8-8: Introdursi nella capitale

Ero sicuro di riuscirci: il denso programma e il significato di quest’ultima giornata esigevano, come già era successo a Sutri, di alzarsi prima dell’alba.

Introdotta la bustina del tè nel bollitore, fotografo il non eccelso panorama notturno dalla mia finestra dell’hotel Cassia.

È proprio lungo la Cassia, in gran parte protetto da un marciapiede, che si dipana un lungo tratto iniziale dell’avvicinamento alla capitale.
Riesco ad avviarmi alle cinque e cinque.

Poche vetture, oggi che è domenica, rompono la quiete della statale, mentre, qua e là, appaiono già segni di attività umana.
Ci sono le condizioni per procedere veloci; posso addirittura attraversare la strada ogni volta che si può tagliare una curva.

Le prime luci dell’alba.

Ho un motivo in più per avanzare veloce: il mio amico Massimo, che spesso in passato condivise dei tratti dei miei viaggi a piedi, quest’anno, non avendolo potuto fare, è comunque giunto ieri a Roma da suo fratello e oggi gestirà (anzi… costituirà) il “comitato di accoglienza e trionfo” al mio arrivo in Vaticano; prima arrivo e più tempo potrò dedicargli, prima di raggiungere l’ostello, che apre alle quindici.

Alle sei e dieci (cinque chilometri già percorsi, quindici mancanti) gli mando, via sms, una prima proiezione sull’orario d’arrivo, che si rivelerà esageratamente ottimistica: le nove e quarantacinque.

Superato il Grande Raccordo Anulare (almeno sulla mappa, perché probabilmente qui scorre interrato), il percorso abbandona la statale Cassia, questa volta per sempre,

e punta verso il parco dell’Insugherata, che la guida ufficiale definisce “un’oasi selvaggia, che s’inserisce come un cuneo nella periferia di Roma”.

In effetti, fa una strana impressione questo approcciare l’immensa area metropolitana attraverso un vastissimo territorio di boscaglia e radure.

Le energie del mattino mi regalano sensazioni e pensieri dolci. Mi viene in mente come anche la gioia necessiti di esercitazione e allenamento, e che tutto questo dev’essersi verificato in questa ventina di giorni così straordinari sotto tutti gli aspetti.

Probabilmente sulla scia di questi pensieri quasi felici, metto in pratica il proposito di lasciare in bella evidenza un nuovo messaggio di incoraggiamento e felicitazioni per i miei nuovi amici Jurgen e Laura, che transiteranno qui sicuramente più tardi; sacrifico, a questo fine, una delle mollette che da sempre vivono nello zaino.

Il sole sorge nel cielo terso, mentre l’aria è già insolitamente calda.

Sono passate due ore e un quarto dalla partenza quando, avvicinandomi al confine del parco, vedo comparire in alto i primi mostri abitativi della periferia romana.

Il terreno si è fatto sabbioso come in una spiaggia e rallenta la mia andatura, quando scorgo una tenda che dà segni di vita interna. Chissà se sono stanziali o viandanti?

Dopo poco sono costretto a ripassarci a ritroso: sono finito nuovamente fuori traccia, ma con effetti certamente non devastanti come ieri.

L’uscita dall’enorme parco dà accesso a una zona periferica indubbiamente di stampo proletario.

Mancano ancora dieci chilometri: con un nuovo sms, aggiusto il tiro sulle proiezioni d’arrivo: le dieci e un quarto.
Poi, subito dopo, avvistato il primo bar, mi concedo la classica sosta-spremuta di metà percorso.

Anche in questo remoto angolo di periferia è domenica, e lo si avverte: una domenica mattina d’agosto.

In breve si accede a una grande strada, la Via Trionfale, che mi dà un’impressione che si rivelerà del tutto errata: quella di puntare ora, finalmente, verso la città storica.

A lato della via, più esteso di quanto non riesca ad abbracciarlo l’obiettivo, scorre un “torrente” di monnezza, come dicono qui.

L’itinerario ora entra in un nuovo enorme parco: la Riserva naturale di Monte Mario,

che sta per regalarmi emozionanti vedute della città dall’alto, chiedendo in cambio un tributo di affaticamento, per le salite e le discese su un selciato antico di pietroni non proprio gradevoli.

Ed ecco i primi scorci sulla città:

Ma la vera emozione me la dà la comparsa, non così lontana, “der Cupolone”.

Un lungo zig-zag in discesa, che mette i piedi a dura prova, mi fa scendere dal trampolino di Monte Mario per poi affrontare, questa volta davvero, le lunghe, estenuanti prospettive di strade e viali che puntano verso il Vaticano, in un ambiente urbano che si anima via via di popolazione, dapprima residente, poi con forte componente turistica.

Un ultimo aggiornamento previsionale di arrivo, che si rivelerà finalmente quello giusto, è per le dieci e quaranta.

Pubblicato in Tutti gli articoli | 15 commenti

7-8: Avanzando verso la metropoli

Questa mattina me la sono presa un po’ più comoda: in programma una tappa teoricamente di ventiquattro chilometri, ma con una sorta di abbuono iniziale e finale, per la posizione dei due alloggi, rispettivamente dopo la partenza e prima dell’arrivo ufficiali.
Dalla mia finestra la piazzetta è già illuminata dall’alba.

M’incammino alle sei e cinque, orario sufficiente per pensare di arrivare intorno a mezzogiorno.

Il profilo altimetrico della tappa prevede un dislivello iniziale in salita di un centinaio di metri, un altro al quinto chilometro e poi, in teoria, qualche piccolo e innocuo saliscendi.

Il sole sorge su questo penultimo giorno di cammino, (una sorta di semifinale…), generando effetti spettacolari sulle valli nebbiose.

Questo signore gradisce la mia amicizia: mi fa festa e si sdraia in segno di sudditanza.
Benché abbia il collare, il sospetto che sia abbandonato e voglioso di adozione mi resta, quando vedo che prende a seguirmi. Ma lo fa, come dire, con un certo distacco, e dopo pochi metri rinuncia tranquillamente.

Prendono e lasciano il loro trampolino, questi uccellini, festeggiando con cinguettii e piccoli voli la nuova luminosa giornata.
Molti altri animali sto per incontrare oggi sul cammino.

Ma è un incontro di esseri umani che viene a segnare, con emozione, questa prima parte del percorso…
Mi avvistano da lontano mentre sono seduti: sì, sono indubbiamente loro, Jurgen e Laura, i due “olandesi camminanti”, che non vedevo da tre giorni.

Per loro, al termine di una colossale impresa e dei sacrifici inattesi che ha comportato, questa vigilia del traguardo finale deve avere un sapore tutto particolare.
Condividiamo e manifestiamo comunque una stessa, prorompente gioia, espressa dai loro sguardi e dai loro sorrisi e, a detta loro, anche dai miei, tutti in evidente stato di grazia.
Sono persone molto speciali, piene d’amore, e le vibrazioni affettive che ci attraversano nell’incontro ci appaiono evidenti.
Riprendo la marcia con un senso di arricchimento.

Per la distanza da Canterbury… rivolgersi al vescovo Sigerico, il proto-pellegrino francigeno del decimo secolo dopo Cristo.

Come ieri c’è un unico paese lungo il percorso; come ieri lo si incontra prima della metà: lo raggiungo poco dopo le otto.

Si tratta di Formello, addobbato a festa.

Due ore di cammino rendono gradita una breve sosta e una spremuta d’arancia.
Devo rinunciare a sedermi dentro, perché è già in vigore il decreto che, a tal fine, prevede di esibire il discriminatorio “green pass”. A chi si è già piegato al ricatto del cosiddetto vaccino, benché sia potenzialmente contagioso alla stessa maniera, viene dunque riconosciuto questo e altri privilegi.
In realtà, tuttavia, sono tutti seduti fuori.

L’atmosfera di questo bar, chissà perché, è ben diversa da quella percepita e goduta ieri a Monterosi: a quella dinamica e chiassosa vivacità, qui si sostituisce un senso di cupa pesantezza.

Quando rientro per pagare, una ciclo-pellegrina solitaria, che mi sembra di aver già vista, un tipino molto deciso, chiede quale sia la strada per proseguire.
Sono concordi nel farle evitare il centro storico; uno dice che fanno passare di là ma non ce sta niente da vedere.

Niente di più lontano dal vero, come poi cerco di dimostrare con i miei ripetuti scatti fotografici.

All’uscita da Formello, e per quasi tutti i quindici chilometri rimanenti, il tracciato s’immerge in ambienti naturali che si direbbe vogliano far dimenticare la presenza incombente dell’immensa area urbana, di cui non si intravvederà alcuna traccia.
Il sole splende sempre più vistosamente.

Strani rumori sordi echeggiano alla mia sinistra. Da lontano ne scorgo l’origine: mucche al pascolo calpestano le canne che qui contraddistinguono suggestivamente il paesaggio.

Poi la vista si allarga su zone aperte, parzialmente coltivate.

Oggi il mio abbandono alle sensazioni ambientali è scarso: mi preme avanzare e chiudere presto questa formalità, prima della mia piccola marcia trionfale che mi aspetta domani.

Scavalcata la statale, l’immersione in ambienti naturali di grande estensione continua.

Alle dieci e un quarto, soddisfatto dell’ottima andatura fin qui, cerco di contattare l’hotel, per avvertire del mio arrivo, che prevedo fra le undici e mezza e mezzogiorno.
Non risponde nessuno: strano, per un tre stelle sulla via Cassia.

Vorrei cercare in rete il sito dell’hotel, per vedere se c’è anche un recapito di telefonia mobile. Ma la connessione è scarsa.
Quando finalmente ci riesco, non trovo nessun altro numero telefonico.
Allora riprovo e questa volta rispondono.
Sono atteso, anche se, come al solito, non garantiscono che per quell’ora la camera sia pronta.

Intanto è successa una cosa che sancirà una svolta inattesa, atrocemente pesante, per l’ultima ora e mezza del cammino odierno.

A un bivio, frecce segnaletiche indicavano “Via Francigena” in entrambi i rami, con l’aggiunta, in uno dei due, della dicitura “percorso alternativo”.
Avevo scelto, ovviamente, l’altro, quello canonico, e proseguito a lungo, per le serpentine aeree e ondulate della stradina rurale,

senza preoccuparmi della mancanza dei segnavia.
Tanto che, a mostrarmi sgradevolmente e decisamente lontano dalla traccia, è un richiamo della mappa che eseguo giusto per verificare quanto manca.

Recuperare un errore di percorso spinge a forzare l’andatura, come inevitabilmente faccio, un po’ trafelato, a ritroso lungo le serpentine di quell’interminabile, tortuoso, assolato tratto.
Finalmente il segnalino torna a sovrapporsi con la linea rossa. Osservo da dove provenivo e poi vedo che sono tornato proprio a quel bivio, e mi accorgo con sorpresa che la traccia elettronica segue il percorso alternativo.

Di tale percorso alternativo ho solo un’immagine,

ma mi è sembrata un’infinità, il tempo che lentamente ha scandito i miei sempre più faticosi saliscendi, ogni salita sembrava invano l’ultima, sotto un sole dalle luci e dal calore spietati.

Infine, dopo averne scorto la vettura, vedo tre persone, due uomini e una donna, con la divisa da Guida Ambientale Escursionistica.
Benché evidentemente trafelato, riesco a spiegare loro la trappola in cui sono caduto, pregandoli di avvertire chi di dovere.
La donna, che non ha capito niente, con fare da maestrina afferma che è una zona priva di connessione e loro non possono farci niente.
Per fortuna è uno degli altri due, evidentemente più sveglio, a spiegarle meglio il problema.

Poi, fiero e tronfio, interviene l’altro, porgendomi dei depliant sul Parco archeologico di Veio (all’interno del quale ci troviamo), sostenendo il valore delle buone vecchie mappe cartacee.
“No grazie, cerco di evitare di caricare il peso anche di pochi grammi!”
La prende persa.
Quello sveglio mi chiede se voglio dell’acqua.
Rispondo decisamente di sì, grazie; ma poi l’acqua non si trova…
Non importa, fa lo stesso, arrivederci.
Anziché salutarmi, uno del trio se n’è andato a rovistare dentro l’automobile; sono già distante trenta metri quando mi richiama, con la preziosa e gradita bottiglietta in mano…

Il graduale ritorno in zone antropizzate è ancora lungo, faticoso e costellato di salite, attraverso l’abitato di Isola Farnese e l’ingresso nella frazione La Storta, il cui nome suona un po’ sinistro.

La sospirata immissione nella Cassia, poi la prosecuzione verso l’omonimo hotel.

Un’ultima breve salita, per conquistare l’ingresso;

un solo piano di scale, poi, per conquistare la stanza.

Il recupero ha richiesto un buon paio d’ore; fondamentale, dopo la doccia e qualche minuto di riposo sul letto, un ottimo pasto presso la vicina (per fortuna) tavola calda.

Il traguardo di domani richiedeva, evidentemente, un’ultima dura prova inaspettata.

Pubblicato in Tutti gli articoli | 7 commenti

6-8: Dalla Tuscia all’Agro Romano

Per affrontare la tappa più lunga di questo viaggio, quasi ventisei chilometri, non c’è che una strategia: alzarsi molto presto.

E, visto che la dotazione del bed and breakfast è generosa (in camera prodotti confezionati in grande quantità e il bollitore per farmi il tè; nel corridoio comune, una crostata intera e una “mattonella” di torta al cioccolato), fare anche una colazione abbondante.

Con soddisfazione riesco a varcare il portone alle cinque, quando è ancora notte fonda.

Poco dopo, varco anche l’antica porta della città.

Più in basso, l’anfiteatro romano, con la sua particolare illuminazione, ha qualcosa di spettrale.

Mi faccio guidare passo passo dalla mappa elettronica, sia perché qui i segnavia sono molto scarsi, sia perché è buio pesto.
Per raggiungere la statale, bisogna percorrere una stradina che si tuffa in una selva oscura. La luce emessa dalla mappa sul tablet, orientata in basso, mi aiuta a illuminare un po’ il cammino.

Sotto uno spicchio di luna in cielo e le luci dei lampioni lungo la statale deserta, quasi a sorpresa, mi ritrovo davanti una giovane donna, che procede di buon passo, apparentemente chiusa nei suoi pensieri.
La felpa sottile, che indosso sopra la maglietta, a fatica mi protegge dal freddo; se avessi un paio di guanti di lana li indosserei volentieri.
La donna ora ha attraversato la strada e, rallentata l’andatura, ha raggiunto la fermata della corriera.
Più avanti, dalla parte opposta alla mia, c’è un’altra signora, ferma ad aspettare qualcuno.
Con mia sorpresa, mentre sto attraversando, forza un saluto a voce alta: “Buongiorno!”
“Buongiorno a lei!”
“È proprio un buon giorno…” replica alludendo all’orario.
“Prima si parte, meglio è, e oggi devo fare ventisei chilometri.”
“È certo… Dov’è diretto, a Roma?”
“Sì.”
“Ma stia attento, lungo la Cassia…”
“No, ma più avanti c’è la deviazione!”
Fa un cenno di aver inteso: “Le auguro buon cammino.”
“Grazie molte, buona giornata!”

L’attesa via laterale mi libera dalle ultime luci notturne della città e dal raro sfrecciare di automezzi.
Ora, su una strada abbastanza larga da non generare problemi di visibilità, anche perché comincia ad albeggiare, sono profondamente e proficuamente solo con me stesso, mentre procedo a passo molto spedito.
Avverto, galvanizzante, una sorta di ebbrezza della velocità, gratuita, ecologica, conquistata senza l’acquisto di veicoli o strumenti sportivi.

Mi appaiono alla mente, chissà in base a quali segreti richiami, memorie di sensazioni remote. Mi faccio cassa di risonanza per apprezzarle appieno, come non mai, in una sorta di meditazione spontanea.
Un lungo cammino, nella sua girandola di fatiche, incontri, luci e situazioni, può contemplare anche questa.

Intanto sono di nuovo contornato da noccioleti.
Se a qualcuno può interessare…

Qualche nuvoletta rosa annuncia il sorgere del sole, che tuttavia oggi troverà, nelle prime ore, lo schermo di ammassi nuvolosi.

Incentivato da una lieve pendenza in discesa, continuo a camminare veloce, con la coscienza di guadagnare terreno sulla tabella di marcia.

Ora ho rallentato un po’ quell’andatura esuberante, che non si addice a percorsi lunghi: molto meglio un passo cadenzato ed essenziale.

Un’amica che ne possedeva alcuni, mi disse, non so con quanto fondamento, che i cavalli sono animali anaffettivi.
Questo sembra davvero del tutto disinteressato alla mia presenza e alle parole, sostenute e affettuose, che gli rivolgo.

Poco dopo, un cancello importante con un cartello magniloquente, annuncia un’area e una struttura dedicata al golf, sotto l’egida della federazione nazionale.

In effetti i campi si snodano, sia a sinistra che a destra della strada, per un’area che mi farà compagnia per diversi minuti, con i suoi paesaggi prativi tanto belli quanto insostenibili ambientalmente, a causa degli ettolitri d’acqua di cui sono bisognosi, alla faccia dello sport ecologico.

A differenza di ieri, quando raggiunsi l’unico paese intermedio dopo ben quattro ore di cammino, quello di oggi, Monterosi, è ubicato prima della metà, e vi accedo dopo due ore e mezza.
Tempo comunque sufficiente da meritare una sosta e una spremuta d’arancia al primo bar.

Entro alle sette e mezza, nel classico orario di punta dei caffè.
Seduto all’interno, mi godo un ambiente piuttosto “caciarone”, in cui fanno a gara a chi parla più forte. Ma il clima che respiro mi sembra straordinariamente umano, solidale e allegro.
Gli unici dall’aria triste e taciturna, muniti di museruola professionale blu perfettamente calzata, sono due giovani poliziotti, in piedi in fondo al banco, che però presto se ne vanno, salutati amichevolmente dal barista.
Arriva, poi si infila dietro il banco, una ragazzona alta dal passo deciso e con un’espressione incredibilmente felice, nel momento in cui comincia una nuova giornata di lavoro.

Questa è un’oasi di resistenza, mi viene spontaneo pensare. Con questa gente qua, gli orditori planetari di paura, tristezza e divisione non avranno mai gioco.

Attraverso il centro del paese, più animato di quanto non appaia in quest’immagine, poi proseguo lungo la Cassia, mantenendomi sul marciapiede a destra.
Più avanti, il tracciato sulla mappa prevede una deviazione ad angolo retto sulla sinistra.
Mi ci separano due semicarreggiate protette da alti muretti e percorse da veicoli indemoniati.
Mannaggia, ho perso una micro-deviazione per attraversare, quando era possibile, e proseguire sull’altro lato.
Non ho nessuna voglia di tornare indietro: affronto di slancio gli attraversamenti e, con cautela, gli scavalcamenti, poi fotografo l’ostacolo superato.

Con l’uscita dal comune di Monterosi e dalla provincia di Viterbo, si lascia alle spalle la Tuscia e si entra nell’Agro Romano, una sorta di corona circolare verde disposta intorno all’area metropolitana.
Il paesaggio si fa bucolico e affascinante.

È in questo splendido ambiente che faccio un nuovo incontro.
Procede nel senso opposto a quello canonico, proprio come lo svizzero Florent incontrato l’altro ieri.
Facciamo immediatamente conoscenza.

Si chiama Antonio, è di Benevento ma studia a Roma e da lì è partito, due giorni fa, per l’intero itinerario italiano, fino al Passo del Gran San Bernardo, da dove io cominciai l’avventura un giorno giá lontano, due anni fa.
Già la sua idea di partire a piedi me lo fa sentire affine; quando poi mi dice che per fare il Cammino di Santiago lasciò Benevento in autostop, capisco, con entusiasmo, di aver trovato un raro rappresentante della mia stessa razza.
Lui, anzi, è ancor più integralista di me; mi confida che, nei limiti del possibile, preferisce chiedere indicazioni ai passanti piuttosto che a strumenti elettronici.
Gli chiedo, prima di raccontargli le mie esperienze di viaggi a piedi, se sui sentieri spagnoli abbia o meno trovato l’effetto processione. Facendo la cosiddetta variante francese, mi spiega, gli assembramenti non ci sono.

Dopo alcuni minuti di scambio di pareri ed esperienze, viene il momento di scambiarsi anche il “buon cammino”, in modo particolarmente sentito e caloroso.

Dopo il felice incontro, lo spettacolo paesaggistico riprende,

nella valle del limpido torrente Treja,

dove una piccola, affrontabile deviazione, permette di osservare (quanto meno) la prima delle Cascate di Monte Gelato.

I chilometri si susseguono, mentre il clima resta abbastanza ventilato e il paesaggio, così come il sentiero, alterna scorci pianeggianti e collinari.

Ora la fatica si fa sentire, dopo cinque ore e mezza di cammino interrotte da una sola sosta non lunga.
Ma i chilometri all’arrivo stanno già facendo un conto alla rovescia.

Mi aspetto di entrare gradualmente nell’abitato di Campagnano e invece, come e più di ieri a Sutri, il paese appare d’improvviso, compatto e, ahimè, sopraelevato.

La salita, durissima, impone di andare adagio, zigzagando quando si può. Anche se l’affronto malvolentieri, ho l’impressione di riuscirci senza problemi.

Conquistato il paese, devo poi attraversarlo completamente,

per raggiungere, prospiciente sull’ultima piazza, il mio albergo.

Per la prima volta non avevo telefonato per concordare l’arrivo: la presenza del contestuale ristorante, aperto anche a pranzo, mi sembrava una garanzia sufficiente.

Ma le cose cambiano: trovo tutto chiuso; il ristorante aprirà solo di sera.
Contattata per telefono, la proprietaria, che dalla voce scambio per un uomo, è collaborativa. Mi spiega dove nascondere lo zaino e mi dà appuntamento dopo un’ora per l’accesso alla camera.

Un’ora che spendo nella vicina pizzeria, accarezzato da un bel venticello fresco,

in questo modo:

accompagnando il tutto con una Moretti da sessantasei centilitri (che non sarà particolarmente buona, ma… è tanta!) e un caffè riparatore.

Dopo, come potete immaginare, la vita assume colorazioni molto dolci……

Pubblicato in Tutti gli articoli | 8 commenti