6-7: Lunigiana insidiosa

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Già da tempo, e più di una volta, avevo avvertito Massimo che questa seconda giornata di cammino condiviso sarebbe stata la più impegnativa, per i suoi venticinque chilometri di lunghezza.
Non immaginavo, però, di stare per offrirgli una massacrata non di tanto inferiore a quella mia recente da Berceto a Pontremoli, che ho potuto raccontare solo per immagini e dati statistici.

Di questa, invece (da Virgoletta di Villafranca ad Aulla e Ponzano Superiore), cercherò di riferire per sommi capi le varie fasi, anche se si sono succedute nell’abnorme durata complessiva di oltre dieci ore e anche se, purtroppo, non ho fotografie della prima ora e un quarto: me le sono giocate in un’operazione di pulizia un po’ troppo drastica.
La prima che mi ritrovo, infatti, è stata scattata quando il cielo aveva sembianze già del tutto mattutine, alle sette meno cinque:

Un quarto d’ora dopo, il sole ci dà il suo tardivo buongiorno attraverso i rami degli alberi.

Tutta la prima parte del tragitto odierno si svolge su carrarecce in mezzo al bosco e ci lascerà i ricordi più belli, che neppure i frequenti, piccicosi fili di ragnatela da sfondare potranno scalfire.

I saliscendi non sono faticosi e non c’impediscono di tenere, per un lunghissimo periodo, un’andatura vigorosa, che ci dà un senso condiviso di energia e grazie alla quale abbiamo l’impressione di dare già un primo colpo significativo alla distanza chilometrica odierna.

Quando compare il primo antico borgo (denominato Fornoli) sono già quasi le otto, cioè due ore e un quarto di cammino.

Poi, man mano che ci avviciniamo alla città di Aulla, il paesaggio si fa più vario.

Improvvisa, dirompente, da un’area recintata alla nostra destra, si manifesta una spaventosa sinfonia di abbaiare e latrare di cani.
È impressionante, e rattrista profondamente, la quantità di voci diverse, unite in un dissonante coro che sembra esprimere nient’altro che disagio, inquietudine e rabbia.
Immaginiamo si tratti di un canile, anche se non ne scorgiamo alcuna insegna, ma solo questo cancello, da cui alcuni piccoletti danno il loro ringhioso contributo al lamento collettivo.

Terrarossa e Masero sono i due borghi ancora da attraversare ormai alla periferia di Aulla.

In uno dei primi bar che incontriamo in città, alle nove, decidiamo che tre ore e un quarto di procedere convinto e ininterrotto possono per il momento bastare, e meritare una seconda colazione.

Durante la pausa rigeneratrice, ho la curiosità di consultare, nell’applicazione ufficiale della Via Francigena, il profilo altimetrico del percorso che ci attende.
A sorpresa mi rendo conto (un po’ colpevolmente trascurato prima) che, appena usciti da Aulla e fino al traguardo di Ponzano Superiore, dovremo salire di seicento metri, in due strappi, il primo di quattrocento e il secondo di duecento.
Non è una bella notizia, ma non posso immaginare che cosa davvero stia per significare per entrambi, in termini di sforzo fisico protratto.

La vita cittadina, in questa mattina di lunedì, è piuttosto convulsa, anche in viali alberati come questo.

Un grande chiosco di ortofrutticoli ci invita a fare provviste.

Nel passare per il centro, poi, finiamo invischiati in un cantiere con divieti di passaggio anche pedonali.
Otteniamo da uno degli operai una parziale deroga, ma subito dopo, per me, mentre Massimo è impegnato in una telefonata di lavoro, si somma una serie di fastidiosissimi disagi: qualche incertezza nella consultazione della mappa interattiva, poi un ostacolo da superare, rappresentato da una striscia adesiva a bande bianco-rosse del cantiere, fissata a un segnale stradale mobile di divieto di sosta.
Il mio compagno di viaggio, che mi precede sempre impegnato al telefono, ha le sue brave difficoltà a superare l’ostacolo, col corpo e con lo zaino; quando poi tocca a me, il nastro si aggancia e si appiccica allo zaino, trascinandosi dietro il pesante segnale metallico che cade strisciandomi ed escoriandomi un polpaccio, in maniera non estesa ma un po’ dolorosa.
Mi giro per rimediare al misfatto; non vedo più il nastro (che mi sta penzolando dietro come la coda di una cometa) e allora, nel rialzare il segnale, lo piazzo in mezzo, a mo’ di ostacolo.
Temo una ramanzina, ma nessun addetto ai lavori se n’è accorto.

Il gel disifettante di Massimo, dopo un po’, mi dona un “piacevole” bruciore che completa la sequenza.

Un ponte dul fiume Magra sembra delimitare drasticamente la città. Con l’intenzione di integrare la spesa, dopo aver chiesto indicazioni a un gentile passante, optiamo per un panificio.
Su consiglio del mio amico, che desiderava proprio quelli, compriamo, oltre a un po’ di pane, dei tranci di una specie di caratteristica crostata di verdure.

La salita comincia subito, al di là del fiume, e quasi immediatamente su un ripido sentiero. Sono già le undici e il sole inizia a farsi sentire.

La salita non dà tregua, bisogna prenderla di petto, caricando nelle gambe tutte le nostre energie.
Essendo ripida, in circa un’ora di faticaccia ci permette di raggiungere il pianoro che delimita questo primo strappo.

All’orizzonte, le Alpi Apuane.

Dopo esserci ripresi, affrontiamo ora un tratto molto più abbordabile, segnato però da due episodi negativi, in modo molto diverso.

Il primo ha per protagonista una capra.
Improvvisamente la nostra attenzione è catturata da un belato insistente, e amplificato, come da una cassa di risonanza, dalla scarpata arbustiva di una trentina di metri al di sopra della quale si dev’essere persa, senza più la capacità di muoversi di lì.
È un pianto straziante, continuo, che fa male al cuore.
Sulle prime, sollecito il mio amico a levarci presto di torno, non per scappare, ma almeno per togliere alla bestiola l’illusione di qualcuno che la porti in salvo.
La nostra strada, in salita, raggiunge presto il livello d’altezza da dove continua a giungere quel continuo belato.
Faccio capire a Massimo tutta l’angoscia di non poter risolvere la situazione.
Ci portiamo sul ciglio della strada, ma immaginare un passaggio da lì fino alla malcapitata ci appare impossibile.
Allora ci mettiamo a lanciarle degli urli di incoraggiamento (almeno nelle nostre intenzioni), perché trovi lei un varco fino a raggiungerci, senza per il momento immaginare che cosa poi potremmo fare.
Questo botta e risposta sonoro dura qualche minuto. Sicuramente la bestiola ha sentito che è stato raccolto il suo appello disperato, e non so se questo le basti per tranquillizzarsi e trovare da sola una via d’uscita: fatto sta che alla fine il suo pianto sembra chetarsi fino a tacere.
A noi non resta che procedere, parzialmente tranquillizzati.

Il secondo episodio negativo è un errore di percorso, che, dopo una salita e una discesa, ci riporta a un punto dove eravamo passati qualche minuto prima.
Non ci voleva, ma con l’aiuto della mappa satellitare risolviamo il problema presto, solo con un piccolo, ulteriore aggravio di fatica.

Ha inizio, intanto, una serie di contatti, via sms o a voce, con la nostra nuova padrona di casa, per aggiornarla sull’orario d’arrivo che sta sempre più slittando in avanti.

Prima dell’ultimo strappo di duecento metri di dislivello, e del valico della collina sovrastante, attraversiamo un ultimo borgo, dal nome (ancora una volta) assurdo: Vecchietto.

Una nostra vecchia conoscenza, un mirabolano, sembra volerci dare conforto per l’ultima fatica.

I frutti sono un po’ acerbi, ma il sapore acidulo è gradevole.

Ho poche immagini del resto della salita, affrontata da entrambi in modalità “stringiamo i denti, sopportiamo sfinimento e dolore ai piedi e alle spalle, e continuiamo fino a spuntarla”.

Oltre il valico, la valle ci appare così:

ma, proseguendo in discesa con le nostre residue risorse, ci aspettano due magnifiche sorprese:

il Mar Ligure all’orizzonte (e immaginiamo lo stupore, nei secoli, dei pellegrini provenienti da mezza Europa);
poi, quasi improvviso, abbarbicato come una balconata su una rupe, il bellissimo paese di Ponzano Superiore.

Un’ultima telefonata, alle tre e un quarto, ci indica quale sia il portone del bed and breakfast, di cui ci sfugge l’insegna.

Fra pochi attimi questa porta si aprirà

e apparirà la signora Olga, la nostra nuova, gentile padrona di casa.
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5-7: Lunigiana luminosa

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Per il primo giorno di cammino insieme, non ho voluto imporre a Massimo una levataccia, anche perché la tappa non sembrava particolarmente lunga e impegnativa.
E poi, anche solo per fare colazione alle sette, abbiamo dovuto chiedere una deroga agli standard dell’hotel.

Ma la consumiamo indisturbati, e posso anche “capitalizzare” dei quadratini di crostata e delle fette biscottate.
Usciamo quasi alle otto e c’incamminiamo lungo le vie di Pontremoli verso il centro, col sole già alto.

La campagna ci accoglie in una festa di luci e colori, in questa domenica mattina che i recenti temporali hanno reso limpidissima.

I nostri impavidi eroi devono guadare un torrente

prima che il tracciato li riporti sulla statale

A parte questo primo tratto, il percorso, secondo i consueti e apprezzatissimi criteri, sceglierà sempre vie alternative disegnando, sulla mappa, una specie di arabesco (piuttosto difficile da tradurre preventivamente in chilometri) intorno alla direttrice principale.

Ancora lo splendore della campagna

(vengo colpito alle spalle…)
e poi un primo borgo antico: Ponticello

Proseguiamo molto a lungo, di buon passo e senza soste, in un’alternanza di panorami agresti e urbanizzati, in tempi antichi o recenti.

La gestione dell’alimentazione si presenta complessa, anche dopo le indicazioni che, a più riprese, chiediamo e otteniamo dalla nostra locandiera.
L’alloggio si trova in un paesino privo di negozi e trattorie; per fare la spesa (tenendo presente anche che oggi è domenica) bisognerebbe raggiungere il paese di Filattiera, che è fuori dal tracciato, altrimenti, senza deviazioni, dovremmo trovare aperto un locale (ma il condizionale è d’obbligo) in un altro borgo, che si chiama, niente meno, Filetto.

Tentiamo la sorte; a differenza mia, che ho l’abitudine di un solo pasto pomeridiano, Massimo deve procurarsi il cibo anche per la cena: chiederà qualcosa d’asporto nella trattoria.

Raggiungiamo Filetto che è già abbondantemente l’ora di pranzo.
Il borgo ha un aspetto antico molto affascinante, ma ci appare deserto.

Sembra davvero impossibile che in un ambiente così abbandonato ci sia un ristorante aperto.
E invece, nella piazza (che a desolata bellezza non è da meno)

il ristorante c’è, e anche, sorprendentemente, piuttosto frequentato.

Dopo questa bella insalata mista, ordiniamo la specialità di queste parti: i testaroli al pesto, una pasta morbida e un po’ spugnosa che riscuote la nostra approvazione.
Ma oggi è domenica: non possiamo negarci un dolce (e sarà una scelta memorabile!) e un buon caffè per neutralizzare, prima di riprendere il cammino, l’abbondante birra che abbiamo bevuto.

Il pomeriggio si presenta altrettanto splendente.

Quando raggiungiamo il nostro magnifico borgo (che, a nome, pure lui non scherza: Virgoletta), sono già le tre e tre quarti.
Le ore di cammino, e probabilmente anche i chilometri, sono stati maggiori del previsto,

ma ci hanno regalato immagini e momenti molto luminosi.

Se escludiamo una zona all’entrata del paese, a Virgoletta vige un quasi totale isolamento dalla connessione internet.
Sarò costretto a rimanere nuovamente indietro di un giorno con questo mio diario di viaggio, ma, devo confessarlo, per una sera, questa sorta di monastico “silenzio” totale, non mi dispiace affatto!
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4-7: Il monte, il passo, la Toscana (un’odissea)

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Dispettosi, gli dei: avevo concluso il capitolo precedente con l’affermazione della loro collegiale protezione sul mio viaggio, e loro hanno voluto farmi capire che tutto va sempre meritato e conquistato.
L’hanno fatto intralciando, innanzi tutto, la mia partenza all’alba con un’ora abbondante di pioggia, inizialmente tanto forte da farmi aspettare in camera.
Poi, mettendomi alla prova con una deviazione sul percorso, che ho imboccato senza capire trattarsi di una variante fino alla cima di un monte, che ha costituito una grave tara iniziale su una tappa che si preannunciava già molto impegnativa, ma si è rivelata massacrante oltre ogni possibile immaginazione.
Non ditemi che a volte sono troppo impulsivo, perché lo so.

Un po’ di numeri, approssimativi ma senza dubbio da primato:

Chilometri percorsi: 28;
dislivello complessivo in salita: 800 metri;
in discesa: 1.400 metri;
ore nette di cammino: 9.30

Va da sè che non mi resta il tempo per il solito racconto, che sostituirò con una cronistoria fotografica per sommi capi.
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Ore 4.15: Berceto, dalla mia stanza

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Ore 5.39: Berceto

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Ore 7.58: vetta Monte Valoria m.1224 (è il punto più alto di tutto il mio viaggio)

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Ore 8.49: Passo della Cisa

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14.55: Arzengio

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15.37: Pontremoli

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Ore 15.55: arrivo in albergo

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Ore 20: si festeggia il sopravvissuto e il nuovo arrivato

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Infatti questa sera, casualmente in concomitanza con la mia metà percorso (ottava di sedici tappe), qui a Pontremoli mi ha raggiunto Massimo, che mi affiancherà nelle prossime tre tappe.
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