4-7: In terra lombarda, da Palestro a Mortara

Dunque due giorni dentro una torre, con le uscite, nel caldo soffocante di Palestro, ridotte al minimo.

Questa è la saletta a pianterreno, prima della piccola sala colazioni (mentre la camera è al primo piano).

L’arredamento e le finiture denotano una cura enorme nell’offrire suggestioni di epoche antiche.

La quiete dei dintorni, il fresco garantito dagli spessi muri, e un lettone molto comodo, hanno ovviato agli spazi un po’ angusti e alla mancanza di una cucina, o almeno di un forno a microonde.
E l’incontro con la giovane e vitalissima Ambra, la castellana di cognome e di fatto, con cui ho fatto amicizia, hanno completato l’opera.

Non mi sono annoiato.
Oltre al rituale bucato di metà viaggio (…in realtà sono già a tre quinti!), ho prenotato gli alloggi per tutte le tappe rimanenti, comprese le ultime tre, in cui sarò affiancato da Massimo ed Elena, il primo un veterano nel ruolo di scorta, la sua compagna invece un’esordiente.

Un paio di missioni alimentari nell’unico minimarket, anche perché l’unico pizzaiolo ha chiuso una settimana per sfinimento, e poi finalmente ho avuto il tempo di risolvere il vecchio problema dei sussidi elettronici di navigazione.

Già da qualche giorno avevo scaricato l’applicazione OruxMaps, trovandola subito estremamente complicata.
Ora riesco a caricare le tracce GPS delle tappe, fornite dal sito ufficiale, dentro le cartelle dell’applicazione, ma poi non trovo il bandolo della matassa per associarle a mappe utili ad attivare la funzione di navigatore.
Mi viene in mente che, parlando con la coppia di giovani incontrati sul cammino, mi avevano accennato a un’applicazione specifica per la Via Francigena.

L’idea non è… peregrina; trovo l’applicazione e la scarico, e scopro che ha la funzione tanto agognata: un segnalino che ti accompagna sulla linea del percorso, su mappe molto chiare, o se ne allontana quando sbagli il sentiero. E funziona anche senza connessione ad internet.
Averla avuta nelle prime tappe mi avrebbe evitato diversi grattacapi.

Riesco a essere più mattiniero del solito: alle sei e venti mi incammino per le vie della cittadina, che è già in provincia di Pavia, quindi in Lombardia, ma appena oltre il confine col Piemonte.
L’aria è molto fresca.

Ancora canali e relative macchine.

Eccola laggiù, la mia torre merlata, testimone residuale e ben conservata della fortificazione medievale di una terra di confine.

Un leprotto, mimetizzato con il terreno, si lascia fotografare prima di scappare a zampe levate.

L’itinerario odierno attraversa due paesi, prima di puntare sulla città di Mortara, destinazione finale.
Il primo si chiama Robbio.

La chiesetta romanica di San Pietro, sempre a Robbio.

Benché deserto, un insolito tratto asfaltato tra i campi.

Ancora tante risaie, qui in Lomellina, ma avverto che il paesaggio è cambiato.
Mentre nel vercellese l’impressione era di stare dentro un parco naturale, ora, invece, sembra di essere entrati in latifondi padronali, nel mezzo di una campagna più brulla e simile alla Pianura Padana della mia Emilia.

L’aria si mantiene fresca, i chilometri e il tempo volano, con l’impressione di una piacevole passeggiata.

Il secondo paese si chiama Nicorvo.
Sul muro di un’azienda di materie plastiche c’è una meridiana, a produrre uno strano connubio di culture.

Come testimonia l’ombra dell’asta (misteriosamente tarata sull’ora legale!), sono le dieci passate: tre ore e tre quarti sono volate senza fatica, ma ugualmente l’insegna di un bar mi induce a fare una sosta.

Non avendo sudato e per evitare un nuovo chinotto truffaldino di San Pellegrino, ordino un caffè d’orzo in tazza grande, ove poter inzuppare una mia piccola scorta di biscotti.

Qui, e anche fuori nei dintorni del bar, non c’è campo, evento fortunatamente insolito durante tutto il mio viaggio; non posso dunque valutare quanto manca all’arrivo, ma continuo a pensare che oggi arriverò presto e senza fatica.

Ancora un lungo rettilineo asfaltato, su una provinciale.

Tre strane persone, due uomini bianchi e una donna nera, sono chini sulle piante di riso. In chilometri e chilometri di risaie non ne avevo ancora visti; li fotografo di sfuggita, con un qualche sospetto che stiano svolgendo un raccolto clandestino.

Il tracciato abbandona la strada deviando proprio verso di loro, ma il segnavia è ben poco evidente.
Continuo sull’asfalto finché non mi viene voglia di controllare, e il responso della mia nuova tracciatura è immediato e perentorio.

Dietro front e passaggio rasente ai tre raccoglitori.
La prima persona a cui passo vicino è la donna; evito di salutarla per quel poco di conoscenza che ho della cultura musulmana. Saluto invece, poi, uno degli uomini, che, nel rispondermi, mi sembra un italiano e fuga anche buona parte dei miei sospetti.

Nei pressi di questa grande cascina, ho ancora bisogno del mio nuovo efficiente navigatore, per scegliere il sentiero fra tre tracce possibili.
Quando imbocco quella giusta scorgo il segnavia su un paletto fortemente inclinatosi verso terra. Cerco di ripararlo alla meglio, per evitare difficoltà a futuri viandanti non attrezzati tecnologicamente.

Anche se l’aria oggi è più fresca, col passare delle ore il sole ha ripreso ad abbacinare lo sguardo e a picchiare con i suoi raggi bollenti.
Sto impiegando più tempo del previsto e Mortara non appare ancora all’orizzonte.
Ho quasi il sospetto che si sia inceppato il navigatore.

Ecco finalmente un centro abitato.

Ma si tratta di Santa Maria del Campo, una frazione da attraversare prima della città.

Anche oggi mi tocca mantenere un passo sostenuto nonostante l’affaticamento: ho già avvertito del mio arrivo la signora incaricata di farmi entrare nella “Foresteria di Re Artù”, che è un residence non presidiato.

Finalmente l’abitato di Mortara,

il suo centro storico,

e le bandiere sopra il portone di Re Artù.

Sono le dodici e trentacinque, sei ore e un quarto dopo la partenza dalla torre di Palestro.
Chiamo nuovamente la signora.
“Arrivo subito” mi risponde con accento inglese.

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2-7: Vercelli e smaglianti dintorni

All’estremità opposta del paese, cioè trecento metri più in là, c’è il ristorante; sembra impossibile in un villaggio così minuscolo.
Come mi aveva consigliato la signora, ho prenotato.
Capisco ben presto il motivo di quel consiglio: sincerarsi se l’oste se la senta di aprire i battenti.
“Anche se c’è un solo pellegrino,” lui mi rivelerà tuttavia, nella sala vuota, “io apro.”
Approccio etico, o per meglio dire confessionale, a un’attività commerciale. Mi viene il timore che non possa avere lunga vita, nel nostro mondo a misura di squali.
La cena in stile piemontese (ricchi antipasti, un primo e un dolce) comunque è ottima e abbondante. E per fortuna il conto, pur senza essere esoso, rende giustizia alla qualità.

Rientrato alla base, camminando all’imbrunire in un’atmosfera sospesa quasi onirica, poi ho i miei bravi problemi ad aprire il portone e vado a chiedere aiuto alla proprietaria.
Mi accoglie col suo modo festoso, chiedendomi come ho cenato e se va tutto bene.
“Va tutto bene, e poi stasera è anche fresco!”
“Ha visto? Si vede che il Signore ci ha aiutati” replica con un sorriso trionfale.
Aiuto… Pietà di me!

Nonostante lo stomaco un po’ troppo pieno, dormo bene, e alle sei di mattina saluto il paesaggio limpido al di là dell’inferriata e della zanzariera.

Appena uscito, mi accorgo di quanto la giornata si presenti più limpida, asciutta e, per ora, molto più fresca delle precedenti.

Impossibile resistere all’euforia, legata a un eccezionale senso di benessere profondo, che mi danno questi momenti, sicuramente i più belli e felici, finora, del mio viaggio.

Ancora il verde delle risaie, fra sistematiche opere di canalizzazione delle acque.

Qui, il percorso francigeno dalle mille sorprese attraversa lo stretto passaggio all’interno di una chiusa.

La mia ombra si concede un selfie…

La limpidezza dell’aria fa comparire sullo sfondo lontani giganti innevati.

È previsto l’attraversamento della città di Vercelli; lo smarrimento dei segnavia, che in questa zona sono meno frequenti, mi fa deviare dal percorso ottimale, fino a raggiungere una strada provinciale molto trafficata, che dovrò percorrere per un chilometro abbondante prima della città. Il tuffo nella “civiltà” è stridente.

Come tante periferie, anche quella che attraverso è brutta.
Mi chiedo, stupidamente, se Vercelli non sia tutta così.

Poi, per fortuna, la musica cambia.

Sono passate già oltre due ore dalla partenza e mi sento già un po’ affaticato; urge sosta a un bar, magari oltre il centro storico.
In extremis, prima che il fiume Sesia decreti bruscamente la fine del centro abitato, trovo un bar collegato a una sala giochi.

Il chinotto di rito, freddo ma non troppo e con brioche acclusa, è quello della San Pellegrino in lattina, di gran lunga il peggiore rispetto ai due concorrenti (Lurisia e, soprattutto, il raro Galvanina).
Leggo la composizione: disperso fra aromi naturali, correttori d’acidità, sale e quant’altro, come la famosa particella di sodio di una già vecchia pubblicità, c’è lo zero virgola zero cinque per cento (non scherzo!) di estratto di chinotto. Roba da galera.

Convinto di avere percorso solo una piccola parte della camminata odierna, consulto Google e ho la sorpresa di essere già a metà. Le massacranti marce valdostane di otto ore, con tanti duri saliscendi e segnavia scarsi, sono per fortuna un ricordo. Ormai tutte le tappe hanno una durata non superiore alle sei ore.

Riprendo il cammino.
Al di là del Sesia, che ha un bel colore pulito,

compare un’inquietante distesa, che riflette una luminosità bianca omogenea,

poi il tracciato abbandona la strada e torna a immergersi negli spettacoli verdi.

Il sole di questa limpidissima giornata comincia a essere alto nel cielo e la sua luce sempre più abbacinante.

Oltre alla luce fortissima, che un po’ intontisce, il sole ora diffonde il suo grande calore.
Avverto che il fisico è messo alla prova, ma per fortuna le energie non mancano.

Si passa sotto l’autostrada.

La destinazione odierna è a Palestro, nel bed and breakfast “La torre merlata”.
Nella telefonata di prenotazione, la proprietaria mi è sembrata molto sveglia. Durante la pausa al bar di Vercelli le ho già mandato un messaggio per avvertirla del mio arrivo intorno alle 12.30.
Ora gliene invio un altro, specificando le 12.15.

Consulto spesso l’orologio: anche se sono un po’ provato, cerco di mantenere un passo che mi permetta la puntualità.

Ormai la cittadina della famosa battaglia risorgimentale è sotto tiro, e la sua torre, dentro la quale alloggerò, è un riferimento visivo inequivocabile.

La giovane locandiera (dall’appropriato cognome Castellani!) mi accoglie molto cordialmente e, prima di mostrarmi i miei locali sui due livelli bassi della torre medievale, mi intrattiene in una vivace conversazione, che ho ancora abbastanza forze per affrontare piacevolmente.

Mostra molta passione per la sua attività: mi racconta dei lavori abbastanza recenti di allestimento in stile dei locali, poi parliamo della Via Francigena e, quando le dico dei problemi incontrati nel primo tratto (chilometraggi errati nelle guide e scarsa segnalazione lungo il percorso), con mia sorpresa mi conferma che sono cose note e irrisolte da anni. Mi spiega anche perché non ho incontrato le temute zanzare: da un paio d’anni nuove tecniche di coltivazione del riso hanno drasticamente abbassato l’utilizzo dell’acqua, l’elemento fondamentale per la loro riproduzione.

Mi fermerò qui due notti, avendo deciso di prendermi un giorno di riposo prima delle ultime sei tappe.

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1-7: Fra le risaie del vercellese

Colazione frugale, nel ristorante-pizzeria non presidiato; do fondo alle mie riserve: una pesca gialla, quattro fette biscottate (e mezze sbriciolate) da inzuppare… nell’acqua, e una piccola confezione alberghiera di confettura di frutta.
Il panorama dalla finestra è ancor meno esaltante.

La mia “passeggiata” odierna ha inizio alle sette meno dieci, con un nuovo doppio scavalcamento acrobatico di guardrail.

La frequente marcia iniziale di ricongiungimento al tracciato segnalato oggi è molto lunga: per Google sono un’ora e venti di cammino.
Potrei anche ritrovarlo molto prima e seguirlo poi nell’attraversamento di Santhià, come un diabolico cartello mi invita a fare, ma mi costerebbe molti chilometri in più e bisogna economizzare le energie.

L’aria è velata dalla foschia ed è già afosa, mentre cerco di tenere un passo vivace lungo un ossessionante rettilineo.

Poi, per fortuna, il tragitto si fa via via sempre più umano.

Se le ultime due tappe mi hanno dato entusiasmo e fiducia, questa mattina invece mi sento un tantino appannato. Forse il ronzio e il getto dell’aria condizionata, pur benedettissima, hanno reso il sonno meno profondo del solito.
Comunque, nei pressi di questo cortile sorvegliato dalle oche,

avviene, con puntualità svizzera, l’incontro felice con un bel cartello indicatore, con il logo del pellegrino e la scritta “Via Francigena”.

Ora potrò lasciarmi guidare e assistere all’odierno, immancabile spettacolo, che oggi ha un tema dominante: le sterminate risaie del vercellese.

Allora ci siamo. Ignaro delle difficoltà di cammino che mi avrebbe riservato la Val d’Aosta, mi ero figurato a lungo proprio questo tratto come il più temibile, per il clima asfissiante e per le zanzare, che mi avevano detto infestanti e fameliche.
Niente di più falso, noto con grande sollievo.
C’è un po’ d’afa, certo, ma la temperatura non è eccessiva ed è mitigata da qualche alito di vento.
E delle zanzare (mi vedevo in un bagno di sudore con le braccia e le gambe coperte), nemmeno l’ombra.
Chissà, saranno migrate tutte in città…

In compenso, questi scenari meravigliosamente naturali sono popolatissimi da uccelli caratteristici, che volano nervosamente in continuazione emettendo i loro versi striduli.
In particolare, alcuni rapaci (nibbio bruno?) e moltissimi “Cavalieri d’Italia”.
In queste foto non si vedono, ma più tardi, con molti tentativi, ne centrerò uno, che più avanti vi mostro.

È previsto l’attraversamento di un unico centro urbano, San Germano Vercellese; comincio ad attenderlo col forte desiderio di una sosta, che questa volta non dovrà essere a base del solito chinotto, ma di un panino, ad integrazione della magra colazione, e di una bella birra fresca.

Il primo contatto con il paese avviene con gli anziani ospiti di una casa di riposo, dall’orribile nome di

“Casa del Vecchio P.Perazzo”.
Non inquadrati dall’immagine, ne sento vociare e poi ne vedo diversi, nel giardino.
Nel passare loro davanti, li saluto con un buongiorno e un ampio gesto del braccio.
Rispondono tutti, evidentemente grati di un evento che, per qualche attimo, li sottrae alla noia.

Superati con il sottopassaggio della stazione i binari della ferrovia, il centro storico mi dà un’impressione di quiete desolata.

Ma in piazza c’è il mercato

e, quel che più conta per me, un’appetibile “Osteria del Viandante”.

Ordino un panino al formaggio e scelgo una birra dal frigo, una sarda Ichnusa (un mio compromesso fra qualità e prodotto ecologicamente nostrano, o quasi).

Sono a metà dell’ottava tappa e, visto che le tappe sono quindici, anche a metà dell’intero viaggio.
Dunque bisogna brindare.

Vado a cercare posto in un tavolino, con la sorpresa di trovare l’oblunga saletta piuttosto popolata, immagino grazie al fresco di Santa Aria Condizionata, che anche qui ha fatto il miracolo.

La cosa che più colpisce però, rispetto alla classica immagine dei frequentatori delle osterie, è che qui, alle dieci di mattina di lunedì, sono quasi tutte donne, intente in vivaci conversazioni.

Rinfrancato decisamente dalla merenda e da uno dei miei rari ma graditi caffè, mi rimetto in marcia, fra i canali di una zona, periferica e più viva, di questa cittadina.

Poi mi accolgono nuovamente le verdi distese paludose, e i loro chiassosi abitanti.

Ecco un Cavaliere d’Italia, che vola libero nel cielo sereno.

In terra, invece, rare presenze di agricoltori.

Un curioso edificio in disarmo, che immagino legato un tempo alla lavorazione del riso.

Delle rondini stazionano nei pressi della sua facciata principale.

I segnavia, in questi lunghi viottoli rurali, sono meno frequenti, ma la ferrovia da una parte e la strada provinciale dall’altra, confermano la direzione di marcia.
E Google Maps mi dice che mancano solo quaranta minuti.

È il momento di avvertire del mio arrivo la signora del bed and breakfast.
Come nelle occasioni precedenti, mi risponde con un tono bonario e materno, chiamandomi per nome.

La cosa non mi dispiace, così come mi confortò molto sapere della disponibilità della camera.
Nella progettazione dei miei viaggi, è ricorrente il caso di un alloggio, dotato di una sola camera, ma logisticamente fondamentale a garantire distanze omogenee fra le varie tappe, e magari a evitare lunghe deviazioni dall’itinerario normale.
La camera ammobiliata di oggi, nella piccola località di Montonero, mi risparmia i molti chilometri che mancano a Vercelli, garantendomi poi distanze omogenee per i prossimi giorni.
“La devo avvertire, quando arrivo?”
“No non importa, la vedo.”

Eccolo, sicuramente laggiù, il borgo che mi ospiterà oggi

Ed eccone il curioso castello che ne delimita il territorio.

Non c’è nessuna insegna, tanto meno qualcuno che mi stia vedendo arrivare, ma il numero civico è questo.

“Sì, adesso avverto mia madre” mi rassicura un giovanotto.

Mi si fa incontro con molta cordialità una signora non più giovane, ma snella e dotata di un seno sporgente e appuntito in modo quasi imbarazzante.

La camera è un grande monolocale, nella cascina ristrutturata e allestita con molto gusto, e pulitissima.

Anche i generi alimentari per la colazione sono generosi.
Estraggo dal frigo un litro di succo concentrato d’arancia e me ne verso diversi bicchieri
…ovviamente diluiti con un po’ d’acqua bollente del rubinetto.

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