5-9: Un faticoso approdo in Emilia

“Signore…!”
Mi volto e vedo due donne sulla quarantina, vestite bene, che mi chiamano.
Sono quasi le otto e da un quarto d’ora mi sto dirigendo, dalle quiete vie di Sarzano, verso larghe strade e grandi rotatorie che conducono alla statale “16” per Ferrara, che funge anche da Tangenziale Est di Rovigo.

Mi dirigo verso di loro.
“Guardi,” mi avverte con inattesa premura la portavoce, “che le conviene passare di qua, per questa pista ciclabile” e mi conferma che sfocia su un passaggio pedonale proprio nella mia direzione di marcia.
Per breve tratto possiamo procedere affiancati.
Mi chiede se sto percorrendo il Cammino di Sant’Antonio; spiego loro quello che sto facendo e mi ascoltano con interesse.
“Noi invece stiamo andando a lavorare…”
“Spero che almeno vi piaccia il vostro lavoro!”
“Sì,” risponde molto convinta, “lavoriamo qui all’Azienda Sanitaria Locale.”
Magari una delle due, ripenserò, odia il suo lavoro, ma in presenza dell’altra non può dirlo…
Si congedano un po’ prima del necessario, poi le vedo dirigersi sulla scalinata e nel palazzo che le inghiottirà per un’altra lunga giornata lavorativa.

Altrettanto lunga e complessa, molto più delle aspettative per una tappa comunque prevista di ventisei chilometri, sarà oggi la giornata del Camminatore a Vuoto.

Accedo alla statale poco prima di questa enorme torcia elettrica all’insù.

La carreggiata, a quattro corsie, è priva di banchina. I veicoli mi sfrecciano vicini, frequenti, urlanti, ossessionanti.

Il sole ha cominciato la sua parabola settembrina in un cielo un po’ velato dalla foschia.

Oggi, che la tappa è lunga, mantengo un passo cadenzato, senza forzare l’andatura.

Dopo una prima ora di ossessione, cerco riparo proseguendo all’interno di un’esteso centro commerciale che si affaccia completamente sulla statale.

Dopo averlo percorso tutto, per circa duecentocinquanta metri, ho la brutta sorpresa di non vedere alcuna possibile via d’uscita: un canale e una scarpata invalicabile mi separano dalla carreggiata.

Dietro front, e mezzo chilometro da sommare al totale odierno.

Una situazione simile mi si presenta poco dopo, per aver tentato un altro percorso alternativo, ma questa volta riesco a rimettermi (letteralmente) in carreggiata con un passaggio alpinistico sopra l’alto guardrail,

al di là del quale, poi, la campagna si mostra così:

Alle dieci e mezza, cioè quasi tre ore dopo la partenza, la strada è diventata a due corsie, ma la bolgia non è calata: una vera prova di resistenza.

Decido di meritarmi una sosta rigenerante in un bar.

Un cartello segnala che l’apertura estiva è spostata alle dieci, ma la porta è chiusa e non c’è anima viva.

Ci riprovo poco oltre, in un bar-trattoria sul lato opposto.
Ci sono due auto parcheggiate e la porta è aperta, su un locale deserto.
Il banco si presenta un po’ desolato: dentro una teca c’è un’unica mezza torta margherita, ma meglio che niente.
È comparsa una signora; le chiedo un tè al limone e una fetta di quella torta.
“No, mi dispiase, non facciamo colasioni.”
“Non voglio mica far colazione, non mi può dare un tè e una fetta di questa torta?”
“No, guardi, sè un poco stantìa…”
“Ah vabbè, sarà per un’altra volta”, mentre il pensiero vola inevitabilmente alla mitica “Luisona” del Bar Sport di Stefano Benni.
Salta fuori il marito, impietosito, alla moglie: “Faghegli un tè…”
“No, grazie, se non c’è niente da mangiare, no.”
Questione d’orgoglio.
Con fare umile e dispiaciuto mi dice che questa è soprattutto una trattoria, ma duecento metri più avanti sulla destra troverò un altro bar.

Duecento metri più avanti, ma anche quattrocento, c’è solo la mia voglia inappagata di una sosta al chiuso.

Intorno alle undici, l’attenzione è catturata da un giovane dalla maglia fluorescente e con lo zaino come me.
Da una radura oltre il lato opposto della strada anche lui mi chiede, a voce alta, se sto facendo il Cammino di Sant’Antonio.
Con l’aiuto dei gesti gli dico che no, sto facendo una cosa mia, poi gli faccio cenno di aspettarmi che lo raggiungo.

Curiosi di questo insolito incontro, ci scambiamo informazioni con intensità da addetti ai lavori.
È partito da Padova e, lui sì, sta facendo quel cammino (che io scartai, nel tratto fino a Bologna, per la frequenza di posti tappa in strutture religiose, oltre che per la mia prevista deviazione a San Lazzaro).
Quando gli dico che ero alla vana ricerca di un bar per una merenda, mi offre delle ottime prugne regalategli da un contadino.
Ha uno zaino di quattordici chili, peso esattamente doppio del mio, e sconta oggi i trenta e passa chilometri percorsi ieri.
Ci vorrà un po’ di tempo, e di strada che imbocchiamo insieme, perché mi confessi il suo piano complessivo, coltivato da molto tempo, ed esordio per lui in questo genere di viaggio, reso finalmente possibile dopo la laurea in ingegneria: dopo Bologna, affrontare la “Via degli Dei”, poi da Firenze immettersi sulla Francigena fino a Roma, niente meno.
Oggi si fermerà a Ro, poco dopo l’attraversamento del Po, e un paio d’ore di cammino prima della mia destinazione a Tàmara di Copparo.

Ci confrontiamo su tante cose, comprese le rispettive e non del tutto coincidenti posizioni politiche, mentre siamo costretti a procedere in fila indiana lungo la statale, che continua dopo oltre tre ore a ossessionare entrambi.

Ma finalmente c’è la deviazione su una strada molto più tranquilla e panoramica.

Ed è con questo mio nuovo giovane amico che, intorno a mezzogiorno, imbocco il lunghissimo ponte che attraversa il Po e il confine fra Veneto ed Emilia.

Sull’altra riva troviamo un sentiero che scende e ci permette di visitare la ricostruzione di un “mulino del Po” di letteraria (e televisiva) memoria.

Poi riprendiamo il cammino, fino alla vicina deviazione per Ro, dove i nostri itinerari si dividono.
Ci salutiamo e abbracciamo come vecchi amici, ripromettendoci di restare in contatto, anche se non è escluso tornare a incontrarsi casualmente nei prossimi giorni.

Poi, subito dopo e quando sono già passate cinque ore dalla mia partenza, saldo un certo conto in sospeso…

Dopo la breve pausa, mi ingarbuglio nei rapporti complicati con il tablet, a cui chiedo a più riprese, finchè non sono soddisfatto del risultato, di registrare e trasmettere su Facebook il consueto breve video.
L’attività convulsa manda in crisi il mio vetusto compagno di viaggio telematico, che perde provvisoriamente l’uso della voce.

Stanco e stressato mi dimentico di verificare passo passo l’itinerario, e continuo anzi a scattare fotografie al bel paesaggio padano.

Quando finalmente rimetto gli occhi sulle mappe, non trovo più rispondenze e mi accorgo di essere fuori strada, dunque in emergenza.
Anche perché il segnale è scarso e la bestia, che sono costretto a risvegliare, mi risponde poco e male.
Da quel poco, però, capisco di aver davanti ancora quasi un’ora e mezza di cammino.
Il modo migliore per ritrovare la retta via è tornare indietro fino a trovare, a destra, Via Fienilone.

Le gambe rispondono bene, sorprendentemente attive.
C’è una strada sterrata sulla destra, ma non è provvista di indicazione col nome.
Sto per rassegnarmi a chiedere nuovamente aiuto all’animale, ma poi preferisco interrogare un agricoltore, che gentilmente, a bordo del suo trsttore, mi dà una serie di indicazioni preziose.

Imbocco la strada sterrata, che scoprirò essere proprio via Fienilone, e so di doverla percorrere per tre chilometri fino al paesino di Saletta e poi di dover priseguire fino a Tàmara.

Per ironia della sorte, dopo aver penato così a lungo sulla statale infernale, ora mi trovo, appesantito da ormai otto ore di cammino, in luoghi silenziosi, belli e incantati.

Fino a Saletta reggo bene, confortato dalla coscienza di aver ritrovato la via, ma poi, nel tratto finale, comincio ad avvertire dolore alle spalle.
Ma per fortuna non dura molto.
Avvistato (con l’aiuto dei passanti) l’ufficio postale di Tàmara,

percorro gli ultimi metri con gli occhi aperti fino a individuare il mio bed and breakfast.

Termina così la tappa più lunga e complessa di tutto il viaggio.
Tutte le rimanenti tappe saranno brevi, salvo l’ultima, domenica prossima, che mi riporterà a casa.

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4-9: Avanti tutta verso Rovigo

Scrosci di pioggia battente e tuoni, ieri sera alle sette, ci hanno costretto a rinunciare a feste e sagre e così Mario, dopo avermi fatto riavvolgere in automobile il nastro di metà dell’odierna camminata, mi ha portato a casa sua dove abbiamo mangiato una pizza insieme anche a sua moglie, Gabriella.

Questa mattina, come da previsioni, la giornata si presenta serena, quando alle sette e quaranta mi riavvio per le strade di Conselve in direzione Sud.

L’itinerario di oggi assomiglia, sulla carta, a un unico tratto di penna verticale, da Conselve a Sarzano, (piccolo nucleo alle porte di Rovigo), tutto diritto salvo un’unica sinuosità, molto estesa, in corrispondenza dell’attraversamento dell’Adige, che separa le province di Padova e Rovigo.

E dunque ancora lunghi rettilinei, quasi sempre su pista ciclabile in sede propria, che fa un po’ perdonare l’incessante, scandito sottofondo musicale di motori.

Mi imbatto in un vecchio e potente signore della strada, lambito dal sole.

Inizialmente un leggerissimo velo di foschia, dovuto all’evaporazione dell’acqua rovesciatasi ieri sera, impedisce al sole di fare brillare i colori,

ma ben presto il suo calore, e lievi folate di vento fresco, rendono questa giornata sempre più splendente e interessante per il famelico obiettivo fotografico racchiuso nel tablet.

Alla fine della giornata il bottino sarà molto nutrito, a testimonianza, una volta di più, delle ricche possibilità che offre il viaggiare a trazione umana.

Ci sono anche soggetti in disarmo contro il cielo azzurro…

e altri molto più curati, come la Villa Widmann-Borletti a Bagnoli di Sopra.

La strada provinciale, costretta a un piccolo scarto in corrispondenza con l’edificio seicentesco, poi fiancheggia per lungo tratto le sue mura di cinta, mentre il traffico sembra a tratti sedarsi, in numerose pause di magico silenzio.

Poco più avanti, ad attirare nettamente l’attenzione, è un melograno carico di frutti quasi maturi.

Con fare assolutamente indifferente, ne stacco con forza uno che sporge appena oltre il reticolato, e mi infilo in tasca un esemplare di questo straordinario alleato della nostra salute.

Alle nove (le otto astronomiche) di una mattina di inizio settembre, le ombre sono ancora lunghe.

Ho camminato già quasi per un’ora e mezza, a passo spedito, come ormai mi sono abituato a fare per le prime ore senza sforzo.

Il prezioso elemento del’acqua, da queste parti, non manca.

Gli ultimi armoniosi lembi di territorio padovano

e una curiosa accoppiata di campanili, dalla vaga somiglianza con dei minareti.

Poi, imponente e largo quanto un lago, ecco l’Adige.

Il territorio rodigino si presenta con campagne ancora più estese.

Sto procedendo dall’inizio ad andatura elevata, un po’ per contrastare l’impressione di lentezza che danno i lunghi rettilinei, un po’ per arrivare alla meta con buon anticipo, dato che oggi manca la completa sicurezza dell’alloggio e ci potrebbe essere la necessità di allungare il percorso da venti a ventitré chilometri, fino al primo albergo di Rovigo.
Quando, l’altro ieri, ho prenotato una stanza nel bed and breakfast prescelto, il proprietario mi ha risposto con gentilezza e mi ha spiegato che si sarebbe assentato qualche giorno, affidando la gestione a sua figlia,
Per gli accordi sul mio arrivo, avrei dovuto comunicare con lei, al numero che avrei ricevuto con un sms.
Ma l’sms non mi era arrivato, e da ieri rispondeva la segreteria telefonica, a cui peraltro avevo lasciato un inutile sollecito.
Dunque, destinazione a rischio…

Un bar, in località San Martino di Venezze, esercita, improvvisa, una forte tentazione a interrompere la marcia forzata e a concedermi qualche minuto di riposo.

L’atmosfera del piccolo locale è piacevole e anche i video musicali diffusi dalla tivù sopra la mia testa stranamente non disturbano.

Esco rinfrancato, dopo aver indossato il cappellaccio contadino e gli occhiali da sole, per contrastare un sole che oggi non ha affatto voglia di scherzare.

Più avanti, un altro campanile annuncia l’ultimo paese prima di Sarzano: Mardimago.

E avanti ancora, senza lasciarsi sfuggire gli ultimi scorci panoramici di questa luminosa mattinata.

Giunto a Sarzano risveglio per la prima volta l’animale, per farmi condurre con precisione davanti al mio alloggio che si trova in fondo al piccolo paese.
Eccolo qua. Sono appena le dodici e venti, quattro ore e quaranta dopo la partenza.

Il cancello è aperto, ma per correttezza suono ai due campanelli privi di etichette. Nessuna risposta.
Entro nel grande cortile quadrato.
In fondo, due ragazze, una col velo in testa, stanno conversando sedute su una poltrona a dondolo.
La porta di casa è aperta.
“Permesso?”
Compare una giovane donna, impegnata al telefono, ma si libera presto.
“Lei è quello che doveva arrivare fra le due e le tre, vero? Bene, così non mi tocca tornare apposta.
Attenda un attimo che la registro subito.

C’è una bella atmosfera di casa rurale un po’ vissuta ma curata.

Poi la giovane mi porta al piano di sopra.

Questa è la mia stanza:

e questo il bagno,

dove mi aspetta la consueta, miracolosa, doccia rigeneratrice.

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3-9: Un appuntamento sulla Conselvana

Alle sei e tre quarti di questo lunedì, dopo il giorno di riposo che mi sono concesso a Padova, si alza il sipario sul secondo tempo della mia avventura di viaggio.

Barbara mi ha suggerito una variante iniziale, non prevista da Google Maps, che percorre un buon tratto dell’argine del Canale Battaglia.

Come sulla ciclovia Treviso-Ostiglia incrocio ciclisti e camminatori, ma qui non ci si saluta e non ci si sorride: prevale l’individualismo della grande città e l’angoscia dell’inizio settimana.

Raggiungo e attraverso il Ponte della Cagna.

La giornata è limpida e soleggiata, salvo qualche presenza delle classiche “nubi a pecorelle”.

Anche oggi cammino spedito, controllando l’orario: ho appuntamento alle nove ad Albignasego col vecchio collega Mario, che non vedo più d’allora, cioè da oltre quindici anni.

Bisogna ora raggiungere la provinciale per Conselve (località che è anche la mia destinazione odierna).
Nel passare sopra l’autostrada,

cerco di riconoscerne questo tratto, che percorsi sicuramente tante volte senza immaginare che un giorno l’avrei valicato con lo zaino in spalla.

Mario mi chiama. Chiede di spostare l’appuntamento a Maserà, piu avanti sulla Conselvana; mi verrà incontro a piedi da casa.

Raggiunto e superato il centro abitato di Albignasego, il panorama si apre su una bella campagna con lo sfondo dei Colli Euganei.

Comincio a guardare lontano, per cogliere e magari fotografare questo secondo incontro lungo il mio cammino.

Ma lui, in realtà, mi sta aspettando in posizione un po’ nascosta e così mi sento improvvisamente chiamare, in tono scherzoso, alla mia sinistra.

Di lì a poco siamo seduti al tavolino di un bel bar di Maserà, dove lui è di casa, da quando si è trasferito qui da Albignasego.

È un po’ l’incontro fra due reduci dalle campagne di guerra dell’informatica bancaria e i discorsi rimbalzano, dai ricordi di allora, alle vicende successive e alla situazione di tanti colleghi, ma anche e soprattutto di noi stessi, ancora in età e salute buone per affrontare nuove e più serene pagine di vita, come, nel suo caso, l’arrivo, a giorni, del primo nipote.

Quando, per me, è ora di riprendere la via, Mario mi accompagna per un breve tratto, che passa davanti al mercato del paese.

Poi ci salutiamo, con la promessa e la convinzione di rivederci ben prima di altri quindici anni; anzi, questa sera stessa forse mi raggiungerà in occasione della festa di Conselve che si svolge in questi giorni.

La strada prosegue diritta e quasi sempre munita di piste ciclopedonali,

offrendomi frequenti occasioni per scatti fotografici.

Due piccoli centri abitati, Cagnola e Cartura, sono da attraversare prima di Conselve.

All’ingresso di Cartura c’è un supermercato: conviene approfittarne, perché quando giungerò a Conselve, intorno all’una, potrebbero essere chiusi.
Spesa minimale, come sempre: un cetriolo, un grosso pomodoro e una vaschetta di cous-cous vegetariano; con le fette biscottate che ho nello zaino il pranzo sarà servito.

Bisogna superare il cartello che indica la fine di Cartura per trovare la deviazione che permette di arrivare a Conselve tramite una piccola e sinuosa strada di campagna.

Bastano pochi metri e l’incanto acustico del silenzio rende ancora più belli i paesaggi agresti.

Ormai a Conselve, vedo che la festa, col suo piccolo luna-park, sta smobilitando.

Il mio itinerario attraversa la piazza centrale

poi punta su un lungo viale, su cui si affaccia, prima che me l’aspettassi, l’insegna del mio odierno alloggio.

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