1-7: In salita verso la Cisa e l’Ostello di Cassio

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Dopo il breve ma profondo sonnellino, mi sono messo d’impegno alla stesura del diario di bordo; il tempo a disposizione, nelle intenzioni, doveva permettermi di pubblicare due diverse giornate, riallineando finalmente quella raccontata con quella appena vissuta.

È stato invece un incubo, protrattosi fino a notte con la realizzazione di uno solo dei due capitoli.
La pessima connessione, sia direttamente sia tramite wi-fi, sia in camera sia in giardino, rendeva estenuanti il caricamento di ogni fotografia e i salvataggi parziali del lavoro.

Dopo questa battaglia, temo che il tempo globale dedicato ai racconti di questa avventura abbia superato quello dell’effettivo cammino!
Ma continuo a crederci, incentivato, oltre che dal sostanziale piacere di quest’attività, anche dall’interesse partecipe di chi mi segue, principalmente tramite Facebook.

Alle sette di questa mattina avevo fissato l’appuntamento per la colazione: non ho insistito per arrangiarmi prima, in autonomia, perché comunque dovrei riuscire a compiere la tappa di montagna che mi aspetta entro l’ora concordata col gestore dell’Ostello di Cassio, cioè fra mezzogiorno e l’una.

Nel grande e aristocratico soggiorno, il tavolo vicino all’angolo cottura (nella foto, dietro la seconda colonna di destra) è già apparecchiato, con una certa arte ma ben poca sostanza: unica nota d’interesse, tre graziosi barattolini di confetture fatte in casa.

Non c’è anima viva.
Cerco il pentolino per mettere a bollire l’acqua del tè, ma invano.
Sfacciatamente, provo anche ad aprire i numerosi cassetti e le ante dei vari mobili, trovandoli pieni di ricchi servizi e suppellettili, ma privi di pentolini.
Mi rassegno a usare, scomodamente, quello della caffettiera.

Effettuato il non facile travaso, mi accomodo e comincio a masticare, indisturbato, due prugne “capitalizzate” dallo spaghetti-party di ieri, poi qualche fetta biscottata con le confetture, buone, non troppo dolci.

Ho già quasi finito quando compare il co-protagonista di ieri, con un barattolo di biscotti, che saranno parzialmente “capitalizzati” a loro volta.

Prima di rientrare in stanza per gli ultimi preparativi, scatto un’altra immagine a questo salone d’altri tempi.

Tutto, in questa “Casa delle viole”, parla un linguaggio di antica, ricca nobiltà e amore per la cultura: libri di vario genere sono disseminati vistosamente in ogni dove.
Con un piccolo tuffo al cuore, allineati su un ripiano, ho rivisto i volumi rosso carminio dell’enciclopedia a dispense “Universo” della De Agostini, ma la collezione si fermava alla lettera “n”.

Nel mio bagno, poi, oltre a quella vasca dal sapore antico, trova posto, incredibilmente, un lampadario di cristalli.

E poi c’è lei, la regina di tempi ormai fuggiti, ora costretta a sopportare le sfuriate della figlia adolescente, che mi hanno fatto da colonna sonora ieri pomeriggio durante la mia battaglia.
Noto, solo ora nel lasciare la stanza, due grandi ritratti fotografici in bianco e nero di un giovane viso di donna, di una bellezza particolare, semplice e raffinata.

Nel regolare il conto, non esoso, così com’era avvenuto ieri scambiamo qualche parola; è un sottile piacere ascoltare la sua voce fluente e semplice, anche nel lamentare i suoi recenti acciacchi, o affermare che si sente bene solo al mare, e quando può preferisce ormai la riviera romagnola alla Versilia di Forte dei Marmi.
“Non le ho potuto fare nemmeno una torta, sa abbiamo appena aperto e c’è molto da mettere in ordine.”
“Sarà l’occasione per tornare.”
“Con piacere” ribatte d’istinto.

E si va, verso nuovi scenari da scoprire, giorno dopo giorno.

Il sole sta già riprendendo a inondare la Valle Sporzana.
Dovrò risalirla con pendenza a tratti molto più aspra di ieri, poi continuare fino a raggiungere la statale della Cisa, ove, in una Casa Cantoniera riqualificata, a ottocento metri d’altitudine c’è l’Ostello di Cassio, un posto tappa quasi obbligato per i viandanti francigeni.

Come sempre, l’itinerario s’intrufola in percorsi alternativi alle strade principali.
A scoprire un campo da calcio in condizioni un tantino più ruspanti di quello di ieri presso Fornovo.

A tratti la strada si fa irto sentiero,

poi un tratto pianeggiante

precede, annunciato dalla torre campanaria della pieve romanica,

il piccolo borgo di Bardone, che raggiungo alle nove, dopo la prima ora e mezza di cammino.

Dopo un’altra mezz’ora,

è la volta di Terenzo.

Bene, fin qui abbiamo scherzato, sembra dirmi ora il percorso, che abbandona la Valle Sporzana e s’impenna verso la Cisa.

Il fisico è messo alla prova, in quest’unica tappa di salite importanti.
Il bosco, che impedisce l’accesso alla precedente brezza fresca, sembra trasformato da amico protettivo in severo allenatore.

Ma finalmente, annunciato da qualche scorcio d’azzurro in fondo al folto dei rami, il lungo strappo termina in una radura, utile a riprendere fiato.

Bisogna ora raggiungere il castello di Casola

e poi, addentrandosi nuovamente nel bosco in un sentiero in discesa a precipizio,

l’abitato di Casola Villa.

“Che bella distesa di pane, è per le galline, vero?”
Il mio interlocutore, di cui si vede solo l’ombra, conferma con bonomìa: “Eh sì, in effetti sono spettacoli che in città non si vedono…”
Resto subito attirato dal suo modo molto quieto di parlare, con quel bell’accento parrmense, che trascina a lungo le vocali accentate, e si mangia le ‘erre’ ancor più di me.
Senza congedarmi, vado a fotografare una bella casa fiorita lì di fronte.

Caso vuole che sia proprio casa sua.
“È la più antica del villaggio, vede quest’incisione?” e mi mostra una specie di bassa pietra miliare con un numero romano, appena percepibile, che decifriamo in 1420.

Commentiamo i sentieri d’intorno; gli dico che in quello a precipizio, che è affiancato da un altro, manca un segnavia.
Lui mi dà indicazioni per il prosieguo: mi dice che bisogna attraversare in salita la pineta, poi si raggiunge la statale.
Mi consiglia di non abbandonarla più, fino all’ostello “perché i pellegrini che strada facevano? Certamente la più corta…!”
“Quanto mancherà, una mezz’ora?”
“No, da qui ci vuole un’ora.”

La salita nella pineta è nuovamente molto impegnativa

ma ecco finalmente, laggiù, la statale,

cioè anche il punto più alto dell’escursione, che ora procederà in discesa, con bei panorami aerei.

In breve tempo sono in vista dell’abitato di Cassio

e a mezzogiorno e un quarto, molto soddisfatto per un’escursione che mi ha messo a dura prova senza tuttavia presentare mai criticità, compare, inequivocabile, la sagoma della vecchia casa cantoniera ristrutturata.

“Signor Andrea sono arrivato.”
“Bene, la vengo a prendere subito col taxi” ribatte scherzosamente.
“Benissimo” rispondo, senza aver capito la battuta.
In realtà, quando arriva, mi fa salire per accompagnarmi nella vicina dependance, un appartamentino a mia completa disposizione di fronte al bar dove lavora lui, come mi spiegherà solo alla fine.

Dopo la bella faticata, si sta per aprire un’altra pagina del tutto speciale, con protagonisti il mio alloggio e il suo straordinario gestore.
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30-6: Il mercato di Fornovo e la Val(le) Sporzana

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Vorrei tornare sull’incontro di cui ho omesso ieri il resoconto, quello con il co-gestore napoletano del pastore sardo.

Sfinito dalla tappa con interminabile sorpresa finale, nel passare finalmente davanti al grande edificio dell’agriturismo, alla ricerca di un varco o di un’anima viva, mi son sentito apostrofare dall’alto, da un vocione autoritario: “Chi è?”
Con voce altrettanto autoritaria ho risposto: “Sono Selis; ho prenotato una camera!”
“Ah, bene, entri che arrivo.”
Una volta dentro i locali ampi e un po’ bui, l’ho visto scendere la scala interna, zoppicando vistosamente: “L’aspettavo più tardi,” mi ha fatto: “alle tre o alle quattro. Dovrà aspettare un attimo, ora faccio preparare la stanza.”
Poi: “Ha sete, vuole dell’acqua?”. Ho insistito per averla del rubinetto.
Ottima scelta diplomatica, perché l’acqua è uno dei cavalli di battaglia di questo estroso signore che, nel portarmene un caraffone pieno e fresco, ha manifestato subito la propensione a diffondere il verbo delle pratiche salutiste ed ecologiche che vigono lì dentro.

Tutta l’acqua che sgorga da quei rubinetti viene trattata con della ceramica (e nel citarla estraeva parzialmente dal collo taurino, per mostrarla, una sua collanina), che genera un vortice che ricostruisce la composizione trimolecolare dell’acqua sotterranea, che crea risonanze nel corpo umano, fatto al novantacinque per cento di acqua.
Man mano che procedeva nella sua ‘lectio magistralis’, io badavo a versarmi e a ingurgitarne un bicchiere dopo l’altro e, saranno le tre molecole o la mia arsura, mi sembrava davvero buonissima.
Ma mi son sovvenute anche simili teorie, ascoltate in qualche filmato su youtube. E appena ne ho avuta l’occasione, ho buttato il jolly: “Sì, ne ha parlato anche il dottor Del Giudice.”
Goal! Si tratta del suo principale maestro.

La lezione ha spaziato poi sull’utilizzo dei microrganismi al posto dei detersivi, su come fanno il pane, sugli ettari e le pecore a loro disposizione, ma ha elargito anche una preziosa informazione sulla mia tappa odierna: tanto più breve delle mie aspettative quanto più lunga era stata quella appena conclusa (…o quasi!).

“No, non ceno, stasera. Magari, se posso avere un assaggio dei vostri formaggi domattina a colazione… E anche un po’ di frutta, se possibile.”
“Posso darle una mela.” Aggiudicato.

Ed ecco, questa mattina, pienamente ristabilito, la colazione concordata (per una volta non esageratamente zuccherina):

Ricotta appena fatta, e “fiore sardo”, con diverse stagionature, che non si trova nei supermercati, e che “ogni volta ha un sapore diverso, perché dipende da cosa hanno mangiato le pecore.”
E poi mi ha portato una generosa porzione di pane carasau cotto non ricordo più in quale speciale modo…

Senza aver conosciuto il mitico pastore, alle sette e mezza saluto questa particolarissima oasi ecologica.

Bisogna raggiungere la città di Fornovo sul Taro, percorrendo, prima di ritrovare il rassicurante e segnalato filo d’Arianna, un altro tratto della provinciale dove, ieri, si è svolto il mio solitario, austero e istruttivo dramma.

Poi, una deviazione a sinistra sembra buona.

Si passa dietro un campo di calcio in perfette condizioni

Non resisto a inquadrare da vicino la porta, l’oggetto d’intense gioie e dolori per i tanti che, come me in tutto il mondo, amano con passione lo spettacolo di questo sport, al di là dei suoi molti e pesanti aspetti deteriori.

Ritrovato con il solito sollievo il segnavia col pellegrino, il percorso attraversa ora il fiume Taro, il cui scarso flusso scorre dentro un letto immenso.

Fin dall’ingresso, e poi per quasi tutto il suo centro storico, Fornovo vuole farmi capire che oggi è giorno di mercato.

I segnavia, la mappa satellitare e nemmeno Google Maps, riescono a evitarmi giri viziosi nelle intricate strade del centro.
Ne approfitto tuttavia per qualche altra foto.

Finalmente riesco a imboccare via Marconi, che mi porta alle villette della periferia con costante e decisa salita.

Fino a ritrovare la campagna

e infine le colline della Valle Sporzana, presso cui, alle nove e un quarto, mi concedo un po’ di riposo e mi disseto.

Mi basterà un’altra ora di cammino per giungere a destinazione, risalendo, con pendio molto dolce, una valle che mi concede tanti spunti fotografici.

Ed ecco, poco prima del borgo di Sivizzano, la “Casa delle viole”.

Come d’accordo, ho avvertito la signora mezz’ora prima dell’arrivo, ma inizialmente il luogo mi sembra deserto, benché l’accesso al giardino sia aperto.

Ne approfitto per un altro paio d’immagini.

Poi mi accorgo di aver completamente trascurato il problema del cibo, se non voglio pranzare con gherigli di noci, residui di pane carasau e biscotti, della mia attuale scorta.

Consulto Google Maps che mi segnala, abbastanza vicino e rassicurante, un “Sivizzano alimentari”.

Sento muoversi qualcuno. Mi ci dirigo e faccio conoscenza con la signora

e con un dolcissimo quadrupede.

La signora, gentilmente, si offre di accompagnarmi in macchina a far la spesa o in trattoria, anche perché il suo marito (o compagno) afferma che il negozio di Sivizzano non esiste più.

Accetto l’offerta, indicando vagamente l’orario di mezzogiorno.

E a mezzogiorno, dopo la sistemazione in camera e un rapido bagno in questa bella vasca,

sono nuovamente in giardino, in compagnia del mio tablet.

L’attesa è lunga, ma ovviamente non mi permetto di prendere l’iniziativa.
Quando finalmente ricompare, la signora, giustificandosi col fatto d’aver appena riaperto, mi propone comunque, in alternativa al giro in macchina, un piatto di spaghetti aglio olio e peperoncino.
Accetto di buon grado.

Una “Nastro Azzurro” da sessantasei centilitri benedice il tutto,

garantendomi, una volta rientrato, una sana e robusta pennichella.
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29-6: Le prime colline verso il Taro

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“Pak!” : è un po’ come lo scoppio improvviso di un palloncino, un’impressione quasi sonora mai provata prima, il mio risveglio mattutino da alcune ore di sonno profondissimo, utili come sempre a ricaricare il fisico e la mente.Per un eccesso di timidezza, quando il proprietario ieri mi ha chiesto se avessi qualche preferenza per la colazione, mi son tenuto dentro quello che avevo ben chiaro: un po’ di frutta.
Ma per fortuna ho ancora un paio delle mie albicocche, che addento subito dopo aver messo a bollire l’acqua del tè, bevanda che poi accompagna un tripudio, al limite dello stomachevole, di dolci, artigianali e no.

Ben lontano dal bissare la mia partenza all’alba di ieri, comincio la mia nuova giornata di cammino poco dopo il mio vecchio orario standard delle sei e mezza.
In pochi minuti di strada rintraccio il filo d’Arianna francigeno e i suoi sempre abbondanti segnavia bianco-rossi, mentre il sole già accarezza i campi.

Da queste parti, anche di lunedì mattina, c’è chi non rinuncia a un po’ d’attività sportiva nell’aria fresca,

magari anche in compagnia.

Per quanto mi riguarda, sento le gambe tonificate dai ventotto chilometri di ieri, e un senso di leggerezza quasi euforica, mentre il percorso vede l’esordio delle prime salite.

Sono momenti belli, i più belli finora, alla pari con l’emozione di ieri all’alba, con la felpa addosso, quel breve tempo intercorso prima di controllare l’astuccio degli occhiali…
Ma tutto è bene quel che finisce bene.

Il senso di benessere si sposa con i paesaggi, resi più movimentati dei giorni scorsi da questi primi dislivelli, con la vegetazione più fitta e il suolo stradale spesso non asfaltato, anzi in certi casi a livello di un vero e proprio tratturo.

Un amico verde, questo frondoso pero,

mi ha lasciato sul terreno alcuni doni, ancora perfettamente sani, soltanto ricoperti da un po’ di polvere della piccola strada.
Ne addento un primo: ha una polpa consistente e dolce. L’esperimento riuscito avrà almeno un paio di repliche, ad assecondare in maniera imprevista il mio desiderio di frutta.

Un altro sportivo, nel superarmi, mi domanda se sto percorrendo la Via Francigena.
Alla mia risposta affermativa si ferma, con l’evidente desiderio di parlarmi di sè.

Perché lui, qualche anno fa in bicicletta con degli amici, l’ha percorsa tutta, compresa la lunghissima appendice fino a Santa Maria di Leuca.
“Ne farei ancora dei giri, ma non trovo qualcuno che venga con me, e poi mia moglie non vuole…, sarà per l’eredità!”
Rido per la battuta, anche se è un po’ forzata e il nesso logico non c’è.
Mi confida la sua età: ha passato già abbondantemente la settantina.
“Portati molto bene, complimenti! Si vede che l’attività sportiva fa bene.”

Nel proseguire, m’imbatto nel primo dei numerosi campi di girasole che, con le loro intense macchie di colore, arricchiranno spesso l’odierno tragitto.

Il percorso collinare mi offre sempre nuovi spunti fotografici.

Con la vitale leggerezza di questa mattinata, che mi fa affrontare a cuor leggero le salite, il tempo e i chilometri scorrono agilmente.

Sono passate già quasi due ore e mezza, metà del percorso odierno previsto di ventuno chilometri, e la grazia di questo “perfect day”, appena raggiungo la cresta che ospita il… promettente borgo di Costamezzana, si manifesta in questo segnale:

e, conseguentemente, in questo locale:

Alcuni lavoratori discutono con un accento pugliese quasi caricaturale.

Al banco vengo accolto con grande entusiasmo dal socievole e sorridente barista.
Il mio status di pellegrino, come l’anno scorso, mi sta riservando quantità insolite di gesti e trattamenti di calore autentico, che certamente non rifiuto né disprezzo.
Mi chiede i dettagli del mio viaggio e prova a indovinare, dal mio accento non esattamente pugliese, la provenienza: “È romagnolo?”
“Non proprio, sono di Bologna. Comunque ha un buon orecchio!”
Mi fa fare un timbro sulla fatidica “credenziale” (che, dopo l’esperienze dell’anno scorso, ho pensato bene di portare con me nel marsupio), poi mi chiede che cosa desidero.
“Ha degli sciroppi? Rabarbaro, menta…?”

Ebbene sì, cari lettori: ho trovato mentalmente un ottimo sostituto al vecchio e squalificato chinotto!
E, poiché i tavolini all’interno sono destinati alla trattoria, vado a sorseggiare fuori il mio beverone di menta.

Una giovane del luogo, dall’aspetto sportivo, è intanto arrivata e partecipa alla conversazione col barista e, a tratti, con me.
Entrambi conoscono la mia destinazione odierna (l’agriturismo “Pasto-rè”) e ne parlano con simpatia, sia per la posizione su una collinetta, sia perché è gestito, con le sue pecore, da un pastore sardo.

Poi li sento parlare di una persona che è appena mancata e di cui si sta per celebrare il funerale, fra poco.
Si tratta, tragicamente, di una giovane morta in un incidente in motorino, come spiega il barista, con un tono di voce incredibilmente sereno e non impoststo al convenzionale compianto.
Se è un credente, dev’esserlo davvero.

Vedrò gli inconfondibili addetti alle pompe funebri di lì a poco, all’entrata laterale della grande chiesa dalla facciata in stile bizantino.

Ripartito di buon passo lungo la variante “ciclovia francigena”, che mi è stata consigliata al bar per rimanere in quota, mi sento superare e salutare da un ragazzo e una ragazza in bicicletta, con le tasche laterali da lunga percorrenza, intenti a pedalare col rapporto agile da salita.

Li torno a raggiungere poco dopo, intenti a riparare qualcosa.

“Tutto a posto?”
“Sì, stiamo stringendo una sacca che balla un po’.”
Sono partiti proprio oggi da Fidenza e seguiranno la ciclovia fin verso Siena, da cui poi faranno, mi dicono, “il giro della Toscana”.

Li lascio mentre lei sta addentando una barretta energetica; stranamente, non ne verrò più raggiunto di nuovo, come mi aspettavo.

Anche oggi, la lunga progressione del sole, verso il cielo più alto, dona intensità di colore ai quadri di questa giornata, che mi appare sempre più perfetta.

Per effettuare quest’ultimo scatto, mi sono allontanato di un paio di metri dal ciglio della strada.
Quando rientro, mi ritrovo di pochissimo preceduto, a passo veloce, da una giovane Venere in Infradito,

che non riuscirò a raggiungere, anche per nuove improrogabili esigenze fotografiche:

Un’improvvisa deviazione in discesa segna l’inizio di un susseguirsi di sentieri campestri e tratturi che sembrerà non avere fine.

E proprio come ieri, la parte più selvaggia dell’itinerario non riesce a darmi le consuete emozioni, anzi viene a turbare, gradualmente, sempre più, il senso di un “perfect day” che si sta protraendo più delle attese.
Mi aspettavo di vedere all’orizzonte gli agglomerati urbani del fondovalle del fiume Taro, verso cui sono diretto, e invece continuo a marciare fra campi e ancora campi.

Quando raggiungo una prima strada asfaltata, provo a interrogare Google Maps sui chilometri e il tempo di cammino che mi separa dall’arrivo.
La risposta mi sembra così esorbitante che la spiego solo con la mancata conoscenza, da parte del navigatore stradale, dei sentieri agresti che mi fa percorrere il tracciato francigeno.

Ma m’inganno. Dovrò presto convincermi di aver sbagliato clamorosamente il chilometraggio della tappa odierna, tanto che alla fine si rivelerà lunga come quella di ieri, con la differenza, però, di non aver potuto calibrare mentalmente lo sforzo.

E anche quando raggiungo finalmente il fondovalle, implacabilmente Google Maps mi indica ancora un’ora e venti di cammino, se percorrerò la trafficata provinciale (nella foto che segue, affiancata da un raro tratto ciclopedonale) attraverso i paesi di Medesano e Folegara, rinunciando alle più umane ma anche più lunghe varianti francigene.

Se l’inizio di questa tappa mi aveva fatto vivere i momenti più belli del mio viaggio, il finale rappresenta ora quelli più brutti, o quanto meno quelli più difficili.

La lunghissima marcia sulla provinciale, tuttavia, non sarà un’esperienza da buttare, anzi, tutt’altro: mi rivelerà infatti, a sorpresa, una capacità di sopportazione della fatica e dell’indolenzimento muscolare che, in tutti questi anni di camminate, non avevo ancora sperimentato.
Il controllo della respirazione, che mi ritrovo allenato da pratiche di meditazione, e una sorta di “trance” mentale indotta dalla regolarità del passo, mi daranno la costante sensazione di stare risolvendo senza danni la situazione critica, come attingendo a un prezioso serbatoio di energie di riserva.

L’orologio segna l’una e tre quarti quando imbocco la stradina in salita verso l’agriturismo.

L’abbondante mezz’ora che segue, intrattenuto dal co-gestore dall’accento napoletano (dunque non il pastore sardo) per il tempo necessario a preparare la camera, meriterebbe un racconto a parte, ma mi sono dilungato fin troppo.

Alle quattordici e trenta prendo possesso della mia stanza.

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