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Dopo un lunghissimo periodo di grazia senza che ce ne fosse l’occasione, ho partecipato a due funerali in due pomeriggi consecutivi.
In ognuno dei due casi, ad abbandonare per sempre il palcoscenico dei drammi terreni, è stata la mamma di mie carissime amiche. Molto anziane entrambe, ed entrambe da tempo in condizioni tali da richiedere molto sacrificio alla vita quotidiana di chi ora hanno lasciato.
E’ l’argomento con cui ho cercato di dire qualche parola di conforto al dolore filiale delle mie amiche: “Sei stata brava, non ti si poteva chiedere di più; e noi che non abbiamo figli non potremo ricevere altrettante cure, quando sarà il nostro turno.” Perchè loro, come me, non ne hanno.
Un funerale in un piccolissimo paese di montagna il primo (Capugnano, a metà strada fra Porretta e Castelluccio); alla Certosa, il cimitero di Bologna, il secondo.
La considerazione più immediata è che anche al giorno d’oggi sono possibili e si realizzano, dal punto di vista della vita associata, delle modalità molto diverse sia pure in ambienti geograficamente non troppo distanti. Perchè la chiesa di Capugnano si è riempita di tutti gli abitanti del paese, mentre in quella della Certosa eravamo solo pochi fedeli amici.
Anche cercando di rispettare il più possibile il punto di vista di chi crede nell’anima e in un’altra vita, che in questi casi è un importante sollievo al dolore, mi sembra comunque evidente che il valore dei due diversi modi di stringersi, intorno e fra chi resta, sia da interpretare come un fatto essenzialmente legato alla vita che continua, perché chi se ne è andato comunque non trarrà giovamento o consolazione da tutto ciò.
Replica a distanza di ventiquattr’ore, dunque per me, della messa e dell’ufficio funebre.
Libero non solo dalla mia antica devozione cattolica, ma anche dai residui di soggezione più duri a morire, ho osservato anche i dettagli del rito, abiti, oggetti, parole, gesti, canti.
La prima impressione è quella di una fastidiosa insistenza, dall’inizio alla fine, sul tema della colpa. Non c’è da meravigliarsene, è l’argomento alla base della religione cristiana; magari, la meraviglia sta più nel sollievo di sentirmi fuori da tali ferree logiche di espiazione, e di avere conquistato un senso più nativo e gioioso della vita terrena, naturalmente pagando il duro prezzo di non sperare più in un’aldilà, che comunque, con lo sguardo scettico della scienza, mi appare inverosimile.
A parte quell’impressione fastidiosa, però, molti altri aspetti del rito, e del modo di officiarlo, mi sono sembrati di grande interesse.
A cominciare dal modo di porsi, di rivolgersi ai presenti nell’omelia e in tutto il rito, dei due sacerdoti. Li ho sentiti sinceri, nella loro fede, e capaci di un’umiltà che sembrava quasi metterli nei panni di chi, come sicuramente sarà successo anche nella loro vita, si trova privato di un legame affettivo fondamentale.
Ho apprezzato i lunghi attimi di silenzio (previsti anche dal normale rito della messa) successivi all’omelia, da seduti. Rispetto al modello culturale tardo-capitalistico di cui è impregnata tuttora la nostra chiassosa e stridente società, in attesa che dalle sue ceneri si affermi un modello nuovo, quel silenzio ha qualcosa di rivoluzionario.
Molto meno mi sono piaciuti i canti, quasi sempre in tonalità minore, lagnosi, anacronistici, e non abbastanza sacri da giustificare il tutto.
Ho osservato, privo dell’antica soggezione di cui dicevo, e dunque senza chinare né le ginocchia né la testa come facevo da credente, la sequenza più importante della messa, quella della consacrazione, in cui il divino dovrebbe diventare partecipe del rito. Elevazione al cielo dell’ostia per alcuni secondi, e poi, subito dopo, una genuflessione dell’officiante; lo stesso per il calice con il vino. Il tutto ancora nel silenzio, alternato alla formula di parole riprese dal vangelo.
Sono gesti antichi, la cui sacralità è indubbiamente il frutto di una tradizione di quasi due millenni.
Poi, al termine della messa, i rituali di esequie intorno alla bara delle defunte. Aspersione di acqua benedetta e poi di incenso, dalla grande suggestione anche olfattiva; simboli facili da capire: il lavaggio dalle residue colpe (ci risiamo…) e un viatico di ascesa al cielo.
Noto con grande curiosità un dettaglio: il rito prevede che, giunto ai piedi della bara durante ciascuno dei due giri di aspersioni, l’officiante si inchini al defunto, come a riconoscerne una avvenuta trasformazione quasi divina.
Fuori, durante la sepoltura, la mia osservazione va a chi tutti i giorni si deve occupare per mestiere di quello che, insieme al dolore e alla malattia, è l’aspetto più insopportabile della vita: la relativa fine. Si difendono scambiandosi fra loro, in un momento in cui si credono inosservati, alcune parole distensive.
Poi, alla fine, uno di loro saluta ufficialmente: “Le mie condaglianze, buongiorno.” E certo non dice “arrivederci” come si è soliti fare dopo aver condiviso del tempo: in questo caso sarebbe proprio di cattivo auspicio.
Il cimitero del paesino, così come quello della grande città, erano invasi e rifulgevano della luce di due pomeriggi di maggio, contrasti di luce e colori (il cielo, l’erba, i fiori) che evocavano la massima pienezza di vita.
Certo non è stata una scelta delle due dolci anziane terminare proprio in questa stagione il loro cammino, ma tale scenario ha rappresentato la miglior ambientazione possibile per chi resta, e penso soprattutto alle mie due amiche.
E’ a loro che va principalmente il mio augurio di pace.
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Immagine da: http://spiritismo-italia.blogspot.it/2011/05/pensando-i-nostri-morti.html

la pubblicazione di questa bellissima immagine, che parla da sola, sulla mia bacheca di Facebook, e, di buon mattino, la partecipazione alla corsa podistica non competitiva ‘della Resistenza’, dal vicino paese di Ozzano fino in vetta alle attigue colline, e ritorno. Evento, quest’ultimo, a dir la verità, più sportivo che di testimonianza: cioé una prova a tutti gli effetti di resistenza con la erre minuscola, per quindici chilometri di dislivelli mozzafiato.



