Allenamenti intensivi – 5

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In molti dei miei scritti precedenti a questo lungo racconto, ho fatto cenno al mio maestro spirituale (che in realtà dovrei definire “maestro di pensiero”, non avendone appreso dal vivo le tecniche di meditazione).

Si chiama Franco Bertossa (qui ritratto con l’amatissima nipotina), 
è nato settantuno anni fa in Croazia, per poi stabilirsi fin da bambino in Italia. Risiede a Bologna dove ha fondato il centro di studi e discipline ASIA.
Lo si può seguire, quasi quotidianamente, sulla sua pagina Facebook.

Ho finalmente l’occasione di approfondire qui il suo pensiero, per illustrare in che terreno, sia pur con tutte le mie fragilità, sia caduto un percorso a ostacoli così estremo, come quello degli ultimi quattro mesi appena raccontato.

L’esperienza dell’illuminazione, frequente nella spiritualità orientale, ma possibile anche nella cultura razionale dell’occidente, come ha testimoniato meglio di altri il filosofo Martin Heidegger, è un fenomeno (circoscritto e databile) che svela improvvisamente la “mostruosità” delle cose esistenti, in antitesi al nulla di ciascuna di esse.
Ragionandoci a posteriori, si rivela come ogni causa di esistenza, infatti, sarebbe a sua volta un oggetto esistente, in un impossibile vortice infinito.
Oltre che uscirne profondamente frastornati, è possibile ricavare per il resto dei propri giorni, come nel caso del citato Maestro, un profondo e imperituro senso di riconoscenza circa tale miracolo.

Ma riconoscenza verso chi, verrebbe invano da chiedersi, visto che qualsiasi dio onnipotente non può esistere, poiché, in quanto esistente, sarebbe a sua volta soggetto a quel vortice impossibile di causa ed effetto.
Nella sua semplicità, quest’ultima è un affermazione tanto forte quanto, credo, insindacabile.
“Ma Dio esiste da sempre e per sempre!” qualcuno protesterà: facile ribattere come, sia pur da sempre e per sempre, si troverebbe comunque anch’esso “mostruosamente” esistente, come ogni altro oggetto della realtà, senza poterne giustificare il fatto, venendo così meno la sua onnipotenza.
E anche nell’ipotesi che tutte le cose esistenti siano opera della sua creazione, resterebbe l’impossibilità logica, la “mostruosità” dell’esistenza di lui stesso, di certo impossibilitato ad auto-crearsi dal nulla.

Oltre a questo concetto fondamentale, Bertossa ne sostiene altri, spesso tratti dalle numerose correnti della sapienza orientale, di cui è un approfondito conoscitore.
Nonché, di tanto in tanto, uno ancor più lontano dal nostro comune sentire: la mancanza del libero arbitrio, cioè la totale predeterminazione di qualsiasi evento e momento, in un colossale disegno collettivo che ci sovrasta.
In questo caso, lo sostiene non in base a una ferrea dimostrazione, ma ad alcune suggestioni, tese a mostrarci come la nostra coscienza ci mostri la realtà sempre con un ciclo di ritardo, alla stregua di un treno che esce dalla galleria, senza che si possa vivere l’evento dell’uscita se non a posteriori: allo stesso modo, l’evento vissuto della scelta ci apparirebbe solo dopo che questa sia già avvenuta.

Per quanto mi riguarda, al di là di tali suggestioni più o meno convincenti, ho fatto mio tale concetto almeno per tre motivi.
Il primo è per l’apparente (se non addirittura evidente) impossibilità di smentirlo.
Il secondo è per l’autorevolezza di pensiero del Maestro che lo sostiene.
Il terzo, ma non ultimo, per il sano sollievo che me ne deriva, rispetto al ricorrente ripresentarsi alla mente dei tanti errori commessi lungo il cammino, il cui opprimente senso di colpa va così spegnendosi.

Per quel che riguarda invece l’impossibilità di un dio, mi sono chiesto se sia ipotizzabile quanto meno l’esistenza di un Grande Architetto, artefice di come sia plasmata e strutturata l’impressionante realtà dell’universo in cui viviamo, nel suo livello sovrumano di perfezione, macroscopica così come microscopica, nei suoi quasi immensi spazi e tempi.
Tale perfezione non è certo una necessità logica dell’illogico esistere di tutte le cose, configurandosi dunque come un mistero nel mistero.

Come pure è quello del male, della presenza sulla scena di forze tese alla distruzione, di cui non si può vedere assolutamente il perché.

Sulla mia ipotesi del Grande Architetto scrissi al Maestro; con mia sincera sorpresa mi rispose affermativamente, dicendola possibile, anche se poi non l’ha mai citata nei suoi scritti.

Per quanto riguarda la presenza del male, invece, fermo restando il relativo profondo mistero, mi verrebbe da suggerire l’idea che si mostri comunque costituzionalmente più debole, a fronte della perfezione della realtà (e, soggiungo, della forza dell’amore) e, come tale, destinato a soccombere.
E mi verrebbe da dire che, altrimenti, il suo compito distruttivo si sarebbe già concluso.
Ma è vero anche il contrario: perché mai, se più fragile, è ancora ben presente sulla scena, lungi purtroppo dall’essere definitivamente sconfitto?
Perché la progressiva devastazione ambientale da parte di un’umanità numericamente sempre e rapidamente più popolosa? Perché guerre e atrocità di cui tutti i giorni veniamo a conoscenza?
Non ho ovviamente risposte; restano campi di appassionata indagine.

Accettare la predeterminazione di quanto ci accade rende logicamente assurda la preghiera, se intesa come richiesta di particolari grazie.
Ma c’è un’altra forma di preghiera, che mi ha dato aiuto e sostegno nelle notti più angoscianti di quest’ultimo periodo di vita, e, quella sì, ha senso ripeterla, come e con un mantra (che, per pudore, non citerò).
È la professione dell’incondizionata sottomissione e adesione al disegno che sovrasta la propria esistenza.
Per la ferrea logica, anche questi momenti di preghiera non derivano da una libera scelta, ma sono a loro volta inscritti nel nostro cammino.
Tuttavia, si può dedurre e constatare come questo esercizio costituisca una sorta di allineamento sempre più perfetto e rasserenante fra volontà e destino.

L’ipotesi, poi, di un Grande Architetto, personalizza tale preghiera, rendendola del tutto simile, se confrontata con quella cristiana, in una parte fondamentale dei suoi contenuti, cioè il “sia fatta la Tua volontà” del Padre nostro, concetto peraltro presente anche nelle altre religioni.

Ho dunque intitolato “Allenamenti intensivi” il racconto di questo difficile passaggio della mia vita, anche in una prospettiva metafisica, che cioè tutto ciò abbia avuto lo scopo di fortificarmi, in vista della vecchiaia e del trapasso.
Nella stessa prospettiva di allenamento, mi piaceva sostenere, dopo le prime batoste ricevute, che i momenti di sollievo e ripresa costituissero da soli una ricompensa sufficiente al sacrificio. Poi, a dir la verità, non è stato più così: la dimensione dello stress ha preso il sopravvento.
Ne sto uscendo con sollievo ora, nel cosiddetto ritorno alla normalità, che, in questi giorni, lo stesso catartico raccontare per scritto ha finalmente favorito.

A questo punto, coerentemente con i pensieri sopra espressi e ringraziando chi mi ha voluto seguire fin qui, non mi resta che augurare a tutti noi una profonda, reale e salvifica adesione al disegno di vita che, in maniera del tutto gratuita, abbiamo ricevuto.

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About Francisco

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6 Responses to Allenamenti intensivi – 5

  1. Valerio Dalla ha detto:

    Perbacco, che finale! Non me l’aspettavo. Mi ha ricordato alcuni racconti di Borges, in cui tutto diventa improvvisamente astratto e di difficile comprensione.

    Qualcosa però mi è sufficientemente chiaro: l’illuminazione che svela la mostruosità, le riflessioni sulla predeterminazione, i dubbi sul Grande Architetto…

    Io continuo a credere in Dio, e anche a sperarci. Credo che senza il Grande Architetto tutto perda completamente senso. Tu invece ti mostri aperto a ipotesi differenti. Ma mi piace molto leggere un concetto come “la professione dell’incondizionata sottomissione e adesione al disegno che sovrasta la propria esistenza”. E anche quell'”allineamento sempre più perfetto e rasserenante fra volontà e destino” è un punto che per forza ci accomuna e che porta, come scrivi giustamente, al “sia fatta la Tua volontà” del Padre nostro.

    Complimentissimi comunque per questo tuo racconto, e anche per il titolo “Allenamenti intensivi” che si spiega solo alla fine!

    • Franz ha detto:

      Caro Valerio,
      grazie di cuore per aver seguito con interesse e con i tuoi preziosi commenti il mio lungo racconto.
      In particolare, mi aspettavo che queste ultime considerazioni metafisiche piuttosto forti destassero reazioni, di cui quasi non ho avuto traccia.
      Spero comunque che possano essere servite (e possano servire) a coltivare riflessioni, dubbi e slanci/tensioni verso la perfezione dell’assoluto, almeno in qualche lettore, come credo sia stato un po’ anche per te.

      • Valerio Dalla ha detto:

        Sì, confermo senza dubbio il grande valore delle tue considerazioni.

        Del resto giungere a una conclusione unica e certa su questi argomenti è arduo per chiunque: le riflessioni e i dubbi vengono più che naturali.

        Grazie di cuore a te, caro Francesco!

  2. baldassinisandragmailcom ha detto:

    Un passaggio verso corpi sottili, energia e indeterminazione, dove se, si trova conforto, ogni traccia è quella buona.

    • Franz ha detto:

      Penso anch’io, al di là di stringenti argomentazioni logiche, che i segnali di conforto e profondo benessere ci siano dati come preziosi indicatori sul nostro cammino.

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