13-7: Incontri in Lucchesìa

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Credo che i momenti più belli di questa straordinaria avventura, che si concluderà domani, siano legati a sensazioni interiori che ho vissute, come la maggior parte del viaggio, in solitudine.
Una sorta di sottile stato di grazia, benedetto, impossibile da programmarsi, che è venuto talvolta a farmi visita; frutto di chissà quanti e quali fattori, eppure leggero e intangibile come il volo di un uccello.

Oggi è tornato e mi ha assistito, nel corso di una tappa pianeggiante di ventidue chilometri, esondante di luce, sole, vento amico, aria limpida, bellezza, e di una sorprendente serie d’incontri.

In questo caso, anche le potenziali difficoltà derivanti da una notte di riposo, come sempre breve, ma questa volta anche ostacolata da una piccola, aggressiva squadriglia di zanzare, nulla possono a contrastare quella particolare sensazione di benessere.

Non può mancare, all’inizio del resoconto, l’ormai consueto saluto del sole nascente, un quarto d’ora dopo la mia partenza alle sei.

Il paese successivo a San Macario in Piano, dove ho pernottato, si chiama Ponte San Pietro e una statua lo ribadisce.

L’avvicinamento alla città di Lucca è impreziosito da scorci panoramici.

Il fiume Serchio mi appare vasto e movimentato da piccole cascate.

Alle sette e un quarto sono nei quartieri fuori porta della non molto estesa città. Una signora sfrutta con la ramazza le ore mattutine di questo lunedì di luglio.

Ed ecco le famose mura che, perfettamente conservate, cingono il centro storico.

Entro da Porta San Donato…

…e poi faccio in modo che la bellezza che mi circonda accetti il gioco eccitato dei miei scatti fotografici.

Per ultima, l’espressione un po’ snob di Giacomo Puccini, non lontano dalla sua casa natale.

Dopo aver fatto il pieno, con gli occhi e con la macchinetta, nell’uscire dalla città cerco di mantenere una buona andatura.
Oggi ho un appuntamento, che si ripete due anni dopo un primo insuccesso.
Oriana, che quest’anno ha posto termine alla sua fantastica carriera di fabbricatrice di statuine del presepe, abita proprio da queste parti, a metà strada fra Lucca e Capànnori, nel cui centro devo passare.
Lei, come altre ex-ascoltatrici di una vecchia trasmissione di RadioDue, è una socia fondatrice del blog di Amanda, da Padova (la quale, da “prima inter pares”, è ormai da tempo diventata unica scrittrice); le conobbi entrambe personalmente, in una sorta di gioioso raduno sociale che fu organizzato una domenica a Bologna ormai molti anni or sono.

Come dicevo, già due anni fa di quest’epoca sarei dovuto passare di qua, nel corso del mio viaggio fra i due mari, da Forte dei Marmi a Senigallia, ma fui costretto a eliminare le prime tappe, recandomi poi in treno fino a Empoli, a causa di un terribile malanno intestinale che mi prese per un’intera settimana proprio alla vigilia.

Sto mantenendo l’andatura giusta per essere in centro a Capànnori alle nove e un quarto (come in effetti riuscirò), quando, ormai non lontano dalla città, vengo distratto da un altro incontro, non programmato.
Dapprima è un fastidioso ticchettio insistente alle mie spalle, poi finalmente si materializza, in un giovane bardato di zaino e racchette, dall’andatura un po’ più veloce della mia.

Si chiama Luca, riminese residente a Milano, partito dal Gran San Bernardo e diretto a Roma in un unico viaggio.
Gli manifesto la mia sorpresa di questo primo incontro sulla mia stessa via (a eccezione dell’elettromonopattinatore, di cui gli racconto divertito), che avviene durante la mia quindicesima e penultima giornata di cammino.
Ribatte che, a partire da queste zone, ci sono i tratti più frequentati di tutto il tragitto, e aggiunge che ha già incontrato una famiglia di tre persone che dovrebbero essere in zona.
Concorda con me sul valore e i vantaggi del cammino solitario.
Gli dico dell’appuntamento che ho a breve, ma poi è lui a congedarsi, fermandosi con l’urgenza o la scusa di bere.

Manca ormai pochissimo, in metri e in minuti, al mio arrivo puntuale all’appuntamento, eppure faccio in tempo a scorgere la famiglia di camminatori.

Sono un po’ in imbarazzo: temo che, incontrandoli, mi facciano perdere tempo proprio ora. Ma non posso fare a meno di raggiungerli, perché procedono piuttosto lenti.
Me la cavo con un: “Buon cammino!” in fase di sorpasso.
Ricambiano l’augurio, i due placidi genitori con la giovane figlia.

L’odierno traguardo intermedio è ormai in vista.

È Piero, il marito di Oriana (che non conoscevo), a chiamarmi, prima che scorga anche lei.

Poco dopo siamo seduti al tavolino di un bar, a conversare animatamente di luoghi e itinerari, poiché sono camminatori appassionati anche loro, benché attualmente Oriana sia bloccata dal decorso di un intervento al ginocchio.

Con grande premura nei confronti dei miei tempi odierni di cammino, i miei amici sollecitano la conclusione del piacevolissimo incontro, non prima però di qualche foto e di un “selfie” a tre, che lei si ripromette di inviare anche alla nostra amica comune.

Ci salutiamo con calore nella piazza di Capànnori, poi il mio cammino, più leggero e motivato che mai, riprende nella giornata sempre più luminosa e piacevolmente ventilata.

Nell’uscire dal centro abitato, torno a superare la famigliola camminante.
Questa volta scambio qualche parola anche con loro.
Sono di Brescia e stanno percorrendo una porzione di poche tappe del cammino francigeno, come già avevano fatto l’anno scorso.
Dico loro che anch’io l’ho spezzato in tre segmenti e conto di arrivare a Roma, da San Miniato, l’anno prossimo.
Poi ribadisco il “buon cammino!” e me li lascio alle spalle, andando a incontrare dapprima una bella campagna,

poi una zona artigianale.

È poi la volta di una zona residenziale di ville:

siamo alla periferia del paese di Porcari, sopra il cui centro, poi, svetta la chiesa di San Giusto.

Sul finire del paese, una panchina all’ombra mi invita a una piccola pausa di riposo e di verifica sulla mappa di quanto manca.

Con sorpresa, vedo sopraggiungere un’altra accoppiata di viandanti: questa volta sono due giovani donne.
“Altopascio?” mi rivolgo a loro alludendo alla destinazione.
Ovviamente confermano.
Loro sono di Milano, sono partite solo oggi da Lucca e faranno le tappe fino a Siena.
Come me, anche loro hanno prenotato tutti gli alloggi fin dall’inizio.
I discorsi fra viaggiatori a piedi che s’incontrano si assomigliano tutti; non è così, tuttavia, per i contatti umani che s’instaurano.
Senza neanche accorgermene, sto conversando quasi a tu per tu con una sola di queste due giovani.
Mi attrae il tono e ritmo quieto della sua voce, la sua spontaneità, il suo bel viso. Mi accorgo che, nel parlarle, non evito di guardarla negli occhi scuri con particolare intensità, in qualche modo ricambiato.
È naturalmente questione di pochi momenti, ma, nel vederle poi allontanarsi dalla mia panchina, resto con la consapevolezza e il sapore della misteriosa forza che può celarsi in un incontro.

In una giornata idilliaca e festosa come questa, anche l’immancabile errore di percorso ha connotati e costi molto morbidi:

Questa è la deviazione dalla Via Romana di cui non mi avvedo (anche perché segnalata poco vistosamente), che fotografo al mio secondo passaggio, con un aggravio trascurabile di strada e tempo.

Un particolare “fiore di campo” attira la mia attenzione. Cerco di immaginare la scena di chi si è recato qui, ha fermato la macchina e dal bagagliaio ha estratto e depositato il suo souvenir.

Ma ecco, previsto dalla mappa, il supermercato PAM, strategico per il mio pranzo odierno.

Prima di entrare, telefono al bed and breakfast, situato prima del centro abitato di Altopascio, confermando alle tredici il mio orario d’arrivo.
“Noi siamo qui” mi rassicura una voce d’uomo quieta e matura.

Nonostante il sole molto caldo, la ventilazione mi ha impedito di sudare: l’aria condizionata del supermercato non è traumatica.

Anche se gravato da un sacchetto pesante (c’è pure una birra fresca da mezzo litro), affronto l’ultima mezz’ora di cammino con slancio e la voglia di catturare ancora immagini.

L’ultima è quella del mio alloggio, che riesco a identificare senza problemi.

Il bello dei “bed and breakfast” è l’estrema varietà che offrono, sia di soluzioni abitative, sia di contesto, sia di rapporti con i proprietari.
Qui mi hanno dato una camera e un bagno nello stesso loro appartamento; molto gentilmente, mi hanno permesso anche l’uso della loro cucina, che oggi mi è stata preziosa.
Mi sembra un po’ di essere in casa d’altri, ma non mi dà fastidio perché si sono dimostrati molto rispettosi.

Domani conto di partire ancor prima del solito.
La mia ultima tappa è lunghissima e l’esperienza insegna che l”unico antidoto, in questi casi, è una partenza anticipata.

Buonanotte!


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12-7: Tutte le vie portano a Lucca

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La pausa di riposo viareggina, che mi ha utilmente e sorprendentemente straniato da questa mia nuova ubriacante sarabanda di esperienze di viaggio, mi ha permesso anche di rivedere, oltre a Massimo che mi ha ospitato, altre persone care.
Fra queste, un’amica piuttosto recente, giunta a Viareggio in tempo per partecipare all’ “ultima cena”, preparata da lui.
Si chiama Daniela e la conobbi in occasione di un convegno ecologico da queste parti, lei in veste di relatrice come vicepresidente di una società.
Oggi mi affiancherà, nella tappa che si dirige nuovamente verso il filo d’Arianna francigeno e, una volta ritrovatolo, verso Lucca, con arrivo a San Macario in Piano.
Abbiamo appuntamento alle sei e mezza davanti alla stazione.

Ripercorro a ritroso, di primo mattino e con il consueto buongiorno del sole nascente, l’ultima mezz’ora del lunghissimo tragitto di giovedì scorso.

Il porto-canale, questa volta, è abitato.

Giunto all’appuntamento, dove Daniela mi sta già aspettando, ci incamminiamo nel sottopassaggio per oltrepassare i binari, prima che le scatti la foto di presentazione per gli amici di questo blog.

Un po’ di nuvolaglia genera spettacolari effetti in cielo e una luce un po’ lattigginosa ai paesaggi di questa prima parte.

Superata una zona lacustre,

questa tranquilla strada ghiaiosa mi riporta nuovamente, con la mia nuova compagna di viaggio, verso le colline,

che affrontiamo agevolmente, su strade battute dai primi ciclisti di questa domenica mattina.

Sono già le nove e un quarto quando passiamo dalla località di Panicale, decidendo di non fermarci.

Di lì a poco, l’evento che complica anche questa tappa, regalandoci una breve ma sgradevole entrata in “modalità emergenza” (durante la quale non penserò a fare fotografie).

I primi segnavia della Francigena, avvistati da Daniela, sono accolti dal nostro entusiasmo.

Dapprima ci portano su una strada secondaria, poi, in un formato che ci lascerà forti dubbi d’attribuzione (semplici piccole strisce di vernice bianco-rosse), su per un sentiero in ripida salita.

Intanto mi accorgo di aver commesso un errore d’imprevidenza: guidato fin qui da Google Maps, non ho provveduto a caricare, finché c’era connessione, la mappa dell’applicazione, che ci deve servire per il resto dell’itinerario.
Siamo al buio, e lungo una traccia non sicura.

Una piccola radura sembra prometterci l’agognato contatto con la rete, ma purtroppo entrambi i nostri apparecchi restano, proprio come noi, in modalità “E” come emergenza.

Scorgiamo un paio di giovanotti, dall’accento marocchino.
Mentre io continuo a cercare di cavare un ragno dal buco dei nostri apparecchi, Daniela, ad alta voce da distante, chiede loro se il sentiero che stiamo percorrendo sia quello francigeno verso Lucca.
Otteniamo una conferma abbastanza sicura.

Fortuna vuole che, quasi immediatamente, si riattiva la connessione del mio tablet, con mio immenso sollievo.
Ricarico la mappa e vedo che siamo, invece, molto lontani dalla traccia.
Dietro-front.

Solo una volta tornati sulla strada principale, e percorsane un tratto, verremo a capo di quell’impropria deviazione che ci aveva tratti in inganno: si trattava di una variante al percorso ufficiale che passa per Gualdo anziché per Valpromaro; entrambe dirette poi a Lucca.
Rinfrancati dalla tracciabilità dei nostri passi, proseguiamo fino a trovare il vero innesto del nostro percorso di avvicinamento con quello della Via Francigena.

La “Casa del Pellegrino” di Valpromaro,

poi, dopo tratti panoramici in cui concediamo un po’ di riposo alle nostre gambe,

il suggestivo e fiorito borgo di Piazzano:

Un maestoso gigante verde assiste al nostro passaggio,

che ci porta nell’ultima parte del percorso:

una stretta strada asfaltata, percorsa da rari veicoli, fiancheggia una gola in cui scorre un torrente.
È un rettilineo, lungo una valle che sembra isolata dal resto del mondo, con un fascino tutto speciale.
Il sole di mezzogiorno, intanto, batte senza pietà, inizialmente non contrastato da alcuna brezza.
Sembra di dover procedere all’infinito; Daniela soffre il caldo più di me e mi chiede di fare un’altra breve sosta, sotto la sparuta ombra di un albero.

Poi si riprende, fino alla sospirata confluenza con la provinciale Sarzanese

e, di lì a non molto, con la traversa in fondo alla quale c’è la mia nuova dimora.

Veniamo accolti da una coppia con una bambina.
Gli ambienti sono freschi; la gentilezza di queste persone è davvero straordinaria.
Permettono senza problemi una doccia anche a Daniela, a cui forniscono le indicazioni dei mezzi per raggiungere Lucca. La signora si rammarica anzi di non poterla accompagnare in macchina, a causa di un suo impegno.

Dopo la doccia rigenerante, possiamo affrontare a cuor leggero anche un altro chilometro di cammino, fino al ristorante (e all’adiacente fermata dell’autobus per Lucca), che ci sta aspettando nonostante siano ormai le due e mezza.

Una rinfrescante insalata e una pastasciutta terminano in gloria la nostra gioiosa fatica.
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9-7: Su e giù per la Versilia

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Per raggiungere Viareggio e la relativa sospirata sosta di due giorni e mezzo, avevo due opzioni: abbandonare subito il tracciato francigeno puntando direttamente verso il mare, oppure seguirlo il più possibile, cioè fino ai dintorni di Capezzano Piànore.
Nella prima ipotesi, avrei dovuto affrontare un percorso di ventuno chilometri del tutto pianeggiante; nell’altra, di ventisei chilometri con diversi saliscendi.

Avevo già da tempo scelto la seconda, per limitare le deroghe all’affascinante “Cammino” che sto percorrendo.
Sono preparato dunque ad affrontare oggi un percorso lungo e impegnativo.
Un paio di stupidi errori di percorso mi costringeranno a un’altra maratona (ed è ormai la quarta) di chilometri, alla fine ventotto o forse ventinove, e di ore, nove e un quarto comprensive delle soste.

Mi occorrono i primi venti minuti di cammino per raggiungere, alle sei e dieci, il piccolo centro abitato di Montignoso.

A differenza del solito, quando la prima ora di cammino dona un senso di euforizzante scoperta, e a differenza anche dallo stato d’animo gioioso di tutta la tappa precedente, oggi sono partito senza entusiasmo, solo con la coscienza che mi aspetta una giornata lunga.

Bene o male… prepararsi al decollo.

Sono passati solo undici minuti dalla foto precedente, che mi trovo nuovamente in “modalità aereo”, questa volta su un paesaggio non ancora lambito dai raggi del sole,

che però non tardano molto a illuminare la pianura

e dopo un bel po’ anche la mia strada.

Ora si scende.

In senso opposto al mio, cioè in salita, spunta nel deserto una presenza interessante: una donna che corre a velocità sostenuta, concentrata nello sforzo con espressione seria e accigliata.
Nell’incrociarmi non mi degna di uno sguardo; siamo agli antipodi, mi viene da pensare, al mio approccio a ritmo umano e aperto al contatto con persone e cose.
Dopo diversi minuti, la sento sopraggiungere nuovamente alle mie spalle; preparo la doppietta e, appena mi sorpassa, la impallino:

Alla collezione di località dal nome improbabile si va a sommare quella di Strettoia, con la sua famosa cattedrale in stile gotico-romanico:

(O anche no…!)
E siamo tornati in pianura.

Improvviso, l’incontro con un amico generoso:

Faccio incetta, e numerosi rinfrescanti assaggi, di piccole prugne mature e dolci al punto giusto, solo molto impolverate dalla strada prospiciente.

Ed ecco ora una serie di opifici di lavorazione del marmo delle Apuane.

Un intero distretto produttivo, che trae la materia prima dalla distruzione progressiva e devastante di splendide montagne.
Ma non è certo una novità: l’uomo è un essere “lievemente” imprevidente, stupido, aggressivo e votato all’autoannientamento.

Un piccolo sentiero lungo l’argine del fiume Versilia evita di percorrere la provinciale, che corre sulla sinistra al di là della prospettiva di stabilimenti artigianali.

Ed eccomi arrivato a Pietrasanta.
All’entrata del paese una galleria d’arte espone alcune interessanti opere anche all’aperto.

Soltanto nella piazza del municipio, vegliata da questo slanciato guerriero,

scorgo finalmente la prima insegna di un bar.

Tre uomini, con berretto d’ordinanza, discutono del più e del meno, con il loro tipico e stentoreo accento toscano, con un piglio da “maratoneti della favella”, che non lascia immaginare quando decideranno di smettere.

Sono le nove e dieci: ho camminato senza interruzioni già per tre ore e venti, raggiungendo il traguardo intermedio, circa a metà percorso, in un tempo che mi fa prevedere l’arrivo intorno alle tredici.
Lo comunico a Massimo con un messaggio.

Dopo l’opportuno tempo di ritempramento (favorito da due brioche e un infuso), lascio il bar e i suoi locali “omarelli” e riprendo il viaggio, dapprima attraverso le vie del centro,

poi, più tardi, su una nuova strada asfaltata in salita.

È una salita non aspra, ma lunga, costante, rettilinea, sotto un sole già battente. La affronto con piacere: mi dà un senso di efficiente regolarità, che tende a perdurare distraendomi dai controlli del tracciato.

Mi porta fino a Valdicastello Carducci, dove fotografo la casa natale del poeta.

Prima di riprendere a salire, in direzione opposta al mare, mi sorge qualche dubbio. Consulto la mappa satellitare e ho l’amara sorpresa di essermi sobbarcato un chilometro buono di strada non prevista, in salita, che con quello in discesa per tornare indietro faranno due, con una mezz’ora di aggravio.

Ecco la deviazione che mi era sfuggita, che mi porta a imboccare un tipo di percorso del tutto opposto: saliscendi a forte pendenza su sentieri ombrosi e sconnessi.

Le deviazioni sono frequenti e spesso indicate da poco evidenti segnavia.
Come se non bastassero l’errore precedente e l’aggravio determinato dal sentiero, sono di nuovo a sbagliare strada (in forte salita) e a dover tornare sui miei passi, in accidentata discesa, accompagnato lungamente da una particolare colonna sonora.

Si tratta delle voci concitate di un gruppo di ragazzi che giocano, probabilmente a calcio.

Ne ho finalmente la prova: eccoli, su un campo perfettamente tenuto che compare come un miraggio fra la boscaglia.

Sembra un miraggio, o un sogno strano, poi, anche questo scooter solitario in mezzo a una radura.

Mi aspetto ormai di entrare nel paese di Capezzano, da cui devierò verso il mare.
Aspettativa errata (oggi la mia auto-affidabilità non eccelle…): prima che la strada asfaltata che sto battendo si impenni in una forte salita, consulto di nuovo la mappa, scoprendo che non è previsto l’attraversamento del paese, che si trova, appena oltrepassato, a un livello più basso.

A differenza di Pietrasanta, Capezzano è una piccola cittadina allungata sulla strada provinciale.

Ma mi concede una seconda sosta, a base di un’inedita Cedrata Tassoni, alle dodici e un quarto.

Ne approfitto per aggiornare Massimo sull’aggravio del tempo di percorrenza, che valuto in un’ora.

La provinciale di Camaiore, che punta verso il mio obiettivo, è un rettilineo praticamente infinito, da percorrere per lunghissimo tempo sul ciglio di una strada dove sfrecciano vetture e autotreni, fastidiosamente dalle mie spalle; ma non si può rinunciare alla continua ombra dei tigli, sul mio lato destro, che, in aggiunta a una brezza fresca laterale, rende sopportabile la marcia forzata.

Il monumento al Re Carnevale annuncia il mio ingresso a Viareggio.

Google Maps mi guida verso l’abitazione del mio amico, passando sopra il porto-canale

e poi davanti alla stazione.
“Quando vedi l’insegna del tabaccaio passa dietro il palazzo” mi ha indicato Massimo in un messaggio.

Eccola, inequivocabile, dopo una curva.

Ecco il portone. Sento chiamarmi dall’alto.

Il mio recente compagno di strada, per le prossime tre notti mio nuovo padrone di casa, ha riservato un magnifico premio alla mia fatica.


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