Calma odissea

soverini.
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Occorre quasi un’ora e mezza, in parte a piedi in parte con due autobus, nel tragitto fra casa e l’officina principale della Volkswagen, a cui il mio valido meccanico Marino mi dirotta per i problemi di alimentazione a gas metano. Nei percorsi inversi, notturni, dopo aver lasciato la Cavallona davanti all’officina, il tratto finale a piedi è ancora più lungo, perchè mi tocca scendere dal diciannove nel centro di San Lazzaro, e da lì cominciare un itinerario via via più isolato e buio verso la campagna.
Proprio come in settembre, marzo mi ha visto dedicare un periodo di diverse giornate alla migrazione quotidiana, a volte in un solo senso di marcia, a volte in entrambi, a inizio e fine del turno di lavoro, e questo grazie al fatto che per fortuna il malfunzionamento non mi ha impedito di lavorare.
Una spedizione se ne va per la diagnosi, un’altra per l’intervento, poi si scopre che l’intervento non ha avuto successo, e si ricomincia da capo. E’ la norma, alla faccia della qualità su cui punta tanto il marchio tedesco.

Una notte di questa lunga sequela di giornate piovigginava e faceva freddo; c’era poco lavoro.
Avvertivo come una grande conquista la calma, con cui stavo affrontando il nuovo calvario come non fosse un’emergenza, e, in virtù di quella calma, avevo già raggiunto l’officina, presso una grande rotonda all’inizio di un’estesissima zona artigianale, con largo anticipo sull’orario dell’ultimo autobus, lasciando il terminale radio acceso per eventuali chiamate in zona. E poco prima di chiudere la vettura e avviarmi alla fermata non lontana, la chiamata era arrivata, una chiamata buona, una di quelle dei ferrovieri che dal deposito San Donato vanno in stazione. Bene, si arrotonda sensibilmente un incasso magro.
Andata e ritorno, facendo galoppare la Cavalla nei rettilinei e poi fra un semaforo e l’altro; e dopo tre quarti d’ora sono nuovamente lì.
Mi avvicino con la vettura alla fermata dell’autobus per verificare che l’orario dell’ultima corsa, mezzanotte e undici, sia corretto. Poi, anche in base all’esperienza di qualche notte prima, sfrutto il servizio satellitare via sms per conoscere l’effettivo orario previsto. Risposta quasi immediata: ‘ore zero e ventidue’.
Posso raggiungere senza fretta l’officina e aspettare l’orario, riparato dentro la fedele vetturona, con la compagnia dei colloqui notturni fra i due vivaci conduttori di Radio Deejay e gli ascoltatori che raccontano al telefono le loro strane storie. La loro voce copre l’ululato sinistro che proviene lassù, da quegli stendardi rigidi della Volkswagen battuti dal vento freddo e umido.
A mezzanotte e undici lo vedo, beffardo, impaziente, veloce: l’autobus quattordici passa puntualissimo dalla fermata e sfreccia via.
A questo punto non mi resta che chiedere aiuto a un collega. In questi casi, quasi senza pensarci, il primo che mi viene in mente è sempre A. ed è strano, a ben pensarci: lontano da me per età (molto più giovane), interessi (molto, molto materiali), livello di cultura, di consapevolezza sociale, di attenzione alla salute (molto, molto bassi), stazza fisica (pancia e tutto il corpo debordante spaventosamente di grasso), e via dicendo. Ma il senso dell’amicizia, evidentemente, travalica tutti quei parametri e travalica, anche, l’ormai lontana esperienza di alcune cene con lui segnate da un lascito di forte disagio, per la mancanza di argomenti interessanti e soprattutto per l’aggressività di tante sue espressioni.

“Dimmi zio!”
“Ciao, mi passi a prendere, come quell’altra volta? Sono sempre da Soverini in via Larga.”
“Sei fortunato, sono in via Mazzini.”
“Okay, vieni subito? Questa volta però voglio pagarti, ti do venti euro.”
“Cinquanta euro!” ribatte scherzando, “arrivo, zio!”

Estraggo il borsello blu dal ripiano nascosto, chiudo la Cavalla e mi metto ad aspettare sotto la pioggia che tende a smorzarsi, nella notte troppo fredda per essere di fine marzo.
E dopo pochi minuti vedo i fari della Opel di A. avvicinarsi e poi puntare contro di me; sollevo l’ombrello in segno di riconoscimento e di saluto.
L’interno della sua vettura è sempre molto pulito. Non mi chiede niente del guasto, io invece gli racconto di come ho perso l’ultimo autobus.
Stenta a capire come sia possibile sobbarcarsi tragitti simili senza chiedere aiuto, lui che evita sempre di fare anche solo pochi metri a piedi.
“E poi dove ti lascia l’autobus?”
Mento: “Alla stazione di San Lazzaro, poi ho un quarto d’ora di passeggiata.”
“Te sei fuori, una passeggiata, ma chi te lo fa fare?”
“E’ che mi piace essere autonomo e non dipendere da nessuno”.

Passiamo sotto il nuovo imponente e incombente grattacielo.
“Hai visto quella nuova scritta luminosa Unipol? Ormai sono loro i padroni della città.”
“Ma come avranno fatto” fa lui, “a fissare quelle lettere quasi in cima al grattacielo?”
“Avranno preso degli alpinisti, un po’ come quelli che puliscono le finestre dei grattacieli in America.”
“Mi viene il voltastomaco solo a pensarci. Ho visto una foto con una squadra di persone che mangiano un panino sospesi a duecento metri d’altezza.”
“Sì sì, l’ho vista anch’io.”
“Non so come facciano, a me vengono le vertigini anche dal primo piano…”

“Prendi questa stradina qua, si fa prima.”
“Va bene. Ah sì, passiamo davanti alla casa del mio amico che abita qui dalle tue parti, ecco dev’essere quella gialla. Non lo vedo più, ho litigato anche con lui, com’è che litigo con tutti?”
“Hai un carattere di merda, solo lo zio è capace di sopportarti…”
Senza bisogno che gliela indichi, entra nell’area di parcheggio illuminata comune al mio edificio e ad altri tre.
“Ecco ti do venti euro.”
“No, massimo dieci! Dammene due da cinque se le hai.”
“Va bene, eccole.”
“E’ tutta sciupata, non ne hai una più sana?”
“Okay, tieni questa. Ti saluto, grazie carissimo, lavori ancora molto?”
“Se ci riesco faccio una gita o due poi vado a casa, stasera non c’è un cazzo.”
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Di traversata in traversata viene il venerdì prima di Pasqua, e poco prima della chiusura alle sei e mezza di sera ho raggiunto ancora una volta l’officina.
La mia intelocutrice abituale, S., di cui scrissi già lo scorso settembre, è una giovane alta, un po’ larga di fianchi, un bel viso semplice; è molto laboriosa, è molto dolce e fa piacere avere a che fare con lei. Lo scorso 8 marzo, dopo una delle ormai numerose visite forzate, nel salutarla, le avevo chiesto se si accingesse a uscire con le amiche per la giornata delle donne, e mi aveva risposto che aveva troppo da fare con la bambina, mettendo così a tacere definitivamente la voce che mi imponeva di tentare con lei una qualche intesa. “Una giornata fra donne a casa, allora” le avevo risposto, e ci eravamo salutati con un sorriso.
Ora è al telefono, come al solito. L’altro giorno, quando avevo riportato qui la vettura spiegando che il problema si era tornato a verificare, poi, imponendomi la massima calma e determinazione, avevo estratto la fattura precedente e le avevo detto: “Questa è la fattura dello scorso intervento; mi aspetto che l’importo mi sia rimborsato” per la prima volta l’avevo vista irrigidirsi vistosamente.
“Bisogna fare una nuova diagnosi per capire cos’è successo” aveva ribattuto, poi era andata a verificare quanto tempo avevo lasciato passare dalla consegna precedente.
E’ ancora al telefono, ora, quando mi guarda e mi bisbiglia: “Ho fatto un guaio…”
Attendiamoci il peggio, cerco di preparare lo spirito a nuove brutte vicende, anziché alla guarigione definitiva della Cavalla.
“Ho fatto un guaio” mi dice nuovamente teminata la telefonata: “Stamattina mi sono dimenticata di portare la sua macchina dentro l’officina, poi con la Pasqua abbiamo avuto un sacco di lavoro e mi è venuta in mente solo nel pomeriggio, e non hanno fatto in tempo a guardarci.”
“Pazienza. Lo sai che ci metto un’ora e mezza ogni volta per venire qui, dalla Borgatella di San Lazzaro…”
“Mi dispiace davvero, ma se vuole domattina siamo aperti.”
“Ah va bene, allora la lascio qui davanti anche stanotte. Ma a che ora chiudete, poi?”
“Alle dodici e mezza.”
“Ahia, non ce la faccio.”
“Possiamo fare così, gliela lascio fuori, così la ritira quando vuole nel pomeriggio, e poi le mando un sms per dirle qualcosa.”
“Va bene. Nel caso, poi, se c’è ancora bisogno lunedì sera la torno a lasciare qui davanti.”
Accordo raggiunto. Mi saluta con un sorriso che non le avevo mai visto prima, che associo senza alcun dubbio alla volta precedente, ad aver saputo fare, con calma, la voce grossa per quella fattura.

Con calma, e con i primi dubbi sulla sincerità di S. nell’essersi presa la colpa, esco dall’ufficio accettazione e vedo là fuori la Cavalla malata, rimasta tutto il giorno ad aspettarmi, sotto un cielo molto nuvoloso, e che mi accompagnerà per le strade di una nuova serata di lavoro.
Serata che terminerà ancora una volta, poco dopo mezzanotte, sempre qui davanti, presso una grande rotonda all’inizio di un’estesissima zona artigianale.
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Immagine da: http://www.soverini-auto.it/

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Quasi in presa diretta

Carosio

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Mi pesa vedere i giorni passare senza la voglia di pubblicare un nuovo scritto, e senza neanche sentirne maturare interiormente i temi conduttori, che è la premessa necessaria a ottenere un soddisfacente livello di intensità, e dunque di interesse.
Mi pesa, sì, come il venir meno a un dialogo, fatto di fiducia reciproca, con il gruppo di amici che mi leggono più o meno regolarmente, e con quelli che regolarmente contribuiscono al dibattito tramite i commenti.
E così, in questa domenica sera di libertà dal lavoro, e di ritrovata quiete domestica dopo un giorno in compagnia di vecchi amici che mi sono venuti a trovare, qui nel silenzio di questa stanza, rotto solo dal ronzio della ventola del computer, cerco di convogliare in un insieme ordinato di frasi i miei pensieri, quasi in presa diretta, comunque allo stato di maturazione espressiva in cui si trovano.

Vi assicuro non cerco alibi, e nemmeno scuse non richieste, sarebbe davvero stupido, e se dunque comincio a parlare delle difficoltà di questo mese di marzo che, a sorpresa, me ne ha regalate in serie, lo faccio solo per il conforto di tornare sui toni del diario.
Dopo un inverno pesante per il sovraccarico di lavoro, la sospirata primavera non è arrivata; al suo posto un’interminabile sequela di piogge, instabilità, giornate fredde, che le previsioni annunciano protrarsi ancora per settimane; anzi, peggio, prima vaticinano a medio termine (un paio di settimane) un campo di alta pressione stabile, che alimenta i sogni più straordinari, poi, come la ministra Fornero con le pensioni, spostano sempre più avanti tale previsione. Il morale non ne gode.
E l’inattaccabile salute, campo che rappresenta una recente conquista da sbandierare con orgoglio, conosce degli inattesi cedimenti: dapprima una forma influenzale con mal di gola e tosse che dura quasi una settimana, poi, pochi giorni fa, una bruttissima colica, certamente aiutata da alcune mie corbellerie (leggi: ceci bolliti mal conservati).
E intanto, in maniera simmetrica con quanto avvenne all’altro capo di questo lungo periodo, cioè lo scorso settembre, i cedimenti di salute della mia compagna di lavoro, la Cavallona, e gli interventi a ripetizione, non risolutivi, dell’unica officina Volkswagen della città abilitata ai motori a metano. Di punto in bianco, senza preavviso, vedo la lancetta della benzina calare e quella del gas restare ferma, e poi, a coronamento di tutto ciò, accendersi una spia gialla già ben nota dall’epoca di quegli altri acciacchi all’alimentazione.
E riprende l’odissea della transumanza, sia in orari pomeridiani come nel pieno della notte, fra casa e officina, lunghi spostamenti in autobus e a piedi, e ore di tempo libero, e soldi, immolati al nulla.
Dopo l’ultima ricomparsa degli stessi sintomi ho deciso che darò battaglia, e scriverò una lettera di reclamo, raccontando anche gli arretrati di settembre, compreso quando chiesi di parlare col capo-officina e dopo venti minuti l’impiegata mi disse che avevano sistemato la vettura, e non mi fu concesso l’onore di conoscere l’autorità in questione.

In notevole controtendenza, su questo ripetersi di una piccola privata stupida infelice odissea, l’improvviso e stabile incremento dell’attività lavorativa, straordinario rispetto alla bonaccia da crisi di gennaio e febbraio. Una corsa dietro l’altra, e incassi giornalieri eccezionali a parità di impegno, tempo ed energie. Certo, è il mese di importanti fiere, ma l’impressione di sognare stenta a lasciarmi.

Ricevere degli amici, anche se qui in casa si passerà con loro poco tempo, significa affrontare quel genere di pulizie che, in mancanza per scelta di una collaboratrice domestica, tende a rimandare sempre un single che, seppure abbastanza ordinato, deve rendere conto solo a sè stesso.
Togliere quelle piccole ragnatele che si diffondono lassù in tutti gli angoli; togliere la polvere che si intrufola su mobili, sedie e porte come una nemica instancabile; liquido anticalcare, paglietta metallica e olio di gomito per ridonare al water un aspetto luminoso e igienico, lo stesso dicasi per il lavello della cucina; lustrare la grande specchiera del bagno senza lasciare aloni; passata generale di aspirapolvere, e poi di straccio bagnato con qualche goccia di detergente dove non c’è il parquet.
In fondo, alla fine, è proprio un bene che qualcuno venga a trovarmi, ma la vigilia, soprattutto dopo un giorno sdraiato in stile Marco Pannella, cioè senza mangiare e senza bere, si presenta come un ostacolo piuttosto impegnativo.

E poi, sullo sfondo e non solo, l’evolversi della situazione politica, che continuo a seguire come preso da qualcosa che sta fra una lunga insolita passione e una lunga insolita febbre.
Il martellare quotidiano, sulla sfera della conoscenza e della coscienza critica, di piccoli eventi e decine di opinioni molto varie al proposito, di cui non mi stanco di alimentarmi, fin quasi a farmi male.
Come chi, dopo lungo fidanzamento, ha sposato una causa, e ora freme per i destini della sua consorte, che vede quanto meno sospesi, in bilico, su una lama di rasoio ogni giorno più sottile e pericolosa.
E cerca, e crede di capirli, quei destini, quelle linee di condotta, e nello stesso tempo non può soffocare la voce interiore che desidererebbe esiti differenti, e ancora di più quella di critica nei confronti delle esasperazioni propagandistiche, e di tifo da stadio, che tende troppo spesso ad assumere, da qualsiasi parte, il dibattito accesosi dopo la storica tornata elettorale.
E sarebbe da tifoso, a mia volta, non ammetterlo: il desiderio che il Movimento Cinque Stelle sfruttasse la sua enorme rendita di posizione per costringere Pierluigi Bersani a fare poche ma ben chiare cose per il bene della nazione, anzichè restare fuori dalla mischia fino ad assecondare i peggio inciuci, oppure un nuovo clima elettorale di cui mi nausea solo l’idea, è un dato che non posso nascondere.
Poi rifletto, e questo silenzio e questo ronzio della ventola del computer mi aiutano a farlo. Non ho sposato proprio nessuno, e non devo assecondare eccessi di senso di responsabilità: anche ammettendo che i tifosi della squadra avversaria non vedessero l’ora di dimostrarmi la fragilità delle mie posizioni precedenti, e di dirmi visto che era tutto sbagliato, mi posso e mi devo chiamar fuori da questo stupido gioco al massacro, e, senza rinnegare proprio niente, riprendere a osservare l’evolversi della realtà, e il formarsi delle mie come delle altrui opinioni, solo come un gioco appassionante, che, nel bene e nel male, ha solo qualche ricaduta (non esattamente marginale…) sulla vita del nostro Paese.
Non solo, ma non devo neanche permettere a niente e nessuno di soffocare la virtù della speranza, che ha qualcosa di fortemente legato all’interpretazione razionale dei fatti, eppure nello stesso tempo qualcosa di aereo, intangibile, irrazionalmente creativo, e a maggior ragione prezioso.

Siamo uno strano impasto di coscienza e sogno, e guai a chi calpesterà una sola delle due parti.
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Immagine da: http://www.inabruzzo.com/?p=144291

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Accendere i fari e mantenere le distanze

Fari

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Un paio di mattine di sole interrompono una sequenza di giornate piovose che sembra non finire mai, impressione che trova demoralizzanti conferme nelle previsioni del tempo per tutto questo penitenziale mese di marzo. E’ come una sola occhiata, che ha il sapore dello spasimo di desiderio, alla stagione che evolve senza concedersi; è come una breve interruzione in una lunghissima e opprimente galleria autostradale.

E la situazione politica non è da meno. Terminavo il mio articolo scritto poco prima del voto, prefigurando la gioia di Piazza San Giovanni, di un popolo unanime e festoso, e poi l’emozione palpitante dei risultati elettorali per chi, come me, aveva vissuto con crescente entusiasmo l’affermarsi di una nuova straordinaria speranza. E prefiguravo anche il clima di guerra che un atto rivoluzionario, benché operato con il democratico strumento del voto, avrebbe portato.
Non mi sbagliavo: nulla è più come prima, il banco è stato sbaragliato, molte posizioni di comodo e connivenza smascherate, la stabilità subdolamente devastante delle ultime stagioni politiche sostituita da un’incertezza inquieta e lacerante, foriera di divisione, scontro e paura.

Nel mio scritto dopo il voto (cioè l’ultimo prima di questo), raccontavo poi le mie altalenanti emozioni all’inizio di quello stesso tunnel di incertezza che stiamo giorno dopo giorno percorrendo; e, fra i motivi di conforto, citavo un filmato relativo ad alcuni neo-eletti a Cinque Stelle, conforto poi amplificato dall’ormai famosa sequenza di autopresentazione di tutti loro, a cui alludevo nei commenti allo stesso post.
Senza dubbio, la coscienza dell’ingresso in Parlamento, tramite i centosessantatré eletti, di una nuova cultura, attenta alle problematiche dell’ambiente, dei beni comuni, della legalità, della decrescita, è un dato certo che continua ad alimentare una fortissima speranza, ma intanto, proprio dallo stesso fronte, sono giunti segnali tutt’altro che incoraggianti. La scellerata rivalutazione degli esordi storici del fascismo espressa (in un suo post scritto nel recente passato) proprio dalla neo-capogruppo alla Camera; la stupida idea (poi smentita) di una piccola marcia collettiva per le vie di Roma in occasione dell’insediamento previsto ormai a giorni; ma soprattutto il cedimento, dichiarato da alcuni, rispetto alla linea intransigente nei confronti dell’appoggio a un governo del centro-sinistra, stanno complicando un quadro già fin troppo contrastato.
E zio Beppe, sulla falsariga di Gianroberto Casaleggio, è dovuto già ricorrere, ben pochi giorni dopo lo strepitoso successo, alla prima ‘mozione di fiducia’: “Se in futuro fossi smentito da un voto di fiducia dei gruppi parlamentari del M5S a chi ha distrutto l’Italia, allora, pacatamente, serenamente, mi ritirerò dalla politica.
Ha fatto bene, ha stroncato sul nascere un’ipotesi che mi appare sempre più negativa nel merito, ma soprattutto deleteria nel creare una frattura insanabile fra un leader illuminato e una pattuglia di giovani volonterosi. E ha dimostrato quanto dicevo (e scusate l’ennesima autocitazione) sulla fragilità di un modello che, per quanto straordinariamente ricco di propulsione, si basa su una fondamentale contraddizione: teorica democrazia diretta e reale verticismo.

Clima di guerra, dicevo, o, se vogliamo smorzare i toni, comunque di aspro scontro. I poteri che si sentono fortemente minacciati, a partire da quelli della finanza internazionale, e che si irradiano, tramite un’ormai collaudata rete, in quelli più nostrani, rappresentanti dalla vecchia cricca politico-informativa, hanno cominciato a sparare le loro potenti munizioni. Una campagna d’opinione di portata massiccia sta veicolando con impressionante insistenza un messaggio unico: ‘Se il Movimento Cinque Stelle rifiuta l’accordo con Bersani, si rende colpevole di una pericolosa ingovernabilità’.
Ce lo dicono tutti i giorni, a tutte le ore del giorno, i principali quotidiani, i principali talk-show, gruppi di saggi e miopi intellettuali, schiere di infiltrati nei social-network; e trovano terreno fertile, nel fondamentale italico amore (con frequenti connotazioni accidiose) per il quieto vivere; nel senso di rivalsa dei milioni di elettori di centro-sinistra umiliati dal risultato elettorale e dagli schiaffi ricevuti da zio Beppe; nell’oggettiva fatica di immaginare un diverso percorso, tutto da costruire, per il reale bene collettivo.
Così facendo, cercano di dividere al suo interno, e indebolire nell’immagine, il piccolo grande esercito che hanno visto crescere dal nulla e ora insidiare dannatamente le antiche posizioni di comodo; e lo fanno amplificando la radicalizzazione del dibattito, propria dei toni battaglieri che tanto seguito hanno concesso a Beppe Grillo, e che ora tende a dividere pericolosamente, ma per alcuni vantaggiosamente, l’intera popolazione.

Cercherò di anticipare la critica che qui immagino, da parte di chi si è schierato a favore di quella voce di apparente buon senso: la critica, cioè, di assecondare una spinta esclusivamente distruttiva.
Il programma del Movimento Cinque Stelle, e più in generale il pensiero di Beppe Grillo, sono propositivi: almeno questa cosa, negata per gran parte della campagna elettorale, è ormai diventata di dominio pubblico. La strategia per realizzarlo non può passare però attraverso accordi con chi quei punti di programma ha evitato di affrontare, e in pratica osteggiato, almeno negli ultimi vent’anni. Intanto però la situazione del Paese è critica, e rischia di sfociare addirittura nel panico, se solo a qualcuno faccia comodo che ciò avvenga.
Inoltre nessuno ha voglia del salto nel buio di nuove consultazioni elettorali a brevissimo termine, tanto più con l’attuale sistema di voto (e sono abbastanza convinto che alla fine questa volontà collettiva prevalga). Grillo prefigura un successo plebiscitario, che gli permetterebbe infine di governare, ma penso sia troppo intelligente per non avvertire quanto invece sia potenzialmente volatile il successo conseguito.
A questo punto, il progetto più logico sembrerebbe quello di ottenere, per il Movimento, un incarico di governo già ora, una volta fallito il mandato esplorativo di Pierluigi Bersani; magari un governo composto da personalità di alto livello e reputazione, che non mancano di certo, e finalizzato a pochi punti di programma, fra cui riforma elettorale e conflitto d’interessi. Il centro-sinistra sarebbe messo alle corde con il suo stesso tema della scelta di responsabilità, e si potrebbe realisticamente sperare in un esito positivo.
Il resto del programma penso sia troppo in rotta di collisione con gli attuali assetti di potere, per essere attuato senza un suffragio ancora più vasto, che potrebbe essere ottenuto dopo un anno di alcuni evidenti risultati molto positivi.
Purtroppo il nostro ineffabile Capo dello Stato sembra essersi messo già di traverso a un’ipotesi di questo genere, affermando che, dopo quello a Bersani, non darà altri mandati di governo. Ma le cose possono cambiare, e potranno comunque realizzarsi dopo la nomina di un nuovo Presidente, speriamo, questa volta, più degno di questo nome.
Ma anche i neo-eletti mi sembra che si stiano involontariamente mettendo di traverso a quest’unica ipotesi davvero realistica e positiva, quando affermano che chiederanno un mandato di governo sui venti punti del programma, e senza proporre alcun candidato premier.

Le giornate sembrano scorrere lente, e mi chiedo se è un bene, se è il presupposto a soluzioni ponderate, bisognose di maturazione.

Intanto, all’orizzonte ci sono due eventi che potrebbero modificare fortemente il panorama.
Marco Travaglio, proprio in queste ore dalle pagine (cartacee e telematiche) del ‘Fatto quotidiano’, sta dando il giusto rilievo al primo di questi eventi, che già da qualche giorno sta circolando in Rete.
Si tratta dell’ineleggibilità di Silvio Berlusconi sulla base di una legge del 1957 tuttora in vigore, ma mai applicata nei suoi confronti, che dichiara non eleggibili “coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per (…) concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica“.
La giunta parlamentare chiamata a convalidare ogni singolo eletto è la prima a cominciare i lavori, dopo la relativa formazione, del tutto indipendentemente dagli accordi per il governo; e, come immaginavo, il Movimento Cinque Stelle ha già dichiarato che voterà contro l’eleggibilità del Mostro di Arcore, oltre che, nel caso di richiesta, a favore di autorizzazione a procedere all’arresto del pluricondannato.
Una campagna di firme indetta da Micromega, per sostenere l’ineleggibilità, ha già avuto diverse sottoscrizioni illustri, ed ha già superato quota centosettantatremilacinquecento (vedi qui).
Sembra dunque molto probabile, a breve, l’inizio di un nuovo imperdibile spettacolo.

Poco più avanti nel tempo il secondo evento potenzialmente tellurico: il 4 aprile il TAR del Lazio, dopo aver già accettato un ricorso al proposito, deciderà se l’attuale sistema elettorale può considerarsi in conflitto con la Costituzione; in caso positivo sarà poi la Corte Costituzionale a dover dire l’ultima parola (vedi qui).

Franco Battiato, in una delle sue più belle canzoni, concludeva: “La primavera intanto tarda ad arrivare”.
Manteniamoci vivi, coltiviamo la speranza, anche costretti a un’opprimente e pericolosa guida in galleria: là fuori qualcosa sta cambiando, e la primavera può certo tardare all’appuntamento, ma in realtà non ne ha mai mancato uno.
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Immagine da: http://it.opel.ch/gamme/gamma-opel/auto/new-astra-sports-tourer/caratteristiche/sicurezza.html

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