5-5: Lungo le provinciali di Ravenna

Ancora una notte tormentata. Questa volta non per le condizioni ambientali, ma per l’insolito caffè pomeridiano, sommato al tè di metà percorso, che mi han tenuto sveglio quasi fino al mattino.
Eppure, anche se non è stato piacevole, quando poi mi sono alzato è stata grande la soddisfazione di sentirmi comunque riposato, grazie a quei pochi trascurabili scampoli di sonno. Bisognerebbe indagare a fondo sulle straordinarie trasformazioni metaboliche di questo tipo d’attività.

Alle sei e tre quarti, come pattuito, il signor Giuseppe mi sta aspettando per la colazione.
“Quanta abbondanza” esclamo, per un eccesso di zelo, nel vedere la tavola apparecchiata, prima ancora di rendermi conto che si tratta di un ammasso di prodotti confezionati.
Insieme al tè e al flacone di succo industriale di limone, Giuseppe mi porta un piatto con quattro brioche scaldate nel fornetto.
Le mangerò tutte, inzuppandole nel tè, convulsamente (un po’ per fame un po’ perché distratto dalla conversazione), garantendomi così un senso d’acidità di stomaco e di colpa, per le prime ore di cammino.
Ha qualche anno più di me; è uno di quegli anziani dal volto che emana un senso di abituale cura e armonia, e dialoga volentieri, soprattutto intorno alle nostre attività passate. Anch’io mi sento a mio agio, anche se a parlare è soprattutto lui.

Sono già le sette e venti quando riprendo il mio cammino.
Con attenzione seguo le indicazioni del navigatore, fino a trovarmi fuori dal centro, in vista del campanile e, sulla sinistra, della strana torre che dà il nome al mio recente alloggio.

I chilometri previsti sono ventitrè e trecento, proprio come lunedì: ammaestrato dalla buona prestazione di ieri, so che non servirà correre, ma bisognerà procedere regolarmente, per arrivare al prossimo agriturismo in tempo per il pranzo.
Come quelle di lunedì, poi, dopo la radiosa parentesi di ieri, sono le condizioni del cielo e della luminosità, resa spesso opaca da un’insistente e progressiva nuvolaglia.
Meno insistente di lunedì è inizialmente il vento, che si limita a qualche saltuaria folata fredda.

L’attenzione è catturata da un creativo parcheggio in stile agreste,

poi da un bello spettacolo di filari.

Le condizioni ambientali sono pessime: una lunga provinciale senza banchina, percorsa a tratti dal traffico nervoso e frastornante dell’ora di punta; l’attenzione continua è d’obbligo. In un momento di tregua fotografo la sede stradale.

La rumba durerà per un tempo apparentemente infinito, un’ora e un quarto di condizioni limite, che tuttavia (anche questo sembra incredibile) non m’impedirà alcune buone sensazioni, insieme al desiderio di salvare qualche bella immagine.

Non avevo mai visto un simile curioso dispiegamento di piccoli sacchetti bianchi protettivi.

Dopo questo bellissimo edificio rurale, la salvezza, annunciata dal navigatore e comunque sospirata a lungo, ha le sembianze di una tranquilla strada laterale.

Il sollievo dell’immobilità quieta, intorno, ha qualcosa di mistico.
Mi aspetta l’unica parentesi ambientalmente interessante di una tappa che, poi, si snoderà ancora per lunghe provinciali un po’ trafficate, anche se molto meno insidiose e rumorose.

Dopo un tratto rigenerante fra i ritrovati cinguettii della campagna, approdo in una strana area commerciale semideserta e non priva di fascino.

Benchè accuratamente occultato, riconosco, all’interno di quella caratteristica ellisse, il marchio del “Mercatone Uno”, ormai destinato all’archeologia industriale.
Il grande edificio, di cui fotografo l’entrata,

è ora occupato da un supermercato per la casa, accanto al quale ce n’è un altro dal nome cinese, probabilmente uno dei loro tuttivendoli a buon mercato e apertura continuativa. Anche se, in giro e per ampio raggio, ci sono solo un paio di persone oltre al sottoscritto.

Un tratto di strada piacevolmente alberato

mi porta in prossimità dapprima del Borgo Testi Rasponi, poi della cittadina di Russi, che taglierò senza addentrarmi nel centro.

Un’insegna, dall’aspetto assolutamente moderno, si ammanta inevitabilmente dell’atmosfera di lontane guerre fredde, e proverbiali dispute strapaesane fra sindaci e parroci…

Il centro di Russi mi appare solo da lontano,

prima d’imboccare un’altra provinciale, dotata di una confortevole pista ciclopedonale.

Poi procedo lungamente, astraendomi da un ambiente anonimo, con un’andatura cadenzata e quasi ipnotica, utile a guadagnare terreno col minimo dispendio d’energie.

Sono già le dieci e trenta, dunque più di tre ore senza soste, quando scorgo un’invitante insegna.

Una coppia anziana sta ramazzando e affaccendandosi davanti all’entrata.
Mi rivolgo a lui, un ometto magro e un po’ curvo:
“Buongiorno, me la fa una spremuta d’arancia?”
“No, mi dispiace, siamo chiusi da un anno, aspettiamo tempi migliori.”
È proprio vero che le difficoltà mettono in evidenza il carattere e la combattività delle persone…
“Bene, vi auguro di riaprire presto, allora.
Speriamo davvero in tempi migliori per tutti.”
“Per ora va così, ne riparliamo quando saremo tutti vaccinati.”
Saluto, facendo buon viso a cattivo gioco; spiegargli che io non mi vaccinerò mai non sarebbe il caso.

La sudditanza alle imposizioni che ho trovato in queste zone mi ha colpito: frequente il triste spettacolo di persone da sole, anche alla guida di biciclette o automobili, munite del bavaglio d’ordinanza.
Lo stesso dicasi per tutti i pedoni, fra cui mi muovo a rispettosa distanza ma fieramente a volto scoperto. Una pattuglia di vigili e un’altra di carabinieri, davanti a cui sono transitato, non mi han detto niente.

Non resta, ora, che procedere, combattendo fatica e monotonia con quel passo fortemente cadenzato che si sta rivelando molto efficiente.

Dopo tre quarti d’ora scorgo l’insegna di un circolo, che mi lascia titubante, anche per la mancanza di qualsiasi anima viva nei paraggi. Ma una scritta lampeggiante “aperto” mi fa presumere di giungere benvenuto.
L’ingresso ha l’inequivocabile aspetto di un bar e, in effetti, il barista, un uomo basso dal viso tondo, mi accoglie con garbo.
“Me la può fare una spremuta d’arancia?”
Mi fa segno di sì, poi sparisce nel retrobottega, a recuperare tre di quei frutti ormai fuori stagione.
Mentre li spreme a mano, mi chiede qualcosa sul mio cammino.
Il dialogo è breve, ma rappresenta un piccolo prezioso ristoro di umanità.

Porto il mio calice arancione sul tavolino nel terrazzo, confortevolmente al riparo dal vento, che ha cominciato a soffiare con una certa insistenza.

Sono già a tre quarti del cammino; dovrei riuscire tranquillamente ad arrivare a destinazione per l’una, fra un’ora e mezza.

Del paesino di Roncalceci, una delle mille frazioni dell’esteso comune di Ravenna e di cui il Circolo della Spremuta era una prima avvisaglia, catturo solo l’immagine di un giardino molto fiorito.

Ho poche fotografie della parte finale del tragitto odierno, anche perché in breve tempo il vento assume una furia sempre più flagellante.

Nonostante le condizioni ambientali estremamente fastidiose, procedo senza sentirmi particolarmente affaticato, controllando sul tablet l’avvicinamento al traguardo.
Che si manifesta, poco prima dell’una, con l’edificio e l’insegna del mio agriturismo.

Si tratta di un luogo un tantino più ricercato rispetto alle mie sobrie abitudini.
Comunque vengo accolto con cortesia molto romagnola e, dopo una rapida rinfrescata in camera, mi conquisto il diritto, come ospite residente, di pranzare all’interno.

Preceduto da una ricchissima insalata (a cui chiedo di aggiungere l’irrinunciabile cipolla), il mio percorso, quello gastronomico, vedrà susseguirsi dei tortelli al formaggio di fossa e degli spiedini di verdura e caciottine, il tutto accompagnato da triangoli di morbida piadina calda e da un’ottima birra artigianale locale da trentatrè c.c., dal retrogusto fruttato, poi… da un’altra! Dulcis in fundo, una tenerina di cioccolato con mascarpone.
E niente caffè, questa volta…

Pubblicato in Tutti gli articoli | 4 commenti

4-5: Oltre il Sillaro, una staffetta nel tempo

Una notte non facile: sulle prime l’agitazione fisica (muscoli, articolazioni) dovuta alla lunga marcia affrontata con scarso allenamento; poi, quando cominciavo ad acquietarmi, intorno alle due ci si è messo un gallo urlatore, evidentemente ansioso nei confronti di una ben prematura alba. E non ha più smesso.

Con esercizi continui di deconcentrazione ho evitato il peggio, riuscendo ad assopirmi, a tratti, fra gli sgarbatissimi chicchirichì.
Fino alle sei e tre quarti, quando mi sono alzato, con ritardo rispetto alle intenzioni ma con la constatazione (ormai non mi sorprende più) dell’ennesima rigenerazione miracolosa, in tempi di sonno estremamente ridotti.

Fin dai primi passi capisco che oggi lo spartito prevede tutt’altra musica: luci nette, aria fresca a folate leggere e strada deserta e silenziosa.
Non posso saperlo ancora, ma anche le situazioni paesaggistiche e di vissuto si alterneranno con tutt’altra ricchezza, rispetto a ieri, tanto da costringermi, ora nel racconto, a una sintesi molto riassuntiva.

Mi lancio, fin dall’inizio, a un’andatura rapidissima, anche perché oggi ho un obiettivo: ho invitato la mia amica Antonella, che abita a Faenza, a vederci per il pranzo nel parco di Cotignola (la località d’arrivo) per l’una e mezza. Dato che i chilometri da percorrere sono ventiquattro, è bene guadagnare subito terreno.

Ecco il Sillaro

ed eccomi dunque approdato nella “Romagna solatìa” di Giovanni Pascoli.

Le dimensioni del fienile, un po’ in disarmo, raccontano di fasti remoti, mentre la colonna sonora, oggi, non è generata da rabbiosi autoveicoli, ma

da placidi volatili che si godono la stagione migliore.

Porte e finestre sbarrate, oltre il cancello finemente lavorato, in questo edificio antico ma in ottimo stato, ….diversamente da altri,

come questo, bistrattato dal passare dei lustri.

Non c’è banchina transitabile, ma la piccola strada è tutta mia; giusto quando vedo arrivare un mezzo in senso opposto, mi fermo prudentemente ed educatamente sul ciglio erboso.

Ancora campi piatti nel palcoscenico alla mia destra, con la collina che fa sempre da quinta laterale.

Il primo piccolo borgo che attraverso è Sasso Morelli, amministrativamente una frazione di Imola.
Qui venni un giorno di settembre, in motorino, (potevo avere sedici o diciassette anni) a trovare Livia, forse la ragazza più bella che io abbia mai conosciuto.
Era anche lei in vacanza sulle Dolomiti, in uno degli anni in cui fui ospite del mio inseparabile amico di sempre, Claudio di Modena e di sua nonna, e qualche volta, mentre eravamo ancora a cena, ci veniva a trovare.

Non perdo l’occasione di inviare a Claudio una foto del cartello con il nome del paese: “Che ne sarà di quella splendida ragazza mora?” gli scrivo.
E immediatamente e quasi magicamente, lui mi risponde di aver appreso che fa la farmacista, sempre qui.
L'”Antica Farmacia” si direbbe essere l’unica attrazione di questo minuscolo borgo:

è ubicata nell’antico palazzo in fondo a quella tenda, ma si vede che è chiusa.
Forse come inconscia difesa dal rischio di un nuovo incontro dopo quasi mezzo secolo, attribuisco la chiusura a una turnazione, senza pensare che sono solo le otto e dieci del mattino e fra non molto aprirà.

Mi viene da pensare a un parallelismo, a una sorta di staffetta, fra due amiche romagnole: quella d’un tempo e quella attuale, che incontrerò sul finire di questa stessa camminata. In mezzo quasi cinquant’anni, tutta la mia vita da adulto…
Ma bando alle voragini di pensiero: c’è da riprendere la marcia a ranghi forzati!

Un gruppo di operai stanno lavorando sul tetto di un grande edificio industriale: le loro tute bianche integrali fanno pensare a una bonifica dall’amianto.

Questa la facciata principale della vecchia industria:

Con l’amianto, un po’ come con l’insetticida D.D.T., il tritacarne del progresso capitalistico fu costretto a una marcia indietro. Vengo attraversato da una speranza, quasi un sogno: che non debba in futuro ripetersi per la telefonia “5G”, che dicono altrettanto dannosa, un ripensamento di tali dimensioni, ma che la follia venga bloccata prima.

Mantenendo ritmi da competizione, supero un altro paesino, Bubano, senza lasciarmi tentare dal locale circolo ARCI, davanti al quale tre o quattro pensionati stanno prendendo il cappuccino.
L’intenzione è di tener botta per i tre chilometri che mancano al paese (e ai bar) di Mordano, ma l’improvvisa apparizione

di questo grande caffè-gelateria mi fa scendere a più miti consigli.
Non si può stare all’interno, come solitamente trovo molto più rilassante, ma c’è anche una veranda coperta, nella quale trasporto il mio piccolo vassoio.

Uno strato di plastica trasparente deforma le sagome altrui,

ma non quella di quest’altro avventore, che ha preso posto vicino a me con la sua merenda, in posizione di irresistibile bersaglio fotografico.

Anche oggi il responso del mio navigatore è molto incoraggiante: ho viaggiato a oltre cinque chilometri orari, nonostante le molte fermate per fotografie, per consultazioni del navigatore e per alleggerimento di abiti, in questa giornata dalla forte escursione termica, e sono già quasi a metà percorso.
Telefono al ristorante “Al Parco” di Cotignola per prenotare un tavolino all’una e un quarto, anziché all’una e mezza (d’accordo con la mia amica).

Riporto il vassoio alla barista, che mi ringrazia di cuore, e riprendo il cammino, ora a un’andatura più umana, che mi permette di godere meglio, lungo il percorso, degli spettacoli parsaggistici

o… antropici,

in diverso stato di conservazione e cura:

Nel paese di Mordano c’è una scuola primaria: prima ancora di osservare, con enorme tristezza, i bambini che giocano nel giardino tutti imbavagliati con la mascherina, ne sento le grida, ma soprattutto vengo sorpreso dalla voce squillante di uno di loro che, lontano dal gruppo, se ne sta affacciato alla cancellata laterale, seminascosto dalla vegetazione e, avendomi visto passare sull’adiacente marciapiede, mi ha gridato: “Ciao!!”
Mi giro e sto immediatamente al gioco, con voce altrettanto decisa:
“Ciao, come ti chiami?”
Resta spiazzato, guarda avanti a sè evitando il mio sguardo, ho l’impressione che abbia problemi di socialità, o magari gli hanno solo insegnato a diffidare degli adulti.
Ma poi si sblocca: “Leandro” mi risponde con sufficiente chiarezza.
“Io Francesco, ciao!” taglio corto per non metterlo in ulteriore difficoltà e mi riavvio, sentendo, dopo un paio d’altri secondi, che torna a esclamare forte qualcosa tipo: “Dove?”, domanda a cui non avrà più risposta.
Quando sono a sufficiente distanza, estraggo la macchinetta e mi volto indietro per fotografare la scena.

Non distante da Mordano, c’è un altro paese, Bagnara di Romagna, che mi conquista con la sua splendida piazzetta centrale pedonalizzata.

Prima di immergermi nuovamente nella campagna, rubo un po’ di colori a questo balcone:

Poi mi aspetta ancora un’alternanza di zone agricole

e antropizzate

ancora lunghi rettilinei

cascine diroccate

i cipressi e il campanile del cimitero di Barbiano, e infine una chiesetta abbandonata, la cui ombra mi aiuta a consultare il tablet in una nuova sosta seduto sull’erba.

Sto mantenendo un buon anticipo, cosa che permette di affrontare con calma gli ultimi chilometri alle mie gambe, che riprendono indolenzite il cammino, mentre i forti raggi del sole m’inducono a indossare il mio cappellaccio a larghe falde.

Il percorso scavalca e supera l’autostrada, poi le si riaccosta, in vista di un casello

Poi si dirige a superare il Grande Canale emiliano-romagnolo

Il Parco Pertini di Cotignola, dove c’è il ristorante, mi sorprende prima del centro abitato, all’una meno dieci.

Ho la possibilità di rilassarmi un po’ su una panchina all’ombra, prima di veder giungere Antonella all’appuntamento, anche lei con un po’ d’anticipo.

Seduti al tavolino in questa bella atmosfera, tante piacevoli chiacchiere dopo molti mesi in cui non c’eravamo più visti, buona cucina e un paio di bicchieri fanno da ottimo finale di questa bellissima mattinata.

Il tempo vola e sono già le tre passate quando ci salutiamo.
Mi manca ancora un breve tratto di strada fino al centro: l’affronto senza fatica, riposato dalla lunga sosta.

Il bed and breakfast “La Torre” è facilmente localizzabile…

Qui mi accoglie il signor Giuseppe, tenendo fede alla reputazione di grande gentilezza che avevo colto nelle recensioni.
Un miniappartamento moderno e confortevole, senza galli nei dintorni, è pronto per me.

Pubblicato in Tutti gli articoli | 2 commenti

3-5: Verso la Romagna

Quando sabato mattina le previsioni del tempo hanno dato semaforo verde fino a giovedì prossimo, ho vissuto un paio d’ore d’intenso conflitto, fra l’inerzia di un aprile freddo e piovoso e la voglia di reagire, finalmente, a quella sorta di accettazione passiva e deprimente di lunghi mesi di limitazioni governative.
L’ha spuntata la seconda, felicemente, ma febbrilmente, per la necessità di organizzare tutto in meno di quarantott’ore.

E alle sette di stamane, con lo zaino quasi pronto, l’itinerario (fino al mare in quattro giorni) fissato da tempi lontani, gli alloggi per le tre notti prenotati e quel po’ di preoccupazione per gli allenamenti scarsi sopraffatta dall’eccitazione di una nuova scommessa, eccomi in cucina a fare una strana colazione svuota-frigo e carica-calorie: un’abbondante insalata (finocchio, cipolla, mela) rinforzata con diverse patate lesse non sbucciate, spezie, olio buono, e accompagnata da un incredibile bicchiere di vino bianco!

Sono appena passate le sette e mezza quando scatto, come altre volte in passato, la rituale foto di quell’evento che adoro: una partenza a piedi dal portone di casa.

Il sole è velato da una nuvolaglia sparsa e lattigginosa; una brezza molto fresca e continua mi soffierà in senso contrario per gran parte di questa prima tappa.

Il peso dello zaino è molto limitato, a livelli da record; in pochi minuti raggiungo la provinciale trentuno, cioè il tratto iniziale degli “Stradelli Guelfi”, ove una colonna di veicoli si dirige verso Bologna, in senso opposto al mio, per l’inizio di una nuova settimana lavorativa.

Il rumore frastornante del procedere, poi dello sfrecciare, di autovetture e autotreni sarà la sgradevole costante delle prime ore di cammino, come avevo messo in conto: questa non è certo la Via Francigena…

Ecco il ponte sull’Idice:

ed ecco la trattoria dove tante volte, nei mesi scorsi, son venuto ad asportare il mio pranzo domenicale (“Buongiorno signora, sono Francesco, volevo prenotare il solito per le dodici e trenta…”):

Lo scenario visivo e acustico della strada mi porta a dubitare, ancora una volta, e tanto più dopo il trauma globale della cosiddetta pandemia, che velocità e rumore siano davvero un connotato inevitabile del nostro vivere associato, o non piuttosto un’aberrazione che accettiamo acriticamente.

Cerco di distrarre lo sguardo su paesaggi tecnologici:

o agresti:

Quando si può, abbandono il ciglio della strada asfaltata

pagando però la maggior sicurezza con la minore propulsione che il terreno erboso offre ai miei passi.

Sono le nove quando una piadineria m’informa che, con perfetta puntualità, sto per entrare nel piccolo centro, in gran parte artigianale, di Ponte Rizzoli.
Qui abita un mio vecchio amico, Pigi, grande attore dialettale e burattinaio; ieri l’ho cercato invano per telefono; ora ci riprovo.
Questa volta mi risponde, ma è in procinto di uscire per un impegno.
“Peccato, comunque vediamoci presto, stiamo così vicini…” (ovviamente non a piedi!).

Tratti di cielo azzurro si alternano alle nuvole, che comunque tendono a spargere una luminosità opaca sulla scena.
Soltanto verso i colli, laggiù, le tinte sono più intense.

Dopo Ponte Rizzoli non ci sono altri agglomerati, per lunghi chilometri di rettilinei, ossessivi per chi cammina, con la brezza fredda che gli si oppone.
Cerco distrazione nelle immagini da catturare.

Un carro agricolo, dopo molte manovre, si è orientato verso il campo, poi, come un’arma spaziale, ha estratto gli alettoni che ora spargono ordinatamente chissà quali schifezze.

Cammino ormai da oltre due ore e mezza e la fatica, fisica e mentale, ora si fa sentire.
Dovendo rinunciare alla sosta in un bar, mi lascio attrarre da un grande albero, adocchiato da lontano, che domina una stradetta laterale in terra battuta.
Riposerò un po’ le gambe e farò il punto della situazione con Google Maps.

La risposta dello strumento è incoraggiante: sono a due ore e dieci dal traguardo, decisamente oltre la metà di un percorso di ventitrè chilometri e trecento metri.
Mi concedo diversi minuti di relax, poi, prima di riavviarmi, telefono alla mia affittacamere per avvertirla che arriverò alle tredici e trenta, e non alle quindici come le avevo detto.

La sosta mi ha fatto bene: il passo è nuovamente spedito e il morale è buono.
Le distese spietate di questi lembi meridionali di Pianura Padana continuano a dominare il paesaggio.

Il minuscolo borgo di Poggio Piccolo, oltre all’evento di un bar (a cui rinuncio senza rimpianti),

ne segna un altro molto più gradito: la deviazione di gran parte del traffico verso un’importante zona artigianale, quella dove sorge un cosiddetto “outlet”, molto conosciuto dalle nostre parti.

Questo collasso visivo, e soprattutto acustico, rappresenta il momento fin qui più emozionante, a cui farà seguito anche un graduale intensificarsi delle luci, dei colori e della temperatura.

Dopo diverse ore di fondamentale monotonia, mi rendo conto una volta di più di come la variabilità, che finisce sempre per imporsi, costituisca l’ingrediente più prezioso di questo genere di pellegrinaggi, anche in assenza di particolari incontri.

Le indicazioni stradali, intanto, fanno un lento conto alla rovescia dei chilometri al paese di Castel Guelfo, al di là del quale mi aspetta l’agriturismo “Il pero tondo”, che appuntai come strategico già tanto tempo fa.
Alla Coop di Castel Guelfo, se non sarà chiusa per pranzo, comprerò una birra, da accompagnare ai miei due panini.
Un cipollotto, quasi offertomi in dono dalla campagna lungo il cammino, ha trovato inoltre un alloggiamento di fortuna nel marsupio e potrà, opportunamente affettato, arricchire felicemente la farcitura dei panini.

Come un rettifilo finale di una maratona, un lungo viale alberato, con un’invitante pista ciclopedonale sulla destra, mi conduce verso il paese.

Siamo in Emilia, e nel tranquillo centro di Castel Guelfo non può mancare un bel portico,

poi, dopo questa curva, come indicato dal mio navigatore, mi aspetta la Coop, che trovo aperta e ben poco frequentata.

Il peso della “weiss” da mezzo litro e di un’arancia formato XL (che arricchirà la colazione di domattina), unitamente alla fatica, rendono il mio passo molto più lento, nell’uscire dal ridente paesino in direzione del “Pero Tondo”, in prossimità del torrente Sillaro, che segna il confine fra l’Emilia e la Romagna.
Ma non rinuncio, con questa bella luce meridiana, a catturare due ultime immagini.

Ancora una curva ed ecco finalmente il mio agriturismo,

dove, dopo lunghe operazioni di registrazione, la gentile signora mi accompagna, salendo due micidiali rampe di scale, alla mia silenziosa e luminosa cameretta.
Qui mi aspetta un parco ma gustosissimo pranzo (pane di segale, paté di pomodori piccanti, cipollotto a fettine),

a benedire il riposo (per oggi…) del guerriero.

Pubblicato in Tutti gli articoli | 8 commenti