Allenamento intensivo

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Ho già accennato più volte alla connotazione più evidente che ha assunto la mia vita quotidiana dopo il rientro dalla breve vacanza dello scorso agosto: in previsione di un’inedita concentrazione di tasse e spese straordinarie (fino a gennaio 2013), ho dovuto aumentare il tempo dedicato al lavoro, dalla precedente media di circa quarantacinque ore settimanali a circa cinquantacinque, dunque con una forte riduzione del cosiddetto tempo libero.
Ho pure accennato al fatto di riuscire ad affrontare il cambiamento con spirito positivo, trovandovi anche inaspettati eppure intensi risvolti di interesse vitale.
In questo stato di lieve ma costante emergenza, nelle ultime settimane sono stato colpito da un’autentica raffica di contrattempi, che hanno complicato sistematicamente entrambi gli aspetti, quello finanziario e quello del tempo a disposizione, mettendo duramente alla prova la mia serenità, minacciata soprattutto da una certa impressione di essere incontrollabilmente in balia degli eventi, e di non venirne più fuori.
Credo tuttavia di stare conducendo bene, giorno dopo giorno, questo forzato allenamento intensivo alle insidie dell’esistenza, tanto da riuscire spesso a trarre interesse e piacere anche dalle situazioni insolite che mi trovo ad affrontare (ad esempio dai lunghi spostamenti in parte in autobus in parte a piedi, di giorno e in piena notte, diventati frequentissimi).
Tante di queste situazioni, di questi eventi, giornate, incontri, ambienti, luci, atmosfere, meriterebbero un bel racconto, ma questa volta sacrifico le esigenze narrative al desiderio di lasciare una sintetica cronistoria di ciò che è successo, a gloriosa memoria di quanto affrontato in questo mio complicatissimo mese di settembre 2012.
Cominciamo, dunque.

Giovedì 6 settembre.
All’inizio del mio turno di lavoro, intorno alle quattro del pomeriggio, poco dopo essere uscito dal garage, lanciato su un rettilineo, urto con l’estremità dello specchietto retrovisore destro quello di un’altra vettura. Per evitare un declassamento della polizza di tipo ‘bonus-malus’, e che nuove vicende assicurative si assommino al ben noto contenzioso del risarcimento, preferisco pagare il danno immediatamente. Non ci sono più gli specchietti di una volta: l’alta tecnologia, contenuta in quello che ho avuto il piacere di colpire, mi costringe a un prelievo bancomat.

Venerdì 7 settembre.
Un cigolio proveniente dal motore, notato da tutti i colleghi ai posteggi (e che io vorrei tanto sopportare fino al prossimo tagliando di controllo, previsto dopo tre settimane) mi induce a fare comunque una visita in officina prima di cominciare il turno di lavoro. Sembra trattarsi della pompa dell’acqua, ma il capoofficina Marino è irrevocabile: per evitare danni più gravi la macchina deve stare ferma. Prenoto e vado in autobus a prelevare in Co.Ta.Bo. un’auto di scorta, con cui poi torno in officina per recuperare, dalla mia, tutta l’attrezzatura necessaria per lavorare. Prego il signor Marino di ridurre il più possibile i tempi dell’intervento, per il disagio e il costo giornaliero dell’auto di scorta.

Lunedì 10 settembre.
Nel tardo pomeriggio, la Cavallona è nuovamente a posto. Operazione inversa di restituzione dell’auto sostitutiva, previo rifornimento e lavaggio della stessa.

Mercoledì 12 settembre.
Per evitare di rimanere al freddo in casa per diversi giorni, come mi successe l’autunno scorso, provo ad accendere la caldaia, che ho tenuta spenta per tutta l’estate. Niente da fare: segnalazione di errore; chiamo l’assistenza che mi fissa l’intervento per lunedì 24 (oggi) nel primo pomeriggio.

Venerdì 14 settembre.
La Cavallona ripresenta un difetto già manifestato in passato: ai bassi regimi, l’accelerazione (soprattutto in seconda marcia) non avviene con regolarità, ma subisce a volte dei piccoli strappi. La cosa per il momento sembra sopportabile e non necessaria di intervento urgente.

Domenica 16 settembre.
Il difetto si acuisce sensibilmente e rapidamente. A volte, in concomitanza con quegli strappi, si accende sul cruscotto una spia gialla intermittente e avviene una commutazione automatica dell’alimentazione, da metano a benzina, sufficiente a bloccare il fastidiosissimo disturbo. Continuo a lavorare, cercando di tenere il motore su di giri quando lavora a metano (ogni volta che riaccendo il motore) e a basso regime quando lavora a benzina (dopo ogni commutazione automatica). Dopo alcune segnalazioni intermittenti la spia gialla resta accesa in modo fisso.

Lunedì 17 settembre.
Alle otto e mezza di mattina sono da Soverini, l’unica officina Volkswagen cittadina specializzata nei motori a metano. Consegno l’auto per la diagnosi, pregando che mi venga comunque restituita in serata per permettermi di lavorare; non mi assicurano che sia possibile.
Nel pomeriggio mi chiamano. Bisogna sostituire gli iniettori, e i pezzi di ricambio arriveranno solo mercoledì; intanto mi hanno forzato l’alimentazione esclusiva a benzina per poter lavorare.
Torno a riprendere la Cavalla malata, consegno in accettazione il duplicato della chiave, per poter lasciare in consegna l’auto nei pressi dell’officina nella notte fra martedì e mercoledì.
Lavorare a benzina, per il limitato serbatoio e per gli alti consumi (circa otto chilometri con un litro), mi costringe a fermarmi a fare il pieno quattro volte durante il turno di lavoro, senza considerare la forte incidenza del carburante sull’incasso complessivo.

Mercoledì 19 settembre.
Nel pomeriggio, anticipo la traversata da casa all’officina, per poter essere già in zona quando mi chiameranno per la riconsegna. La cosa avviene solo poco dopo le 18.
Nel ripartire, mi accorgo subito che l’accensione non provoca, come di norma, l’immediata alimentazione a gas, ma a benzina. Segnalo immediatamente la cosa in accettazione. Alcuni altri tentativi, sotto gli occhi della gentile impiegata, non sbloccano la situazione, ma il capoofficina è già andato via; lascio nuovamente in consegna il duplicato della chiave, nel caso che il problema non si risolva strada facendo. Dopo alcuni minuti di guida, vedo con sollievo accendersi automaticamente la spia che segnala l’alimentazione a metano.
Il sollievo diventa però disappunto crescente, di lì a non molto, quando, in maniera progressiva, torna a presentarsi il difetto in accelerazione, poi la spia intermittente, poi quella fissa; l’intervento non è servito a niente. Alla fine di una stressante serata di lavoro torno a lasciare l’auto da Soverini, spiegando per iscritto l’accaduto su un foglio che deposito in bella evidenza sopra il volante.

Giovedì 20 settembre.
Telefono in mattinata per sincerarmi della nuova presa in carico della vettura. Mi spiegano che bisogna sostituire un altro pezzo, che sarà pronto solo l’indomani. Nuova serata di lavoro con l’auto solo parzialmente efficiente, e nuova consegna notturna a fine lavoro.

Venerdì 21 settembre.
A metà pomeriggio mi arriva telefonicamente l’okay per il nuovo ritiro. Il pezzo è stato sostituito e una prova su strada ha dato esito positivo.
Vado a ritirare la Cavalla. Dopo un nuovo passaggio dalla cassa e la riconsegna, le prime impressioni di guida, benchè vissute con grandissima apprensione, sembrano positive, e un grande sollievo e rilassamento accompagnano la mia serata, che coincide felicemente con un turno di riposo.

Sabato 22 settembre.
Mi aspetta un turno di lavoro ricco e impegnativo, grazie alla forte richiesta tipica di un sabato sera di settembre. Poco prima delle cinque esco dal garage, cullato dal silenzioso motore della Cavallona.
Intorno alle cinque e mezza sento qualche lieve incaglio in accelerazione.
Intorno alle sette avviene la prima commutazione automatica a benzina, con accensione della spia lampeggiante.
La spia fissa si accende solo intorno a mezzanotte e tre quarti, ormai sul finire di un’intensissima serata alla guida, che mi lascia sfinito e atterrito.
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Immagine copiata da: http://direttaolimpiadilondra2012.blogspot.it/2012/07/londra-2012-sollevamento-pesi-guida.html

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Sulle tracce di Fantomas

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Abbandono considerazioni e dibattiti in tema di società e fantapolitica, per tornare alla privata vicenda, anzi posso ben dire alla telenovela, del tamponamento e del testimone reticente.
Eravamo rimasti alla sua telefonata in Co.Ta.Bo., che riaccendeva di colpo la speranza (chi ha seguito le puntate precedenti ricorderà che, a fronte della sua testimonianza scritta in mio favore, da mesi non eravamo più riusciti a ottenere la fotocopia di un suo documento indispensabile a validarla).
A Barbara aveva dunque lasciato detto di farsi richiamare il martedì successivo, all’indomani del suo ritorno dal mare. La brava impiegata aveva aggiunto, altro indizio incoraggiante, di averlo sentito molto dispiaciuto di aver causato il mancato indennizzo totale (mille euro su duemila) e mi aveva avvertito di cercare di farle avere il documento entro la fine di quella settimana, perché poi sarebbe andata in ferie lei.
Cinque giorni a disposizione, siamo abbastanza larghi.

Martedì, dunque, al mio risveglio torno alla carica.
“Signor N., sono il tassista del tamponamento…”
“Buongiorno,” (la voce è forte e calda) “sono in partenza da Bellaria, mi richiami verso sera così ci mettiamo d’accordo!”
Intorno alle sei riprovo.
C’è un gran rumore di fondo, mi dice che i treni sono tutti in ritardo, e che mi richiamerà lui se torna in tempo, altrimenti ci sentiamo domani.
“In effetti ho sentito che ci sono stati degli allagamenti, con questi temporali…” gli rispondo affabilmente.

Le ore, a cavallo della Cavallona, passano in fretta, e viene notte, un’altra notte; il telefono non ha suonato.
Riprovo l’indomani, mercoledì: “Signor N., buongiorno, è riuscito a tornare?”
“Sì sì, ce l’ho fatta.”
“Allora mi dica quando posso passare per quel documento.”
“Ci penso io, in giornata devo andare proprio in Co.Ta.Bo.”
Avverto Barbara.
Poi, alle cinque e mezza, prima che lasci l’ufficio, la richiamo: “Allora, si è fatto vivo Fantomas?”
“No, non è venuto nessuno” mi risponde desolata.
“Maledizione. Ci sentiamo domattina, e se non è arrivato niente torno alla carica.

Giovedì mattina mi alzo presto, e alle otto e mezzo richiamo Barbara; sulla sua scrivania non ha trovato niente.
“Signor N., sono il tassista.”
“Ah buongiorno, ho dato incarico a un mio collega che deve fare delle consegne da quelle parti.” Il tono, come sempre, è forte e rassicurante.
“Mi raccomando, perché la settimana prossima l’impiegata va in ferie.”

“Hai fatto male a dirglielo,” mi fa Barbara verso sera, nel comunicarmi ancora una volta che non si è visto nessuno “così hai fatto il suo gioco. Deve sapere che se non ci sono io c’è qualcun altro.”
“Facevo per fargli fretta, quando lo sento sembra sempre sincero.”
Ed è proprio così, l’intuizione di potermi fidare, dopo che si era rifatto vivo lui, sembrava questa volta attendibile, ma questo individuo ha un comportamento spiazzante. Uno che si offre generosamente come testimone, senza che nessuno gliel’abbia chiesto, poi fa di tutto per invalidare la sua testimonianza, deve avere qualcosa di patologico. Giungo a sospettare un caso di schizofrenia.

E’ arrivato dunque il venerdì mattina. Conoscendo le strategie dell’avversario, che quando se la vede brutta non risponde al telefono, ricorro al trucco di chiamarlo dal mio telefono fisso.
“Pronto?”
Silenzio da parte sua.
Silenzio da parte mia.
“Pronto!” sfuggente e seccato.
“Buongiorno sono il tassista.”
“Ah ho capito, io.” Ecco che ho fatto venir fuori la sua vera natura.
“Guardi che non è arrivato niente, in Co.Ta.Bo.”
“Ah. Adesso lo chiamo, il mio collega, e mi incazzo.”
“Facciamo una cosa, se mi dice dove si trova, la raggiungo in mezz’ora.”
“No, non c’è bisogno.” Non sono capace di insistere, contrariamente alle combattive intenzioni maturate nella notte.

Prima della sua pausa-pranzo richiamo Barbara. Solito tono desolato, solito niente di nuovo.
Desolato a mia volta: “Okay, adesso faccio l’ultimo tentativo, ciao.”
Duante il pomeriggio chiamo più volte Fantomas, che però si chiude nella sua vecchia e nota strategia di non rispondere.
Cinque giorni sembravano tanti, sono passati tutti. Rabbia, amarezza, senso di ingiustizia; decido che è meglio che mi rilassi, che prenda tempo anch’io.
Ma non posso fare a meno di pensarci, durante il fine settimana. Mi viene in mente di interpellare un avvocato, quella signora che aveva difeso gli interessi del condominio nella causa contro un condòmino moroso, e che mi aveva fatto un’ottima impressione. Potrei scriverle, cercare un suo parere, ventilare una collaborazione, controllare se è proprio vero che quella testimonianza scritta e firmata non ha valore, se non accompagnata da un documento, cosa che mi sembra assurda, un’escamotage dell’agenzia assicurativa.
Ma riesco a controllarmi e a non fare nuovi passi impulsivi.

Lunedì però ho un impulso che non posso fare a meno di assecondare.
Prendo il telefono mobile e digito un sms: “Signor N., se non se la sente più di testimoniare per me, non sarebbe meglio dirlo?”
Non mi arriva risposta, me ne sarei sorpreso, ma almeno mi son concesso una piccola rivendicazione di dignità.
Le ore di lavoro, come ho già raccontato, da qualche tempo sono diventate tante per far fronte a tasse e spese straordinarie: le affronto con energia e il senso di una positiva ed elettrizzante battaglia quotidiana, e con il vantaggio di allentare la presa da questa assurda vicenda.
Poi, martedì scorso, ho un nuovo impulso, quello di tornare alla carica. Non si sa mai, non ho niente da perdere, e non posso certo vergognarmi per l’insistenza, in questo caso.
Non me l’aspettavo, risponde.
“Buongiorno” mi fa “ho letto sa, il suo messaggio.”
“Ah. Allora mi dica quando possiamo incontrarci.”
“Guardi, sono incasinato, è un momento brutto, ho la Finanza qui in casa. Mi chiami domani, a quest’ora, e poi, se può passare al mio indirizzo le do il documento.” La voce è contrita, quasi umile.
“Va bene grazie.”

Sono le due del pomeriggio, quando l’indomani richiamo.
“Avevamo detto alle tre!” mi fa.
“Mi dica lei quando posso raggiungerla.”
“Dunque, ho appuntamento dall’avvocato in centro alle tre e un quarto. Ci vediamo alle tre. E’ in galleria Marconi, 1, cos’è, lì all’angolo con via Ugo Bassi?”
“Mah, veramente non lo so, comunque mi faccio trovare lì all’angolo.”

Cerco di arrivare all’appuntamento per tempo, ma il tragitto dalla periferia di San Lazzaro al centro di Bologna è una corsa a ostacoli, rappresentati da code ai semafori, tutti sempre inesorabilmente rossi.
Il posteggio dei taxi in piazza Malpighi è grande, non ho problema a parcheggiarvi la Cavalla in fondo, quando le tre sono passate già da due minuti.
Scendo al volo e, correndo, attraverso in diagonale il grande incrocio. All’angolo fra via Marconi e via Ugo Bassi non c’è nessuno ad aspettarmi. Accidenti ho lasciato il telefonino in macchina. Nuovo complesso doppio attraversamento, sempre di corsa per non farmi travolgere dagli autobus, e sono nuovamente sul posto.
Mi sporgo dentro un bar: “Scusi dove rimane la Galleria Marconi?”
“Sempre avanti, più giù.”

Attendo. Ci saremo capiti?
Alle tre e dieci lo chiamo.
“Sì, sono sull’autobus, sto arrivando, sono adesso in Piazza Minghetti.”
Sotto l’alto portico percorso da gente più o meno indaffarata, mi metto esattamente al vertice dell’angolo, per scorgere chi arriva da via Ugo Bassi.
Lo riconoscerò? Accidenti a non essere fisionomista. Ecco uno dal passo deciso, che si avvicina con qualcosa in mano. Ma tira dritto senza guardarmi.
Ci saremo capiti? Non è che magari si fa indicare dall’autista di un autobus dov’è la galleria Marconi e non passa di qua?
I minuti scorrono lentissimi, ma resisto alla tentazione di chiamarlo di nuovo.
Alle tre e venti compare, lo riconosco, dal passo e dalla faccia. E’ vestito bene. Mi vede e mi fa un cenno di sorriso.
“Buongiorno” e mi allunga subito una busta bianca, chiusa, senza scritte sulla facciata.
“Buongiorno, grazie. Ho chiesto, sa, dov’è la Galleria Marconi. Mi han detto che è più avanti.”
“E’ molto lontano?”
“Mah, penso di no saranno due o trecento metri.”
“Bene, la saluto” e mi allunga la mano.
Ce la stringiamo entrambi con un vigore che mi lascerà un ricordo particolare, di reciproca, liberatoria franchezza.
Mi fa il segno del telefono, nell’allontanarsi.
“Le faccio sapere gli sviluppi, arrivederla!”
La busta autoadesiva si apre abbastanza agevolmente. La fotocopia è chiara e correttamente effettuata su entrambe le facciate del documento. Alla voce: professione, leggo con curiosità un mestiere non molto diverso dal mio.
Ora bisogna fare una ulteriore fotocopia, per me, e andare a lasciare questa in Co.Ta.Bo., sulla scrivania di Barbara.
Prima però, con il trofeo fra le mani, invio un sms a due amiche che in questa lunga storia hanno fatto il tifo per me, Cristina e Milvia. In fondo la gioia non è tale se non è condivisa.

In segreteria chiedo quando torna la Barbara.
“Dovrebbe tornare il 18, martedì.”
“Devo lasciarle una busta, mi dai un foglio per favore, che le scrivo due righe?”
Prendo la penna e scrivo: “12 settembre. VITTORIA! Non ci speravo più…”, la firmo, la infilo nella busta, che intesto “Per Barbara”, chiudo e poi lascio sulla sua scrivania.
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Dopo pochi minuti riaccendo il motore della docile Cavallona.
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Immagine da: http://inesattezze.blogspot.it/2011/02/fantomas-il-genio-del-male-marcel.html

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Un’onda anomala

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Da molto tempo la mia informazione sui fatti del nostro Paese e del mondo avviene principalmente tramite internet, e soprattutto attraverso tre canali privilegiati: la pagina del Fatto Quotidiano, sempre ricchissima di spunti e opinioni anche divergenti fra loro, quella del blog di Beppe Grillo, che meritoriamente (e da sempre) dà spazio anche ad altre voci importanti, e infine quella di Facebook, da cui mi giungono molte segnalazioni di amici, nonché gli aggiornamenti di siti dedicati proprio all’informazione.
Notizie, approfondimenti, opinioni nutrono così quotidianamente la mia naturale curiosità e bisogno di conoscenza, come un flusso ordinato e continuo, e quasi impercettibile.
E’ solo in rarissimi casi che quel flusso subisce uno scossone e si trasforma in un’inattesa onda anomala, per l’importanza e la novità di contenuti che modificano improvvisamente la mia abituale percezione della realtà.
E’ successo non molti giorni fa, grazie a uno straordinario articolo su Julian Assange pubblicato da Beppe Grillo, e poi, di lì a poco (con un’impressionante simultaneità), ad un filmato che cerca di porre dubbi su presunti secondi fini dello stesso Grillo e del suo braccio mediaticamente armato, la ‘Casaleggio Associati’, che, come si sa, cura tutti gli aspetti di comunicazione di zio Beppe.

Ho già provveduto a linkare nell’occhiello, su in alto a destra di questa pagina, l’articolo su Assange (autore: Sergio Di Cori Modigliani, puoi cliccare anche qui), e qualcuno fra i più curiosi visitatori l’ha già letto.
Nonostante la relativa lunghezza, ha tutte le caratteristiche di un’avvincente pagina di romanzo, a cavallo fra lo spionaggio e la fantascienza, caratteristiche immaginifiche e quasi epiche che gli danno una particolare forza a livello informativo, anche indipendentemente dalla grande rilevanza dei contenuti.
Un duello senza esclusione di colpi, veniamo a sapere, è in corso fra due grandi fazioni mondiali, capitanate da due donne quasi omonime: Christine Lagarde, direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, e Cristina Kirchner, presidente della Repubblica Argentina.
Sono le rappresentanti di due differenti gruppi, interessi, visioni del mondo e del futuro.
Da una parte l’oligarchia economica occidentale, che sta saccheggiando e schiacciando anche la nostra Europa, anche il nostro Paese, anche la nostra vita quotidiana, in un’ipotesi sociale esasperatamente capitalistica e generatrice di squilibri, guerre, devastazione ambientale; dall’altra una coalizione di Paesi sudamericani di cui qui da noi si parla davvero troppo poco, che stanno proponendo nuovi modelli sociali, solidali e sostenibili (socialmente ed ecologicamente), fondati sul rifiuto del grande ricatto del debito pubblico.
Perché stupirsi, quindi, che gli inglesi vogliano invadere un’ambasciata straniera? Non era mai accaduto neppure nei momenti più bollenti della cosiddetta Guerra Fredda” si può leggere, in maniera del tutto consequenziale e credibile, sul finire dell’articolo, di cui non aggiungo altri stralci.

Passo invece all’altro contributo.
Un filmato di otto minuti (clicca qui), con una dovizia e precisione nella documentazione che lo rendono degno di grande attenzione, evidenzia strani legami di Beppe Grillo, Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano e altri siti e case editrici, il tutto tramite la ‘Casaleggio Associati’, con gruppi legati alla massoneria internazionale e al progetto di un nuovo ordine mondiale.
La mia prima reazione è stata indispettita, come da chi vede messa in dubbio la fonte di tanta informazione contro corrente, attendibile, appropriata ai veri problemi epocali, avvertita ormai da molti anni come baluardo contro la menzogna e la sopraffazione, il tutto in nome di quella pratica, fin troppo diffusa, di fare dietrologia, di scorgere dappertutto mandanti occulti e progetti esoterici.
Ma poi l’onestà mi impone un ripensamento, e un tentativo di quadratura, di sintesi, fra le mie certezze consolidate, circa quelle fonti messe in discussione, e l’indiscutibile razionalità critica del filmato, e soprattutto per quelle immagini e allusioni massoniche riprese dai siti della Casaleggio.
E così, non volendo affatto rinnegare la mia fiducia nell’opera di zio Beppe e compagnia (confortata più che mai dalla sua divulgazione di quell’eccezionale articolo che ho lungamente citato), giungo a formulare un’ipotesi che appare invero molto fantasiosa, tanto da farmi esitare dal parlarne qui, per paura di essere annoverato a mia volta fra i creduloni che diffondono verbi esoterici incontrollati.
L’ipotesi che, all’ombra di queste preziose fonti, ci sia davvero un movimento internazionale massonico, e che davvero questo si ponga l’obiettivo di un nuovo ordine mondiale. Ma che quest’ultima etichetta, che di solito è stata attribuita a progetti di oligarchia capitalistica (quelli, per intenderci, capaci di architettare l’11 settembre), prefiguri invece una risposta e una proposta di rinnovamento adeguato alle inedite e drammatiche sfide sociali e ambientali che mettono in discussione il futuro della compagine umana. Una massoneria ‘buona’, dunque, illuminata come il principe di Niccolò Machiavelli.
E che il carattere istrionico, vulcanico, profetico ed etico di zio Beppe non sia altro, qui da noi, che lo strumento di attuazione di quel segreto progetto: in fondo non è difficile immaginare, dietro lo straordinario successo della sua svolta politica a cinque stelle, l’appoggio di moderni studi scientifici di comunicazione e di immagine.
E, d’altra parte, non è certo estranea alla massoneria una spiccata progettualità messianica, oltre alla tipica concentrazione di potere, e dunque finisce per apparire verosimile un piano salvifico per l’umanità.

Quest’ipotesi, appena si affaccia alla mia mente in tutto il suo incontrollato clamore, mi dà fastidio quasi quanto la prima visione di quel filmato.
Poi, allo stesso modo, ho un ripensamento. In fondo sono sempre stato convinto della debolezza e fragilità del modello sociale democratico, in qualsiasi forma più o meno perfetta, di fronte a sfide epocali come quella che sta vivendo l’umanità intera, così come di fronte all’arroganza pervasiva e troppo potente delle oligarchie economiche e militari, e ho spesso concluso che solo qualche altra forma di controllo del potere potrebbe fronteggiare queste ultime.
Sarà dunque una lobby segreta e illuminata a salvarci?
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Immagine da: http://www.lettera43.it/attualita/10570/cosi-nasce-uno-tsunami.htm

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