Dalla Grande Galleria all’alto Reno – 1


Prima tappa: da Vernio al Bacino del Brasimone

La linea ferroviaria detta “Direttissima” rappresentò per lunghi anni, in coppia con l’Autostrada del Sole, la cerniera di collegamento fra il Nord e il Centro Italia.
Da quando, il 13 dicembre 2009, fu inaugurata la nuova linea ad alta velocità, i vecchi binari continuano a servire l’utenza locale nella tratta Bologna-Prato.
All’inizio di tale percorso, i treni fanno sosta in diverse stazioni del Servizio Ferroviario Metropolitano bolognese, che mi risultano molto comode; in particolare posso raggiungere quella di Bologna Mazzini in venti minuti di camminata e altrettanti di autobus.

Uscire da casa a piedi zaino in spalla ha sempre il suo grande fascino, anche se ci sono di mezzo, appunto, i mezzi, con i loro rigidi orari.
La mattina di martedì scorso, 5 marzo, dunque, prima delle otto, mi vede incamminato di buon passo verso il capolinea del 19C presso la stazione di San Lazzaro. Riesco a raggiungerla in tempo utile.
Ma l’autobus si ingolfa nel traffico dell’ora di punta, assottigliando via via il margine di tempo previsto per la corrispondenza con il treno.
L’ascensore che mi porta sopra il Pontevecchio, dove è stata incastrata la stazione di Bologna Mazzini, apre la sua porta di fronte a quelle, anch’esse aperte e invitanti, di un treno in partenza, dentro cui mi fiondo, in base anche a calcoli molto sommari sulla sua direzione di corsa. Quella sbagliata.
E così, un quarto d’ora dopo, mi ritrovo come un pesce fuor d’acqua, ma ben cosciente della mia situazione privilegiata, in stazione centrale, confuso fra la quotidiana popolazione di studenti e lavoratori pendolari.

Il progetto prevede tre giorni di cammino, da Vernio a Porretta Terme, in compagnia, da metà della seconda tappa, col mio amico Giovanni, che abita nei pressi di Porretta e che già due anni fa, sempre in marzo, mi accompagnò nei tratti finali della mia traversata, quella volta completamente a piedi e su un tracciato diverso, da casa mia in cinque giorni.

Per fortuna, come sapevo, l’attesa del prossimo treno utile è molto breve.
I tre quarti d’ora di viaggio sul regionale passano, in maniera crescente, con i finestrini oscurati dai passaggi in galleria, fino all’apoteosi dei diciotto chilometri di quella del Vernio, la “Grande Galleria dell’Appennino”, tristemente nota per gli attentati terroristici, ma di cui è davvero interessante leggere la storia (vedi qui), anche in memoria dei novantanove lavoratori che, nei lontani anni della realizzazione, ci lasciarono la vita.

Appena usciti dall’interminabile tunnel, c’è l’omonimo paese (quello dell’immagine iniziale di questo articolo), per me oggi punto di partenza.
La tappa di oggi prevede molta salita: novecento metri di dislivello, lungo una strada che Google Maps dichiara “a traffico limitato o privata”. Conoscendo i miei proverbiali limiti in campo di orientamento, mi sono attrezzato, scaricando sul mio nuovo tablet le immagini satellitari del tracciato in scala piuttosto ridotta, così da essere assistito anche in caso di mancanza di connessione alla rete telefonica.
Una piccola deviazione iniziale mi permette di fotografare l’uscita della galleria,

prima di imboccare la strada che presto sale sopra il piccolo centro abitato.

“A piedi si passa dappertutto” mi incoraggia sorridendo, con il consueto tono stentoreo della gente toscana, una signora che, dal giardino della sua abitazione, sta offrendo assistenza agli operai di un ingombrante cantiere stradale.


Il traffico stradale, che immagino di norma scarso, è completamente bloccato; so per esperienza trattarsi di una delle migliori fortune che possano capitare a un viandante che cerca la pace nel contatto con ambienti naturali.

Il primo e unico borgo posto sul mio tracciato, Cavarzano, compare presto.

La scelta dei tre giorni di questa mia camminata è avvenuta in base a ripetute consultazioni delle previsioni meteorologiche sul sito dell’ARPA regionale e il tempo, in effetti, si mantiene stabile. Tuttavia c’è una strana alternanza di aria temperata e lievi folate fredde, che mi costringono ad aprire e chiudere continuamente la cerniera anteriore del “pile”. Addirittura a un certo punto me lo tolgo, proseguendo in maglietta, ma per brevissimo tratto.

Le tracce di abitazione e attività umana non sono frequenti; il silenzio è rotto solo da un costante e discreto cinguettio e canto di uccellini che festeggiano le prime avvisaglie della bella stagione, sia pure qui molto meno precoci che in pianura.

Un improvviso grugnito nella boscaglia; lo attribuisco a un cinghiale, non senza un minimo di apprensione. Pochi attimi dopo (invece?) è una coppia di caprioli, uno dopo l’altro, ad attraversare veloci la strada.
Guardo l’erta alla mia destra, da cui provengono, e mi chiedo come potessero correre in quell’intrico e pendenza.
La pendenza della strada, invece, si mantiene costante ma non impegnativa.

La quiete e l’incanto continuano a imporsi in un teatro, come tanti ce ne sono (tutti da scoprire), certamente non lontano dalle principali direttrici stradali, che rimangono però ben nascoste dalle alture circostanti. Al di là di un po’ di sonnolenza per quella che, per le mie abitudini, è stata una levataccia, ne sono felice: è esattamente quello che cercavo per questa mia escursione inaugurale della nuova annata.

Verso lo scadere della terza ora di cammino la fatica, quasi improvvisamente, si fa sentire nelle gambe.
E’ l’una, e una sosta si impone, anche perché ho raggiunto i mille metri di altitudine dell’Alpe di Cavarzano, punto di incrocio di alcuni itinerari.


Mi siedo sullo scalino davanti alla porta di un edificio deserto ed estraggo dallo zaino dapprima una mela, che taglio in quattro fette


poi un godibilissimo panino fatto con due fette di pane di segale integrale farcite con crema di zucchine e porri.
Anche tralasciando aspetti etici di qualunque genere, non c’è spuntino carnivoro in grado di competere!
(Pubblicità “occulta”: alla COOP si trovano confezioni di pane di segale biologica a prezzi molto convenienti).

Rinfrancato dalla sosta, riprendo il cammino, ora in discesa.

La primavera, quassù, sembra davvero ancora lontana: ad esclusione dei sempreverdi, gli alberi sono spogli, in assetto invernale, così come la natura circostante, in cui prevalgono tinte smorte.

Ed ecco, inaspettato, mi appare a valle il Bacino del Brasimone, oltre il quale troverò il mio alloggio: una bella sorpresa!

Ho concordato con i proprietari del bed and breakfast il mio arrivo per le quattro: immagino che dovrò gestire una buona ora di anticipo.

La strada sembra divergere dal lago, ma la mancanza apparente di qualsiasi bivio mi fa procedere tranquillo per un certo tratto, finché non decido di consultare il navigatore.
Responso sgradevole. Mi sto allontanando dalla meta: esattamente al confine regionale fra Toscana ed Emilia ho imboccato la Via del Bosco di Sopra anziché proseguire lungo la Strada dell’Alpe di Cavarzano.
Quando riguadagno il punto critico capisco il perché dell’errore: un cancello molto austero, che ha tutta l’aria di proteggere una villa, protegge in realtà il proseguimento della strada.
Per fortuna un pertugio a misura di pedone permette di intrufolarsi.

La via, fiancheggiata da un torrente, procede lungo una gola stretta e ombrosa, in ripida discesa.
Dopo tre o quattrocento metri, nuovo cancello austero e chiuso, del tutto simile al precedente.

Recinzioni e filo spinato, manco si trattasse di un campo di concentramento, rendono impossibile superare l’ostacolo.
Non mi do per vinto: proseguo lungo il recinto, sperando in un varco.

La sede su cui cammino si restringe sempre di più, fino a diventare uno stretto scalino prospiciente un pericoloso salto nell’insenatura del fiume. Avanzo ancora qualche metro aggrappandomi alla meglio alla rete di recinzione, ma il pericolo aumenta.
Bisogna cambiare strategia: torno indietro finché non diventa possibile inoltrarsi verso il letto del torrente.

Il percorso fuori strada si rivela denso di insidie: oltre a dover guadare più di una volta, mi tocca avanzare su un terreno impervio, dove un letto di foglie secche nasconde tratti fangosi o scivolosi. Riesco ad affondare uno scarpone dapprima nel fango, poi nell’acqua del torrente, che entra fredda e insolente a bagnarmi il piede.

La spia dell’emergenza si accende nella mia mente, contestualmente all’aumento massimo dell’attenzione. E infine anche al senso dell’inutilità dell’impresa: lassù la strada è sempre superprotetta e sembra impossibile poter trovare un accesso più a valle.
Dietro-front.
Riguadagnare il cancello sbarrato mi costa fatica e attenzione, ma temevo peggio.
Devo ora risalire al primo cancello, dove avevo sbagliato strada, e cercare intanto sulle mappe di Google una via alternativa.

L’unica possibilità sembra quella di imboccare nuovamente la Via del Bosco di Sopra, poi proseguire aggirando un monte fino all’abitato di Castiglione dei Pepoli. Due ore buone, malaugurate, di cammino aggiuntivo.
Ma proprio vicino al pertugio del primo cancello scorgo delle indicazioni di un sentiero del CAI e della “Maratona dei laghi”.
Lo imbocco senza troppi dubbi.
E’ costellato di segnali frequenti e ben visibili

e tale si mantiene a lungo, anche se di tanto in tanto attraversa qualche tratto franoso.
Appena il telefono me lo permette, chiamo il Bed and Breakfast per spiegare la situazione e avvertire che tarderò di un’ora.
Il mio interlocutore si tranquillizza quando gli dico che sono sul sentiero numero 001 (anche se poi scoprirò che i sentieri qui sembrano chiamarsi tutti così…) e si offre di venirmi a prendere in macchina presso il centro dell’ENEA, che capisco ora essere la fonte di tutti i problemi. Naturalmente rifiuto.

La stanchezza si fa sentire, dovuta anche e soprattutto a quel fuoripista così impegnativo, ma sembrerebbe che ora si tratti solo di procedere con pazienza.
Una freccia mi indica una deviazione sulla sinistra verso il lago. Bene.
Il sentiero scende ripido nella faggeta e, a differenza del precedente, con pochi e sempre più scarsi segnavia, fino a perdersi completamente. Maledizione, non è ancora finita.
Nel risalire intravedo lontani, sul margine del bosco, dei cartelli indicatori. Li raggiungo a fatica: gli ultimi passi per guadagnare la strada forestale che li ospita sono i più sofferti.
Nessuno di quei cartelli che indichi il lago, ma da qualche parte mi porteranno.

Sorvolo il centro dell’ENEA, che ospitava un tempo una centrale nucleare, e oggi per me la fonte di tutti i guai.

Il percorso tende per fortuna a convergere con la via d’accesso al centro, sempre protetta da recinzione e filo spinato, fino ad affiancarvisi, per correre curiosamente parallela, entrambe su asfalto, verso il lago.
Questa volta davvero i giochi sono fatti.

Costeggiare il lago del Brasimone nella luce del tardo pomeriggio è piacevole, poi qualche centinaio di metri di salita verso Case Roncacce

mi portano a conquistare finalmente la meta agognata.

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Un ospite (quasi) inatteso

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Se l’anno scorso la mia giornata di San Silvestro era stata caratterizzata da ritmi molto blandi, turbati solo leggermente da un filo d’ansia per l’ormai abituale ma sempre diverso incontro con la mia amica, musa e ispiratrice di vita dall’accento francese (tanto che un torpore rassicurante mi aveva portato ad assopirmi e a incontrarla poi nel sogno), quest’anno le cose sono andate molto diversamente.
Una moltitudine inaspettata e anticipata di messaggi augurali, sia telefonici che via internet, esigevano risposte anche complesse, e poi addirittura una visita a sorpresa qui a casa mia…: mi sentivo ostacolato a preparare come avrei voluto il cuore e la mente a questo fondamentale e ormai irrinunciabile incontro rituale di Capodanno.
Quando, intorno alle otto e mezza di sera, ho sentito suonare per la seconda volta il campanello,
mi sono detto, fra me: “Ma che succede? Che scherzi mi sta combinando quella dannata benedetta donna, nel togliermi da sotto i piedi lo spazio del nostro incontro ?”
Ma era lei.
Questa volta nuovamente in carne ed ossa.

Giacca a vento azzurra, cuffia di lana gialla e arancione, jeans ricamati con motivi floreali, guanti di lana viola e, a tracolla, un grande tascapane di lana a strisce scure.
“Bonsoir mon ami,” mi fa con l’espressione più naturale di questo mondo, su quegli occhi chiari un po’ appannati dalla nebbia gelida.
Fra lo sbigottito, il rassicurato e l’inadeguato, riesco solo a risponderle con le stesse parole, identiche al suono.
Ma una volta entrata, ancor prima di lasciarla togliersi il giaccone e i guanti, mi getto fra le sue braccia avidamente, con il cuore che batte forte.
Mi cinge a sua volta, con dolcezza, ma ben presto si scosta un po’ e: “Ti ho portato delle ‘croque monsieur’, ovviamente vegetariane,” mi fa. “Tu hai qualcosa da bere?”
“Certo, Christine, metto subito due bottiglie al fresco.”
Poi, mentre si accomoda alla meglio, le chiedo: “Come stai, se ha senso chiedertelo?”
“Oh io bene, ordinaria amministrassione, non ho motivi per lamentarmi. E mi sembra che neanche tu ne abbia, da quello che hai scritto nel messaggio di fine anno.”
“Proprio così, è stato un anno importante il mio… Ma adesso mettiti comoda, così prepariamo la nostra cenetta.”
Senza chiedere permesso, va a chiudersi nel bagno per qualche minuto, mentre io mi riprendo dalla sorpresa e cerco di attrezzare al meglio la cucina per il nostro cenone minimo.

Quando cominciamo a mangiare, e a bere i primi bicchieri di prosecco, la conversazione prende piede, ma, come per un tacito accordo, i temi restano estremamente leggeri: sembra che facciamo a chi la spara più grossa, per ridere insieme, ma anche e soprattutto per allontanare le vertigini dei discorsi più impegnativi, che sappiamo ormai inevitabili fra noi.
Cenone, dunque, a base di insalata, che da me non manca mai, e sandwich francesi riscaldati al microonde.
Oltre le finestre un silenzio vigile, prima della bagarre di mezzanotte e dintorni, i cui strepiti giungono sempre anche nella zona di prima campagna ove abito.
“Che facciamo, lo mangiamo adesso il panettone o aspettiamo? Che ore sono, le nove e tre quarti…”
“Tagliane due fette, poi le metti in un sacchetto, e infiliamo tutto nella mia borsa, insieme all’altra bottiglia. Ti ricordi il nostro brindisi intorno al fuoco del pratone, ai Giardini Margherita?”
“Vuoi andare fin là?”
“No, ma ho voglia di camminare con te nella notte, e poi brindare all’anno nuovo come quella volta.”
“Agli ordini, madame, ottima idea! Ti porterò lungo il mio abituale percorso podistico, verso i campi da golf.”

La nebbia si è miracolosamente dissolta e l’aria è limpida ed eccitante, quando, ben coperti e con due gilet gialli addosso (non in segno di rivolta ma solo per precauzione…), usciamo di casa.
“Guarda laggiù, Christine, lungo il profilo delle colline: quel puntino illuminato è San Luca!”
“C’est très joli” sussurra, poi, a voce più alta e severa: “Ci siamo incontrati anche lì, ricordi il deltaplano?”
“Me ne ricordo bene…”
“C’era un bel sole” fa lei, “e tu eri andato là per la corsa podistica della mattina di Capodanno. Peccato che ora sei diventato pigro e non la fai più.”
“Eh, amica mia, si cambia, si cambia…”
E mentre la guido di buon passo, per guadagnare in fretta la strada privata che fiancheggia il fiume Idice, le prendo la mano, e le dita dei nostri guanti di lana si intrecciano.
“Si cambia,” ripeto ancora una volta, “e tu lo sai bene!”
Il silenzio accoglie e dà spessore alla mia affermazione.

La boscaglia racchiude per un breve tratto il panorama notturno di campagna: il buio e il silenzio sembrano farsi ancora più avvolgenti.
Ora possiamo camminare più adagio; le cingo le spalle col braccio e lei ricambia subito, abbracciando a sua volta i miei fianchi, proprio come una coppia di fidanzati.
“Lo sai, ho scoperto tante cose, quest’anno: quasi mi dispiace che stia finendo. Ho scoperto che la realtà che ci appare è fatta di polvere, anzi di atomi privi di materia nella loro struttura. Siamo castelli di vibrazioni.”
(E avverto, a queste mie parole, come anche noi si stia vibrando insieme.)
“E ho scoperto anche che, probabilmente, lo stesso apparire della realtà è tutta una messinscena.”
“Bravò,” sussurra lei.
“D’altra parte tu stessa, nelle ormai mille configurazioni diverse e salti spaziali e temporali in cui mi sei apparsa, ne sei una dimostrazione.”
“Bravò, sei un buon allievo.”
“Già, e tu una buona maestra: lo so che sei tu ad avermi condotto in questo cammino di conoscenza e consapevolezza.”
Ancora il silenzio magico e straniante assiste il nostro camminare, al ritmo blando di pensieri sempre più profondi.
“Ti sono grato, Christine” e la voce mi si appanna un po’. “Tu, guidandomi come un angelo custode, mi hai regalato una visione, una prospettiva, una speranza nella vita mortale che va molto oltre, e tanta possibilità inattesa di gioia.”
Osservo i suoi occhi lucenti, chissà come, e vorrei tuffarmici dentro.
E mi salgono tumultuosamente le domande, i dubbi, le mille cose da chiarire di questo mio nuovo recente cammino per così dire spirituale.
Lei lo avverte e tace, ora.
“Le prove, i segnali,” riprendo. “Più me ne arrivano, da parte della realtà, dell’universo, e più ne bramo, insaziabilmente.”
“E io non lo sono?” chiede lei con voce quasi di bambina timida.
“Certo, amore mio, sei il mio angelo custode. E anche una bella donna molto viva al mio fianco, almeno in questa notte di fine anno.”
“Credo che il mio cammino di consapevolezza, di liberazione dalla schiavitù dei desideri che non appagano mai fino in fondo, sia ancora lungo e difficile. Lo sai come sono avido di conoscenza, ma vorrei anche degli strumenti più sicuri, più facili, di elevazione autentica, di trasformazione, di allontanamento da qualsiasi genere di paura e angoscia.”
“Non avere fretta, mon chéri, ogni cosa a suo tempo. Intanto hai imparato a ringraziare, toujours e n’import quoi, sempre e comunque, per le cose del passato e del presente, tutte. Ed è un bel passo avanti n’est-ce pas?”
“Oh sì, me ne accorgo bene. Mi sembra anzi che ringraziare per tutte le innumerevoli brutte situazioni del mio passato completi il mio compito in questa vita, come di pulizia del mio karma. E di essere ormai approdato così nella mia personale isola felice, dove potranno accadere ancora tanti eventi, ma ormai nessuno più davvero brutto o spaventoso. E, da qui, di poter essere forse in grado di aiutare gli altri a sorridere e sperare, in questo mondo pieno di angoscia, brutture, dolore, disperazione.”
“Et voilà, ecco perchè quella notte, in Piazza Malpighi, mi sono affiancata col mio taxi al tuo.”
Il senso di gratitudine, verso quell’essere enigmatico e pure tanto tangibile che sento vibrare con me al mio fianco, sento che a ondate quasi vorrebbe sommergermi.
Eppure so di dover approfittare dell’occasione per chiarire più punti, e dubbi, e aneliti che mi sia possibile durante questo nuovo e magico incontro.

Siamo giunti intanto già nei pressi dei campi di golf, gelidi e abbandonati in questa notte d’inverno, notte simile a tante altre. E all’orizzonte si odono i primi stùpidi ma pur sempre festosi botti, e si intravvedono scie luminose verso il cielo.
E così, troncando il flusso ansioso dei miei pensieri, Christine perentoriamente si stacca, da quel nostro contatto eccitante nella notte buia come una febbre, e dà mano al suo tascapane per estrarne il sacchetto con le due fette di panettone e la bottiglia di spumante.
“Vai, sei tu l’homme!” e mi porge la bottiglia.
Libero la capsula e estraggo a fatica il tappo di sughero, lasciando che parta verso il cielo come un proiettile con un piccolo botto quasi insignificante.
Lei estrae due calici, li riempiamo.
“Auguri, mio adorato angelo custode!”
“Auguri a te, François, e a chi crederà a questa favola.
Che c’est la vie, la vita mortale, né più né meno, ma aperta come una finestra sull’immenso.”
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Messaggio Urbi et Orbi 2018

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Fra i tanti riti che affollano progressivamente il mese di dicembre, non può mancare il mio resoconto dell’anno che volge al termine: è un rito personale, celebrato però nella speranza di offrire spunti interessanti e preziosi a chi leggerà queste righe.

Mi riallaccio, per cominciare, a quanto scrivevo un anno fa:
(…) ho rinunciato a dedicarmi ad attività che avrebbero richiesto un impegno anche piccolo ma costante; l’impressione è stata quella di viaggiare con il freno a mano tirato, o meglio a basso regime di giri, quasi a voler risparmiare carburante, in funzione di obiettivi autentici ma al momento prematuri, e a me stesso ignoti.

Bene, sotto questo aspetto la situazione non è cambiata, per quanto riguarda la rinuncia a qualsiasi genere di attività continuativa e organizzata; a differenza dell’anno scorso, però, da una parte tale atteggiamento, tendenzialmente solitario e casalingo, è diventato abituale (se escludiamo la lunga parentesi estiva, iniziata e finita con due meravigliosi viaggi a piedi), dall’altra mi è sembrato di cominciare a scorgerne quegli “obiettivi autentici” che mi erano ignoti, come forse risulterà evidente nel seguito.

Sulla falsariga di molti “messaggi” degli anni passati, però, voglio prima spendere qualche parola di commento sia sulla situazione ecologica che su quella politica.

1 – Ecologia

Mi sembra che l’allarme a scongiurare la catastrofe, da parte della comunità scientifica e degli ambientalisti, si sia fatto sentire in modo sensibilmente più stringente. (Linko qui, a mo’ di esempio, un appello del WWF).
Piano piano si è fatta strada nella coscienza collettiva un po’ di nuova consapevolezza (comunque ancora troppo scarsa), ma soprattutto purtroppo si continua a vedere, e non me ne meraviglio, una reazione lenta, pavida e irresponsabile dai governi, in gran parte del mondo.
Viene da pensare che il potere distruttivo dell’avidità, insito nei modelli sociali di chi del mondo detiene le risorse, stia inesorabilmente avendo la meglio su qualsiasi forma sensata di reazione.
E che, se una salvezza ci sarà, a questo punto non possa prescindere da grandi invenzioni che, unitamente al lento cambiamento di abitudini collettive, riparino in modo mirato una parte dei danni. Un po’ come racconta questo articolo.
Ma intanto, sempre più forte è il rischio di scioglimento del permafrost (la calotta di ghiaccio vicina al Polo Nord), che rilascerebbe quantità di carbonio tali da moltiplicare l’effetto serra e accelerare così il surriscaldamento del globo (vedi qui).

2 – Politica interna

Sul fronte della politica interna, evito qui di addentrarmi in lunghe disamine, di cui ci sarebbe abbondanza di argomenti, ma non rinuncio a esprimere la mia posizione. Mi auguro solo che le mie brevi riflessioni contribuiscano a un dibattito calmo, ragionato e civile, vista la spaccatura in due fazioni fortemente antagoniste che si è venuta a generare nell’opinione pubblica, come forse mai prima d’ora.
Il cosiddetto “Movimento 5 Stelle”, alle sue origini, avrebbe potuto scegliere di restare fuori dai palazzi del potere o, come subito avvenne, di entrarne a far parte (a mio parere giustamente), trasformandosi inevitabilmente da movimento a partito e apparato politico. La politica, come sappiamo, è l’arte dei compromessi, cioè di puntare, anche per chi è animato da intenzioni di natura etica e non di potere e tornaconto personali, alla miglior risultante possibile rispetto a spinte non convergenti (comprese quelle interne).
È
 con questa premessa che continuo a esser convinto che l’attuale governo costituisca una provvidenziale novità rispetto a molti decenni di pessima amministrazione della cosa pubblica. Apprezzo e ammiro la grande capacità diplomatica di Giuseppe Conte e l’attivismo pragmatico e instancabile di Luigi Di Maio, e mi sento a loro riconoscente.
È sempre con la stessa premessa che accetto il prezzo di scelte e provvedimenti lontani dal mio sentire, di ispirazione leghista (ad esempio le logiche da far-west in materia di sicurezza), in tema di ecologia (come la mancata presa di posizione contro la tecnologia 5G), di natura economica (la sudditanza al mito della crescita, ma anche a quello del debito pubblico) e infine in tema di accordi internazionali (quello fondamentale con gli Stati Uniti sembra evidente che abbia neutralizzato l’arma dello spread usata dai burocrati europei per disarcionare un governo ribelle, e ci garantisce una certa copertura nelle trattative, ma rischia di vederci corresponsabili di future azioni militari inaccettabili).

3- Politica internazionale

A livello di politica internazionale, mi risulta impossibile offrire una lettura sintetica complessiva della situazione attuale. In tempi non lontani avvertivo come tema principale la tensione fra Stati Uniti e Russia, dovuta alle mire espansionistiche dei primi, ansiosi di ribadire a livello geo-politico, quanto più possibile, la loro supremazia militare, in considerazione sia della montante crisi globale delle risorse, sia del rapido incrementarsi della potenza cinese.
Ad oggi, sinceramente, non mi è chiaro a che livello di tensione siano giunti tali rapporti, e non escludo che la presidenza di Donald Trump, interessata soprattutto al benessere interno degli americani, sia servita quanto meno a raffreddare un po’ la bellicosità idiota dei loro apparati militari. Ma è solo un’ipotesi e una speranza.
Mi limito invece a due o tre spunti, che invece mi sono chiari e di cui avverto l’importanza.
Oscurati dalla lobby forse più potente del mondo, che è quella ebraica-sionista, gli israeliani, o meglio il governo criminale che hanno eletto, stanno facendo carne da macello dei diritti fondamentali, ma anche di tante stesse vite umane, dei palestinesi.
La storia, prima o poi, metterà in evidenza questo teatro di prevaricazione e sofferenza quotidiane, ma chi vuole può rendersene conto facilmente, tramite fonti non omologate, nei “social network”. Lascio alla buona volontà di chi legge, qualora non ne sia già in contatto, la relativa ricerca. Segnalo invece il movimento “BDS” (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) che conduce un’efficace campagna a livello mondiale. Questa la pagina internet della sezione italiana e questo il suo profilo Facebook.

La vicina Palestina non è certo l’unico teatro di prevaricazione, sangue e dolore: gran parte dell’Africa continua a esserlo.
Ho scoperto di recente un attivista coraggioso della causa panafricana. Si chiama Mohamed Konarè e vive in Italia; in particolare denuncia lo scandalo del controllo esercitato dalla Francia su molti paesi africani tramite la moneta (vedi qui due interviste, rispettivamente dello scorso agosto e di inizio novembre).

Come ultima segnalazione in campo internazionale vorrei spostare l’attenzione sulla Cina.
Un paio di esperti sul campo ci raccontano come funzionino (sorprendentemente) le cose da quelle parti, sfatando l’immagine diffusa di una cupa tirannia illiberale. Ascoltando questi resoconti mi è venuto da pensare che siamo in presenza di un modello politico potenzialmente molto più efficace per rispondere all’allarme ambientale, rispetto alle nostre democrazie rappresentative troppo legate alla conquista del consenso. (Articolo di Fabio Massimo Parenti: prima parte e seconda parte; intervista a Michele Geraci: vedi qui).
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Nonostante il mio sforzo di sintesi, mi sono dilungato già parecchio e spero di non aver perso per strada dei lettori, prima ancora di aver affrontato i temi che maggiormente mi stanno a cuore, poiché rappresentano grandi novità nella mia vita.

4 – Filosofia

Già l’anno scorso avevo segnalato la mia scoperta di un giovane filosofo di impostazione “idealista”, Angelo Santini, che, elaborando il pensiero di George Berkeley, sosteneva che la materia sensibile fosse ingannevolmente autonoma e separata dalla nostra percezione e che invece fosse solo grazie a quest’ultima che il mondo fisico si manifestasse.
Durante tutto quest’anno, Santini ha lungamente divulgato il pensiero di un altro filosofo, italiano e vivente: Emanuele Severino, di cui ha approfondito lo studio con una passione ed entusiasmo che lo porta spesso a definirlo come il più grande di tutti i tempi, in quanto unico portatore di un sistema di pensiero capace di superare positivamente tutte le sfide logiche poste dalla realtà che ci appare.
Rifacendosi a Parmenide e al principio di non contraddizione, Severino nega la possibilità del divenire di alcunché, che definisce legata al pensiero nichilista, in quanto l’apparire e lo scomparire di qualsiasi caratteristica di un ente implicherebbe che il nulla, entità impossibile, sia capace di generare o di accogliere tali aspetti.
Alla nostra coscienza, come fotogrammi di uno stesso film sincronizzato per tutti i viventi, appare una rapida e continua sequenza di sempre diverse entità (fra cui il nostro stesso corpo, gli organi sensoriali e il nostro cervello), tutte presenti e fissate eternamente a livello di in una realtà assoluta di cui la coscienza stessa è un’emanazione.
La nostra situazione attuale di esistenza, che non solo ci propone drammaticamente il limite, l’errore, la sofferenza e la morte, ma anche il senso di essere individui separati dal tutto di quell’assoluto originario, si spiega come inevitabile realtà di errore generata, per contrasto, a incontrovertibile garanzia della verità e gloria dell’assoluto, a cui faremo ritorno al termine della nostra esperienza terrena.
L’intera vicenda universale, che tende a quello stesso traguardo glorioso e che si concluderà alla fine del suo compito, è disegnata dall’assoluto, dunque anche da ciascuno di noi nella sua più intima essenza, in maniera predeterminata e tale da rendere impossibile, durante la navigazione (cioè nel nostro presente), il libero arbitrio.

Spero che questa mia sintesi non faccia torto al pensiero, complesso e raffinatissimo, di Severino e del suo giovane divulgatore.
Personalmente, ammetto con umiltà di non possedere gli strumenti logici e filosofici tali da confermare o confutare l’inevitabilità di questo quadro. Ma ne intuisco, almeno in parte, la potenza, unitamente a un carico di speranza ignoto al materialismo scientista in cui mi ero calato dopo l’abbandono della fede cattolica, intorno ai trentacinque anni d’età. Materialismo scientista che Angelo Santini smonta nelle sue basi logiche in innumerevoli occasioni, rappresentate dai suoi video su youtube.
Peraltro, anche la meccanica quantistica (altro argomento sempre avvincente), con i suoi apparenti paradossi e con l’indicazione che, a livello sub-atomico, siamo fatti di vibrazioni e non di materia, sembra offrire un deciso “scrollone” all’inganno dell’esistenza oggettiva, appunto, della materia.
L’unico aspetto che mi dà un senso di privazione è quello relativo al libero arbitrio (peraltro anche il bolognese Franco Bertossa, grande esperto di buddismo, in questo video, lo nega), ma dato che non mi sento tenuto a sposare in toto alcuna teoria filosofica o spirituale, continuo a vivere tranquillamente come se fossi davvero padrone delle mie scelte.

Recentemente, Angelo Santini si è cimentato in una summa estremamente analitica del pensiero di Emanuele Severino. Il video (clicca qui) dura la bellezza di tre ore e tre quarti; sarei davvero felice se qualcuno volesse avventurarsi ad ascoltarlo per intero. Non mi esento, tuttavia, dal segnalare un paio di video più brevi che ne contengono una buona e vivace sintesi (Vedi qui e qui).
Infine segnalo qui il canale youtube che ospita i quasi quotidiani filmati con i monologhi e le conversazioni di Angelo Santini.

5 – Spiritualità

Questo è un capitolo che, solo un paio di anni fa, non avrei neanche preso in considerazione, bollandolo come frutto di fantasie consolatorie e superstiziose. La rigorosa filosofia di Angelo Santini mi ha invece aperto le porte a tale ambito di pensiero che, alle soglie dell’età anziana (e con la sensazione di aver vissuto già una quantità enorme di situazioni di vita), sta modificando radicalmente il mio approccio all’esistenza, anche a livello quotidiano, regalandomi speranza, attimi di benessere interiore e capacità di gioia che mai più avrei immaginato.
Come per qualsiasi altro ambito della conoscenza, internet si è rivelato, grazie alla quantità di materiali e alla possibilità di continui concatenamenti, una fonte inesauribile di arricchimento e scoperte, al solo prezzo di curiosità e tempo dedicato.
Il parallelismo fra la nostra, per così dire, “sostanza coscienziale di assoluto” del pensiero severiniano e le vie interiori all’illuminazione, che fin da tempi antichissimi ci vengono indicate dai maestri di spiritualità, è davvero notevole e incoraggiante.
Citerò qui soltanto due grandi insegnanti, viventi, che ho scoperto e da cui mi sono potuto nutrire con avidità, e alcune relative intuizioni, ancor più che acquisizioni mentali, che mi hanno permesso qualche piccolo passo sulla difficile via della consapevolezza e del risveglio interiore.
Il primo è italiano e si chiama Pier Giorgio Caselli.
Laureato in fisica, unisce la sua passione per tale materia a una grande cultura in altri campi, come l’arte e la letteratura; soprattutto, però, ha coltivato il pensiero dei grandi mistici orientali (da Gautama il Buddha a Paramahansa Yogananda) così come quelli della tradizione cristiana, come lo stesso Gesù e i più importanti santi, per così dire “estratti”, nei loro insegnamenti sapienziali, dall’ingombrante involucro e fardello delle religioni.
Apro qui una breve parentesi sulla vita di Gesù Cristo: uno studio del teologo Holger Kersten (vedi qui, l’articolo è molto lungo!) affaccia ipotesi estremamente suggestive, e avvolarate da indizi interessantissimi, su un suo periodo di formazione giovanile in India presso comunità buddiste e di un ritorno in quella terra dopo la crocifissione, che non ne avrebbe causato la morte e successiva resurrezione.
Tornando a Caselli, mi accorgo che se dovessi elencare tutte le acquisizioni, intuizioni e nuove abitudini mentali che mi ha fornito, sempre con l’approccio di chi offre suggerimenti anziché insegnare una dottrina, nelle mie oltre trenta ore di ascolto fin qui dedicate ai suoi video, dovrei scrivere un altro lungo articolo.
Sono costretto a limitarmi a pochi punti:
– atteggiamento di ringraziamento per ogni evento che capita, ma anche per tutti quelli già successi; in particolare, tale attitudine si sostituisce a quella, ben radicata, di contrizione ed espiazione a fronte dei frequenti ricordi di mie inadeguatezze: il perdono è automatico;
– “mani (simbolicamente) protese e aperte”, pronte a ricevere qualsiasi dono e a lasciarlo andare senza impossessarsene, come fosse una meravigliosa farfalla che vi si posa, ma per un tempo limitato;
– rinuncia a chiedere e a desiderare alcunché: la “volontà di Dio” (nel senso dell’assoluto severiniano) è immensamente più capace della nostra nel dirigere il cammino verso il meglio;
– attenzione, stupore e riconoscenza per i segnali, coincidenze, sincronicità, che vengono a farmi visita da parte di una realtà sempre più magmatica e in evoluzione di quello che sembra.

Se il canale youtube di Pier Giorgio Caselli, intitolato “Scuola non scuola” (vedi qui) è quello che ho più frequentato e da cui ho più imparato, non nascondo la mia repulsione per alcuni suoi argomenti per me troppo esoterici, come le aure e i corpi astrali; non solo, ma confesso che verso di lui nutro profonda ammirazione e riconoscenza, ma non particolare simpatia, per la sua maniera di comunicare priva di delicatezza (e anche quella di proporre, ai presenti nei suoi seminari, esercizi di impatto psicologico troppo duro).

Al contrario, chi mi suscita un fascino e un incanto quasi trascendentali, è l’altro maestro che vorrei qui segnalare: le sue parole quasi sussurrate, le sue lunghe pause di silenzio, i suoi piccolissimi accenni di battute e di riso, sgorgano come una sorgente balsamica.
Si chiama Eckhart Tolle, tedesco di nascita ma residente in Canada, autore di un paio di libri di enorme successo.
I suoi insegnamenti sono molto concentrati sulla capacità di vivere ogni momento con attenzione vigile, curiosa, pura e totalizzante, portata alla “presenza” e alla spontanea contemplazione del reale anzichè al soffocante ragionamento.
Una rassegna di video, tutti molto godibili e ben sottotitolati, si può trovare qui.

Sono arrivato in fondo alla mia lunga dissertazione.
Vorrei, in conclusione, segnalare una strana divergenza fra le prospettive di autodistruzione che, a uno sguardo informato, offre il nostro scenario ecologico globale, rispetto al concetto di “nuova coscienza emergente” più volte sostenuto da maestri come Pier Giorgio Caselli.
Sulla falsariga degli atteggiamenti mentali che ho appresi da lui stesso, rinuncio a venirne a capo logicamente e mantengo un incondizionato senso di gratitudine per quanto ci è dato vivere.

E con tale stato d’animo, positivo e pronto alla gioia, auguro, a chi ha avuto la pazienza di leggermi fin qui, un nuovo anno incantevole, luminoso e colorato come una pietra preziosa!

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