24-6: Furlo: le gole della connessione

La mancanza di problemi e disavventure della tappa di ieri mi aveva un po’ viziato, cosicchè mi aspettavo per oggi una replica, anche perché il tipo di percorso sembrava simile: tutto su un’unica provinciale di una certa importanza, salvo gli ultimi pochi chilometri, quelli fra Acqualagna e Furlo, piccolo centro abitato che dà il nome alla relativa “Gola”, dove un albergo mi stava aspettando.
Non è andata così, e ho avuto una nuova razione di gioie dolori e avventure, da fare impallidire lo sbrigativo tizio dell’Amaro Montenegro…

Alle sei e un quarto di una domenica di fine giugno, anche un paese vivace come Piobbico dorme un sonno profondo.

Il cielo è limpido, ma l’aria è freddissima e il sole indugia a lungo dietro le montagne, prima di cominciare a irradiare direttamente luce e calore.

Ho già effettuato e faticosamente pubblicato su Facebook il giornaliero breve video, con un buongiorno agli amici, ma, ripensandolo e riguardandolo, non mi piace: mi sembra povero di contenuti, sia nel parlato che nelle immagini.
Anche perché la strada, allontanandosi dal paese e fiancheggiando un torrente in piena, adesso si è introdotta in una stretta valle piuttosto bella, tanto più nei giochi di luci e ombre del primo mattino.

E allora decido di rimuovere quel filmato da Facebook e di girarne uno nuovo, che in effetti mi riesce molto meglio.
La pubblicazione di un video presuppone lunghi minuti di trasmissione; ora poi che, avanzando lungo questa valle la connessione è diventata instabile, il mio povero tablet è messo a durissima prova.

L’operazione si conclude felicemente e il mio messaggio può dunque raggiungere la piccola ma affettuosa platea degli amici, ma a un costo inatteso: la carica della batteria è precipitata a livelli inaccettabili, rispetto al bisogno che ne avrò per controllare il percorso e scattare fotografie.
Un iniziale e inatteso allarme, dovuto questa volta alla sfera comunicativa del mio viaggiare, a cui innatamente ho sempre dedicato tantissima attenzione.

La valle tende ad aprirsi, mentre la limpidezza di questa mattinata evoca scenari d’alta montagna.
Mi assumo il rischio calcolato di scaricare del tutto la batteria e non rinuncio a scattare fotografie.

Tanto, prima o poi troverò un bar con una presa di corrente, e fino quasi alla fine oggi non avrò bisogno di controllare il percorso.

Il tablet si spegne, abbandonandomi a me stesso e all’impossibilità di nuove immagini, se non con la macchinetta digitale, con cui peraltro riescono meglio, salvo il fatto di non poterle pubblicare in giornata.

Alle otto e mezza, a sorpresa, compare un bar. Evviva, si può tornare a regime!
Bisognerà solo pazientare finchè la carica torni a livelli tranquillizzanti, ma essere partito questa mattina molto presto mi dà un bel vantaggio.

Trascorro qui un’ora della mia giornata, facendo inizialmente salotto col cordiale gestore e due piccoli gruppi di anziani uomini e donne, poi leggendo i quotidiani, buttando l’occhio sul grande teleschermo, mentre gruppi di persone più giovani si alterneranno a consumare i loro cappuccini e brioche.

Finché si può chiudere la parentesi inattiva e ripartire.
Foto ricordo del bar…

La giornata, ora che sono le nove e mezza, è come di una bellezza più matura, salda e forte: una gioia per gli occhi e il cuore.
Ma qualcosa è cambiato e rovina la festa: è aumentato molto il traffico, soprattutto di motociclette, che cercano unicamente la velocità come se corressero in un circuito, ferendo a morte, con i loro rombi metallici, l’armonia di questa ampia, luminosissima valle.

Non rinuncio a fare foto, nelle ore successive di cammino, in cui posso avanzare senza problemi.

Poco prima di mezzogiorno, e di entrare nella centro abitato di Acqualagna, fa la sua spavalda apparizione un grande supermercato.

Mi fermo a fare provviste e il bottino è così abbondante che, per poter richiudere lo zaino, devo estrarre la blusa da pioggia e sistemarla di traverso, sporgente sotto la tasca/coperchio superiore.
È ora anche di indossare il cappellaccio contadino e gli occhiali da sole.

Una strada laterale si stacca dalla provinciale, diretta verso il centro.

E presto, inizialmente con grande piacere, entro in “modalità montagne russe”, quando cioè Google Maps sembra divertirsi a farmi evitare i percorsi più prevedibili.

Percorro una via residenziale parallela alla principale

poi entro in una zona artigianale.
Parallelamente, alla mia destra, corre la provinciale, in parte su viadotto, e poi il fiume.

La connessione viene meno: devo basarmi sulle mappe scaricate alla vigilia. E queste mi indicano che devo piegare a destra, oltrepassare la provinciale, poi girare subito a sinistra costeggiando il fiume.

Imbocco una strada a destra, che in effetti passa sotto la provinciale, poi, per mantenere il fiume sulla mia destra non c’è che questa strada bianca

che mi porta a sbattere contro questo ostacolo.

Niente paura, lo aggiriamo…

ma il sentiero finisce nella vegetazione fitta.
Brutta storia, ci risiamo.
Torno inevitabilmente sui miei passi, mi sembra di capire che la prima deviazione da prendere a destra fosse più avanti, ma nessuno me lo garantisce.

E invece sì: quando non ci speravo, torna un minimo di connessione, che mi permette di farmi indicare la via dal navigatore, che conferma la mia ipotesi.

È l’ultimo aiuto possibile, perché i tentativi di connessione hanno nuovamente esaurito la carica.
Ma sarà sufficiente a percorrere, con sempre maggiore sicurezza, quegli ultimi tre chilometri che mi separano dal traguardo, che raggiungo all’una, quando il sole è quasi allo zenit.

Sembrerebbe il classico lieto fine, e invece devo ancora affrontare delle nuove insidie.

La camera è, come le altre, su una palazzina esterna a un solo piano.
Ho già cominciato a disfare lo zaino, quando decido di chiudere la porta e spalancare le persiane dell’unica finestra, che apro a tal fine.

Con spavento la richiudo di colpo: attaccato a un’imposta, in alto, c’è un nido di vespe
e non ho fatto in tempo a richiudere la finestra che una mi è entrata in camera.
Spalanco la porta e le faccio capire che è un’ospite indesiderata; ci mette un po’ di tempo ma poi si accomoda, proprio mentre sta passando la signora delle pulizie, insospettita dalla porta aperta.

Le mostro il nido, blocco con forza il suo insano istintivo gesto di aprire la finestra.
Poi decidiamo di chiedere un’altra camera, disabitata.
Mentre va a sentire, ricompongo lo zaino, e quando torna con la nuova chiave sono pronto per il trasloco.

Una bella doccia fa sempre i miracoli…
Apro il rubinetto della calda e la lascio scorrere a lungo, prima che raggiunga una temperatura accettabile e mi permetta di entrare.
E poi, misteriosamente, dura poco: il risciacquo finale è freddo. Rimpiango i rubinetti invertiti del castello di Piosina.

Ciò che non poté la doccia viene poi riscattato da una mangiata abbondantissima dalle mie provviste, con tanto di una forte salsa tartufata, specialità locale.
Rinuncio al riposino: devo finire di accordarmi col gestore per partire molto presto domattina, e chiedergli dove posso trovare una zona dove la connessione wi-fi funzioni.

Mi indica il salone delle feste, su al primo piano: potrò andarci in qualsiasi orario. Il nido di vespe evidentemente mi ha procurato dei crediti.
Gli chiedo anche quanto dista la Gola.
Come immaginavo, poco più di un chilometro.

Non si può essere venuti fin qui e non visitarla.
Non fremo dalla voglia di camminare, ma senza zaino le gambe vanno veloci.

Subito dopo, non c’è tempo da perdere: mi aspetta il salone delle feste per rispondere ai commenti su Facebook e scrivere questo diario.

La connessione qui, inizialmente, è discreta, poi si deteriora, stranamente subito prima che il gestore compaia improvvisamente anche lui, in cerca a sua volta di internet.
Anche solo digitare on line è diventato una pena: evidentemente la concorrenza in rete fa crollare l’efficienza.

Termino fuori linea la scrittura del diario, senza caricare le fotografie, sdraiato qui sul letto.

E rimando a domani questo e ogni altro pensiero.

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23-6: In discesa libera a Piobbico

Questa è la facciata del bar diversamente accogliente, presso cui ho comunque soggiornato in modo tranquillo e confortevole.
La colazione mi è stata servita da una signora anziana gentilissima e due frequentatori mattutini, grossi, e anziani a loro volta, mi hanno rivolto parole cordiali.
Quando esco, senza aver avuto il piacere di salutare Cerbero, sono le sette e un quarto.

La pioggia di ieri pomeriggio ha reso l’aria tersa, solcata da folate di vento freddo, e le luci molto forti e contrastate. È bello e vitalizzante incamminarsi in questo clima.

Una tappa facile, oggi: venti chilometri di discesa, tutti su questa strada, curiosamente statale fino al confine regionale fra Umbria e Marche (che raggiungo presto) e provinciale di lì in poi.

Oggi niente incontri ed eventi leggendari: solo quattro ore e un quarto di cammino senza soste, nel progressivo risvegliarsi del traffico veicolare.
Mi aspettavo di incrociare molti ciclisti, oggi che è sabato, ma qui, nella regione di Valentino Rossi, sono soprattutto i suoi emuli a sfrecciare velocissimi e a rombare violentemente, sfregiando l’armonia di questa verde valle e di questa luminosa giornata.

Non mi resta dunque, per questa volta, che lasciare la parola a una nutrita collezione di immagini.

In quest’ultima immagine ripresa nel centro di Piobbico, che vive con vivacità un sabato di fine giugno, ho inquadrato l’albergo dove passerò questa prima notte marchigiana sul mio cammino.

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22-6: La favolosa conquista di Bocca Serriola

Strano posto, il mio alloggio della scorsa notte. Lo definirei in stile “rustico-castellano”: arredamento, infissi, illuminazione, perfino la tinteggiatura, sono tesi a evocare l’atmosfera di un antico maniero, a una potenziale clientela agiata in cerca di capricci e suggestioni, e che tuttavia non può rinunciare a una bella piscina nel giardino.
Ma più di qualcosa non torna: diversi interruttori e prese di corrente sono alloggiati alla meglio, i rubinetti del lavandino non chiudono bene, l’erogatore della doccia è scomodamente fisso e, se fai lo sbaglio di aprire il rubinetto in finto ottone recante una piccola dicitura “hot”, esce acqua sempre più fredda, perché l’idraulico tifernate (cioè abitante di Città di Castello) ha pensato bene di associare la calda, diamine!, alla scritta “cold”.

L’immagine fotografica risulta generosa nei riguardi dell’illuminazione, in realtà molto più opaca.
E questa è la sala del banchetto, ovvero della ricca colazione,

che viene predisposta dal gestore questa mattina poco dopo le sei, ché tanto lui, da castellano, si alza sempre alle cinque.

Comunque, a dispetto di tutta questa pompa magna, alla fine il conto, come concordato, è più che ragionevole.

Per la prima volta da quando sono partito, oggi il sole è velato e nel pomeriggio è prevista pioggia.
Dovrei comunque percorrere i ventuno chilometri fino al valico di Bocca Serriola, nonostante la molta salita, in tempo utile per evitarla.

Uscito dal piccolo paese di Piosina, affronto per lungo tratto una zona pianeggiante, in cui i fabbricati artigianali e residenziali stentano a cedere il posto alla campagna umbra.
Ma poi finalmente si comincia a ragionare: un’invitante strada, dapprima asfaltata poi bianca, mi offre un primo assaggio di isolamento.
Sarà proprio questa, la netta e principale caratteristica di un’altra bellissima tappa del mio viaggio verso l’Adriatico.

L’avevo letto, snobbandone allegramente il sugnificato, quell’avviso di strada interrotta.
Ma poi a un certo punto i nodi vengono al pettine: dopo una prima indicazione di ponte sprovvisto di protezione, ce n’è una seconda più imperiosa: il ponte è dissestato.
E si presenta così,

con quel muretto, senza appigli, da valicare.
Riscopro l’innata ebbrezza dell’avventura; mi tolgo lo zaino, lo sistemo oltre il muretto e in un paio di tentativi mi ritrovo ad aver domato l’ostacolo.

Al di là del ponte, comincia un lunghissimo, interminabile tratto in cui la strada, a tratti asfaltata (più o meno) a tratti bianca, si dipana in un regno misterioso e selvaggio, dove le tracce umane sembrano scomparse, non fosse per la presenza di qualche campo coltivato.

Il sottofondo lieve e continuo di cinguettii rende l’atmosfera ovattata; il ritmo stesso del cammino sortisce un effetto ipnotico.

La copertura telefonica e telematica, del tutto assente, enfatizza un senso di isolamento assolutamente inedito e, allo stesso tempo, lievemente inquieto ed emozionante.
Per il percorso devo affidarmi alle mappe scaricate alla vigilia e, se è vero che non sono comparsi bivii o diramazioni degni di nota, è anche vero che i punti di riferimento, per capire dove mi trovo, sono scarsissimi.

Ce n’è uno, in realtà, strategico: l’indicazione di una deviazione per un agriturismo, di cui incontro un paio di cartelli segnaletici che invitano a proseguire.
La cosa in realtà non serve a rassicurarmi del tutto, se non nel momento in cui mi appare proprio quella specifica deviazione con una bella freccia.
Il conforto è quasi esaltante.
Di lì a non molto un’ulteriore conferma: all’orizzonte si stagliano le case del primo paese situato sulla strada statale per Bocca Serriola.

L’immissione sulla statale, che sancisce la fine dell’interminabile sentiero selvaggio, merita una fotografia.

Si apre ora l’ultima parte del tragitto, in cui bisogna solo amministrare la fatica e mantenere un’andatura veloce. La salita è costante ma meno ripida di quella affrontata un paio di giorni fa.

La scarsità del traffico mi permette di tagliare le curve senza pericolo. Ci vuole solo prudenza, che significa arrestarsi sul margine della strada, ogni qual volta senta sopraggiungere alle mie spalle un’automobile o un camion.

Faccio i miei calcoli sulla presumibile ora di arrivo al valico, che stenta a dare tracce di sè.
Dovrei arrivare intorno a mezzogiorno.

E infatti a mezzogiorno compare, se non l’indicazione del passo, un’incoraggiante piazzuola con panchine, di fronte a un caseggiato con l’insegna di bar e tabacchi.
Benché in evidente prossimità della meta, mi concedo una piccola sosta.

Il passo, con i suoi settecentotrenta metri (quota massima di tutto il mio viaggio), è appena oltre la curva.
Non trovo quelle splendide vedute che a colazione mi aveva preannunciato il castellano di Piosina; devo accontentarmi di quest’immagine.

Dal passo si dirama una strada in salita per il rifugio del CAI dove dovrei alloggiare: per telefono il referente mi aveva indicato di rivolgermi al bar, chè lui oggi non avrebbe potuto esserci.
Quando raggiungo il vicinissimo rifugio

e lo trovo chiuso, capisco che il bar in questione è quello di prima, di fronte a cui mi sono appena fermato.
E torno a raggiungerlo.
Ed entro.

Il comitato d’accoglienza, con tutti gli onori, saluta l’avventuroso eroe che ha or ora conquistato la vetta.
Beh, non è andata precisamente così.

“Dovrei pernottare al rifugio, mi hanno detto che non ci sono problemi.”
Il tizio mi fa il terzo grado:
“Da dove viene, di qua o di là?”
“Di qua, cioè di là, ora, perché sono andato fino al rifugio,”
“Ma l’ha vista la casa rossa? Se viene di qua deve averla vista.” Il tono è di sfida.
“Insomma sono andato al passo, ho preso la stradina per il rifugio poi sono tornato indietro, vengo da Città di Castello.”
“Ma lei ha parlato con Leandro?”
Lo scontro, sempre più serrato, dura un tempo assurdo, finchè il comitato d’accoglienza, nella persona di questo insopportabile tizio, scopre finalmente le sue carte
“Sì, Leandro mi aveva avvertito, ma volevo capire se era proprio lei” e, per fortuna, mi dirotta su una ruspante e formosa giovane signora umbra, di tutt’altre maniere.
Lei mi propone un alloggio nella foresteria al secondo piano, a mezza pensione con la cena.
Affare fatto.

E in questo comodo miniappartamento, dopo una bella doccia e uno spuntino (gli avanzi della spesa di ieri), mi godo nel pomeriggio, dalla finestra, lo scrosciare della pioggia, là sotto, sullo spiazzo delle panchine.

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