Grandi affari

(Diario di un resistente – 7)

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La conoscenza della mia amica D. risale ad alcuni anni fa, quando mi ero recato in Versilia ospite di Massimo, uno degli organizzatori di un convegno di matrice ecologica che fu assolutamente memorabile (per poi rivelarsi altrettanto deludente nelle ricadute organizzative), sotto l’egida del movimento Transition Towns.
Lei aveva parlato in qualità di vicepresidente di una società impegnata nell’efficientamento energetico e nella lotta contro le fonti non rinnovabili, promuovendo un investimento etico, ma comunque remunerato, nel relativo azionariato popolare.
L’avevo poi ritrovata su Facebook, condividendone l’amicizia, che in quell’ambiente significa soprattutto poter prestare reciproca attenzione ai propri scritti, brevi o lunghi che siano.

Fu così che, due anni e mezzo fa, lessi un suo nuovo appello all’acquisto di azioni di un’altra società, una s.p.a. emergente, di cui intanto lei era diventata il braccio destro del fondatore, società che si proponeva come trampolino di lancio rispetto ad altre realtà, accomunate sempre da quell’obiettivo ecologico nel campo dell’energia.
Avendo ancora a disposizione una parte del capitale realizzato con la vendita della licenza del taxi, decisi sulla fiducia di accettare l’invito e di investire in quella raccolta un importo di una certa rilevanza.
Ne ottenni immediata gratitudine, oltre che da lei stessa, anche dal fondatore e presidente, che mi prese in simpatia e m’invitò a parlare, niente meno in veste di poeta (lui innamorato di Dante Alighieri), in un evento di presentazione della società ad importanti addetti ai lavori.

Il tempo passa e mi accorgo che quei fondi sono strettamente vincolati e difficilissimi da liquidare, almeno finché l’azienda non si quoterà in borsa. E la cosa mi va sempre più stretta, perché, per varie vicende, ora mi farebbe molto comodo riottenere il capitale versato. In uno scambio di messaggi, il fondatore, che non nasconde la delusione per la mia intenzione, mi dice che cercherà un socio desideroso di ampliare il proprio pacchetto, acquistando il mio tramite un atto notarile. Ma non se ne fa nulla per lungo tempo.

Intanto l’amica D. mi avverte che il valore delle azioni si è rivalutato enormemente, segnalandomi una nuova bacheca di annunci di vendita legata al sito di “crowdfunding” che aveva curato la raccolta iniziale.
Sebbene senza crederci troppo, inserisco il mio annuncio, a un valore più che raddoppiato e, tuttavia, ancora fortemente a sconto rispetto a quello attuale.
E passa altro tempo.

Un mese fa, si fa vivo a sorpresa il dantesco ma pur abile presidente: uno dei soci è interessato a trattare per le mie azioni.
Conduco le trattative per telefono, rispolverando le capacità che coltivai da bambino giocando a Monopoli, e in qualche giorno troviamo un accordo, che per me significa portare a casa una rivalutazione del cento per cento in poco più di due anni!
Il notaio sta a Milano e fissiamo un appuntamento per il pomeriggio di giovedì 10 febbraio.
Le ben note simpatiche regole in vigore in materia (dicono) di sanità pubblica, mi costringono, da non sottoposto alla triplice iniezione magica, a programmare un viaggio di andata e ritorno in automobile senza possibili pernottamenti e, per poter accedere allo studio notarile, a procurarmi il provvisorio lasciapassare “verde” ottenuto tramite un tampone antigenico, che, per evitare problemi, non esito a prenotare in una farmacia del mio comune.

La trafittura delle mie narici, tutt’altro che gradevole, viene effettuata da un giovane farmacista bardato da sala operatoria.
Un lungo quarto d’ora d’attesa presso l’entrata posteriore della farmacia, fra il verde soffocato d’una zona residenziale in un grigio, freddo pomeriggio di fine inverno, e infine anch’io posso tornare, per quarantott’ore, a godere di alcuni diritti civili ma non tutti, alla modica spesa di quindici euro.

Ed eccomi, l’indomani, in viaggio per Milano con la compagnia, fuori dall’abitacolo, di autotreni di mezza Europa a velocità di crociera e, dentro, del mio pranzo a base di riso, noci e bietola, rinchiuso in una borsa termica recuperata dalla cantina, che svolgerà ottimamente la sua funzione. Esito ad aprirla, per guadagnare chilometri, fino alla penultima area di servizio dell’autostrada.
Qui, prima di potermi nutrire in posizione sacrificata dietro al volante, decido di sgranchirmi le gambe fino al limite del parcheggio degli autotreni, dove, nascosto dalla mole di un TIR, faccio pipì fra la sterpaglia.

Il parcheggio in zona Romolo è facile da raggiungere, superando con l’aiuto del navigatore l’estrema periferia in pochi minuti, ma è pieno. Procedo in modo casuale fino a trovare un comodo posto ai lati d’una strada, molto tranquilla e percorsa a piedi da alcuni studenti dei contigui alti istituti universitari.
Tre chilometri e mezzo, che ho deciso di percorrere camminando (anche la metropolitana mi è proibita), mi separano dallo studio notarile in zona centrale.
Mi aspettavo buone sensazioni, da questo mio ritorno nella città che custodisce i ricordi di cinque anni di lavoro e di fascinose serate, intorno al 1990.
E invece le impressioni sono principalmente di confusione, rumore, straniamento, cantieri stradali. Mi dico che forse di sera è diverso; poi, per trovare uno scorcio fotografico da inviare alla mia cara Lady G., devo procedere fino a un ponte su un naviglio,

naviglio

e poi alla basilica di Sant’Ambrogio.
Sant Ambrogio
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Una gentile segretaria, senza chiedermi il lasciapassare, mi fa accomodare in una grande sala silenziosa occupata da un tavolo lungo quasi come quello di Putin.
Sono in anticipo di qualche minuto; la controparte arriva alle quattro in punto.
“Buonasera, ce la diamo la mano, vero?”
“Certo: ho fatto tre dosi di vaccino e sono anche guarito dal Covid!” risponde baldanzoso; ovviamente non ribadisco. È un tipo sulla mia età, di non molte parole, nel seguito, e di una certa qual diffidenza.
Il notaio tarda alcuni minuti, poi compare, mascherato da una “FP2” che rende quasi incomprensibili le sue parole. Più giovane di noi, in giacca senza cravatta proprio come noi, mi sembra un tantino deferente nei confronti dell’altro.
Quest’ultimo, nel firmare l’assegno, sente stranamente il bisogno di dirmi che, dietro, c’è tutta la solidità di una banca.

Alle quattro e mezza sono finalmente libero e, appena fuori dal portone, compio l’atto trasgressivo e liberatorio di togliermi la mascherina.
L’amica D., anche lei in questi giorni a Milano, mi ha promesso di farsi trovare in zona proprio a quell’ora, per accompagnarmi lungo la passeggiata di ritorno. Non faccio in tempo a comporre il numero di telefono che la vedo venirmi incontro sorridente.

La conversazione si svolge ininterrotta, lungo un itinerario più piacevole rispetto all’andata, grazie alla sua guida.
Lei confuta le mie impressioni sulla città (in cui visse gli anni giovanili); la trova invece poco trafficata: “Non vedi?” mi fa indicandomi la strada, che sembra darle ragione.
Ed è un po’ paradossale, da parte di una che vive su un’altura verde con vista mare.
I suoi racconti ne rinnovano l’immagine di una persona capace di disegnarsi vita e attività a misura delle sue preferenze, in modo invidiabile ed esemplare.
Da tempo ha abbandonato anche, e questa volta non amichevolmente, la società di cui ho appena venduto le mie azioni. Quando le faccio il nome del compratore, mi rivela che si tratta di un alto dirigente bancario, fiore all’occhiello dell’azienda stessa.

Verso la fine del percorso condiviso, mentre si fa sera, mi propone di provare a bere qualcosa insieme, in un tavolino all’aperto di un grande bar, esterno a un supermercato: lei, che ha ottenuto il lasciapassare potenziato dopo aver contratto l’innocua variante Omega, cercherà di farsi dare un vassoio con i nostri aperitivi. Ribatto che voglio provare a stare dentro e che ho pur sempre la mia carta verde provvisoria.
La ragazzetta dietro il banco raccoglie la nostra ordinazione e ci fa subito il conto. Ci sediamo in un tavolino privo di schermo trasparente intermedio e ci sentiamo dire, da lontano: “Posso chiedervi il green-pass?”. Torniamo alla cassa per la verifica elettronica.
Il QR-code nel telefono di D. viene verificato facilmente; il mio, su carta, viene inquadrato, in modo ripetuto e nervoso, dalla tipa, che stenta a capire. Le dico: “Ho fatto il tampone ieri, quindi non costituisco alcun pericolo.”
Lei s’intestardisce: “Non posso accettarlo!”
“È molto più a rischio di contagiare chi si è vaccinato” ribatto e, quando accampa il motivo che potrebbe subire dei controlli, affermo, con crescente decisione, che i controlli sono previsti a campione e che lei può sempre dire di averli effettuati.
Finalmente la polemica viene interrotta da un suo collega più anziano, che le fa cenno di lasciar perdere.
Riconquisto il tavolino e la compagnia della mia amica, che ha seguito la scena con apprensione.
Un brindisi di mia gratitudine nei suoi confronti e di buon auspicio per le sorti nostre e di questa nostra collettività quanto mai umiliata e in pericolo.

Poi, quando usciamo, il cielo è già scuro.
Ci salutiamo con calore, quindi proseguo per strade desolate, fino a ritrovare gli istituti universitari e la mia vettura.

Il viaggio di ritorno avviene a velocità sostenuta: il traffico è sopportabile e la visibilità ottima. Diversamente dall’andata, mi lascio inondare dalla musica, mentre la stanchezza aumenta progressivamente. Fino all’entrata del mio garage.

L’indomani mattina, dopo una notte di sonno profondo, mi reco subito a depositare l’assegno in uno sportello automatico della mia banca, con un minimo di apprensione: diversi anni fa un mio assegno circolare era finito chissà come negli ingranaggi e c’era voluto del bello e del buono per convincere l’impiegato a recuperarlo.
Ho una biro con me; non mi ricordo se va firmata o meno la girata e, nel dubbio, mi faccio guidare dalle indicazioni elettroniche, che, a un’occhiata non abbastanza attenta, mi sembra non ne facciano cenno.

E così l’indomani, benché sia sabato, mi arriva, come un pugno nello stomaco, l’avviso di assegno stornato per errori di compilazione: si prega di prenotare un incontro in filiale per il ritiro.
Effettuo via internet la prenotazione per lunedì a mezzogiorno, poi decido di scrivere una mail al firmatario, col dovuto garbo, chiedendogli di tenersi disponibile, in quell’orario, per eventuali verifiche.
La risposta, pure cortese, contiene un’informazione sorprendente: “Dica pure che sono il presidente di una banca.”
Poi mi tocca prenotare un nuovo tampone (questa volta in una farmacia diversa), sempre per lunedì mattina con il dovuto anticipo.
Ritrovata la calma, capisco quale debba essere stata l’origine del problema, così da passare il fine settimana senza patemi.

La farmacista, con modi molto amabili, mi chiede la finalità del tampone e, quando le dico che mi serve per andare in banca, non nasconde il suo sconcerto. “Siamo alla follia, vero?” spingo sull’acceleratore, finché lei afferma solennemente di contare sulla giustizia divina. Dovrei ribattere che mi accontenterei di quella umana e di vedere dietro le sbarre i criminali che ci governano, ma mi limito a un “Me lo auguro di cuore.”
L’operazione avviene molto delicatamente, a differenza di quella similare di cinque giorni fa. Mi chiede solo se ho il raffreddore; ribatto che no, ma ho preso freddo perché son venuto in bicicletta.

Una guardia giurata mi consiglia di tenere a portata di mano il green-pass, nel varcare la porta della grande filiale.
Ma nessuno mi chiede niente e, presso una delle scrivanie che hanno sostituito i vecchi sportelli, il mio problema viene risolto in pochi minuti, nel silenzio ovattato della banca semideserta.
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Messaggio Urbi et Orbi 2021

Embrione44

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Cara lettrice, caro lettore,
sono andato a riguardarmi l’incipit del mio tradizionale “messaggio” di un anno fa; mi ha colpito la delicatezza con cui mi rivolgevo a una platea che sapevo composta da persone più o meno vicine alla mia lettura della realtà.

La polemica,” scrivevo, “non è nelle mie corde, anzi è l’ultima cosa che, caratterialmente, desidero. Dunque, rischiare fortemente di provocarla e di farlo soprattutto con le persone a cui voglio bene (e alle quali è rivolto, in prima battuta, questo mio scritto), è un prezzo molto alto che mi tocca pagare, a fronte del mio amore per la verità e dello spirito di servizio che, credetemi, sono gli unici fattori che stanno animando le mie dita su questi tasti.

Nel seguito, poi, suddividevo a grandi linee la nostra popolazione in “complottisti” e “conformisti”, giungendo a dichiararmi schierato fra i primi, con un autentico eccesso di bonomia: le parole sono importanti (come gridava Nanni Moretti in un suo film) e dirmi complottista fu un favore gratuito a chi, da posizioni ambigue, dovesse risultare infastidito dalla nettezza delle mie posizioni.

Si chiude un altro anno di profonda trasformazione e transizione, per la società occidentale come per l’intero globo e, come tutto lascia pensare, quello nuovo che sta per cominciare sarà ancora e molto più sconvolgente.
Resta vera la mia avversione nei confronti della polemica e continuerò sicuramente a non cercarla, anche perché mi è sempre più chiaro come costituisca soltanto una perdita di tempo.
Quanto allo spirito di servizio, ancora mi spinge a non derogare da questo annuale compito, nonostante il quadro che vorrei offrire alla tua attenzione sia di una complessità del tutto inusitata.

Peraltro, nei primi sei mesi di questo 2021, dedicai enorme impegno a pubblicare, in questo stesso blog, l’ “Antizuc”, una sorta di rivista periodica (che vedo tuttora a volte consultata), motivata dall’urgenza di diffondere informazioni serie in un mondo di menzogne ipocrite, martellanti, pervasive, a reti unificate.
Così fui “costretto” a mantenere un livello di attenzione molto alto circa l’evolversi degli eventi e i contributi di pensiero critico recepiti in rete, vivendo e manifestando la mia emozione a fronte di rivelazioni di realtà particolarmente forti a cui andai via via incontro.

Tali furono, in particolare, le rivelazioni di Massimo Citro e soprattutto la testimonianza di Mauro Rango (fondatore della benemerita organizzazione Ippocrateorg.org): un gruppo di valorosi medici aveva ormai dimostrato, con migliaia di casi all’attivo, la possibilità di fornire cure domiciliari risolutive ai malati di Covid; in seguito, l’accuratissimo documentario di Massimo Mazzucco “Le cure proibite” confermò il quadro di un sistema di propaganda, volto a indirizzare la globalità della popolazione unicamente verso l’avvento dei salvifici cosiddetti “vaccini”, in realtà farmaci sperimentali che modificano il codice genetico RNA del ricevente.

Tutto ciò aveva due formidabili, sconvolgenti implicazioni.
La prima riguardava lo shock collettivo vissuto nel corso dell’anno precedente, quel 2020 segnato in primavera dalle bare di Bergamo, dalla segregazione in casa, dai patetici canti corali dai balconi, dalle città improvvisamente diventate fiabeschi, stranianti, incantati palcoscenici vuoti, costellati da arcobaleni disegnati dai bambini, dai bollettini televisivi verso sera da parte degli ingessati sacerdoti della scienza ufficiale, dall’ossessiva attenzione, tuttora dilagante, per presìdi come le mascherine e il distanziamento, rivelatisi statisticamente inutili a frenare la diffusione dei contagi.
Ma anche da attività lavorative spesso colpite a morte dalla paralisi economica.
Ci avevano raccontato che serviva a protrarre il picco dei contagi per evitare la congestione ospedaliera e noi ci avevamo creduto; non fu così: il passare delle settimane e dei mesi (che vide il proliferare di quelle “cure proibite” che avrebbero potuto salvare migliaia di persone e restituire la libertà perduta alle nostre vite e alle attività lavorative) servì a radicare sempre più convintamente le nuove abitudini nella popolazione.

La seconda implicazione fu ancora più grave: il nostro ministro della salute (con la complicità di giornali, radio e tivù) aveva ostacolato volontariamente le cure efficaci, imponendo un protocollo medico doppiamente, scandalosamente nefasto, “Tachipirina e vigile attesa”, che aveva causato una criminale, abnorme quantità di inutili ospedalizzazioni e decessi.

Quel virus, uscito, forse solo colpevolmente, forse dolosamente, da un laboratorio militare cinese sovvenzionato dagli americani, agli occhi delle persone informate aveva messo definitivamente in luce il manifestarsi di progetti di sopraffazione, stretto controllo personale, spoliazione sistematica di ricchezza, probabile futuro depopolamento; progetti orditi da una banda di psicopatici dotata di un ingegneristico dominio globale della finanza, della politica, dell’informazione e di una parte consistente della magistratura.
Insomma, un piano di “grande reset” sbandierato da essi stessi, tramite una delle organizzazioni più temibili, il “Forum Economico di Davos”, capitanato da Karl Sch wab, l’ottuagenario figlio di un ingegnere che fu vicino al regime nazista.

Iniettare a tutti, a più riprese, quel maledetto siero, scarsamente efficace nel limitare i contagi e anche la stessa malattia, troppo spesso letale e comunque dannoso per la salute e la fertilità delle persone che lo ricevono; dannoso altresì per le collettività che vedono (a causa della campagna di somministrazione generalizzata) un interminabile protrarsi dell’epidemia per le varianti; inventarsi la raccapricciante necessità di sottoporre all’iniezione salvifica anche i bambini; il tutto con la scusa della sanità pubblica. E cominciare, in questo modo, a introdurre limitazioni dei diritti fondamentali, instillando nella popolazione l’abitudine che essi rappresentino soltanto concessioni per buona condotta, alla stregua dell’opprimente modello dei “crediti sociali” attualmente in vigore in Cina.

La nostra Italia, una piccola penisola insinuata nel piccolo mar Mediterraneo, così poco influente, così sottomessa in ambito di politica internazionale, si è rivelata una testa di ponte, una vera e propria avanguardia di quei maledetti piani, come alcuni importanti giornali americani vociferarono non molto tempo fa.
Lo fu (strana coincidenza?) quando nel marzo del 2020 fu il primo paese europeo a essere colpito dall’epidemia; lo è ora che un emissario diretto di quella plutocrazia di pazzi devastanti è stato messo alla guida del governo e a breve, secondo i piani, dovrebbe esserlo nello strategico ruolo di presidente della Repubblica, sostituito nel governo da un primo ministro suo vassallo.
Il settennato di presidenza, 2022/2029, calzerebbe infatti a pennello per proseguire l’attuazione della cosiddetta “agenda 20/30” del grande reset, cominciata col botto quasi due anni fa con la più preannunciata, calcolata e traumatizzante delle epidemie.
Ora, però, secondo vari commentatori fra cui Arnaldo Vitangeli (vedi qui), sembrerebbe che almeno questo nuovo flagello ci venga risparmiato, grazie ai calcoli di bottega di quasi tutti i partiti.

Già ho accennato a un crimine (contro l’umanità) ìnsito nell’editto del ministero della salute; unitamente a quello, primi e quasi unici al mondo, abbiamo subito, per chi si dissocia dall’imposizione multipla del siero transgenico sperimentale, la sostanziale privazione del diritto al lavoro (tralasciandone altri di secondo livello, come quello alla mobilità pubblica). Mi chiedo come avremmo potuto credere, solo fino a un paio d’anni fa, all’attuazione di simili scenari fantascientifici, o meglio, fantapolitici.

Non so se e con che stato d’animo tu abbia seguito fin qui il mio annuale “messaggio”.
Per me, le cose ora si complicano ulteriormente, perché vorrei ipotizzare l’evolversi dell’attuale situazione nel prossimo anno, o almeno fornire importanti informazioni e linee di tendenza.

Anche a voler prescindere da quei piani di ristrutturazione e controllo sociale su cui mi sono soffermato, a breve ci attendono comunque tempi estremamente complessi, a causa della miscela esplosiva di diversi fattori.
Il più bravo, a leggere gli scenari imminenti, è a mio parere Francesco Carrino, un giovane esperto di gestioni patrimoniali.

L’inflazione, figlia di oceaniche emissioni di denaro per sostenere le economie collassate nel 2020, costringerà la banca centrale europea a una scelta comunque devastante: o lascerà libero campo a un’inflazione selvaggia che colpisca duramente sia tutti noi, sia lo stesso mondo della finanza, oppure alzerà i tassi d’interesse, cosa che rischia di mandare in bancarotta i paesi più indebitati dell’Europa meridionale, primo fra tutti il nostro.
Secondo Carrino, il vicino crollo dell’euro e dell’Unione Europea non è un’ipotesi ma una certezza! (Vedi qui).

Sempre in ambito economico, potremmo assistere al fallimento di alcune nostre banche di grande o media rilevanza, soffocate dai debiti inesigibili, con possibile effetto domino su tutte le altre; il cosiddetto scoppio della bolla borsistisca mondiale, invece, è un’altra quasi certezza: i bilanci dei principali colossi, quotati alla borsa americana, sono gonfiati da titoli di carta straccia emessi per far fronte, ancora una volta, a voragini di debiti; prima o poi, forse già la prossima primavera, dopo il cambio della guardia nella FED (la banca federale statunitense), è opinione generale che il castello collassi.

Poi c’è la crisi delle materie prime e quella delle fonti di energia, che già cominciano a paralizzare gl’ingranaggi della macchina globale di produzione e distribuzione. Le voci di interruzioni alle forniture di gas ed energia elettrica (come peraltro sta avvenendo già da tempo in Cina), ma anche, per conseguenza, di prodotti alimentari, si rincorrono molto frequentemente.
Il nuovo Cancelliere federale tedesco, dopo l’uscita di scena di Angela Merkel, con la sua dichiarata e filoamericana avversione verso la Russia di Putin, rischia di privarci a breve degli approvvigionamenti di gas dalla Russia, come ben spiegato nell’ultimo videogiornale settimanale di Massimo Mazzucco, Roberto Quaglia e Margherita Furlan. Che nello stesso video, giusto per non farci mancar niente, illustrano anche l’attuale grado di surriscaldamento dei rapporti fra la NATO e l’asse russo-cinese, in cui l’Europa e in particolare la nostra Italia (piena di basi militari nucleari) rischiano di diventare il teatro di spaventosi attacchi militari.

Il venir meno di certezze come gas, luce e cibo, ma soprattutto (a causa dell’aumento dei prezzi e delle tasse) la difficoltà crescente a sbarcare il lunario, come c’insegna la storia, potrà portare da noi a quello scontro frontale col potere che, finora, il disagio per la deriva totalitaria del governo (sia pure manifestato nelle piazze, da Trieste in giù, in modalità e numeri quasi sorprendenti) aveva evitato. E a quel punto una stretta autoritaria dittatoriale, questa volta esplicita, potrebbe essere addirittura invocata dalla gente (vedi qui).

Tutti noi, figli del dopoguerra, non ci siamo mai dovuti misurare con un simile concentrato di minacce sulla nostra vita quotidiana.

La nostra patria e il mondo intero sembrano chiamarci a cambiamenti davvero radicali.
Ed ecco che al contempo, quasi per magia, a chi non è offuscato dalla narrazione televisiva, stanno comparendo segnali di rinnovamento e di speranza come mai si erano manifestati.
Una vera e propria rete di gruppi di mutuo aiuto, con forti componenti umanistiche e spirituali, è fiorita quasi dal nulla e trova strumento di interrelazione principalmente in ambiente Telegram; si moltiplicano i progetti di strutture di servizi alternative a quelle ufficiali, così come di ecovillaggi, che possano costituire la galassia di un nuovo modo di abitare e vivere.
La società neo-liberista, che nei decenni abbiamo visto espandersi a vista d’occhio e che ha fra i suoi fondamenti l’avidità, la sopraffazione, il consumo distruttivo, lo spreco, la competizione, ritmi e segni lontani dalla nostra vera natura, sta morendo di morte improvvisa e un mondo rinnovato, che dovrà forzatamente sposare ideali di sobrietà, di coesione, inclusione e compassione, è già in gestazione, rapida benché sotterranea.

Non sono così ingenuo da pensare che i detentori del potere mondiale, fra cui allignano geniali strateghi del male, cedano facilmente le armi, ma il loro destino è inevitabilmente segnato: sarà solo questione di tempo e di ridurre il più possibile gli ultimi atroci danni che, sentendosi braccati, cercheranno di infliggere.
L’Italia, in questo periodo, è forse uno dei luoghi peggiori dove abitare, sia per quel ruolo di avanguardia del “grande reset” di cui dicevo sopra, sia perché, accanto a una nutrita minoranza libera, illuminata e molto creativa, la maggioranza della popolazione è storicamente molto propensa, come fu durante il fascismo, a chinare la testa con sottomissione ai prepotenti di turno. E, quasi ce ne fosse bisogno, a correre in loro aiuto.

A me, sempre molto infastidito dalla cultura americana, quasi dispiace dover ammettere che, invece, è proprio là, fra gli statunitensi, che si sta verificando, grazie al loro pragmatismo e al coraggio di giudici e giornalisti liberi, un clamoroso capovolgimento degli scenari.
Con il suo incrollabile sorriso e il suo vitale ottimismo ce l’ha spiegato, dalla Florida, il giornalista emigrato Roberto Mazzoni, in questo suo recentissimo video, che mi sembra la maniera migliore per concludere la mia annuale dissertazione.

Ti ringrazio, se l’hai fatto, di avermi seguito fin qui e ti auguro giornate serene in occasione di queste ennesime, pur sempre dolci e gradite, festività di fine anno.

E i miei auguri di cuore, che sicuramente condividerai, vanno soprattutto a chi cerca, col cuore, le vie dell’umanità.

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L’ingorgo

(Diario di un resistente – 6)

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“Porca di quella troia!”
L’incipit (lo riconosco, non del tutto elegante) mi vede, all’una e un quarto di oggi, con la bicicletta appoggiata al muro vicino alla porta del sotterraneo, alle prese col gonfiaggio. Penso, peraltro, che sia lecito lasciarsi andare a qualche simpatica esclamazione, se, accovacciato in posizione scomodissima, usi tutta la forza delle tue dita per stringere la vite della pompa alla valvola, nonché tutta la tua concentrazione per agevolare il percorso geometrico del tubo dell’aria e poi, ancora una volta, al primo stantuffo della pompa, pluff!, il bocchettone beffardamente si divincola e rimane pencolante.
Comunque.
Sì, comunque, grazie anche a quelle imprecazioni, alla fine la doppia operazione riesce abbastanza bene e di lì a poco mi permette, in preda a tutt’altro stato d’animo, di pedalare in una splendida giornata di sole, verso la trattoria di Tonino.
La pressione dei pedali ha qualcosa di stranamente gradevole, dopo aver fatto anche, in mattinata, un’ora di corsa podistica fra le mie campagne suburbane, lo sguardo attirato dagli spazi verdi nitidi freddi e silenziosi di un magnifico incipiente inverno. Da qualche tempo mi piace associare il mio allenamento settimanale con il grande svago del pranzo, abbondante e abbondantemente innaffiato di vino rosso, in quell’ambiente che sento amico e dove giungo, così, già bello tonificato nel corpo e nello spirito.

Nell’arrivare, noto la coda ferma dei camion nel tratto autostradale interno alle corsie della tangenziale e, quando parcheggio la mia fedele due-ruote-gonfie, mi accorgo che anche qui, vicino allo svincolo, il traffico è semiparalizzato, cosa che agevola i miei attraversamenti a piedi.
Cammino accanto, prima di passargli davanti, a un autotreno e, per qualche attimo, mi sembra di percepire la maledetta situazione, più che mai sacrificata, di chi conduce quell’attività, così legata ai nostri modelli di consumo.
Di una società (con i suoi riti, ricchezze, miserie, valori, stridori) prossima al collasso, com’è ormai facile previsione di chi s’informa.

“Un camion si è ribaltato in zona Roveri, un macello” spiega Tonino, come sempre privo di museruola, a due giovani avventori, calabresi come lui.
Poi mi vede, nel tavolino in fondo: “Oh Francesco, buongiorno!” “Buongiorno, mister!” e gli spalanco un sorriso.
La sala, vuoi per l’orario, vuoi per l’ingorgo, non è molto piena, e correttamente ventilata, senza che l’aria fresca dia fastidio.
Alla mia sinistra una delle presenze immancabili, una giovane dai capelli scuri, dagli splendidi occhi azzurro intenso e dall’atteggiamento molto schivo, che lavora in un importante maneggio non lontano, attende l’inseparabile suo compagno di mensa, un uomo certamente oltre la cinquantina, dallo sguardo sottile, l’aspetto fine e i capelli grigi, che arriva poi un po’ trafelato, vittima anche lui del gigantesco ingorgo. L’intesa, immancabile e costante nel dialogo fra i due, è sempre di una forza esclusiva, occhi negli occhi, un vero e proprio corto circuito; finora, anche per questo motivo, li avevo considerati una coppia non convenzionale, ma poi oggi ho sentito qualcuno dire a lei: “È arrivato anche papà.”
I capelli del mio coetaneo Tonino, lisci a coronare il suo viso rotondo e sempre propenso alla battuta amichevole, osservo che sono invece troppo neri per non essere tinti.

Oggi mi sono preparato, ho un argomento caldo caldo, di quelli che piacciono a lui e che ci accomunano, nella visione disillusa della pazzesca, fantascientifica attualità di questi nostri tempi: si tratta del processo alla complice di Jeffrey Esptein (buonanima, quest’ultimo, …per così dire) e che vede coinvolti, nelle scorribande aeree a scopo sessuale (con ragazze schiavizzate) nella di lui isola privata, personalità appartenenti o molto vicine alla cupola dei grandi potenti, del calibro di Billy the Kid Ga-tes (che proprio per questo vizietto si giocò il legame con la moglie/complice Bella-Belinda),

complici

nonché di Andrea, terzogenito della regina Elisabetta, e ancora, fra gli altri, di un altro Bill, l’ex-presidente Cli-nton.
Ma lui, Tonino, lo vedo, ha argomenti che ritiene, forse a buon diritto, ancora più caldi e che non vede l’ora di snocciolarmi.
Con manovra di avvicinamento simile alle cinciarelle che vengono a beccare i semi di girasole sul mio davanzale, eccolo al cospetto del mio tavolino. “Hanno arrestato il consigliere di Biden” è la prima bordata; “Un tenente colonnello australiano ha promesso un nuovo processo di Norimberga, in mancanza di una resa incondizionata di quell’attuale regime, che è peggio del nostro,” è la seconda; ma tiene per ultima, come in un crescendo rossiniano, la terza: “Il figlio di Robert Kennedy…” “Robert Kennedy junior, è uno bravo” cerco di intromettermi per non soccombere: “Sì, lui, sta pubblicando un libro in cui denuncia i crimini di Anthony Fau-ci, fra cui una strage di migliaia di bambini.”
“Caspita questa è davvero enorme, anche per la popolarità dell’autore.” “E per scrivere un libro,” conclude Tonino, “deve avere certamente le prove.” Poi si lascia andare a commenti di grande, scandalizzato disgusto nei confronti di quel simpatico mentitore seriale dal cognome italiano, giunto a notorietà anche da noi dall’inizio del grande circo pandemico.
Infine tira fuori ancora una volta la storia che lo stesso personaggio sia figlio segreto di Madre Ter-esa di Cal-cutta, al che ribatto: “Mah, questa non mi sembra molto verosimile” e lui rincara la dose spargendo veleno anche su quella famosa (peraltro certamente discutibile) piccola suora albanese.
Concordiamo che tanti diversi fenomeni paralleli lasciano sperare che il castello crolli presto.
È sempre bella la nostra esplicita, reciproca voglia di illuderci.

Alla fine del lauto pranzo (un abbondante piatto di mezze maniche al sugo di melanzane, cicoria aglio e peperoncino saltata in padella, il tutto con tanto pane morbido e croccante; crème caramel, e mezzo litro di rosso), ordino il caffè alla nuova cameriera, una ragazza un po’ formosa, dal fare piuttosto deciso. Di solito, quando il locale è pieno, lo vado a bere al banco, prima di pagare il mio davvero contenuto importo forfettario, così da scambiare le ultime parole col mio amico. Ma oggi, come dicevo, la gente è poca, e poi lui sta mangiando, anche lui le mezze maniche, nel tavolino di fronte alla cassa.
“Ci vediamo sabato, credo.”
Dimostra di apprezzare molto il mio proposito e mi saluta col consueto grande calore.

D’altronde le alternative, per chi come me non si è piegato al ricatto pseudovaccinale, non sono molte: così ho un’ottima scusa per tornare spesso in quella confortante enclave di resistenti.
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