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Occorre quasi un’ora e mezza, in parte a piedi in parte con due autobus, nel tragitto fra casa e l’officina principale della Volkswagen, a cui il mio valido meccanico Marino mi dirotta per i problemi di alimentazione a gas metano. Nei percorsi inversi, notturni, dopo aver lasciato la Cavallona davanti all’officina, il tratto finale a piedi è ancora più lungo, perchè mi tocca scendere dal diciannove nel centro di San Lazzaro, e da lì cominciare un itinerario via via più isolato e buio verso la campagna.
Proprio come in settembre, marzo mi ha visto dedicare un periodo di diverse giornate alla migrazione quotidiana, a volte in un solo senso di marcia, a volte in entrambi, a inizio e fine del turno di lavoro, e questo grazie al fatto che per fortuna il malfunzionamento non mi ha impedito di lavorare.
Una spedizione se ne va per la diagnosi, un’altra per l’intervento, poi si scopre che l’intervento non ha avuto successo, e si ricomincia da capo. E’ la norma, alla faccia della qualità su cui punta tanto il marchio tedesco.
Una notte di questa lunga sequela di giornate piovigginava e faceva freddo; c’era poco lavoro.
Avvertivo come una grande conquista la calma, con cui stavo affrontando il nuovo calvario come non fosse un’emergenza, e, in virtù di quella calma, avevo già raggiunto l’officina, presso una grande rotonda all’inizio di un’estesissima zona artigianale, con largo anticipo sull’orario dell’ultimo autobus, lasciando il terminale radio acceso per eventuali chiamate in zona. E poco prima di chiudere la vettura e avviarmi alla fermata non lontana, la chiamata era arrivata, una chiamata buona, una di quelle dei ferrovieri che dal deposito San Donato vanno in stazione. Bene, si arrotonda sensibilmente un incasso magro.
Andata e ritorno, facendo galoppare la Cavalla nei rettilinei e poi fra un semaforo e l’altro; e dopo tre quarti d’ora sono nuovamente lì.
Mi avvicino con la vettura alla fermata dell’autobus per verificare che l’orario dell’ultima corsa, mezzanotte e undici, sia corretto. Poi, anche in base all’esperienza di qualche notte prima, sfrutto il servizio satellitare via sms per conoscere l’effettivo orario previsto. Risposta quasi immediata: ‘ore zero e ventidue’.
Posso raggiungere senza fretta l’officina e aspettare l’orario, riparato dentro la fedele vetturona, con la compagnia dei colloqui notturni fra i due vivaci conduttori di Radio Deejay e gli ascoltatori che raccontano al telefono le loro strane storie. La loro voce copre l’ululato sinistro che proviene lassù, da quegli stendardi rigidi della Volkswagen battuti dal vento freddo e umido.
A mezzanotte e undici lo vedo, beffardo, impaziente, veloce: l’autobus quattordici passa puntualissimo dalla fermata e sfreccia via.
A questo punto non mi resta che chiedere aiuto a un collega. In questi casi, quasi senza pensarci, il primo che mi viene in mente è sempre A. ed è strano, a ben pensarci: lontano da me per età (molto più giovane), interessi (molto, molto materiali), livello di cultura, di consapevolezza sociale, di attenzione alla salute (molto, molto bassi), stazza fisica (pancia e tutto il corpo debordante spaventosamente di grasso), e via dicendo. Ma il senso dell’amicizia, evidentemente, travalica tutti quei parametri e travalica, anche, l’ormai lontana esperienza di alcune cene con lui segnate da un lascito di forte disagio, per la mancanza di argomenti interessanti e soprattutto per l’aggressività di tante sue espressioni.
“Dimmi zio!”
“Ciao, mi passi a prendere, come quell’altra volta? Sono sempre da Soverini in via Larga.”
“Sei fortunato, sono in via Mazzini.”
“Okay, vieni subito? Questa volta però voglio pagarti, ti do venti euro.”
“Cinquanta euro!” ribatte scherzando, “arrivo, zio!”
Estraggo il borsello blu dal ripiano nascosto, chiudo la Cavalla e mi metto ad aspettare sotto la pioggia che tende a smorzarsi, nella notte troppo fredda per essere di fine marzo.
E dopo pochi minuti vedo i fari della Opel di A. avvicinarsi e poi puntare contro di me; sollevo l’ombrello in segno di riconoscimento e di saluto.
L’interno della sua vettura è sempre molto pulito. Non mi chiede niente del guasto, io invece gli racconto di come ho perso l’ultimo autobus.
Stenta a capire come sia possibile sobbarcarsi tragitti simili senza chiedere aiuto, lui che evita sempre di fare anche solo pochi metri a piedi.
“E poi dove ti lascia l’autobus?”
Mento: “Alla stazione di San Lazzaro, poi ho un quarto d’ora di passeggiata.”
“Te sei fuori, una passeggiata, ma chi te lo fa fare?”
“E’ che mi piace essere autonomo e non dipendere da nessuno”.
Passiamo sotto il nuovo imponente e incombente grattacielo.
“Hai visto quella nuova scritta luminosa Unipol? Ormai sono loro i padroni della città.”
“Ma come avranno fatto” fa lui, “a fissare quelle lettere quasi in cima al grattacielo?”
“Avranno preso degli alpinisti, un po’ come quelli che puliscono le finestre dei grattacieli in America.”
“Mi viene il voltastomaco solo a pensarci. Ho visto una foto con una squadra di persone che mangiano un panino sospesi a duecento metri d’altezza.”
“Sì sì, l’ho vista anch’io.”
“Non so come facciano, a me vengono le vertigini anche dal primo piano…”
“Prendi questa stradina qua, si fa prima.”
“Va bene. Ah sì, passiamo davanti alla casa del mio amico che abita qui dalle tue parti, ecco dev’essere quella gialla. Non lo vedo più, ho litigato anche con lui, com’è che litigo con tutti?”
“Hai un carattere di merda, solo lo zio è capace di sopportarti…”
Senza bisogno che gliela indichi, entra nell’area di parcheggio illuminata comune al mio edificio e ad altri tre.
“Ecco ti do venti euro.”
“No, massimo dieci! Dammene due da cinque se le hai.”
“Va bene, eccole.”
“E’ tutta sciupata, non ne hai una più sana?”
“Okay, tieni questa. Ti saluto, grazie carissimo, lavori ancora molto?”
“Se ci riesco faccio una gita o due poi vado a casa, stasera non c’è un cazzo.”
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Di traversata in traversata viene il venerdì prima di Pasqua, e poco prima della chiusura alle sei e mezza di sera ho raggiunto ancora una volta l’officina.
La mia intelocutrice abituale, S., di cui scrissi già lo scorso settembre, è una giovane alta, un po’ larga di fianchi, un bel viso semplice; è molto laboriosa, è molto dolce e fa piacere avere a che fare con lei. Lo scorso 8 marzo, dopo una delle ormai numerose visite forzate, nel salutarla, le avevo chiesto se si accingesse a uscire con le amiche per la giornata delle donne, e mi aveva risposto che aveva troppo da fare con la bambina, mettendo così a tacere definitivamente la voce che mi imponeva di tentare con lei una qualche intesa. “Una giornata fra donne a casa, allora” le avevo risposto, e ci eravamo salutati con un sorriso.
Ora è al telefono, come al solito. L’altro giorno, quando avevo riportato qui la vettura spiegando che il problema si era tornato a verificare, poi, imponendomi la massima calma e determinazione, avevo estratto la fattura precedente e le avevo detto: “Questa è la fattura dello scorso intervento; mi aspetto che l’importo mi sia rimborsato” per la prima volta l’avevo vista irrigidirsi vistosamente.
“Bisogna fare una nuova diagnosi per capire cos’è successo” aveva ribattuto, poi era andata a verificare quanto tempo avevo lasciato passare dalla consegna precedente.
E’ ancora al telefono, ora, quando mi guarda e mi bisbiglia: “Ho fatto un guaio…”
Attendiamoci il peggio, cerco di preparare lo spirito a nuove brutte vicende, anziché alla guarigione definitiva della Cavalla.
“Ho fatto un guaio” mi dice nuovamente teminata la telefonata: “Stamattina mi sono dimenticata di portare la sua macchina dentro l’officina, poi con la Pasqua abbiamo avuto un sacco di lavoro e mi è venuta in mente solo nel pomeriggio, e non hanno fatto in tempo a guardarci.”
“Pazienza. Lo sai che ci metto un’ora e mezza ogni volta per venire qui, dalla Borgatella di San Lazzaro…”
“Mi dispiace davvero, ma se vuole domattina siamo aperti.”
“Ah va bene, allora la lascio qui davanti anche stanotte. Ma a che ora chiudete, poi?”
“Alle dodici e mezza.”
“Ahia, non ce la faccio.”
“Possiamo fare così, gliela lascio fuori, così la ritira quando vuole nel pomeriggio, e poi le mando un sms per dirle qualcosa.”
“Va bene. Nel caso, poi, se c’è ancora bisogno lunedì sera la torno a lasciare qui davanti.”
Accordo raggiunto. Mi saluta con un sorriso che non le avevo mai visto prima, che associo senza alcun dubbio alla volta precedente, ad aver saputo fare, con calma, la voce grossa per quella fattura.
Con calma, e con i primi dubbi sulla sincerità di S. nell’essersi presa la colpa, esco dall’ufficio accettazione e vedo là fuori la Cavalla malata, rimasta tutto il giorno ad aspettarmi, sotto un cielo molto nuvoloso, e che mi accompagnerà per le strade di una nuova serata di lavoro.
Serata che terminerà ancora una volta, poco dopo mezzanotte, sempre qui davanti, presso una grande rotonda all’inizio di un’estesissima zona artigianale.
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Immagine da: http://www.soverini-auto.it/




