Gesù

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Alcuni anni fa rimasi affascinato da una ricca sintesi in italiano del libro “La vita di Gesù in India”, scritto dal tedesco Holgen Kersten a più riprese, a partire dal 1983. La stampai e la conservai con cura, purtroppo però non sufficiente a sopravvivere al trasloco per il mio espatrio circa tre anni fa.

Dopo essermi riproposto a lungo di ricercarla in internet, qualche sera fa mi sono messo d’impegno (e ce n’è voluto davvero…) per ritrovarla, alla fine con successo. A dir la verità, quella che ho riscoperto mi sembra ancor più dettagliata rispetto a quella che ricordavo, al punto da avermi costretto a più riprese a effettuare dei salti nell’ambito di una lettura comunque, nel complesso, estremamente avvincente.

Con una mole di indizi e considerazioni che reputo sia verosimili che convincenti, e, sinceramente, ben più delle “verità della fede” professate dai cristiani di qualsiasi magistero, l’autore ipotizza dapprima una formazione nei paesi orientali di Gesù negli anni giovanili, in seguito che egli sia stato sottratto alla morte dalla croce, e infine che abbia vissuto ancora a lungo, migrando nuovamente in oriente e soprattutto in India, lasciandovi parecchie tracce della sua presenza.

Ricordo che il particolare che trovai più convincente da quella prima sintesi fu la grandissima quantità di erbe curative portate ai piedi della croce.
Trascrivo qui di seguito, a questo proposito, i passi presenti nel documento che ho trovato.

Giuseppe di Arimatea, Nicodemo e il centurione Longino erano fra i seguaci segreti di Gesù. Influenti come posizione e rango, essi erano informati con buon anticipo su cosa avrebbe portato l’arrivo di Gesù, considerato pubblicamente pericoloso.
Giuseppe era grandemente rispettato come membro del Sinedrio, che aveva autorità su tutti gli affari di stato in cui fosse coinvolta la religione ebraica, compresa l’amministrazione della giustizia.
Nicodemo, che aveva ricevuto gli insegnamenti di Gesù protetto dall’oscurità della notte, era anche un notabile giudeo.
Grazie a questi incarichi, Giuseppe e Nicodemo sapevano che la crocifissione non poteva essere evitata. Ma se avessero potuto fare in modo di tirare giù Gesù dalla croce abbastanza presto e se tutto fosse andato secondo i piani, sarebbe stato possibile tenerlo in vita, in modo che avrebbe potuto probabilmente continuare la sua missione sotto altro nome. Era di vitale importanza per tutta l’operazione che gli apostoli non fossero coinvolti. Essi si erano nascosti per timore di persecuzioni. Nessuna azione sarebbe stata intrapresa contro i rispettati notabili Giuseppe e Nicodemo o contro il centurione romano.
(…)
La cosa più strana di tutto quello che è stato descritto in relazione alla sepoltura e alla tomba è la presenza di quella quantità di erbe straordinariamente grande. Qual era il loro scopo, poiché esse non avevano niente a che fare con una sepoltura?
L’ Aloe vera è una pianta originaria della parte sud-occidentale della penisola arabica. Un gel a stick ricavato da quella pianta veniva usato nell’antichità soprattutto per curare ferite, infiammazioni locali e scottature.
Il secondo tipo di spezia portato da Nicodemo era la mirra, una resina gommosa ricavata da arbusti; la fragranza aromatica della mirra aveva un ruolo importante negli antichi rituali dell’India e dell’Oriente. Era usata fin dai tempi più antichi per la medicazione delle ferite. L’aloe e la mirra erano comunemente usate nella cura di grandi porzioni di tessuto danneggiato perché potevano facilmente essere composte come unguenti e tinture.
E’ evidente che queste miscele rappresentavano, al tempo di Gesù, il mezzo universalmente riconosciuto per ottenere la guarigione più efficace e più rapida delle ferite, insieme alla maggiore protezione possibile contro le infezioni.
Non c’è alcun dubbio che Nicodemo si era procurato una quantità veramente sorprendente di erbe medicinali altamente specifiche con l’unico scopo di curare le ferite sul corpo di Gesù.

Ma la mia fruttuosa ricerca dell’altra sera mi ha concesso un ulteriore regalo, relativo a un passaggio di fondamentale importanza che non ricordavo di aver letto nella versione precedente.
Mi riferisco alla disputa sulla veridicità della sindone.
Ricordo bene quando, da giovane, attesi con ansia i risultati del relativo esame multiplo al radiocarbonio e la delusione alla notizia che quel lenzuolo era soltanto di origine medioevale.
Ora, l’autore del libro, e della sintesi in oggetto, smentisce clamorosamente queste conclusioni, ridando veridicità alla reliquia (e di conseguenza all’affascinante immagine del volto di Gesù che ne è derivata): la falsificazione dei risultati si sarebbe resa indispensabile per mascherare proprio il fatto che le tracce si riferiscono a un corpo ancora vivo.
Leggiamo i passaggi in oggetto:

A tre laboratori specializzati nella datazione di materiale archeologico furono consegnati campioni della dimensione di un francobollo del lenzuolo di Torino.
Nell’ottobre 1988 il sensazionale risultato fu reso noto al pubblico: l’esame aveva dimostrato al di là di ogni dubbio che il tessuto aveva avuto origine nel Medio Evo (in un periodo fra gli anni 1260 e 1390).
Questa scoperta, che contraddiceva tutti i risultati delle ricerche precedenti, mi fece sorgere subito dei sospetti sull’accuratezza con cui era stata eseguita la datazione.
Avevo studiato la storia della Sindone per molti anni: sapevo per certe molte cose che provavano attivamente che quel tessuto era esistito prima del Medio Evo. Dovevo andare ad esaminare a fondo i procedimenti di prova. Fu l’inizio di tre anni di un lavoro da detective che mi portò in tutti i luoghi in qualche modo interessati alla datazione al radiocarbonio.
Mi risultò ben presto evidente che gli scienziati che avevano preso parte alle prove avevano qualcosa da nascondere. Per vie traverse e con grande difficoltà, riuscii finalmente ad ottenere fotografie fortemente ingrandite dei pezzi di tessuto che i laboratori avevano ricevuto per eseguire la datazione.
Ho fatto esaminare queste foto da parecchi istituti specializzati in questo genere di lavori e confrontare al computer le immagini digitalizzate con le fotografie di ciascun frammento originale prese direttamente prima che venisse tagliato via.
I risultati furono chiari e decisivi: i pezzi di tessuto datati nei laboratori non potevano provenire dal tessuto originario!
Proseguendo le mie indagini scoprii che i campioni esaminati con la tecnica del radiocarbonio erano stati presi da un abito tenuto fin dal 1296 nella basilica di San Massimino nella Francia meridionale, il mantello da cerimonia di San Luigi d’Anjou.
Questo ha provato una volta per tutte che la datazione della Sindone di Torino è stata manipolata: l’idea era di presentare il lenzuolo come una contraffazione medioevale, e così porre fine a tutte le discussioni sulla questione se Gesù fosse o no sopravvissuto alla Crocifissione, discussioni che avrebbero scosso la Chiesa Cristiana fin dalle fondamenta.
La datazione al radiocarbonio del 1988 si è rivelata niente più di un cinico tentativo di imbroglio. Certamente non prova che la Sindone ha soltanto settecento anni: in effetti, la falsificazione intenzionale e fraudolenta dei risultati delle prove è invece una prova aggiuntiva che la Sindone di Torino è realmente il lenzuolo in cui Gesù fu avvolto un tempo, e che Gesù era ancora vivo quando vi fu “posto a riposare”.

Mi auguro che i due lunghi stralci dalla sintesi del libro di Holgen Kersten che ho qui trascritto abbiano quanto meno destato curiosità e, magari, la voglia di approfondire e scoprire alcuni fra i molti altri tesori nascosti nel lungo documento che ho ritrovato, e che potete leggere per intero cliccando qui.

La figura storica di Gesù, per molti aspetti (e inevitabilmente) enigmatica, ne esce con un fascino, se possibile, ancora più coinvolgente.
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Allenamenti intensivi – 5

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In molti dei miei scritti precedenti a questo lungo racconto, ho fatto cenno al mio maestro spirituale (che in realtà dovrei definire “maestro di pensiero”, non avendone appreso dal vivo le tecniche di meditazione).

Si chiama Franco Bertossa (qui ritratto con l’amatissima nipotina),
è nato settantuno anni fa in Croazia, per poi stabilirsi fin da bambino in Italia. Risiede a Bologna dove ha fondato il centro di studi e discipline ASIA.
Lo si può seguire, quasi quotidianamente, sulla sua pagina Facebook.

Ho finalmente l’occasione di approfondire qui il suo pensiero, per illustrare in che terreno, sia pur con tutte le mie fragilità, sia caduto un percorso a ostacoli così estremo, come quello degli ultimi quattro mesi appena raccontato.

L’esperienza dell’illuminazione, frequente nella spiritualità orientale, ma possibile anche nella cultura razionale dell’occidente, come ha testimoniato meglio di altri il filosofo Martin Heidegger, è un fenomeno (circoscritto e databile) che svela improvvisamente la “mostruosità” delle cose esistenti, in antitesi al nulla di ciascuna di esse.
Ragionandoci a posteriori, si rivela come ogni causa di esistenza, infatti, sarebbe a sua volta un oggetto esistente, in un impossibile vortice infinito.
Oltre che uscirne profondamente frastornati, è possibile ricavare per il resto dei propri giorni, come nel caso del citato Maestro, un profondo e imperituro senso di riconoscenza circa tale miracolo.

Ma riconoscenza verso chi, verrebbe invano da chiedersi, visto che qualsiasi dio onnipotente non può esistere, poiché, in quanto esistente, sarebbe a sua volta soggetto a quel vortice impossibile di causa ed effetto.
Nella sua semplicità, quest’ultima è un affermazione tanto forte quanto, credo, insindacabile.
“Ma Dio esiste da sempre e per sempre!” qualcuno protesterà: facile ribattere come, sia pur da sempre e per sempre, si troverebbe comunque anch’esso “mostruosamente” esistente, come ogni altro oggetto della realtà, senza poterne giustificare il fatto, venendo così meno la sua onnipotenza.
E anche nell’ipotesi che tutte le cose esistenti siano opera della sua creazione, resterebbe l’impossibilità logica, la “mostruosità” dell’esistenza di lui stesso, di certo impossibilitato ad auto-crearsi dal nulla.

Oltre a questo concetto fondamentale, Bertossa ne sostiene altri, spesso tratti dalle numerose correnti della sapienza orientale, di cui è un approfondito conoscitore.
Nonché, di tanto in tanto, uno ancor più lontano dal nostro comune sentire: la mancanza del libero arbitrio, cioè la totale predeterminazione di qualsiasi evento e momento, in un colossale disegno collettivo che ci sovrasta.
In questo caso, lo sostiene non in base a una ferrea dimostrazione, ma ad alcune suggestioni, tese a mostrarci come la nostra coscienza ci mostri la realtà sempre con un ciclo di ritardo, alla stregua di un treno che esce dalla galleria, senza che si possa vivere l’evento dell’uscita se non a posteriori: allo stesso modo, l’evento vissuto della scelta ci apparirebbe solo dopo che questa sia già avvenuta.

Per quanto mi riguarda, al di là di tali suggestioni più o meno convincenti, ho fatto mio tale concetto almeno per tre motivi.
Il primo è per l’apparente (se non addirittura evidente) impossibilità di smentirlo.
Il secondo è per l’autorevolezza di pensiero del Maestro che lo sostiene.
Il terzo, ma non ultimo, per il sano sollievo che me ne deriva, rispetto al ricorrente ripresentarsi alla mente dei tanti errori commessi lungo il cammino, il cui opprimente senso di colpa va così spegnendosi.

Per quel che riguarda invece l’impossibilità di un dio, mi sono chiesto se sia ipotizzabile quanto meno l’esistenza di un Grande Architetto, artefice di come sia plasmata e strutturata l’impressionante realtà dell’universo in cui viviamo, nel suo livello sovrumano di perfezione, macroscopica così come microscopica, nei suoi quasi immensi spazi e tempi.
Tale perfezione non è certo una necessità logica dell’illogico esistere di tutte le cose, configurandosi dunque come un mistero nel mistero.

Come pure è quello del male, della presenza sulla scena di forze tese alla distruzione, di cui non si può vedere assolutamente il perché.

Sulla mia ipotesi del Grande Architetto scrissi al Maestro; con mia sincera sorpresa mi rispose affermativamente, dicendola possibile, anche se poi non l’ha mai citata nei suoi scritti.

Per quanto riguarda la presenza del male, invece, fermo restando il relativo profondo mistero, mi verrebbe da suggerire l’idea che si mostri comunque costituzionalmente più debole, a fronte della perfezione della realtà (e, soggiungo, della forza dell’amore) e, come tale, destinato a soccombere.
E mi verrebbe da dire che, altrimenti, il suo compito distruttivo si sarebbe già concluso.
Ma è vero anche il contrario: perché mai, se più fragile, è ancora ben presente sulla scena, lungi purtroppo dall’essere definitivamente sconfitto?
Perché la progressiva devastazione ambientale da parte di un’umanità numericamente sempre e rapidamente più popolosa? Perché guerre e atrocità di cui tutti i giorni veniamo a conoscenza?
Non ho ovviamente risposte; restano campi di appassionata indagine.

Accettare la predeterminazione di quanto ci accade rende logicamente assurda la preghiera, se intesa come richiesta di particolari grazie.
Ma c’è un’altra forma di preghiera, che mi ha dato aiuto e sostegno nelle notti più angoscianti di quest’ultimo periodo di vita, e, quella sì, ha senso ripeterla, come e con un mantra (che, per pudore, non citerò).
È la professione dell’incondizionata sottomissione e adesione al disegno che sovrasta la propria esistenza.
Per la ferrea logica, anche questi momenti di preghiera non derivano da una libera scelta, ma sono a loro volta inscritti nel nostro cammino.
Tuttavia, si può dedurre e constatare come questo esercizio costituisca una sorta di allineamento sempre più perfetto e rasserenante fra volontà e destino.

L’ipotesi, poi, di un Grande Architetto, personalizza tale preghiera, rendendola del tutto simile, se confrontata con quella cristiana, in una parte fondamentale dei suoi contenuti, cioè il “sia fatta la Tua volontà” del Padre nostro, concetto peraltro presente anche nelle altre religioni.

Ho dunque intitolato “Allenamenti intensivi” il racconto di questo difficile passaggio della mia vita, anche in una prospettiva metafisica, che cioè tutto ciò abbia avuto lo scopo di fortificarmi, in vista della vecchiaia e del trapasso.
Nella stessa prospettiva di allenamento, mi piaceva sostenere, dopo le prime batoste ricevute, che i momenti di sollievo e ripresa costituissero da soli una ricompensa sufficiente al sacrificio. Poi, a dir la verità, non è stato più così: la dimensione dello stress ha preso il sopravvento.
Ne sto uscendo con sollievo ora, nel cosiddetto ritorno alla normalità, che, in questi giorni, lo stesso catartico raccontare per scritto ha finalmente favorito.

A questo punto, coerentemente con i pensieri sopra espressi e ringraziando chi mi ha voluto seguire fin qui, non mi resta che augurare a tutti noi una profonda, reale e salvifica adesione al disegno di vita che, in maniera del tutto gratuita, abbiamo ricevuto.

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Allenamenti intensivi – 4

Durante tutta la nuova settimana, la situazione sembra finalmente stabilizzata, i criteri di sicurezza stabili e sufficienti.
Trascurando il disagio di ritrovarmi senza documenti in tasca e il massacro vissuto a livello psicologico da una così fitta serie di stress nel sentirmi, a più riprese, indifeso dal nemico asiatico, in fondo, mi dico, a fronte dei suoi ripetuti e sofisticati attacchi, che cosa ci ha guadagnato? Dopo avermi sottratto, ormai quattro mesi fa, una quantità non proprio indifferente di criptomonete, poi praticamente più niente: solo quel beffardo prodotto di Protonmail da cinquanta euro, comprato tramite il mio conto PayPal.
La tempestività e l’esasperata attenzione che ho impiegato nelle azioni difensive mi hanno risparmiato, in definitiva, altri guai seri.

In queste condizioni di fiducia che va lentamente ricostruendosi, il sabato sera successivo mi vede al computer, ad aggiornarmi, tramite i canali abituali, sulle (quanto mai…) turbolente vicende del mondo.
Improvvisamente, un accesso negato, sia alla mia nuova casella di posta che alla mia banca Fineco, mi fanno precipitare di nuovo nell’angoscia, senza lasciarmi riflettere che in entrambi i casi non sia possibile alcuna operatività senza una contestuale verifica telefonica.
Così, preso a tradimento, le due o tre ore seguenti si riveleranno probabilmente le peggiori in assoluto di tutti questi terribili quattro mesi, tanto che mi è difficile anche solo ricostruirne il non lontano ricordo.
Credo di aver immediatamente riaperto la mia casella di posta, questa volta efficacemente tramite la “seed phrase” (sequenza di dodici brevi parole inglesi) di cui sono in possesso; poi di aver ricontrollato con successo il portafoglio delle cripto.
Di sicuro, intorno alle dieci locali, ho preso in mano il telefono e ho composto il numero dei servizi remoti della banca.

Mi aggroviglio almeno diverse volte nei percorsi selettivi, con le dita che quasi tremano nel digitare i tasti delle opzioni; altrettante volte ripeto la chiamata e, quando non ci speravo più, sento il segnale di libero e di lì a pochissimo una voce umana.
“Sia benedetto!” esclamo all’operatore, attivo, in Italia, alle undici del sabato sera, prima di spiegargli con voce concitata la situazione.
“Procedo subito con il blocco degli accessi e della sua carta.”
Gli chiedo di verificare quest’ultima, circa l’eventuale presenza di movimenti anomali. Nessuno. Non avergli chiesto di controllare anche i movimenti nel conto corrente (soprattutto di bonifici), mi costerà un residuo di ansia fino a una nuova chiamata l’indomani mattina.
L’operatore mi invia in posta elettronica, seduta stante, un modulo per la richiesta di nuovi criteri d’accesso, che mi dovranno poi pervenire via posta cartacea.

Come dicevo, anche se non ne ricordo più i dettagli, passo un paio d’ore sulla graticola; mi sembra che il mio nemico, nell’attuale notte fonda dell’Indonesia, stia giocando come al gatto col topo, cambiandomi le password man mano che le aggiorno. Mi viene quasi da pensare che, forse nel vedersi chiuse tutte le strade più redditizie, ora voglia solo farmi del male.
Ma non avere idea di quale vulnerabilità sia riuscito a sfondare questa volta, mi fa sentire in sua balìa come mai prima.
Finché non ho l’intuizione, che, confermata da molti dettagli, mi tornerà a dare un po’ di tranquillità.
Evidentemente c’è di mezzo Mozilla (e il browser collegato di Firefox, il mio abituale da sempre): ogni volta che modifico una password, senza che io me ne accorga, sembrerebbe che gliela renda visibile nell’account che riuscì a violarmi quella sera, e dunque tutte quelle che ho cambiato recentemente, per aumentare la sicurezza, non sono altro che esche fornitegli.

Da quel momento opero solo tramite Google Chrome e poi, anche se mi restano grossi punti interrogativi sul funzionamento di Mozilla, che ha una pagina principale terribilmente scarna, tramite Chrome vi ho aperto comunque un nuovo conto, che ho collegato a Firefox, eliminando di fatto i legami precedenti.

Da quel momento a oggi, ve lo giuro, non ho avuto più alcuna traccia di operatività del mio persecutore. E penso sinceramente che si sia rivolto ormai a nuove prede più redditizie.

Comunque, ripensando a eventuali residui di vulnerabilità, ho poi rivolto l’attenzione a quella possibile nel wi-fi casalingo, da cui tutto era cominciato.
Mi sono reso conto di come sia completamente inutile modificare la password di rete, se qualcuno è in possesso del codice del router stampato nell’etichetta sul retro dello stesso: accedendo al sito del fornitore con quel codice, la password viene bellamente mostrata.
In un primo tempo mi sono ripromesso di chiamare un tecnico per farmi modificare anche quel codice, prima di scoprire che anche tale intervento è possibile semplicemente dal sito.
Ora godo di un’accoppiata password del router e di rete a prova di bomba, almeno spero.

Ogni giorno ho controllato invano la cassetta della posta nella speranza di ricevere la missiva di Fineco, finché ho tornato a chiamare; mi hanno detto di aspettare ancora qualche giorno quando, a fronte del perdurare della mancata ricezione, mi avrebbero inviato i codici di sblocco via telefono.
Tre giorni fa, finalmente, la sorpresa: nell’aprire la posta, due diverse buste intestate della banca italiana, alla cui pagina personale, tramite un’ulteriore odissea di codici di sicurezza incrociati (dal nome fuorviante, ma ve ne risparmio il racconto), son riuscito alla fine, quando cominciavo a disperare, a recuperare l’accesso, sia dal computer che dal telefono.

Sul fronte dei documenti personali, poi, seguendo un consiglio intelligente, qualche giorno fa ho inviato al vice-consolato la richiesta per il passaporto, che forse impiegherà meno tempo di quella per la carta d’identità elettronica, tuttora in attesa di un qualsiasi nuovo riscontro.

Come promesso, dedicherò il prossimo e ultimo capitolo a considerazioni di tutt’altro livello circa l’esperienza vissuta e che ho fin qui raccontata nei suoi risvolti principali, pur omettendo molti dettagli che ne avrebbero reso la lettura assolutamente indigesta.

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