Dal Medio Adriatico all’Idice – Tredicesimo giorno 

(dai dintorni della Valsenio a Borgo Tossignano)

La mia collezione di signore affittacamere gentili si arricchisce di un nuovo elemento: alle sei, quando scendo in sala, una ricca colazione è appena stata preparata e lei mi sta aspettando.
Sono le sei e quaranta quando la saluto e lascio l’agriturismo tanto faticosamente conquistato.

Si scende verso la valle del fiume Senio.

Due piccole, felici soste forzate interrompono la discesa.
L’ennesimo albero carico di mirabolani, questa volta gialli, mi permette di recuperare il conto di quelli smarriti ieri: ne riempio un bel sacchetto.

Poco più avanti si ripete, proprio come un giorno ormai lontano, l’incontro con un dolce amico a quattro zampe.
Abbaia ma non mi fa paura, perché scodinzola, mentre mi viene incontro deciso. E segue lo stesso rituale: annusata alla mano, leccatina, e poi un profluvio di feste affettuose e debordanti, da me del tutto ricambiate.
Sembra un film già visto: anche questa volta fatico a tenere le distanze per uno scatto fotografico…

Poi si mette, tranquillo e beato, a spulciarsi e a fare toeletta.
Mi riavvio e quando mi volto indietro mi sta guardando.

Oggi per la prima volta sono previste possibili piogge e temporali in tarda mattinata. Per ora qualche nuvoletta non impedisce al sole di dare luce e colore al paesaggio.

Arrivato a fondovalle, passo sotto gli imponenti piloni della provinciale,

alla quale, subito dopo, una rampa mi fa accedere.

Non dura molto, per fortuna, il tragitto con le vetture e i camion che mi sfrecciano vicini: ben presto verrò dirottato su una laterale e per tutto il resto della giornata potrò camminare nella quiete con il sottofondo dei soli cinguettii.

Mi sento molto grato nei confronti del mio misterioso nocchiero, capace ogni giorno di inventarsi nuovi itinerari a misura di viandante.

Ora si sale, per puntare verso una nuova valle, quella del Santerno.
Il cielo si sta rannuvolando, con un po’ d’anticipo rispetto al previsto.

La salita, dolce e continua, mi sta facendo entrare in un paesaggio reso incantato dai vaghi suoni di fondo, quasi sospesi in attesa della pioggia benedetta,

che infine arriva, timidamente.
Vado per gradi, nel prendere le contromisure: dapprima proteggo le gambe, attaccando con la cerniera-lampo le prolunghe ai pantaloncini, e le braccia, sostituendo la maglietta con una maglia a maniche lunghe. Ora sarò in grado di indossare la blusa e i copripantaloni impermeabili.
Quando sembra mettersi a fare sul serio, indosso solo la blusa e proteggo lo zaino con la sua copertura impermeabile gialla.
Sento le gocce picchiettarmi in testa.

Si è rotto l’incantesimo quotidiano del sole infuocato, cioè l’ostacolo più serio affrontato in questo lungo viaggio.
Me ne rendo ben conto oggi: tutto più facile…

Sono le dieci e mezza quando mi appresto a svalicare verso la nuova valle, mentre, di lato, ricompare la pianura.

Ecco, laggiù, la mia meta di oggi, Borgo Tossignano.

Molto più vicino, invece, raggiungo il paesino di Tossignano, dalla bella atmosfera naïf.

Una signora anziana mi rivolge la parola, vedendomi attrezzato, sulla pioggerella che cade.
“Finalmente!” esclamo baldanzoso.
Niente bar, a Tossignano, chè una sostina me la sarei fatta volentieri. Ma questa volta per un caffè d’orzo, mancando per il chinotto il requisito principale: l’arsura.

Un po’ di spesa, invece, al supermercato di Borgo, una volta raggiunto il fondovalle.
La cassiera è curiosa e ben volentieri le racconto da dove vengo. La vita di paese permette di conversare senza fretta.

Il Santerno, nonostante la siccità di questi tempi, ha una bella portata.

Il luogo dove sono diretto per il mio alloggio si chiama “La casa del fiume” ed è un “Centro di educazione ambientale”, un po’ fuori dal paese.
Con la stanchezza di cinque ore e mezza di cammino senza soste, mi sembra di non raggiungerlo mai…

Qui trascorrerò due notti: domani, infatti, dovrò osservare un giorno di pausa forzata, non essendo riuscito a prenotare per sabato sera (ma per domenica sì) l’alloggio che precede l’ultima tappa, che dunque è spostata a lunedì.
Mi aspetta una curiosa, spero utile, classica pausa di riflessione.

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Dal Medio Adriatico all’Idice – Dodicesimo giorno 

(da Brisighella – dintorni alla Valsenio – dintorni)

Mi è capitato di pensare, nei giorni scorsi, a quanto criticamente sia legata la mia piccola impresa al funzionamento del tablet (cioè del navigatore), in mancanza del quale non mi sono provvisto di un piano alternativo.
Oggi mi sono reso conto che un evento ancora più probabile, come la mancanza di connessione, possa davvero complicare gravemente il mio cammino.
Imprevidenza, leggerezza, superficialità; insomma attribuitemi tutti questi limiti, che un po’ me li sono meritati, anche se la storia che sto per raccontarvi ha avuto un lietissimo fine.

La tappa odierna, in gran parte all’interno del “Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola”, in fase di progettazione era stata quella che più mi aveva suggestionato. Non conoscevo le meraviglie dei percorsi campestri che mi avrebbe regalato Google in quelle scorse e puntavo molto sul giro odierno, tanto più con quell’agriturismo localizzato proprio nel confine più lontano della zona protetta…
Come sempre, le cose vanno un po’ diversamente dalle attese.
Ma procediamo con ordine.

Alle sei in punto, dopo una bella colazione apparecchiatami silenziosamente dalla padrona di casa, varco (a fatica!) il cancello e mi incammino sulla provinciale verso Brisighella. Percorso obbligato, tre quarti d’ora, con le automobili che ogni tanto ti sfrecciano accanto, assatanate di lavoro, velocità ed efficienza.
Il sole è inizialmente un po’ velato e le luci non invitano a fotografare la natura.

Il centro storico della piccola scoscesa cittadina invece sì, chiede di essere inquadrato.

Ancora qualche difficoltà per trovare l’uscita corretta dal paese (anche per le stranezze del puntamento satellitare, che improvvisamente sembra diventato una farfalla notturna impazzita), ma alla fine riprendo il controllo della situazione.

Prima di addentrarsi nel Parco Regionale, c’è un tragitto con indicazioni di una zona di Parco Provinciale, piuttosto deludente, anche per la luce meno radiosa del solito e un senso di afa molto precoce.
Di qui all’inizio dell’emergenza passerà circa un’ora e mezza, e ben pochi scatti fotografici.

Il Parco Regionale sembra non volermi regalare emozioni migliori di quello provinciale: strade e stradine nella boscaglia.
E Google fa fatica a rispondermi; a un certo punto addirittura mi si spegne il tablet. Ci dev’essere poco campo, la batteria dell’apparecchio è costretta a fornire picchi di energia per cercare la connessione.
Che infatti viene del tutto a mancare.

Procedo alla cieca, nella speranza di ritrovarla. Nuovo spegnimento: bisognerà stare attenti anche al livello della batteria.
Una deviazione indica la località di Vespignano; mi sembra di ricordare che fosse nel percorso e, inoltre, ho una vaga speranza che là ci sia un po’ di segnale.
Dopo alcuni saliscendi, il silenzio è interrotto da un vocio di ragazzi, un accampamento nascosto fra gli alberi alla mia sinistra. Scoprirò di lì a poco, nel tornare indietro (e intravvederò anche un paio di animatori dei ragazzi) che Vespignano non è altro che quella stazione nel bosco.

Si, non ha senso procedere a casaccio, l’agriturismo è lontanissimo, nel limite opposto del parco; bisogna tornare indietro fino a ritrovare il mio navigatore.

Avevo già fatto parecchia strada: un paio di tentativi di riaccensione del tablet continuano a segnalare mancanza di connessione.
Sono angustiato: non so come e quando andrà a finire; non escludo di fare un giro molto più lungo, se possibile, pur di restare collegato.

In un passaggio un po’ esposto sulla vallata il terzo tentativo dà buon esito.
Soddisfazione intensa.
Interrogo avidamente Google Maps: itinerario, distanze, rari punti di riferimento e, con carta e matita, disegno in due parti questa insigne opera di cartografia:

Sono dieci chilometri e rotti, e a metà percorso c’è l’Agriturismo ‘La Felce’.
Poi spengo il tablet (non farò più fotografie) per economizzare la preziosa risorsa della residua carica della batteria.
È il momento di concedermi finalmente una sosta: sono le nove e trenta e ho già camminato per tre ore e mezza.
Una sosta e un refrigerante spuntino: verranno buoni ora i mirabolani che ho raccolto ieri.
Apro lo zaino; il mitico contenitore non c’è. Mi sovviene l’impressione di scarsa pienezza nel richiudere il bagaglio stamattina. Lo devo aver lasciato in cucina.
Un po’ di dispiacere, affogato in due sorsate d’acqua della borraccia.

Poi si riparte a passo molto deciso: oltre dieci chilometri da percorrere e soprattutto da indovinare.

La diramazione per Vespignano era errata; bisogna proseguire in discesa, verso la provinciale, vincendo le remore che un lungo tragitto in discesa rappresenta quando non sei sicuro della strada.
Ma presto appaiono delle automobili: dev’essere proprio la provinciale.

La imbocco a sinistra, in salita, sempre con il passo spedito che la situazione di allarme incentiva.
Non posso fare a meno di notare, oggi per la prima volta, la bellezza di questo itinerario, che si addentra nel parco, battuto soprattutto da ciclisti.
Ma niente foto, camminare.

Un’indicazione sulla sinistra mi conferma che sto procedendo verso Monte Mauro, e mi rincuora ulteriormente.
Il cartello “Via Monte Mauro” sulla strada che si dirama in salita sulla destra è dolcemente perentorio.
Una buona fetta del problema è risolta. Ora bisogna salire, salire a lungo e sudare.

Una prima sbiadita indicazione dell’Agriturismo ‘La Felce’, poi più niente per lungo tratto, finchè non mi appare l’insegna.
Ma sì, siamo a metà, ce la stiamo facendo!

Proseguire, salire, sudare, verso Monte Mauro.
Poi una maledetta deviazione imprevista, a destra verso un eremo e l’inizio di un percorso di mountain bike.

Provo a percorrerla fino a un parcheggio.
C’è una grande pianta della zona; cerco lungamente di interpretarla, ma con poco frutto.
Sono molto indeciso, poi opto per tornare sulla via Monte Mauro, se intanto (questo è il mio timore) non è diventata via Fabbrica, quella che riporta sulla provinciale iniziale.
Ma si sale ancora ed è un buon segno.

Il Nokia qui, a fatica, riceve la connessione. Recupero da qualche parte il numero dell’agriturismo e sono quasi tentato di chiamare per farmi aiutare, con tutte le difficoltà del caso per spiegare dove mi trovo.
Ma per ora rinuncio.

Dal mio geroglifico mi aspetto di dover comunque prendere una laterale a destra, che mi porterà in via Lama, quella della mia destinazione.
Grandissima la sorpresa quando scorgo direttamente il cartello di quest’ultima via e, a completare l’opera, un’indicazione per l’agriturismo. Ormai è fatta, arriverò in tempo per pranzare e ubriacarmi di birra…

C’è da camminare ancora un po’, ma ora in discesa.
Mi resta il dubbio di non potere pubblicare niente per mancanza di connessione e di allarmare, magari, gli amici abituati alle mie tracce quotidiane.
Il Nokia, con Wind, riceve benissimo, mentre il tablet, con TIM, è ancora muto.
Ma in prossimità dell’evidentissimo edificio rurale con l’insegna dell’agriturismo si rianima anch’esso.

Perfetto, potrò manifestare al mondo la mia gioia, insieme a questa immagine.

È mezzogiorno: oggi sei ore quasi ininterrotte di fatiche e sensazioni forti. Indubbiamente.

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Dal Medio Adriatico all’Idice – Undicesimo giorno 

( da Castrocaro a Brisighella – dintorni )

La sveglia suona alle quattro e cinquantasette e mi trova ben riposato (miracoli di questo tipo di vita…)
La tappa di oggi sarà lunga, ventitré chilometri di aperta campagna; dunque bisogna far tesoro delle ore più fresche.

È sensibilmente fresca l’aria quando, alle cinque e tre quarti, apro il maniglione antipanico dell’hotel ed esco nella luce del sole nascente, avviandomi verso il centro storico di Castrocaro.

Seguo, anzi credo di seguire, le indicazioni satellitari del mio insostituibile pilota, nella cittadina che stenta a svegliarsi;

con un minimo di disappunto mi trovo, dopo un giro complicato per le vie del centro, sulla dorsale principale dove ieri ho preso l’autobus per Terra del Sole.
Con grande rabbia mi ci ritrovo poi di nuovo, dopo un giro ancor più complicato per le vie del centro.
Mannaggia non se ne viene fuori…

Aumento il dettaglio della mappa e alla fine trovo il bandolo della matassa, ma mi son giocato quasi tre quarti d’ora di fresco e di cammino, quando esco dal grande centro abitato.

Come ieri, il fido scudiero tecnologico mi restituisce tuttavia il sorriso, portandomi a percorrere un’infinita sequenza di fiabeschi viottoli di collina che mai avrei potuto conoscere altrimenti.

Mi viene da pensare, con sorpresa e riconoscenza, a chi si è preso la briga di tracciare questi percorsi così selvaggi sulle mappe di Google.
Certo, la bontà dello strumento non è frutto di filantropia disinteressata, ma in questi giorni mi sta offrendo dei regali preziosi.
Non ultimo, quello di smentire la mia idea, piuttosto radicata, di un’Italia settentrionale ormai definitivamente cementificata, asfaltificata, centrocommercialificata.

La zona permette diversi incontri con animali, troppo veloci per essere fotografati: lepri, scoiattoli, caprioli, uno strano paffuto corazzato che attraversa la strada…
Mi rifaccio riprendendo quelli domestici.

Sono passate oltre due ore dalla partenza; ora le stradine sterrate hanno lasciato il posto a quelle asfaltate, ma l’incanto non cessa.

Incanto e… sorpresa quando, più che mai benvenuto,

un alberino carico di mirabolani, questa volta rossi come pomodori, viene a risolvere buona parte dei miei odierni problemi di approvvigionamento.
Svuoto il famoso contenitore delle sei albicocche, che trasloco in una sportina, e comincio a fare incetta degli umili frutti colorati fino a riempirlo fino all’orlo.
Dopodiché continuo a raccoglierne e a farne una ģradita scorpacciata, assaporandone due o tre alla volta dopo aver sputato i noccioli e la buccia dei precedenti.
Una meraviglia.

Riparto rinfrancato; mi aspetta però uno spettacolo meno gradito: vengo superato da un trattore che traina un grosso carico. Dal fetore micidiale capisco di che cosa si tratti.
Di lì a poco, infatti, un aerosol di letame verrà a fertilizzare i campi dove è stato mietuto il frumento.

Superata la nube tossica, vengo incuriosito da un’indicazione stradale che mi riporta sotto le Due Torri

e poi dalle grazie di una signorina senza veli, ma purtroppo un po’ dura di scorza…

Sono passate le nove; le luci e la temperatura cominciano anche per oggi a impennarsi.

Resisto fino alle dieci e un quarto, poi concedo una meritata tregua a spalle, gambe e piedi.
Con qualche difficoltà riesco a sdraiarmi all’ombra, sul ciglio di una strada sterrata, e a sollevare questi ultimi contro un albero, per decongestionarli.

Ancora semisdraiato, mi tolgo la maglietta per ripulirla, sulla schiena, dei molti residui di terriccio, ghiaia, frammenti di piante, e intanto passa una rara automobile e mi si ferma accanto. L’equipaggio è un po’ preoccupato per la mia insolita posizione, ma li tranquillizzo con uno sguardo e due parole.

È il momento di verificare a che punto sono.
Due terzi del percorso, speravo meglio, anche perché l’ultima parte sarà, come sempre, flagellata dalla calura.

La sosta però è bastata a farmi riprendere e quasi il calore invadente del sole mi dà una sensazione positiva di energia.

Devono passare quasi sei ore dalla partenza quando avvisto, associata bontà sua a quella di un ristorante (con un grande spazio ombreggiato all’aperto), la sempre invitante insegna di un bar.
La porta è chiusa, stanno attrezzando le sale.

Ottengo, senza troppo entusiasmo, di poter entrare per una bibita.
Quando poi chiedo se hanno un chinotto fuori frigo probabilmente li faccio pentire di avermi accolto.
Mi accontento di un succo di frutta e di una sosta molto breve.

Di lì a meno di un’ora il percorso, svoltosi quasi interamente in mezzo alla campagna, sfocerà sulla provinciale Brisighella-Faenza, al di là di un passaggio a livello chiuso.

Poche centinaia di metri e una signora mi aprirà la porta di un nuovo, confortevole bed and breakfast,

al termine di una tappa faticosa ma piena di luci da ricordare.

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