Dalla Grande Galleria all’alto Reno – 2

Ogni qual volta le recensioni lasciate dai clienti sono un coro unanime di apprezzamenti positivi, si può scegliere un servizio, ristorante o alloggio che sia, a scatola chiusa.
Per questo, aver trovato una camera libera nello strategico bed and breakfast vicino al Brasimone, mi aveva confortato alla vigilia della partenza.
Solo, forse per il suo nome soave, “La Tana delle Fate”, mi ero convinto che la coppia dei gestori fosse molto giovane.
Quando, un attimo dopo aver scattato la foto che conclude il capitolo precedente, vedo comparire entrambi (ed entrambi zavorrati da qualche chiletto di troppo…), mi rendo conto, confesso con un po’ di delusione, che sono invece miei coetanei, come verificherò più tardi conversando con loro.
“Ce l’abbiamo fatta!” commentiamo unanimemente, sorridendo, prima di darci la mano e presentarci.
E subito, prima ancora che possa togliermi lo zaino di dosso, fra lui, che aveva raccolto il mio non-ancora-disperato appello telefonico, e il sottoscritto, reso un po’ euforico dalla fatica appena terminata, si scatena la bagarre.
Perché io sono animato dal sacro furore di lasciargli traccia della mia esperienza, ad uso di futuri clienti, e lui di dimostrarmi che potevo prendere una via migliore.
Ci si intende, paradossalmente, sempre meno quando lui estrae la carta dei sentieri e io cerco di ravvivare nel tablet la mappa di Google, recante l’evidenza univoca dell’itinerario da percorrere come pedone. Perché la sua, coerentemente con il relativo scopo, evidenzia un fitto reticolo di sentieri (tutti numero 001…), nascondendo le sedi stradali e rendendo vani i miei sforzi di localizzare il punto sbarrato, mentre la mappa sul tablet, molto più evidente di qualsiasi mia descrizione, è beffardamente sparita e non ho voglia di reimpostarla.
Zero a zero il risultato finale, e vado a fare la doccia.
Mi hanno riservato un vero e proprio appartamentino, di cui svettano subito la massima pulizia, l’ordine, un letto a due piazze molto comodo e, non ultimo, un silenzio perfetto.
Ho un paio d’ore per riposarmi, fino alle sette, orario in cui ho chiesto di prepararmi la cena (che avevo prenotato, specificando di essere vegetariano); sì, perchè, insolitamente, offrono anche la ristorazione serale.

Puntualmente alle sette scendo e, come immaginavo, mi prendono a tavola con loro. Ho deciso di lasciare il tablet in camera per evitare di tornare sull’argomento, e infatti stabiliamo subito, da entrambe le parti, un clima molto più rilassato.
Lui stappa una bottiglia di lambrusco, specificando che è biologico, e me ne versa un bicchiere che, per via della schiuma, diventa mezzo; noto che quello che versa nel suo, invece, a schiuma esaurita, risulta il doppio del mio.
Lei, che mi tratta con una cordialità schietta e popolare e presto mi chiederà di darci del tu, ha cucinato una pastasciutta al pomodoro assolutamente memorabile, merito dei pomodorini da lei stessa coltivati, evidentemente con la stessa cura con cui gestisce i locali. Dice di essere di origine bolognese, ma il suo accento è toscano; quando si rivolge al marito lo chiama “amore”, cosa che mi intenerisce (proprio come quando vedo coppie mature camminare mano nella mano), nonostante la sottile antipatia che, fin dal primo momento, lui mi ha suscitato.
E che rinfocolerà, versandomi il vino una sola altra volta, e decantando un formaggio caprino “a chilometro zero” di cui mi dà una sola fettina mentre lui se ne servirà a ripetizione. In compenso, l’insalata di patate e olive e il cosiddetto “friggione” toscano di peperoni e zucchine sono ottimi e molto abbondanti, tanto da invogliarmi a fare il bis, con un po’ di faccia tosta. E alla fine spuntano le sfrappole, per festeggiare il martedì grasso, e ottimi liquori artigianali.
La conversazione, tenendosi prudentemente alla larga da prese di posizione politiche in questi tempi di opposte fazioni, affronta temi importanti, in particolare l’impatto ambientale e sociale delle nostre scelte alimentari; stranamente, lui si schiera dalla mia parte nel sostenere l’importanza dell’alimentazione vegetariana, mentre lei sostiene che in Africa non cambierebbe niente.
Mi viene da pensare come certe tematiche, solo pochi anni fa assolutamente di nicchia, siano diventate ormai, giustamente, di dominio collettivo.

Stiamo a tavola un certo tempo, poi, prima che io torni in camera, regoliamo il conto, perché lui l’indomani sarà a lavorare. Quarantasette euro, davvero poco, considerando anche l’abbondante colazione a base di frutta, tè e ottimi biscotti e marmellate artigianali che mi verrà servita l’indomani, insieme a un’altra bella chiacchierata con la signora.

La mattina, dunque, anche il tempo dedicato alla colazione è privo di fretta: ho appuntamento con Giovanni nel primo pomeriggio, nei pressi di un altro lago, quello di Suviana, che potrò raggiungere da qui in circa tre ore.
Sono già le nove e mezza quando saluto e ringrazio la signora, e riprendo il mio cammino.

Seconda tappa: dal Bacino del Brasimone a Castel di Casio

Devo tornare al lago, per percorrerne oggi l’altra riva. Visto che ero arrivato in salita, mi incammino spensierato e baldanzoso in discesa, lungo la provinciale, solcata da rari passaggi di veicoli motorizzati e, come ieri, da folate di vento freddo.
Scatto una bella immagine mattutina,

prima che qualche dubbio, confermato da un’indicazione stradale verso Castiglione dei Pepoli, non si affacci fastidioso alla mia mente. Siamo alle solite: falsa partenza e inversione di rotta, con la coda fra le gambe e la paura di incontrare, vergognandomi, uno dei due componenti della coppia che mi ha ospitato.
Sono solo le nove e tre quarti quando ripasso davanti alle Case Roncacce da cui sono partito; poco male.

Prima del lago mi appare la sua imponente diga.

Come e più di ieri trovo rasserenante costeggiare il lungo specchio d’acqua, anche perchè sulla striscia d’asfalto fiancheggiata da chioschi e giardini, sotto un cielo luminoso, incontro solo un signore col cane e con un abbigliamento un po’ eccentrico, che mi saluta per primo.


Poi il mio percorso lascia il ramo occidentale del lago, inerpicandosi dolcemente in un’ampia valle.

Di lì a non molto mi aspetta un’altra bella sorpresa: compaiono improvvise, all’orizzonte

le vette ancora innevate dell’alto Appennino modenese e bolognese, fra cui il Cimone e il Corno alle Scale.

L’itinerario di oggi era stato oggetto, nei giorni precedenti, di discussioni telefoniche al limite del maniacale, fra me e Giovanni, entrambi desiderosi di stabilire il percorso migliore, in termini soprattutto ambientali, verso il punto d’incontro stabilito: il bar-ristorante-albergo Luana a Suviana. Google Maps mi proponeva, partendo dal Brasimone, due alternative parallele, la più breve a Sud, passando presso i borghi di Baigno e Bargi; l’altra più a Nord, per Barceda, chiesa di Santo Stefano di Baigno e Cinghione; il mio amico, che era giunto addirittura a fare un giro perlustrativo in automobile, perorava invece una deviazione dal tracciato Sud che a Baigno, presso un negozio chiamato “L’angolo della spesa” (referenziato anche sulla mia mappa), lo abbandonasse per collegarsi all’altro, presso la chiesa di Santo Stefano. Anche in questo caso non era stato facile parlare lo stesso linguaggio, questa volta fra le mie mappe, a lui (caparbiamente refrattario a internet) inaccessibili, e la sua conoscenza diretta ma parziale dei luoghi; alla fine mi aveva convinto.

Attraverso serenamente con gli occhi bene aperti, la blusa di “pile” ben chiusa, la prima parte del percorso, piacevolmente aerea, lasciandomi catturare da qualche bello scorcio panoramico.



Anche oggi percorro strade strette e deserte. Un minimo di animazione in più trovo scendendo verso il piccolo borgo e gli incroci stradali di Baigno. E i due esercizi commerciali che mi appaiono ben evidenti: un parrucchiere accanto, eccolo, al fatidico “Angolo della spesa”.

Passo fra le antiche costruzioni rurali del minuscolo centro abitato

e poi imbocco la, diciamo, bretella verso il “tracciato-Nord”: la più evidente (che mi porta a Barceda), ma non esattamente quella ottimale (che mi avrebbe portato più avanti, alla chiesa), come potrò scoprire a posteriori, sia consultando più attentamente la mappa, sia confrontandomi con Giovanni, che vedrà in parte vanificata la sua attività di apripista.
Per me poco male, sia perché si tratta di un aggravio chilometrico trascurabile, sia, soprattutto, perché comunque il percorso è molto godibile, e tale resta, poi, nella prosecuzione verso la seconda diga in programma oggi, quella del lago di Suviana.



Una brusca deviazione mi porta verso la diga e l’abitato di Suviana, poco prima del quale mi appare il bar-ristorante-albergo che rappresenta il traguardo intermedio della tappa odierna, e da cui, un attimo dopo aver scattato questa fotografia,

vedo uscire, in tutto il suo felliniano splendore, la signora Luana in persona (almeno immagino), che mi guarda cordiale e incuriosita.
“Vado a farmi un panino al bar” mi sento in dovere di dirle.
“Prego, entri, ci sono quei ragazzi.”

Entro, quando è l’una in punto.
“Quei ragazzi” sono un omone burbero con la barba e una signora anziana magra e curva.
“Me la fa una piadina?” chiedo al barbuto.
“No, piadine non ne abbiamo.”
“Allora un panino al formaggio. E una birra.”

Vedo con dispiacere che non ci sono tavolini, che mi permettano di starmene tranquillo ad aspettare l’incontro col mio amico, previsto alle due e mezza, ma solo uno stretto oblungo tavolo a muro opposto al banco, con qualche sgabello, sul primo dei quali mi siedo, dopo essermi tolto lo zaino e una visita alla toilette.
Mi si avvicina la “ragazza”: “Abbiamo formaggio di capra, va bene?”
“Benissimo, certo.”
Come ieri, e come sempre quando sono fuori di casa, le mie abitudini vegane virano al vegetariano, senza troppi scrupoli, ma per comodità e, anzi, col piacere non tanto della trasgressione quanto della variazione di dieta.

Quando ho finito il mio spuntino, riporto il piatto e il bicchiere al banco e chiedo il conto, deciso ad aspettare fuori.
Forse la mia cortesia viene apprezzata, perché, nel salutarmi, il montanaro arcigno barista mi augura una buona passeggiata.
Ci sono delle panchine, a pochi passi di distanza, ma all’ombra. Provo a sedermi, ma anche dopo aver estratto e indossato la blusa impermeabile sopra il “pile”, le folate di vento freddo giungono troppo fastidiose.
Vado a sedermi al sole, su uno scalino dall’altra parte della strada, quasi di fronte alla fermata dell’autobus.
Va un po’ meglio, ma mi resta la paura di prendere un malanno alla gola.
Inganno l’attesa navigando un po’ su internet, fra le notizie del “Fatto quotidiano” e le esternazioni di pensiero, informazione e arte varia del piccolo variegato mondo dei miei amici di Facebook.
E poco dopo le due e mezza, vedo un piccolo autobus arrivare, fermarsi e scaricare Giovanni.

Ora la mia traversata può proseguire non solo con un vecchio amico, ma anche con un navigatore vivente, che ha studiato, sia per oggi che per domani, percorsi molto particolari e panoramici, diversi sia da quelli che mi indicherebbe Google, sia da quelli affrontati insieme due anni fa, pur essendo identico il posto di tappa: l’albergo-ristorante La Piazza di Castel di Casio.

Compare a sorpresa, e sarà l’unico di tutto il mio cammino, un albero fiorito

e poi nuovi scorci da catturare




Attraversiamo o lambiamo piccoli borghi antichi: Lizzo, Poggio Barone, Case de’ Moratti.
Ed è nell’entrare fra i silenziosi e abbandonati antichi edifici rurali di quest’ultimo, che facciamo un incontro.

Quel signore, appena visibile nell’immagine, ci si rivolge: “Scusate, eh, sono uscito per controllare, perché c’è un anziano che ogni tanto esce di casa.”
Chissà se è una scusa. Perché il bisogno di parlare di quest’uomo straripa immediatamente.
Vuole raccontarci di tutta la gente, le famiglie, che popolavano questo piccolo agglomerato e che ora se ne sono andati via, salvo pochissimi, due o tre (ce li nomina), che tornano di tanto in tanto. Ci indica le case e le attività che vi venivano svolte.

Ha gli occhi azzurri e la sua voce è un canto intriso di malinconia. Lui non molla, si inventa qualche piccola attività, come la raccolta della legna, per passare il tempo.
Ma poi ci rivela che lui stesso alterna la permanenza qui con un luogo diametralmente, stridentemente opposto: la zona artigianale di Casalecchio di Reno. E scopriamo che lavorava come autista di bus a Bologna.
Gli chiedo del 2 agosto e ci racconta, con molta partecipazione, di quando, nella loro mensa di via San Felice, si era sparsa la notizia dello scoppio di una caldaia, e di come, a bordo della circolare esterna, passò di lì a poco davanti alla stazione devastata.
Quando ci chiede dove siamo diretti, Giovanni gli spiega che domani ripasseremo di qui, verso Lizzo, per puntare poi a Porretta. Lui si illumina all’idea di tornarci a vedere e salutare.
Gli chiedo come si chiama allungandogli la mano. Si chiama Sauro.

Il cielo si è annuvolato e l’aria fredda ora non è più contrastata dai raggi del sole.
Ma ben presto la torre, il centro, e l’albergo di Castel di Casio, dopo due anni, ci accolgono nuovamente, sul far della sera di una giornata da ricordare.

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Dalla Grande Galleria all’alto Reno – 1


Prima tappa: da Vernio al Bacino del Brasimone

La linea ferroviaria detta “Direttissima” rappresentò per lunghi anni, in coppia con l’Autostrada del Sole, la cerniera di collegamento fra il Nord e il Centro Italia.
Da quando, il 13 dicembre 2009, fu inaugurata la nuova linea ad alta velocità, i vecchi binari continuano a servire l’utenza locale nella tratta Bologna-Prato.
All’inizio di tale percorso, i treni fanno sosta in diverse stazioni del Servizio Ferroviario Metropolitano bolognese, che mi risultano molto comode; in particolare posso raggiungere quella di Bologna Mazzini in venti minuti di camminata e altrettanti di autobus.

Uscire da casa a piedi zaino in spalla ha sempre il suo grande fascino, anche se ci sono di mezzo, appunto, i mezzi, con i loro rigidi orari.
La mattina di martedì scorso, 5 marzo, dunque, prima delle otto, mi vede incamminato di buon passo verso il capolinea del 19C presso la stazione di San Lazzaro. Riesco a raggiungerla in tempo utile.
Ma l’autobus si ingolfa nel traffico dell’ora di punta, assottigliando via via il margine di tempo previsto per la corrispondenza con il treno.
L’ascensore che mi porta sopra il Pontevecchio, dove è stata incastrata la stazione di Bologna Mazzini, apre la sua porta di fronte a quelle, anch’esse aperte e invitanti, di un treno in partenza, dentro cui mi fiondo, in base anche a calcoli molto sommari sulla sua direzione di corsa. Quella sbagliata.
E così, un quarto d’ora dopo, mi ritrovo come un pesce fuor d’acqua, ma ben cosciente della mia situazione privilegiata, in stazione centrale, confuso fra la quotidiana popolazione di studenti e lavoratori pendolari.

Il progetto prevede tre giorni di cammino, da Vernio a Porretta Terme, in compagnia, da metà della seconda tappa, col mio amico Giovanni, che abita nei pressi di Porretta e che già due anni fa, sempre in marzo, mi accompagnò nei tratti finali della mia traversata, quella volta completamente a piedi e su un tracciato diverso, da casa mia in cinque giorni.

Per fortuna, come sapevo, l’attesa del prossimo treno utile è molto breve.
I tre quarti d’ora di viaggio sul regionale passano, in maniera crescente, con i finestrini oscurati dai passaggi in galleria, fino all’apoteosi dei diciotto chilometri di quella del Vernio, la “Grande Galleria dell’Appennino”, tristemente nota per gli attentati terroristici, ma di cui è davvero interessante leggere la storia (vedi qui), anche in memoria dei novantanove lavoratori che, nei lontani anni della realizzazione, ci lasciarono la vita.

Appena usciti dall’interminabile tunnel, c’è l’omonimo paese (quello dell’immagine iniziale di questo articolo), per me oggi punto di partenza.
La tappa di oggi prevede molta salita: novecento metri di dislivello, lungo una strada che Google Maps dichiara “a traffico limitato o privata”. Conoscendo i miei proverbiali limiti in campo di orientamento, mi sono attrezzato, scaricando sul mio nuovo tablet le immagini satellitari del tracciato in scala piuttosto ridotta, così da essere assistito anche in caso di mancanza di connessione alla rete telefonica.
Una piccola deviazione iniziale mi permette di fotografare l’uscita della galleria,

prima di imboccare la strada che presto sale sopra il piccolo centro abitato.

“A piedi si passa dappertutto” mi incoraggia sorridendo, con il consueto tono stentoreo della gente toscana, una signora che, dal giardino della sua abitazione, sta offrendo assistenza agli operai di un ingombrante cantiere stradale.


Il traffico stradale, che immagino di norma scarso, è completamente bloccato; so per esperienza trattarsi di una delle migliori fortune che possano capitare a un viandante che cerca la pace nel contatto con ambienti naturali.

Il primo e unico borgo posto sul mio tracciato, Cavarzano, compare presto.

La scelta dei tre giorni di questa mia camminata è avvenuta in base a ripetute consultazioni delle previsioni meteorologiche sul sito dell’ARPA regionale e il tempo, in effetti, si mantiene stabile. Tuttavia c’è una strana alternanza di aria temperata e lievi folate fredde, che mi costringono ad aprire e chiudere continuamente la cerniera anteriore del “pile”. Addirittura a un certo punto me lo tolgo, proseguendo in maglietta, ma per brevissimo tratto.

Le tracce di abitazione e attività umana non sono frequenti; il silenzio è rotto solo da un costante e discreto cinguettio e canto di uccellini che festeggiano le prime avvisaglie della bella stagione, sia pure qui molto meno precoci che in pianura.

Un improvviso grugnito nella boscaglia; lo attribuisco a un cinghiale, non senza un minimo di apprensione. Pochi attimi dopo (invece?) è una coppia di caprioli, uno dopo l’altro, ad attraversare veloci la strada.
Guardo l’erta alla mia destra, da cui provengono, e mi chiedo come potessero correre in quell’intrico e pendenza.
La pendenza della strada, invece, si mantiene costante ma non impegnativa.

La quiete e l’incanto continuano a imporsi in un teatro, come tanti ce ne sono (tutti da scoprire), certamente non lontano dalle principali direttrici stradali, che rimangono però ben nascoste dalle alture circostanti. Al di là di un po’ di sonnolenza per quella che, per le mie abitudini, è stata una levataccia, ne sono felice: è esattamente quello che cercavo per questa mia escursione inaugurale della nuova annata.

Verso lo scadere della terza ora di cammino la fatica, quasi improvvisamente, si fa sentire nelle gambe.
E’ l’una, e una sosta si impone, anche perché ho raggiunto i mille metri di altitudine dell’Alpe di Cavarzano, punto di incrocio di alcuni itinerari.


Mi siedo sullo scalino davanti alla porta di un edificio deserto ed estraggo dallo zaino dapprima una mela, che taglio in quattro fette


poi un godibilissimo panino fatto con due fette di pane di segale integrale farcite con crema di zucchine e porri.
Anche tralasciando aspetti etici di qualunque genere, non c’è spuntino carnivoro in grado di competere!
(Pubblicità “occulta”: alla COOP si trovano confezioni di pane di segale biologica a prezzi molto convenienti).

Rinfrancato dalla sosta, riprendo il cammino, ora in discesa.

La primavera, quassù, sembra davvero ancora lontana: ad esclusione dei sempreverdi, gli alberi sono spogli, in assetto invernale, così come la natura circostante, in cui prevalgono tinte smorte.

Ed ecco, inaspettato, mi appare a valle il Bacino del Brasimone, oltre il quale troverò il mio alloggio: una bella sorpresa!

Ho concordato con i proprietari del bed and breakfast il mio arrivo per le quattro: immagino che dovrò gestire una buona ora di anticipo.

La strada sembra divergere dal lago, ma la mancanza apparente di qualsiasi bivio mi fa procedere tranquillo per un certo tratto, finché non decido di consultare il navigatore.
Responso sgradevole. Mi sto allontanando dalla meta: esattamente al confine regionale fra Toscana ed Emilia ho imboccato la Via del Bosco di Sopra anziché proseguire lungo la Strada dell’Alpe di Cavarzano.
Quando riguadagno il punto critico capisco il perché dell’errore: un cancello molto austero, che ha tutta l’aria di proteggere una villa, protegge in realtà il proseguimento della strada.
Per fortuna un pertugio a misura di pedone permette di intrufolarsi.

La via, fiancheggiata da un torrente, procede lungo una gola stretta e ombrosa, in ripida discesa.
Dopo tre o quattrocento metri, nuovo cancello austero e chiuso, del tutto simile al precedente.

Recinzioni e filo spinato, manco si trattasse di un campo di concentramento, rendono impossibile superare l’ostacolo.
Non mi do per vinto: proseguo lungo il recinto, sperando in un varco.

La sede su cui cammino si restringe sempre di più, fino a diventare uno stretto scalino prospiciente un pericoloso salto nell’insenatura del fiume. Avanzo ancora qualche metro aggrappandomi alla meglio alla rete di recinzione, ma il pericolo aumenta.
Bisogna cambiare strategia: torno indietro finché non diventa possibile inoltrarsi verso il letto del torrente.

Il percorso fuori strada si rivela denso di insidie: oltre a dover guadare più di una volta, mi tocca avanzare su un terreno impervio, dove un letto di foglie secche nasconde tratti fangosi o scivolosi. Riesco ad affondare uno scarpone dapprima nel fango, poi nell’acqua del torrente, che entra fredda e insolente a bagnarmi il piede.

La spia dell’emergenza si accende nella mia mente, contestualmente all’aumento massimo dell’attenzione. E infine anche al senso dell’inutilità dell’impresa: lassù la strada è sempre superprotetta e sembra impossibile poter trovare un accesso più a valle.
Dietro-front.
Riguadagnare il cancello sbarrato mi costa fatica e attenzione, ma temevo peggio.
Devo ora risalire al primo cancello, dove avevo sbagliato strada, e cercare intanto sulle mappe di Google una via alternativa.

L’unica possibilità sembra quella di imboccare nuovamente la Via del Bosco di Sopra, poi proseguire aggirando un monte fino all’abitato di Castiglione dei Pepoli. Due ore buone, malaugurate, di cammino aggiuntivo.
Ma proprio vicino al pertugio del primo cancello scorgo delle indicazioni di un sentiero del CAI e della “Maratona dei laghi”.
Lo imbocco senza troppi dubbi.
E’ costellato di segnali frequenti e ben visibili

e tale si mantiene a lungo, anche se di tanto in tanto attraversa qualche tratto franoso.
Appena il telefono me lo permette, chiamo il Bed and Breakfast per spiegare la situazione e avvertire che tarderò di un’ora.
Il mio interlocutore si tranquillizza quando gli dico che sono sul sentiero numero 001 (anche se poi scoprirò che i sentieri qui sembrano chiamarsi tutti così…) e si offre di venirmi a prendere in macchina presso il centro dell’ENEA, che capisco ora essere la fonte di tutti i problemi. Naturalmente rifiuto.

La stanchezza si fa sentire, dovuta anche e soprattutto a quel fuoripista così impegnativo, ma sembrerebbe che ora si tratti solo di procedere con pazienza.
Una freccia mi indica una deviazione sulla sinistra verso il lago. Bene.
Il sentiero scende ripido nella faggeta e, a differenza del precedente, con pochi e sempre più scarsi segnavia, fino a perdersi completamente. Maledizione, non è ancora finita.
Nel risalire intravedo lontani, sul margine del bosco, dei cartelli indicatori. Li raggiungo a fatica: gli ultimi passi per guadagnare la strada forestale che li ospita sono i più sofferti.
Nessuno di quei cartelli che indichi il lago, ma da qualche parte mi porteranno.

Sorvolo il centro dell’ENEA, che ospitava un tempo una centrale nucleare, e oggi per me la fonte di tutti i guai.

Il percorso tende per fortuna a convergere con la via d’accesso al centro, sempre protetta da recinzione e filo spinato, fino ad affiancarvisi, per correre curiosamente parallela, entrambe su asfalto, verso il lago.
Questa volta davvero i giochi sono fatti.

Costeggiare il lago del Brasimone nella luce del tardo pomeriggio è piacevole, poi qualche centinaio di metri di salita verso Case Roncacce

mi portano a conquistare finalmente la meta agognata.

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Un ospite (quasi) inatteso

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Se l’anno scorso la mia giornata di San Silvestro era stata caratterizzata da ritmi molto blandi, turbati solo leggermente da un filo d’ansia per l’ormai abituale ma sempre diverso incontro con la mia amica, musa e ispiratrice di vita dall’accento francese (tanto che un torpore rassicurante mi aveva portato ad assopirmi e a incontrarla poi nel sogno), quest’anno le cose sono andate molto diversamente.
Una moltitudine inaspettata e anticipata di messaggi augurali, sia telefonici che via internet, esigevano risposte anche complesse, e poi addirittura una visita a sorpresa qui a casa mia…: mi sentivo ostacolato a preparare come avrei voluto il cuore e la mente a questo fondamentale e ormai irrinunciabile incontro rituale di Capodanno.
Quando, intorno alle otto e mezza di sera, ho sentito suonare per la seconda volta il campanello,
mi sono detto, fra me: “Ma che succede? Che scherzi mi sta combinando quella dannata benedetta donna, nel togliermi da sotto i piedi lo spazio del nostro incontro ?”
Ma era lei.
Questa volta nuovamente in carne ed ossa.

Giacca a vento azzurra, cuffia di lana gialla e arancione, jeans ricamati con motivi floreali, guanti di lana viola e, a tracolla, un grande tascapane di lana a strisce scure.
“Bonsoir mon ami,” mi fa con l’espressione più naturale di questo mondo, su quegli occhi chiari un po’ appannati dalla nebbia gelida.
Fra lo sbigottito, il rassicurato e l’inadeguato, riesco solo a risponderle con le stesse parole, identiche al suono.
Ma una volta entrata, ancor prima di lasciarla togliersi il giaccone e i guanti, mi getto fra le sue braccia avidamente, con il cuore che batte forte.
Mi cinge a sua volta, con dolcezza, ma ben presto si scosta un po’ e: “Ti ho portato delle ‘croque monsieur’, ovviamente vegetariane,” mi fa. “Tu hai qualcosa da bere?”
“Certo, Christine, metto subito due bottiglie al fresco.”
Poi, mentre si accomoda alla meglio, le chiedo: “Come stai, se ha senso chiedertelo?”
“Oh io bene, ordinaria amministrassione, non ho motivi per lamentarmi. E mi sembra che neanche tu ne abbia, da quello che hai scritto nel messaggio di fine anno.”
“Proprio così, è stato un anno importante il mio… Ma adesso mettiti comoda, così prepariamo la nostra cenetta.”
Senza chiedere permesso, va a chiudersi nel bagno per qualche minuto, mentre io mi riprendo dalla sorpresa e cerco di attrezzare al meglio la cucina per il nostro cenone minimo.

Quando cominciamo a mangiare, e a bere i primi bicchieri di prosecco, la conversazione prende piede, ma, come per un tacito accordo, i temi restano estremamente leggeri: sembra che facciamo a chi la spara più grossa, per ridere insieme, ma anche e soprattutto per allontanare le vertigini dei discorsi più impegnativi, che sappiamo ormai inevitabili fra noi.
Cenone, dunque, a base di insalata, che da me non manca mai, e sandwich francesi riscaldati al microonde.
Oltre le finestre un silenzio vigile, prima della bagarre di mezzanotte e dintorni, i cui strepiti giungono sempre anche nella zona di prima campagna ove abito.
“Che facciamo, lo mangiamo adesso il panettone o aspettiamo? Che ore sono, le nove e tre quarti…”
“Tagliane due fette, poi le metti in un sacchetto, e infiliamo tutto nella mia borsa, insieme all’altra bottiglia. Ti ricordi il nostro brindisi intorno al fuoco del pratone, ai Giardini Margherita?”
“Vuoi andare fin là?”
“No, ma ho voglia di camminare con te nella notte, e poi brindare all’anno nuovo come quella volta.”
“Agli ordini, madame, ottima idea! Ti porterò lungo il mio abituale percorso podistico, verso i campi da golf.”

La nebbia si è miracolosamente dissolta e l’aria è limpida ed eccitante, quando, ben coperti e con due gilet gialli addosso (non in segno di rivolta ma solo per precauzione…), usciamo di casa.
“Guarda laggiù, Christine, lungo il profilo delle colline: quel puntino illuminato è San Luca!”
“C’est très joli” sussurra, poi, a voce più alta e severa: “Ci siamo incontrati anche lì, ricordi il deltaplano?”
“Me ne ricordo bene…”
“C’era un bel sole” fa lei, “e tu eri andato là per la corsa podistica della mattina di Capodanno. Peccato che ora sei diventato pigro e non la fai più.”
“Eh, amica mia, si cambia, si cambia…”
E mentre la guido di buon passo, per guadagnare in fretta la strada privata che fiancheggia il fiume Idice, le prendo la mano, e le dita dei nostri guanti di lana si intrecciano.
“Si cambia,” ripeto ancora una volta, “e tu lo sai bene!”
Il silenzio accoglie e dà spessore alla mia affermazione.

La boscaglia racchiude per un breve tratto il panorama notturno di campagna: il buio e il silenzio sembrano farsi ancora più avvolgenti.
Ora possiamo camminare più adagio; le cingo le spalle col braccio e lei ricambia subito, abbracciando a sua volta i miei fianchi, proprio come una coppia di fidanzati.
“Lo sai, ho scoperto tante cose, quest’anno: quasi mi dispiace che stia finendo. Ho scoperto che la realtà che ci appare è fatta di polvere, anzi di atomi privi di materia nella loro struttura. Siamo castelli di vibrazioni.”
(E avverto, a queste mie parole, come anche noi si stia vibrando insieme.)
“E ho scoperto anche che, probabilmente, lo stesso apparire della realtà è tutta una messinscena.”
“Bravò,” sussurra lei.
“D’altra parte tu stessa, nelle ormai mille configurazioni diverse e salti spaziali e temporali in cui mi sei apparsa, ne sei una dimostrazione.”
“Bravò, sei un buon allievo.”
“Già, e tu una buona maestra: lo so che sei tu ad avermi condotto in questo cammino di conoscenza e consapevolezza.”
Ancora il silenzio magico e straniante assiste il nostro camminare, al ritmo blando di pensieri sempre più profondi.
“Ti sono grato, Christine” e la voce mi si appanna un po’. “Tu, guidandomi come un angelo custode, mi hai regalato una visione, una prospettiva, una speranza nella vita mortale che va molto oltre, e tanta possibilità inattesa di gioia.”
Osservo i suoi occhi lucenti, chissà come, e vorrei tuffarmici dentro.
E mi salgono tumultuosamente le domande, i dubbi, le mille cose da chiarire di questo mio nuovo recente cammino per così dire spirituale.
Lei lo avverte e tace, ora.
“Le prove, i segnali,” riprendo. “Più me ne arrivano, da parte della realtà, dell’universo, e più ne bramo, insaziabilmente.”
“E io non lo sono?” chiede lei con voce quasi di bambina timida.
“Certo, amore mio, sei il mio angelo custode. E anche una bella donna molto viva al mio fianco, almeno in questa notte di fine anno.”
“Credo che il mio cammino di consapevolezza, di liberazione dalla schiavitù dei desideri che non appagano mai fino in fondo, sia ancora lungo e difficile. Lo sai come sono avido di conoscenza, ma vorrei anche degli strumenti più sicuri, più facili, di elevazione autentica, di trasformazione, di allontanamento da qualsiasi genere di paura e angoscia.”
“Non avere fretta, mon chéri, ogni cosa a suo tempo. Intanto hai imparato a ringraziare, toujours e n’import quoi, sempre e comunque, per le cose del passato e del presente, tutte. Ed è un bel passo avanti n’est-ce pas?”
“Oh sì, me ne accorgo bene. Mi sembra anzi che ringraziare per tutte le innumerevoli brutte situazioni del mio passato completi il mio compito in questa vita, come di pulizia del mio karma. E di essere ormai approdato così nella mia personale isola felice, dove potranno accadere ancora tanti eventi, ma ormai nessuno più davvero brutto o spaventoso. E, da qui, di poter essere forse in grado di aiutare gli altri a sorridere e sperare, in questo mondo pieno di angoscia, brutture, dolore, disperazione.”
“Et voilà, ecco perchè quella notte, in Piazza Malpighi, mi sono affiancata col mio taxi al tuo.”
Il senso di gratitudine, verso quell’essere enigmatico e pure tanto tangibile che sento vibrare con me al mio fianco, sento che a ondate quasi vorrebbe sommergermi.
Eppure so di dover approfittare dell’occasione per chiarire più punti, e dubbi, e aneliti che mi sia possibile durante questo nuovo e magico incontro.

Siamo giunti intanto già nei pressi dei campi di golf, gelidi e abbandonati in questa notte d’inverno, notte simile a tante altre. E all’orizzonte si odono i primi stùpidi ma pur sempre festosi botti, e si intravvedono scie luminose verso il cielo.
E così, troncando il flusso ansioso dei miei pensieri, Christine perentoriamente si stacca, da quel nostro contatto eccitante nella notte buia come una febbre, e dà mano al suo tascapane per estrarne il sacchetto con le due fette di panettone e la bottiglia di spumante.
“Vai, sei tu l’homme!” e mi porge la bottiglia.
Libero la capsula e estraggo a fatica il tappo di sughero, lasciando che parta verso il cielo come un proiettile con un piccolo botto quasi insignificante.
Lei estrae due calici, li riempiamo.
“Auguri, mio adorato angelo custode!”
“Auguri a te, François, e a chi crederà a questa favola.
Che c’est la vie, la vita mortale, né più né meno, ma aperta come una finestra sull’immenso.”
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