova e portare via pane e biscotti. Mi ha invitato anche a consumare del gelato conservato nel congelatore, cosa che poi non ho rinunciato a fare!

Insomma, come suol dirsi, tutto è bene ciò che finisce bene, e l’ultimo… chiuda la porta!

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Pubblicazione rimandata

Nel nuovo alloggio la connessione è così scadente da rendermi proibitiva la pubblicazione del resoconto quotidiano.

La effettuerò domani, appena possibile, su un testo che sto scrivendo, privo di immagini.

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20-7: San Miniato a tinte forti

“Più ne mangi meno peserà lo zaino”.
Ecco uno dei miei primi pensieri muniti di senso, all’alba di questa giornata d’esordio; ho pesato il cestino di ciliegie comprato ieri da un ambulante: circa un chilo, decisamente troppe, un problema in più.
Per fortuna riesco a fermare l’addentamento sistematico e compulsivo prima che s’accenda la spia dell’indigestione.
I pensieri e lo stato d’animo risentono pesantemente di una notte quasi bianca, eredità del tumultuoso cambio di clima e abitudini in questi miei ultimissimi giorni.

Quando, sopra la bilancia pesa-persone, afferro lo zaino (contenente anche le ciliegie scampate alla strage), il peso aumenta solo di circa sette chili, come ormai consolidata e virtuosa abitudine.

Senza affanni dell’ultima ora, poco dopo le sei chiudo il cancello blindato di casa e affronto i due chilometri che mi separano dalla stazione.

Rare e innocue nuvolette a occidente…
e a oriente, dove

procedendo in modalità-zombie, assisto al primo sorgere del sole di questa nuova avventura.
La lucidità mentale è comunque sufficiente a infrangere senza rischi il divieto d’attraversare i binari, non lontano dalla stazione.

I quattro treni (in sequenziale coincidenza) selezionati per percorrere, in meno di quattr’ore, la tratta fra i due santi Lazzaro (Bologna) e Miniato (Pisa), sono tutti puntuali e non troppo affollati. Per fortuna non mi son tolto la felpa indossata inizialmente, perché l’aria condizionata è sempre più fredda a ogni cambio.
Inganno i tempi del viaggio ascoltando le chiacchiere di qualche gruppetto di giovani, studenti o lavoratori; una delle certezze che mi ha regalato la mia veneranda esperienza di viaggi su mezzi pubblici è che, a qualsiasi ora del giorno o della notte, ci sarà sempre qualcuno propenso a conversare vivacemente.
Il mio stato semi-comatoso mi fornisce per lo più pensieri inquieti.

Ma ecco che, come avvenne l’anno scorso nell’avvicinarmi alla stazione di Piacenza, nell’ultima tratta (da Firenze a San Miniato), avverto improvvise e benvenute, sebbene discrete, ripetute fitte al cuore dell’emozione.

La ferrovia fiancheggia l’Arno, che solo in rari momenti si concede alla vista del viaggiatore.

Mi preparo per tempo a scendere nella piccola stazione d’arrivo e quando il treno la raggiunge e s’arresta, quando premo il pulsante che comanda l’apertura, una nuova e più forte emozione mi colpisce.

Eccomi, sono tornato, ecco là a destra l’accesso diretto alla piazzetta, che mi spalancò la vista sulla stazione dopo la lunga tappa finale: è strano rivedere, a un anno di distanza, luoghi ben saldi nella memoria.
A differenza di allora, questa volta c’è qualche persona in giro; tuttavia non ho problemi a compiere il “rito della staffetta”, che consiste nel ripetere la fotografia che scattai alla facciata della piccola stazione.

Ci troviamo qui un po’ defilati dal tracciato standard francigeno: per questo, scelgo di impostare Google Maps sul punto di riferimento che mi sono dato: il bar-ristorante Cantini, su nel centro storico di San Miniato.
Non rinuncio però a collaudare, proprio come feci a Piacenza, il funzionamento dell’applicazione “Via Francigena”, con le sue insostituibili mappe.

Per effettuare queste operazioni sul tablet, sono rientrato, al riparo dalle forti luci del mattino, nella piccolissima sala d’attesa.
La presenza di una coppia anziana mi ha indotto a indossare, per educazione, la consueta e assurda museruola.
Evidentemente hanno apprezzato il gesto, perché, indirettamente e discretamente, vengo coinvolto in una breve conversazione, che ha per tema il cappellaccio contadino a larghe tese agganciato allo zaino, che riscuote l’approvazione di lui, poi anche di lei.
“Certo,” ribatto, “permette alla pelle di respirare e nello stesso tempo protegge bene dal sole.”

Poi, indossato lo stesso ché il sole picchia forte, mi sono decisamente incamminato, per un lungo rettilineo con corsia ciclo-pedonale in sede propria.

La giornata assolutamente radiosa, con un bel cielo azzurro limpido, accende i colori: tutto è forza, bellezza, energia. Mi sento rapidamente trasformato.

Ed ecco, improvviso inaspettato e benvenuto, il ricongiungimento con il tracciato ufficiale e la sua frequente segnaletica.

A un certo punto, il percorso francigeno si separa da quello indicatomi da Google Maps: dopo un attimo di dubbio, scelgo di seguire la via ufficiale, che comunque mi porterà a quel bar.
E faccio bene, perché vengo premiato da passaggi attraverso vie pedonali (o comunque poco trafficate) che, come sempre, privilegia il tracciato standard.

Passo anche davanti a un bucato steso e sorvegliato da un tricolore (il primo di altri che vedrò in seguito), a celebrare la recente e… gloriosa vittoria agli europei in casa inglese. La simpatia prevale in me su considerazioni più critiche.

Dopo il passaggio attraverso un centro parrocchiale popolato da adolescenti in vacanza, le indicazioni riportano su una strada asfaltata in forte salita, che punta verso il piccolo borgo storico.

Affronto la fatica, nella tarda e ormai rovente mattinata, con grande slancio e nuovo entusiasmo: la rigenerazione è avvenuta davvero rapidamente.

Come sempre, la fatica della salita concede il premio di scorci panoramici sempre più estesi.

L’approssimarsi al borgo storico è testimoniato dalla presenza del mercato.

Ed eccomi giunto all’interno di uno dei tanti piccoli gioielli di cui è costellata ogni nostra regione.

Manca poco a mezzogiorno, quando entro nel bar-ristorante che avevo adocchiato alla vigilia sulla mappa.

Durante il viaggio ho consumato una buona metà della mia scorta di frutta secca e crackers semintegrali, ma l’appetito ora non manca. Rinuncio comunque tranquillamente all’idea di un vero pranzo e ordino un panino al formaggio e una birra, che potrò consumare su un terrazzo in posizione davvero felice.

Approfitto della sosta per contattare il mio primo alloggio.
“Buongiorno, ho prenotato una stanza da voi, già un mese fa…”
La signora fa cenno di riconoscermi.
“Volevo avvertirla che arriverò verso l’una; sono già a San Miniato.” Sento una piccola titubanza. “Comunque se c’è da aspettare non si preoccupi.”
“Sì, gusto il tempo di andare a prendere la bambina da scuola.”

Il centro storico del borgo, in questa splendida giornata, offre diversi spunti fotografici.

Poi, la strada per raggiungere la mia destinazione percorre una ripida discesa e una piana bersagliata da un sole ormai spietato.

Eccolo, il bed and breakfast “Pane e rose”.

Appoggio lo zaino presso il cancello e vado in cerca di un po’ d’agognata connessione, che qui sembra del tutto assente.
Non faccio in tempo a trovarla, che mi accorgo che madre e figlia sono già tornate.
Mi faccio notare dalla signora con un ampio gesto del braccio e poi la raggiungo.

È gentile e molto efficiente; capisce e asseconda le mie esigenze: poter partire domani all’alba e il wi-fi per la connessione.
Poi mi porta in una stanza freschissima e confortevole, affacciata su un armonioso cortile, in cui si sentono soltanto rari versi d’uccelli.

Dopo la doccia, il mio lungo pomeriggio sarà inaugurato e benedetto da una profondissima dormita.

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