9-7: Su e giù per la Versilia

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Per raggiungere Viareggio e la relativa sospirata sosta di due giorni e mezzo, avevo due opzioni: abbandonare subito il tracciato francigeno puntando direttamente verso il mare, oppure seguirlo il più possibile, cioè fino ai dintorni di Capezzano Piànore.
Nella prima ipotesi, avrei dovuto affrontare un percorso di ventuno chilometri del tutto pianeggiante; nell’altra, di ventisei chilometri con diversi saliscendi.

Avevo già da tempo scelto la seconda, per limitare le deroghe all’affascinante “Cammino” che sto percorrendo.
Sono preparato dunque ad affrontare oggi un percorso lungo e impegnativo.
Un paio di stupidi errori di percorso mi costringeranno a un’altra maratona (ed è ormai la quarta) di chilometri, alla fine ventotto o forse ventinove, e di ore, nove e un quarto comprensive delle soste.

Mi occorrono i primi venti minuti di cammino per raggiungere, alle sei e dieci, il piccolo centro abitato di Montignoso.

A differenza del solito, quando la prima ora di cammino dona un senso di euforizzante scoperta, e a differenza anche dallo stato d’animo gioioso di tutta la tappa precedente, oggi sono partito senza entusiasmo, solo con la coscienza che mi aspetta una giornata lunga.

Bene o male… prepararsi al decollo.

Sono passati solo undici minuti dalla foto precedente, che mi trovo nuovamente in “modalità aereo”, questa volta su un paesaggio non ancora lambito dai raggi del sole,

che però non tardano molto a illuminare la pianura

e dopo un bel po’ anche la mia strada.

Ora si scende.

In senso opposto al mio, cioè in salita, spunta nel deserto una presenza interessante: una donna che corre a velocità sostenuta, concentrata nello sforzo con espressione seria e accigliata.
Nell’incrociarmi non mi degna di uno sguardo; siamo agli antipodi, mi viene da pensare, al mio approccio a ritmo umano e aperto al contatto con persone e cose.
Dopo diversi minuti, la sento sopraggiungere nuovamente alle mie spalle; preparo la doppietta e, appena mi sorpassa, la impallino:

Alla collezione di località dal nome improbabile si va a sommare quella di Strettoia, con la sua famosa cattedrale in stile gotico-romanico:

(O anche no…!)
E siamo tornati in pianura.

Improvviso, l’incontro con un amico generoso:

Faccio incetta, e numerosi rinfrescanti assaggi, di piccole prugne mature e dolci al punto giusto, solo molto impolverate dalla strada prospiciente.

Ed ecco ora una serie di opifici di lavorazione del marmo delle Apuane.

Un intero distretto produttivo, che trae la materia prima dalla distruzione progressiva e devastante di splendide montagne.
Ma non è certo una novità: l’uomo è un essere “lievemente” imprevidente, stupido, aggressivo e votato all’autoannientamento.

Un piccolo sentiero lungo l’argine del fiume Versilia evita di percorrere la provinciale, che corre sulla sinistra al di là della prospettiva di stabilimenti artigianali.

Ed eccomi arrivato a Pietrasanta.
All’entrata del paese una galleria d’arte espone alcune interessanti opere anche all’aperto.

Soltanto nella piazza del municipio, vegliata da questo slanciato guerriero,

scorgo finalmente la prima insegna di un bar.

Tre uomini, con berretto d’ordinanza, discutono del più e del meno, con il loro tipico e stentoreo accento toscano, con un piglio da “maratoneti della favella”, che non lascia immaginare quando decideranno di smettere.

Sono le nove e dieci: ho camminato senza interruzioni già per tre ore e venti, raggiungendo il traguardo intermedio, circa a metà percorso, in un tempo che mi fa prevedere l’arrivo intorno alle tredici.
Lo comunico a Massimo con un messaggio.

Dopo l’opportuno tempo di ritempramento (favorito da due brioche e un infuso), lascio il bar e i suoi locali “omarelli” e riprendo il viaggio, dapprima attraverso le vie del centro,

poi, più tardi, su una nuova strada asfaltata in salita.

È una salita non aspra, ma lunga, costante, rettilinea, sotto un sole già battente. La affronto con piacere: mi dà un senso di efficiente regolarità, che tende a perdurare distraendomi dai controlli del tracciato.

Mi porta fino a Valdicastello Carducci, dove fotografo la casa natale del poeta.

Prima di riprendere a salire, in direzione opposta al mare, mi sorge qualche dubbio. Consulto la mappa satellitare e ho l’amara sorpresa di essermi sobbarcato un chilometro buono di strada non prevista, in salita, che con quello in discesa per tornare indietro faranno due, con una mezz’ora di aggravio.

Ecco la deviazione che mi era sfuggita, che mi porta a imboccare un tipo di percorso del tutto opposto: saliscendi a forte pendenza su sentieri ombrosi e sconnessi.

Le deviazioni sono frequenti e spesso indicate da poco evidenti segnavia.
Come se non bastassero l’errore precedente e l’aggravio determinato dal sentiero, sono di nuovo a sbagliare strada (in forte salita) e a dover tornare sui miei passi, in accidentata discesa, accompagnato lungamente da una particolare colonna sonora.

Si tratta delle voci concitate di un gruppo di ragazzi che giocano, probabilmente a calcio.

Ne ho finalmente la prova: eccoli, su un campo perfettamente tenuto che compare come un miraggio fra la boscaglia.

Sembra un miraggio, o un sogno strano, poi, anche questo scooter solitario in mezzo a una radura.

Mi aspetto ormai di entrare nel paese di Capezzano, da cui devierò verso il mare.
Aspettativa errata (oggi la mia auto-affidabilità non eccelle…): prima che la strada asfaltata che sto battendo si impenni in una forte salita, consulto di nuovo la mappa, scoprendo che non è previsto l’attraversamento del paese, che si trova, appena oltrepassato, a un livello più basso.

A differenza di Pietrasanta, Capezzano è una piccola cittadina allungata sulla strada provinciale.

Ma mi concede una seconda sosta, a base di un’inedita Cedrata Tassoni, alle dodici e un quarto.

Ne approfitto per aggiornare Massimo sull’aggravio del tempo di percorrenza, che valuto in un’ora.

La provinciale di Camaiore, che punta verso il mio obiettivo, è un rettilineo praticamente infinito, da percorrere per lunghissimo tempo sul ciglio di una strada dove sfrecciano vetture e autotreni, fastidiosamente dalle mie spalle; ma non si può rinunciare alla continua ombra dei tigli, sul mio lato destro, che, in aggiunta a una brezza fresca laterale, rende sopportabile la marcia forzata.

Il monumento al Re Carnevale annuncia il mio ingresso a Viareggio.

Google Maps mi guida verso l’abitazione del mio amico, passando sopra il porto-canale

e poi davanti alla stazione.
“Quando vedi l’insegna del tabaccaio passa dietro il palazzo” mi ha indicato Massimo in un messaggio.

Eccola, inequivocabile, dopo una curva.

Ecco il portone. Sento chiamarmi dall’alto.

Il mio recente compagno di strada, per le prossime tre notti mio nuovo padrone di casa, ha riservato un magnifico premio alla mia fatica.


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8-7: A rispettosa distanza dal mare

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La signora ha voluto prepararmi personalmente la colazione, alle cinque e mezza; mi chiede se preferisco consumarla in camera o in giardino.
Ma in giardino fa freddo a quest’ora.

Poco più tardi, con la felpa sopra la maglietta, mi incammino, mentre l’alba dipinge piccole nuvole.

Le strade secondarie sono ancora deserte.

Un piccolo scavo testimonia la vocazione archeologica di Luni,

che oggi è definita “comune sparso”, ma che fu un’importante colonia e porto romano, poi superato dalle vicine Ortonovo e Nicola.
Siamo nell’ultima propaggine orientale della provincia della Spezia, dunque della Liguria, e presto si torna in Toscana.

La prima parte del percorso odierno si svolge in un territorio parzialmente urbanizzato a Sud della statale Aurelia, raggiungendo, in prossimità di Luni Mare e Marinella di Sarzana, il punto più vicino al mare dell’intera Via Francigena (o, per essere più precisi, dell’itinerario del vescovo Sigerico da Canterbury a Roma), se escludiamo l’attraversamento della Manica.

Vengo catturato da una sequenza di “murales”:

Il tragitto sembra farsi inglobare dall’attrazione gravitazionale della statale…

correndole poi affiancato, invece, per un lungo tratto e raggiungendo poi, sotto gli occhi attenti di una sentinella,

la località di Covetta.

Poi, una decisa deviazione torna a tagliare l’Aurelia per dirigersi verso le colline.

A differenza di ieri, oggi le scorie fisiche e mentali dell’impresa di due giorni fa sono totalmente smaltite: mi sento molto bene, procedere è pura e autentica gioia… e anche la salita non fa paura.

Questa seconda parte dell’itinerario, prima di planare sulla città di Massa, si svolge in modo aereo, spettacolare, di fronte alla striscia di pianura che separa le alture dal mare.

Lascio che siano le immagini a raccontare l’emozionante trasvolata.

Sempre attratto dalla bellezza, scatto a una vigna questa fotografia

che, senza volere, costituisce un’immediata “captatio benevolentiae” (in italiano: ruffianata), nei confronti del suo proprietario, un signore un po’ anziano che mi rivolge la parola.

“Quello che c’era da fare è fatto…” mi fa con soddisfazione, prima di avviarsi a rientrare in casa, lì di fronte: “adesso tocca a loro!”
“Anche a me” aggiunge, “piace fare delle camminate, ne ho fatte, la Via dell’amore, e poi qua intorno, ma qui c’è sempre da fare.
Dico sempre che se uno vuole male a una persona dovrebbe regalargli un vigneto!”
Ma mi fa capire che in fondo gli piace, e lui la vita del pensionato che ogni giorno fa la stessa passeggiata, le stesse cose, aspettando che il tempo passi, non la concepisce.
“Ho lavorato tanti anni, sa dove? Alla Standa.”
“Ho un sacco di ricordi da bambino” ribatto con entusiasmo: “è stato il primo grande supermercato, con le scale mobili…”
“Sì, ero addetto all’esposizione, ho girato in tante città, anche a Bologna, là vicino alle torri.”
Conversiamo a lungo, non gli faccio fretta e gli sorrido, finché arriva alle conclusioni:
“Io non mi lamento, sono soddisfatto di tutta la mia vita. Uno potrebbe sognare sempre di meglio, viaggi, vacanze…, ma bisogna sspersi accontentare di quello che si ha.”
“Certo, se no diventa una corsa continua” replico, poi gli chiedo il nome.
“Mi chiamo Domenico” e aggiunge anche il cognome.
Una forte stretta di mano, con un sorriso franco: “Arrivederla signor Domenico.”
Mentre si ritira oltre il cancello, capto la parola “grazie”.

Poi, lungo la strada che ora scende, mi rendo conto di quanto siamo animali sociali, condizionati, per non dire costituiti, dai rapporti con i nostri simili: l’intenso amore per la vita che sprigionava quell’uomo maturo sembra avvolgermi, invadermi, rassicurarmi e proteggermi.

Ma le emozioni non sono finite, perché di lì a non molto si entra a Massa,

dove passai, in un giorno di sole estivo proprio come questo (e anche in un orario simile), nell’ultima tappa del mio viaggio a piedi lungo le tracce della storica Via Vandelli.

Dopo una sosta-infuso in un bar del centro,

ritrovo gli stessi colori

e gli stessi spazi di allora.

Raggiungere con i miei scarponcini per due volte le stesse strade mi dà una sensazione strana di familiarità.
(Ho ritrovato qui il diario di quel giorno, scritto a fine agosto ma riferito al 1° dello stesso mese).

Lo sguardo sonnacchioso di un abitante

segue il mio allontanarmi dsl centro, diretto nei pressi di Montignoso, a un’ultima ora di cammino,

per strade di una zona suburbana, che pure in qualche modo mi sembra di riconoscere, inondate da una bellissima luce ubriacante.

A mezzogiorno e un quarto raggiungo la mia nuova, bella dimora.

Per completare questa bellissima tappa, ho deciso di concedermi un pranzo fuori.
La padrona di casa mi conferma la presenza di un ristorante a due passi; in alternativa, mi può prestare una bicicletta per raggiungere uno dei locali della riviera, in una decina di minuti.
Opto per il posto vicino.

Quando, fatta la doccia e indossata la “divisa in borghese ” (maglietta comoda e bermuda), mi reco al ristorante, lo trovo aperto, ma mi dicono che fanno servizio solo di sera.

Non resta che l’opzione-gita al mare.

La bicicletta, da donna e senza il cambio, rappresenta un supplizio per le mie gambe stanche, per ben di più di dieci minuti.
Ma alla fine, in località Cinquale, è bello raggiungere finalmente il mare e calarsi in un’atmosfera, benché poco affollata, di vacanza balneare tradizionale.

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7-7: Lunigiana piana

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L’alba di un martedì di luglio giunge all’osservatorio privilegiato di una stanza, in quel di Ponzano Superiore.

Le poche ore di sonno notturno mi hanno restituito buona parte della forma fisica e mentale, bruciate nella massacrata di ieri, ma questa mattina avverto che il consueto prodigio è meno radicale del solito.
Non tanto per una necessità di riposo aumentata, quanto per la deroga di ieri alle mie abitudini alimentari, che ha finito per ripercuotersi sulla qualità del sonno.

Lo stravolgimento fisico dovuto a uno sforzo così prolungato mi aveva richiesto, per qualche ora, riposo assoluto e solo un po’ di frutta secca per evitare crisi.
Così avevo posticipato il mio unico pasto alla cena, peraltro col vantaggio di poterla consumare, in tutta rilassatezza, insieme al mio compagno di sventura, nella zona cucina della sua stanza.
Insalata mista del chiosco di Aulla, poi quella specie di crostata di verdure, con ottima birra ceca in dotazione nel frigo, e infine, senza misura nè ritegno, pane e marmellata per me e, addirittura, pane e burro per Massimo.
Infine, lavate le poche stoviglie utilizzate, c’eravamo goduti anche l’ora del tramonto, seduti davanti al portone.

Alle cinque e quaranta, comunque, siamo pronti: sulla carta ci attende un percorso medio, intorno ai venti chilometri, privo di saliscendi preoccupanti.

Prima che la strada in discesa lo faccia scomparire allo sguardo, scatto una foto ricordo al bellissimo paese, ieri tanto agognato.

“E qui si lascia il comodo asfalto” esclama Massimo.

L’esperienza traumatica della tappa di ieri condiziona inevitabilmente il nostro approccio a quella di oggi.
Il fisico sembra aver assorbito lo sforzo, ma nei tratti in salita le gambe manifesteranno esplicitamente il loro disappunto.

Ed ecco il consueto buongiorno del sole.

Una volta raggiunta la pianura, fanno la loro prima comparsa quelli che si riveleranno i principali temi conduttori del nostro cammino: un canale

e un vigneto.

Alle otto meno dieci facciamo il nostro ingresso nel centro storico di Sarzana.

Ne approfittiamo per uno scalo tecnico in un bar

e poi in un panificio, accolti con simpatia dalla fornaia che ci chiede da dove siamo partiti, per essere lì così presto.
Facciamo provvista di un po’ di pane ancora caldo e di un’altra fetta di quell’ottima locale crostata di verdure (che Massimo conosce come “d’erbi” o qualcosa del genere),

A Sarzana abbiamo ricordi in comune recenti (condivisi anche con qualche nostra amica), relativi ad alcune edizioni del “Festival della Mente” che, con ospiti esperti in tutti i campi dello scibile umano, si svolge all’inizio di settembre in vari punti della città.
È bello ripercorrere le vie dove abbiamo passato momenti piacevoli in compagnia.

Poi il tracciato francigeno, sempre propenso a concedere spunti d’interesse turistico e culturale (e paesaggistico), snobbando bellamente ogni aggravio di percorso, ci porta a salire verso la Fortezza Castracani.

Conveniamo che i pellegrini, senza tanti fronzoli, avranno percorso sicuramente la via Aurelia, che noi invece stiamo evitando il più possibile.

Per fortuna si tratta dell’unico sgradito saliscendi, dopodiché, per tutto il resto dell’itinerario, è pianura, coi suoi campi,

le tante fioriture di malva che il mio amico (laureato in agraria) m’insegna a riconoscere,

i suoi vigneti

e soprattutto i suoi tanti canali, lungo i cui argini incrociamo giovani donne e uomini, sportivi, che approfittano, correndo o camminando spediti, delle ore ancora fresche della mattina.

Anche il nostro passo è spedito, ma oggi non con la baldanza delle prime ore di ieri, quelle in mezzo al bosco, quanto piuttosto per un tacito accordo teso a esorcizzare un nuovo lungo protrarsi della fatica.

E così, quasi un felice contrappasso, ci ritroviamo in dirittura d’arrivo molto prima del previsto.
Sono passate infatti da pochi minuti le undici quando compare la statale numero uno, Aurelia.

Abbiamo studiato su Google Maps una possibile scorciatoia che, percorrendo un brevissimo tratto della statale, poi attraverso la piccola stazione di Luni, dovrebbe farci arrivare direttamente al mio bed and breakfast.
L’importante è trovare il modo di attraversare i binari.

Niente di più facile…

Da qui, dopo le due, passerà il treno che riporterà il mio compagno di strada verso la sua Viareggio.

C’è tutto il tempo per ospitarlo nel mio nuovo alloggio, dalĺo spaziosissimo giardino, per permettergli una doccia e un ultimo pasto da pellegrino, a base di focaccia di verdure.

Il commiato non è triste: fra quarantott’ore sarò io a raggiungerlo a Viareggio, deviando a Capezzano dal tracciato standard, per trascorrere da lui il mio secondo turno di riposo, questa volta di due giorni.

Quando ci lasciamo, ritrovo la mia abituale condizione di viaggiatore solitario, con un’immagine in più del mio amico, nella memoria: quella che lo vede arrampicarsi, sotto uno zaino più pesante del mio e sotto la calura di un pomeriggio assolato di luglio, su per un lungo, impervio sentiero, a testa bassa e senza lamentarsi.

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