Antizuc numero 1

Contro la tirannia di Mark Zuckerberg
(i miei post di Facebook alla ricerca di visibilità alternativa)
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Ad oggi i miei “amici” su Facebook sono quattrocentotrentadue.

Quando un post viene pubblicato in quell’ambiente, dovrebbe automaticamente apparire sulla pagina principale di tutti gli “amici”, o almeno credo che fosse così nei primi tempi del social network.
Da un certo momento in avanti, tuttavia, algoritmi ignoti, di cui si può solo cercare di intuire le linee guida e le evoluzioni, furono applicati a dirigere il traffico.
Nel mio caso, a giudicare dalle interazioni che di volta in volta ottengo, si è trattato di un “calando rossiniano” di popolarità, unito a un senso crescente di frustrazione, credo giustamente motivata dal carattere di servizio pubblico che, diversamente dall’approccio di mezzo mondo, cerco di dare alle mie pubblicazioni.

Da qui l’idea: perché non riprendere in mano il mio vecchio e glorioso blog, per trascrivere gli ultimi (più o meno sfortunati) miei post da quella rete sociale?
Ho intenzione di farlo da oggi, non con frequenza fissa, ma solo ad avvenuta accumulazione di materiale interessante in quell’ambiente, che non ho intenzione di abbandonare.
Non mi illudo: per avere popolarità nella “blogosfera” bisogna essere già famosi o, in alternativa, frequentare attivamente molti altri blog, cosa che ho smesso di fare già da diversi anni.

Ma per il momento mi basta aver individuato una via di fuga dalla tirannia di quei soffocanti semafori rossi.
Via alle danze, dunque!

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Quando si parla di terapie antitumorali alternative, c’è sempre il rischio sia di diffondere vane speranze, sia di accendere polemiche velenose.
Tempo fa, una mia presa di posizione contro la chemioterapia suscitò rabbiose reazioni.
Questa volta decido di pubblicare, per amore di verità, un’interessante intervista al figlio Giuseppe del compianto Luigi Di Bella, che denuncia con dati documentati i crimini della lobby internazionale dei farmaci, immaginando tuttavia che non si scatenerà nei commenti una nuova simile rissa.

Rispetto ad allora, infatti, sono cambiati i cosiddetti “algoritmi di Facebook” che, di fatto, hanno decimato i seguaci dei miei post.
Non ho la stupida pretesa di ritenermi vittima di un complotto, ma mi sembra molto evidente che, rispetto ad allora, la possibilità di dialogo e scontro fra posizioni differenti (e dunque anche di sane contaminazioni di informazioni e opinioni “non allineate”) sia stata inibita a favore di cerchie di seguaci omogenee per gusti e idee, dunque propensi a inviare sorrisi gratificanti e commenti confermativi, oltre al criterio di dare maggiore visibilità ai post “più popolari”, cioè capaci in breve tempo di collezionare molte reazioni.

Questo il link al video dell’intervista (clicca qui).

Post pubblicato il 16 ottobre 2019
Reazioni: 9 emoticon, 5 partecipanti alla discussione, 4 condivisioni
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In Italia si è costituito un piccolo gruppo di esperti in vari settori (economia, diritto, internet, psicologia, eccetera), con l’ambizione e la determinazione di modificare eticamente, e a vantaggio delle popolazioni umane, il quadro squilibrato dei principali assetti globali.

In questo video la presentazione del progetto: (clicca qui)

Post pubblicato il 18 ottobre 2019
Reazioni: 1 emoticon, 2 condivisioni
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Il giovane filosofo Angelo Santini, che già da tempo compie, quasi quotidianamente, un’opera di divulgazione del pensiero di Emanuele Severino (vedi su Youtube il canale “Antimaterialista”: clicca qui), ha appena pubblicato una preziosa sintesi, in pochi punti, del gigantesco castello di pensiero del filosofo bresciano.

Trascrivo il suo breve scritto qui di seguito:
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C’era una volta un filosofo che osservando attentamente il mondo si accorse che <<ogni cosa è quel che è e non è altro da sé>>, in modo originario e incontrovertibile. Da questa struttura ontologica e semantica che gli si è presentata, lui ha estrapolato tutte le innumerevoli implicazioni che riguardano le sue tesi. Dalla struttura originaria ha rilevato che segue:

1) L’eternità di tutte le cose (coscienza, pensieri, sentimenti, emozioni, ricordi, enti, determinazioni, relazioni, ogni aspetto positivo della realtà) che è necessaria e non può essere negata, altrimenti si negherebbe che <<ogni cosa è quel che è e non è altro a sé>>. Se una qualunque cosa (che non è nulla in quanto esiste ed è) incominciasse ad esistere o si annullasse, si identificherebbe al nulla (che non esiste) e quindi sarebbe altro da sé, contravvenendo all’inviolabile struttura originaria

2) L’impossibilità del divenire nichilistico, in quanto violerebbe il fatto che <<ogni cosa è quel che è e non è altro da sé>>. Se A divenisse B, A (che non è B) sarebbe B (smettendo di essere sé medesima, A) il che non è solo assurdo e contraddittorio ma addirittura autonegantesi.

3) La necessità dell’apparire infinito: una dimensione ulteriore alla nostra nella quale tutte le cose esistono insieme, eternamente, in modo determinato. Si immagini una pellicola che contiene già tutti i fotogrammi: essi esistono già originariamente nella pellicola, a prescindere dall’ordine di successione della loro proiezione. L’apparente divenire che caratterizza la nostra esperienza non sarebbe altro che l’apparire processuale (dunque l’apparire e lo sparire in un determinato ordine) delle eterne configurazioni della realtà. La realtà, dunque, sarebbe già eternamente compiuta ma apparendoci solo processualmente sembrerebbe il contrario.

4) L’unità assoluta del tutto come insieme infinito di molteplici parti eternamente in relazione tra loro.

5) La necessità della terra isolata come contrasto tra la verità e l’errore: la terra isolata è la dimensione che viviamo attualmente, nella quale prevale la persuasione nichilsta del divenire e la logica isolante. Tale errore è necessario perché senza di esso la verità dell’eternità di tutte le cose non potrebbe palesarsi e mostrarsi come incontrovertibile. La verità è tale quando si mostra necessaria e innegabile, mostrando l’impossibilità e l’autonegazione di tutti gli errori che la contrastano.

6) Il convegno delle coscienze: dopo questa vita tutto quel che è apparso dovrebbe riapparire permanendo in modo definitivo nello sfondo della coscienza e inoltre dovrebbe apparire anche tutto il vissuto concreto, in carne e ossa, esperito da tutte le altre infinite coscienze (probabilmente anche animali e di altre forme) della dimensione della terra isolata.

7) Oltrepassamento dell’isolamento e gioia infinita del tutto: il primo passo per l’oltrepassamento della terra isolata è il convegno delle coscienze, nel quale si esperirebbe il legame e la comunione eterna con tutte le altre infinite coscienze, che sarebbero permanentemente accolte nella propria, e viceversa. Oltre ciò, dovrebbe aggiungersi allo spettacolo infinito della terra isolata anche una serie infinita di altri strati di determinazioni, presenti negli infiniti altri piani di realtà, in un percorso eterno inesauribile. In ciò consisterebbe l’aumento infinito della gioia, direttamente proporzionale all’aumento di unità della propria coscienza con il tutto.

Ebbene, quel filosofo che si è accorto della struttura originaria e da essa ha estrapolato le conseguenze e le implicazioni qui elencate è Emanuele Severino: il più grande dei filosofi, colui che si è confrontato con tutta la filosofia mostrando in modo radicale e rigoroso le sue tesi e, al contempo, l’autonegazione di quelle contrarie.

Post pubblicato il 19 ottobre 2019
Reazioni: 4 emoticon, 1 condivisione
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La lettura dello scenario internazionale da parte di Thierry Meyssan va sempre oltre le nostre abituali prospettive.
Il suo nuovo articolo (tradotto in italiano e linkato qui) è sorprendente!

Post pubblicato il 24 ottobre 2019
Reazioni: nessuna
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Per terminare questa rassegna, traggo dalle mie pubblicazioni su Facebook l’ultima poesia che ho scritto :
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Campane e voci

Oscuri campanari ben nascosti
danno suono nelle loro nicchie
e vigore alle campane in sottofondo
anche
nelle partite a calcio amatoriali
della domenica mattina
con voce forte e spavalda
c’è sempre qualcuno che s’impone
chissà l’atmosfera
fra le sue mura domestiche
come sarà oggi e come fu nella sua infanzia
c’è bonaccia qui
e il calore inebriante di un sole quasi estivo
sul mio quasi tardivo e lento procedere
e soffermarmi solitario
fra spinosi e insistenti ricordi
da scacciare come queste mosche
e l’acquietarsi improvviso e amico
del lontano strepito della falange umana
celebrato da molti e discreti cinguettii
come sembrava piccola
l’aula della mia scuola elementare
quando trasformata in seggio
ci tornai per votare
intrappolate per sempre
mi sembrò di udire le voci
dei compagni uniformati nel grembiule nero
quando toccò a noi essere bambini
plasmabili come terra creta
eppure vocianti e ansiosi d’affermazione
ché quella s’insegue a ogni età
salvo
in rari preziosi momenti
fermarsi ad ascoltare
lo zittirsi delle campane e i giochi lontani
di nuovi bambini nel parco

San Lazzaro di Savena, 20 ottobre 2019

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Un tesoro nascosto

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Cinquant’anni fa, dunque sul finire del 1969, la RAI era ancora monopolista delle trasmissioni televisive, che, nei due soli “primo e secondo canale”, in bianco e nero, raccoglievano la totalità degli ascolti serali: ben più di dieci milioni di spettatori.
Nonostante fossero già passati quasi venticinque anni dalla fine della guerra e del regime fascista, era ancora tangibile il senso di missione dell’ente pubblico, ai fini della formazione culturale, civile e morale della nostra popolazione.

E’ in questo quadro che si pongono alcune grandi realizzazioni, andate in onda a puntate in quegli anni sotto il nome di “romanzi sceneggiati”.

Quando uno dei massimi capolavori della letteratura mondiale viene affidato alla sceneggiatura e alla regia televisiva dei due migliori artisti del ramo (rispettivamente Diego Fabbri e Sandro Bolchi), che si avvalgono di un cast di attori teatrali di una bravura resa ancora più evidente dalle riprese ravvicinate per il piccolo schermo, ne sortisce un autentico prodigio.

Il romanzo in questione è “I fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij; lo sceneggiato andò in onda dal 16 novembre al 28 dicembre del 1969.
Nel sito “Rai play”, accanto a tante altre opere, sono conservate tutte le sette puntate, fruibili senza particolari problemi (salvo serate di punta: ho avuto problemi la domenica sera).

Se volete regalarvi lo stesso coinvogimento ed emozione che mi ha offerto l’appassionante visione dell’opera, seguite il mio esempio: linko qui la prima puntata.

E, qui di seguito, offro una carrellata degli attori protagonisti, alcuni dei quali ormai scomparsi.

Corrado Pani (1936-2005)

Lea Massari (1933, vivente)

Salvo Randone (1906-1991, “Concluse la sua esistenza in ristrettezze economiche”, da Wikipedia)

Umberto Orsini (1934, vivente)

Carla Gravina (1941, vivente)

Cesare Polacco (1900-1986)

Antonio Salines ( 1936, vivente)

Carlo Simoni (1943, vivente)

riduzione televisiva: Diego Fabbri (1911-1980)
regia: Sandro Bolchi (1924-2005)

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Dalla Svizzera al Po: bilancio

Da meno di un’ora sono (scomodamente) seduto su una poltroncina lato finestrino (ho pagato il supplemento per non perdermi lo spettacolo) del volo pomeridiano Bologna-Tenerife.
Passerò nell’isola delle Canarie una lunga vacanza, ospite di mio fratello che da un paio d’anni vi risiede, in un periodo dell’anno scelto, proprio come per il mio viaggio a piedi appena concluso, per scappare dal caldo paralizzante della città.
Motivazioni uguali, mezzi di trasporto opposti, dunque.

Non sono intransigente come Greta Thunberg, nell’evitare i voli aerei per la loro insostenibilità ecologica, ma l’occasione di rivedere mio fratello rappresenta per me l’unico valido motivo per questo autentico lusso ambientale.
Del resto, i miei viaggi a piedi, che faccio per passione, hanno anche un valore di rivendicazione sulle scoperte che si possono fare, con un turismo a passo d’uomo non lontano da casa propria, dunque a impatto ecologico quasi nullo e comunque nemmeno paragonabile.

Appena dopo aver sorvolato, credo, Marsiglia, il suo golfo e il suo… piccolissimo porto, comincio dunque le mie riflessioni critiche sull’esperienza a luci forti appena conclusa, sulla falsariga di un vero bilancio, con voci positive e negative.
Cominciando da queste ultime.

La fatica. Superiore alle aspettative, mi ha visto arrivare fisicamente prostrato, con un saporaccio amaro in bocca, all’arrivo di tre tappe, tutte in Val d’Aosta, nella parte iniziale del mio viaggio: la prima, a Gignod, la terza, a Vignola di Montjovet e la quarta, a Pont Saint Martin.
Considerato che il sole cocente non è mancato anche nelle giornate successive, ne attribuisco la causa alla sottovalutazione del percorso, dovuta a errori anche clamorosi delle guide ufficiali, e un po’ anche all’insufficienza degli strumenti di navigazione di cui ero dotato, fino alla tardiva scoperta dell’ottima applicazione “Via Francigena”, citata nel sito ufficiale in maniera non abbastanza evidente.
Di tutto questo ho riferito nella mail inviata poche ore fa agli indirizzi dell’organizzazione.
Un anno in più sulle mie magre ma… vissute spalle, e allenamenti podistici un po’ meno intensi durante l’ultima annata, non sono stati certo d’aiuto, ma non credo abbiano influito tanto.

Apro qui una parentesi, in tema di reclami.
Avevo promesso di raccontare l’esito della mia richiesta di rimborso a Flixbus per il viaggio in pullman Bologna-Aosta cancellato, che mi aveva costretto ad anticipare la partenza e a dormire una notte in quella città.
Pochi giorni fa la risposta, con la promessa di rimborsarmi gli undici euro spesi per il cambio di biglietto, ma non i settanta del pernottamento. Beh, meglio di niente, no?

Seconda voce negativa: le notti tormentate. Anche in questo caso superiori alle attese.
La mancanza di aria condizionata nella cameretta d’albergo di Mortara, dove era prevista, e il funzionamento non ottimale a Santhià e a Belgioioso, hanno completato il quadro già difficile degli alloggi che avevo prenotato pur sapendoli non climatizzati. Da tener presente per il secondo atto, fra un anno.

Terzo aspetto critico: il tempo a disposizione per il rilassamento, la distrazione e il riposo. Affrontare la confezione e pubblicazione di quotidiani racconti analitici, per parole e immagini, del cammino percorso, avendo a disposizione un tablet di sette pollici e non sempre una connessione ottimale, significa giocarsi tutto il tempo libero. È, questa, una criticità costante di tutti i miei viaggi; ho fatto qualche passo avanti nelle tecniche di composizione, che mi ha evitato di fare le ore piccole come successo a volte in passato, ma resta un aspetto oggettivamente evidente.
Questione di scelte: si tratta di un aspetto per me irrinunciabile, indipendentemente dalla quantità di ritorni (commenti e ‘mi piace’ su Facebook e nel blog), pur preziosissimi, che ne ricavo.
Ancora un grazie alle amiche e amici, vecchi e nuovi, che l’hanno capito e mi hanno sostenuto, in particolare all’immancabile Amanda nel blog, e a Valerio, Alessandra, Nicola, Claudio, Rita, Cristina, Elisabetta, Graciela, Anna e tutti quelli che hanno inserito anche un solo ‘mi piace’ ai miei post in ambiente Facebook.

Sotto i miei piedi e al mio oblò appare e scorre, emozionante e inconfondibile, lo Stretto di Gibilterra: davvero una piccola apertura del Mediterraneo sull’Oceano Atlantico, mentre mi accingo a elencare le voci positive del mio bilancio.

La prima è stata un’autentica novità, fonte di inesauribile stupore, rispetto alle esperienze precedenti.
Alludo (i lettori più fedeli e intuitivi l’avranno capito), al prevalente dipanarsi del percorso ufficiale su viottoli di campagna, sentieri, carrarecce, con passaggi incredibili all’interno di borghi antichi o attraverso ponti e chiuse sopra canali di risaie, e con l’acuto finale del traghetto sul Po. Riconoscenza profonda per chi ha reinventato, con tanta minuziosa passione, l’itinerario del vescovo Sigerico.

Un altro aspetto inatteso, a fronte delle difficoltà, è stato quello di sfida e di prove di adattamento superate: ho accennato, nei primi racconti, a un estemporaneo e tardivo servizio militare.
A volte ricorrendo a soluzioni inconsuete (la notte sul divano nell’ostello di Ivrea), a volte scoprendomi capace di sopportare perfettamente il rumore notturno del traffico in cambio del sollievo dell’aria fresca (albergo di Pont Saint Martin), a volte aiutandomi con docce fresche. Più sorprendente che mai la già sperimentata necessità di pochissime ore di sonno, che un incallito dormiglione come me scopre ad ogni alba di queste giornate campali.

Dal punto di vista paesaggistico, la sorpresa inaspettata mi è giunta dall’approdo in una Pianura Padana fascinosa e incantata, in terra piemontese fra Viverone e Santhià, molto più alberata e selvaggia rispetto a quella a me ben nota.
E poi il senso di varcare un parco naturale popolato da libellule e tanti uccelli strani e vocianti, fra le distese acquitrinose color verde smeraldo in direzione di Vercelli.
Una citazione doverosa anche alla quantità sorprendente di borghi valdostani, quelli ancora abitati come quelli abbandonati, a volte minuscoli, che, affannato da duri saliscendi, ho incontrato lungo il percorso.
Ma una citazione merita anche l’agriturismo San Bruno dell’ultima notte, nel lodigiano presso le colline di San Colombano: una cascina ristrutturata di grandi spazi in un paesaggio di grande pace, dove vorrei tornare qualche giorno in futuro.

Per finire: gli incontri felici. Ricordo con riconoscenza l’accoglienza di Ornella nella casetta di Montjovet: tè freddo a profusione e un’amichevole chiacchierata hanno avuto miracolosi effetti taumaturgici, al termine di una delle tre tappe fisicamente sconvolgenti prima citate. Ma anche la vivacità attiva di Ambra, la giovane castellana della torre di Palestro e, perché no, l’affetto mostrato, alla fine del suo lungo show, da Danilo il barcaiolo.
Vorrei citare anche, come elemento inaspettato, la benevolenza sperimentata nei saluti, nelle espressioni e negli incoraggiamenti, da tanti residenti lungo il percorso, in particolare da quell’anziano nel bar di Tromello con cui conversai a lungo. Mi sono chiesto, senza sapermi rispondere, quanto questo mito del pellegrino così radicato, soprattutto in terra lombarda, abbia origini religiose, semplicemente umane, o di riconoscenza verso il turista che porta nuovo valore in zone rurali.

È cominciata la discesa verso le Canarie e qui, ancora in vista di uno strato di nuvolette, anch’io mi sento più leggero, dopo aver tradotto in parole la sintesi di due settimane (abbondanti) di vita assolutamente speciale.

Hasta luego, amigos!

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