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La luce di giornate calde e radiose, nel massimo rigoglio verde della natura, si estende trionfante e sorprendente sulla notte sempre più corta, interrotta dai cinguettii corali urlati a una nuova alba, anticipata, che il cielo già annuncia.
La stabilità, il chiaroscuro, la pienezza che conforta, la dolce illusione che sia per sempre: siamo di nuovo giunti, pedalando regolarmente, fino in cima, su quella che l’anno scorso chiamai cima Coppi, la più alta e panoramica; d’ora in poi ci si lancia, riassaporando l’ebbrezza della velocità, sulle strade in discesa della vita.
La fatica del pedalare senza soste, a capo chino, ti concede improvvise aperture alla dimensione della novità, a sensazioni positive che ti eri abituato a non considerare quasi più.
Ma ti porta anche a voltarti indietro, e a fare un sommario bilancio di una nuova annata, trascorsa nell’irrefrenabile procedere non solo tuo.
Molta disillusione, in quel bilancio: il sostanziale aggravarsi di una crisi che appare sempre più epocale e gravida di incognite.
C’era ancora Silvio Berlusconi (riuscite ancora a ricordare quell’ometto patetico?) in settembre, quando la ripresa delle attività dopo l’estate sembrava ancora battuta dai venti di rinnovamento soffiati nell’Africa mediterranea, ma anche nella Spagna indignada, ma anche e soprattutto nell’Italia colorata delle donne in piazza e della storica affermazione referendaria. Il vicino traguardo del 15 ottobre, giornata dell’indignazione sulle piazze di tutto il mondo, faceva sognare dolcemente ad occhi aperti, e sperare fortemente ad occhi chiusi.
Ma i fumi della guerriglia urbana, in una Roma invasa più di ogni altra piazza nel mondo da un popolo di gente consapevole ma anche da incappuccati massacratori della speranza, annunciavano invece la fine di quella stagione.
Finiva pure, dopo un’interminabile agonia, il tempo della Jena Ridens, per lasciare il posto a un altro mostro, serio, lugubre, dalla voce metallica e monocorde; il sovrano circense si era fatto da parte portando via con sè anche la sovranità popolare.
Mandati dall’Europa, dai mercati, dal mondo dell’altissima finanza, a fare a pezzi con atteggiamento arrogante e maternalistico le conquiste sindacali e di benessere maturate nel secolo precedente, in nome di un risanamento evidentemente impossibile a quel prezzo.
Fino all’attuale scricchiolare del castello di carte, nazionale e planetario, e chi l’avrebbe mai detto? E tutti a esorcizzare il crollo parlando di crescita, come invasati, come ripropositori compulsivi di un mantra del tutto lontano dalla vera realtà, che quella crescita infinita e predatoria non potrà mai più concedere.
Un inverno aspro, anche per il mio piccolo mondo di libero cavaliere di un destriero bianco a ruote e motore, minacciato seriamente per alcune settimane, insieme a tutto il mio futuro, dalla demagogica politica delle liberalizzazioni.
E poi la neve, per due settimane, tanta, come vent’anni prima.
Ma, ecco, improvvisa, un’altra primavera: come sempre “non bussa, lei entra sicura“, dal clima bizzarro e dal botto finale di un inaspettato cataclisma tellurico a pochi passi da qui, che impone la sua drammatica vastità strappando la scena a un altro cataclisma, appena consumatosi per mano dell’uomo davanti a una scuola pugliese, e contribuendo a distrarre ulteriormente l’attenzione dalle grandi manovre belliche verso la Siria, martoriata dalla guerra civile e dalla propaganda internazionale anti-regime, e da quel Paese cattivone e perverso, l’Iran, che si ostina ad arricchire l’uranio per provocare il mondo intero non ascoltando i buoni, amichevoli consigli di USA e Israele.
Se mi avessero fatto leggere allora, a settembre, un bilancio un po’ disordinato ma raccapricciante come questo, avrei stentato a credere di andare incontro a una stagione così cupa.
E tuttavia avrei avuto ragione a non crederci del tutto, perchè dall’elenco non traspare il fenomeno di un fiume che, sotterraneamente a tanta tetraggine, ha continuato il suo corso, e non ha mancato di dare le proprie testimonianze, ad occhi attenti ai grandi mutamenti della scena mondiale.
Lo ha fatto in varie nazioni, scegliendo un unico canale, quello elettorale, ma molte diverse modalità politiche, tutte però accomunate da una volontà popolare di un cambiamento radicale, all’altezza della sfida insita nel crollo storico del modello capitalistico.
Anche in questo caso nella mia regione, in un’importante città qualche decina di chilometri a Nord-Ovest da qui, uno dei segnali più forti di questo riapparire, come una risorgiva, del fiume sotterraneo.
Lo scontro è ormai annunciato, fra l’affermarsi sempre più motivato e trainante della volontà diffusa di rinnovamento, proprio come un fiume che acquista vigore lungo il suo cammino verso il mare, e i detentori delle redini europee e occidentali, che non rinunceranno facilmente a lasciarsi sopraffare, pur continuando a sopraffare a loro volta le popolazioni.
Poteva già succedere un paio di giorni fa in Grecia, se soli quattro punti percentuali, dovuti alla paura diffusa in un popolo sfinito e sgomento, avessero impedito la vittoria del partito Syriza, rimandando così ad altra data e altro scenario il manifestarsi dello scontro.
Forse era giusto così, e quassù, da cima Coppi, possiamo ora, ancora una volta, osservare e ammirare le montagne, gli altopiani e le valli inondate da una luce di sole immensa e implacabile, proprio come se tutto fosse, come sempre, nell’ordine naturale delle cose.
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Immagine da: http://www.bormio3.it/passo_dello_stelvio/strada_dello_stelvio_ss_38.php




