25-7: Siena e la Val d’Arbia

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Eccoli, i tetti di Siena, fotografati questa mattina dalla mia camera:

Mi sono alzato con comodo, oggi: posso concedermi ritmi molto tranquilli perché quelle di oggi e domani sono due semi-tappe, in sostituzione di un giorno di riposo, previsto nel piano originario e poi cancellato per motivi logistici.

Quando esco, nella domenica mattina senese, sono quasi le otto.
Ho impostato Google Maps per farmi condurre in un punto di riferimento toccato dal tracciato francigeno, senza sapere preventivamente quanta panoramica mi avrebbe concesso sulle bellezze del centro storico.

Come accennai in passato, il criterio che guida i miei percorsi concede al turismo classico solo ciò che va rivelandosi, strettamente, lungo il percorso. Si tratta di una necessità di efficienza, ma non si può proprio dire che, anche così, il bottino di incanto risulti scarso.

Oggi però, l’attraversamento del centro storico di Siena ne è stato particolarmente generoso.

Elegante e non affollato, ecco il caffè che porta un nome importante, da queste parti:

La minima deviazione per passare da Piazza del Campo è lecita e doverosa.

A differenza di San Gimignano, anche a causa dell’orario mattutino, i turisti in giro sono pochi, e si può apprezzare l’atmosfera di quieta normalità domenicale di chi convive abitualmente con tutta questa bellezza.

Sto per uscire da Porta Romana, coerentemente con la mia destinazione finale!

L’itinerario, nel puntare verso la valle del fiume Arbia, concede ancora una volta delle suggestive visioni panoramiche, …per non farci dimenticare, perbacco, che siamo in Toscana, la regione della grazia variegata e diffusa.

Quasi casualmente, mentre cerco lungo l’orizzonte nuovi spunti fotografici, appare, armoniosamente disposta e già lontana, la città.

Oggi non c’è bisogno di insistere a camminare senza soste per le ormai consuete tre ore.
Ne sono passate più di due, quando comincio a cercare, proseguendo, il primo sito adatto a riposare le gambe e le spalle.

Lo trovo in uno slargo a parziale vocazione artigianale, che quasi improvvisamente viene a sostituire il tour panoramico.
Lo scalino di una cabina elettrica non è il massimo della poesia, ma si presta all’uopo.

Quello che ho di fronte è probabilmente il punto panoramicamente più brutto del mio itineraro odierno. Ma anche la bruttezza, figlia di un rapporto disarmonico fra l’uomo e il suo habitat, merita di essere documentata.

Lo slargo sulla destra però, che sembra essere apparso fuori da qualsiasi contesto urbano, ha una sua suggestione.

Una signora su un’automobile bianca, probabilmente esercitandosi alla guida, esegue, ripetutamente e a bassa velocità, un ampio girotondo.

Dopo un po’ di attività sul tablet e di riposo fisico, mi rimetto in assetto da camminatore.
E proprio in quel momento, con mia grande sorpresa, vedo comparire i miei amici americani!

“Anche voi ve la siete presa comoda!” esclamo con un sorriso, chiedendomi subito dopo se hanno capito la frase.
Insisto: “Bella Siena, vero?”
Dopo la scontata risposta domando, rivolto a Giancarlo (il più alto e anziano), quale sia la loro destinazione odierna. Deve intervenire Anthony: “Ponte d’Arbia”.
Spiego loro che io ci arriverò domani, per aver spezzato in due la tappa, e oggi mi fermerò a Ponte a Tressa.
Capisco che è bene non trattenerli oltre e li saluto, probabilmente per sempre, con un sorridente e ricambiato “buon cammino!”.

E li vedo ripartire, come sempre appaiati e dinamici.

Strano contrasto con il panorana circostante, una piccola aiuola fiorita ospita un certo traffico di farfalle bianche.

Lasciato presto l’asfalto, si prosegue su una stradina sterrata che tende ad avvicinarsi a una provinciale

fino a fiancheggiarla, separata solo da un basso e lungo terrapieno.

I segnali acustici di un seguito, distanziato, interminabile, di motociclette, annuncia il passaggio di una gara ciclistica.
Non mi sorprende: avevo visto alcuni di loro, e si tratta di ragazzi, allenarsi per le strade di Siena e lo striscione del traguardo poco fuori Porta Romana.

Arrivano in gruppo, a un’andatura sorprendentemente lenta e, molti di loro, intenti a conversare tranquillamente.

Uno degli ultimi mi scorge ed esclama ai vicini, in un forte accento toscano: “Guardate quell’infrattato!”

Nel puntare verso la Via Cassia, l’itinerario non smette di regalare paesaggi interessanti, benché sotto un cielo ingrigito.

Raggiunta l’antica arteria consolare, ne percorre un brevissimo tratto, poi, entrato nel paese di Isola d’Arbia, invece di proseguire fino a Ponte a Tressa, pur di discostarsene, imbocca una strada campestre in salita che allunga il tragitto, ma in compenso mi regala gli ultimi scorci fotografici della giornata.

Improvvise raffiche di vento minacciano acquazzoni, proprio in dirittura d’arrivo.

Me la cavo con pochi goccioloni, neutralizzati da un berretto d’emergenza, prima di giungere, poco dopo mezzogiorno, al mio alloggio, dal suggestivo nome “L’aia di Argia”

Mi accoglie un signore sulla quarantina, a sorpresa, dopo che avevo tenuto i contatti (compreso quello dell’ultima ora) con una gentile signora dalla voce giovanile.
“Ho appena finito di preparare la sua camera” mi dice.

Prima di accedervi, come sempre chiedo di saldare subito il conto e prendo accordi per lasciarla domattina.
Poi m’informo su che cosa offra il piccolo paese in fatto di alimentari.
Ci sono due bar, mi dice, lungo la Cassia, e una macelleria multietnica.
Nel farmi firmare una sorta di contratto, mi spiega che ha scelto un regime di locazione, poi mi confida, con tono quasi più d’ineluttabilità che di rammarico: “Questa doveva essere la casa della mia famiglia, ma la famiglia non c’è più.”

Dopo aver sistemato alla meglio le mie cose e fatta una bella doccia, torno subito fuori, alla ricerca di uno dei due bar.
Trovo una situazione differente dalle aspettative e che si rivelerà, per certi aspetti, tragicomica.
Incontro subito un minimarket, che annuncia per domani la riapertura dopo una settimana di ferie.
Più oltre, nel puntare verso un’insegna di bar-pizzeria, passo davanti a una macelleria islamica. Anche il bar dichiara in un cartello la chiusura, fino a domani compreso.
Percorro a ritroso la statale, alla vana ricerca del secondo bar, fino alla fine del piccolo paese.
Dietro-front: rieccomi davanti alla (rivalutata) macelleria islamica, che segnala “aperto” ma che ora è chiusa, dall’una fino alle tre del pomeriggio.
Provo a scrutare all’interno se abbia qualcosa di attraente: più sì che no.

Poi torno in camera, a cercare di riposarmi e riprendermi da questa inaspettata ancestrale lotta per la sopravvivenza, alleviata solo dall’appetito, che per fortuna oggi è molto scarso.
Alle tre sono di nuovo lì davanti e alle tre e cinque, dopo una telefonata di sollecito, vedo aprirsi la porta.
Il macellaio, come da copione, è di grossa corporatura e parla con accento arabo.
Risponde garbatamente di no a tutte le mie richieste: formaggio, pane, altri farinacei, birra.
Scandagliate disperatamente le scansie, mi decido a prelevarne un vasetto che sembra di asparagi o cetriolini conservati, e una piccola cremina bicolore alla nocciola, totale tre euri.

Col mio trofeo di guerra, nel tornare in camera, al pian terreno passo davanti a una beffarda esposizione di una vera cuccagna di molti formati di pasta…

Dopo aver aperto il vasetto, che in realtà contiene dei grossi peperoncini verdi piccanti e sott’aceto, allestisco il mio lauto pranzo dando fondo alle mie riserve: sei fette biscottate, quattro crackers semintegrali, tre gherigli di noce spezzati in due parti…

e, che ci crediate o no, mangio con gusto e a sazietà.

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24-7: Una cavalcata fino a Siena

Una felicissima giornata di cammino, oggi, ha scacciato i residui fantasmi, legati alle fatiche d’inattesa intensità che avevo conosciuto nelle prime tappe di questa mia terza traversata francigena.

Il buon giorno si vede dal mattino e la cosa s’è rivelata particolarmente vera nell’essere pronto all’alba: sono esattamente le cinque e trentasette quando, già bardato con felpa e zaino, mi affaccio dal porticato dell’antico chiostro, che vedo illuminato come un presepe.

Spettacoli altrettanto suggestivi mi aspettano fuori, mentre, stimolato dall’aria fresca, muovo veloci i primi passi.

Lo straordinario colore rossastro di questa terra non può passare inosservato

Bisogna affrontare la salita fino al borgo di Monteriggioni e questa volta non in macchina, com’è successo ieri per andare a cena con il mio amico Nicola.

Questa prima salita è già quasi domata quando vengo raggiunto da due ragazzi, già incontrati nella tappa da San Miniato a Gambassi (quella, per intenderci, senza le foto).
Ci salutiamo con grande simpatia e scambiamo anche qualche parola.
Si chiamano Giancarlo e Anthony;

sono due fratelli americani di origine italiana e sono in cammino già da sei settimane, partiti da Losanna. In altre parole, hanno percorso in questo mese e mezzo più di tutto il mio cammino francigeno di tre successive estati. Ma hanno anche “qualche anno” meno di me…
E comunque è di grande conforto vedere dei giovani scegliere questo tipo di vita, così lontana dai consueti modelli consumistici.

La piazza di Monteriggioni ha ora un aspetto molto diverso da quel salotto, frequentato per la cena da gruppi di turisti (per lo più stranieri) tranquilli e sereni.
La magia delle luci, del movimento, dei suoni e dell’aria fresca del tramonto sicuramente si ripresenterà questa sera, mentre io sarò a Siena.

Nell’uscire dal piccolo centro storico, ho l’idea di consultare la descrizione ufficiale del cammino, che fissa qui un posto tappa. Quella successiva, fino a Siena (dunque tutto il mio tragitto rimanente), risulta lunga ventuno chilometri. Sommati ad almeno i quattro, che ho già percorso in questa prima ora, fanno venticinque.
Che è un numero molto diverso da diciassette e mezzo, quello che, piuttosto sbadatamente, mi ero annotato nel mio progetto.
Ed è anche una distanza superiore a tutte quelle coperte quest’anno.

Il mio passo veloce non viene meno, ma cambia la prospettiva: bisogna macinare chilometri per limitare quelli delle ore più roventi.

Nuovi eleganti quadrupedi costeggiano il mio cammino

o lo incontrano proprio,

come questo cagnetto, dall’aria dolce e remissiva, che gradisce le mie coccole ma non insiste e mi lascia andare.

Annunciato dal rumore simile a quello di un aeroplano ad eliche, che si spande tutt’intorno, un altro strano animale richiama in cielo l’attenzione: è un esemplare di “Homo insipiens antiecologicus”.

Col passare del tempo, il sole comincia a fare sentire il suo calore e ad accendere le tinte.

La segnaletica sul percorso, sempre abbondante e curata, rende superflui i controlli sulla mappa telematica.
Frequenza molto irregolare hanno invece, come verificai anche negli anni passati, le installazioni, o costruzioni di vario genere, che enfatizzano le caratteristiche e lo spirito prevalente dell’intero cammino.

Appartiene senz’altro a tale categoria il “Punto sosta la Villa”, che si manifesta con clamorosa evidenza.

Ugualmente evidente questo torrione, che immagino costruito per usi agricoli.

La mia andatura, molto veloce per le prime due ore, si è dovuta un po’ calmare, ma questa volta sembra che il raggiungimento del traguardo delle tre ore senza soste (diventato quest’anno abituale) non mi costi particolare fatica e anzi, mi prefiguro, potrebbe essere protratto oltre.
Tanto più che, con curiosa coincidenza, il fatidico momento coincide con l’immissione del tragitto su una strada asfaltata, preceduto da un avviso di “termine del percorso in sicurezza”.

Vengo a più miti consigli dopo un quarto d’ora, scegliendo, a lato della strada, un anfratto ombroso e cosparso di fieno.

Nelle odierne ottime condizioni fisiche, di cui mi rendo conto con soddisfazione, anche la sosta non si protrae oltre una mezz’ora, in cui regalo ai miei piedi nudi il contatto col terreno e un po’ di esercizi ginnici alle gambe.

Che infatti, alla ripartenza, sembrano un po’ irrigidite, ma si tratta solo della reazione, che dura pochi momenti.

Vengo raggiunto (e poi superato) solo ora dagli amici americani, che avevo lasciato a Monteriggioni.
Osservo, da dietro, la loro andatura energica, esuberante, mentre li vedo conversare fra loro.
Un po’ mi sorprende riuscire a stare normalmente in scia per qualche tratto, prima di vederli allontanare.

Sapendo dalla guida non esservi fino a Siena dei possibili punti di ristoro, a una rarissima fontanella avevo cercato di bere molto, ma il calore crescente del sole ora comincia a darmi un senso di gola secca e un minimo di preoccupazione per il prosieguo.

Ma c’è un cimitero, che immagino provvisto di fontanella. Entro

e la vedo subito, per dissetarmi e idratarmi con abbondanza.

La mia lotta contro il tempo per limitare le ore di cammino più calde sembra aver dato ottimi frutti. La consultazione delle mappe, sia dell’applicazione che di Google, mi fa capire che il traguardo non è lontano.

Sono le undici; una valutazione non avventata mi fa pensare di giungere a destinazione per mezzogiorno e un quarto.
Mi decido a telefonare al mio alloggio, (un “bed and… bast” che si chiama “I tetti di Siena”) di cui ho tre diversi recapiti telefonici.
Il primo risulta non raggiungibile.
Il secondo, invece, suona libero.
“Pronto, parlo con ‘I tetti di Roma’?”
“No, qui è ‘I tetti di Siena’…”, risponde una voce maschile un po’ anziana.
“Ah sì, mi scusi, i tetti di Siena” (accidenti a questo sole!)
Verificata la mia prenotazione, mi rassicura: “La aspettiamo!”

La città stenta a comparire all’orizzonte, ma non può essere lontana.
Quando riaccendo per sicurezza il mio piccolo Nokia, mi segnala che è arrivato un messaggio, dal numero che ho memorizzato come “Tetti1”.
Rimango un po’ interdetto, prima di capire che si tratta del primo numero che avevo tentato invano di contattare (e che probabilmente non ha niente a che fare con la mia struttura, di buon livello), nel leggere:
“Ciao …non sono libera…puoi scrivere un messaggio?”
Praticamente, “Le tette di Siena”… o di chissà dove!

Anche una camminata positiva come questa ha uno scotto da pagare: una lunga rampa in salita da percorrere sotto il sole rovente.

Ma lo sforzo è questa volta meno intenso rispetto al passato.
Ecco finalmente la periferia della città.

Davanti a un negozio campeggia la locandina di quei ragazzacci toscanacci del “Vernacoliere”. Non resisto e immortalo i loro ruspantissimi annunci.

Laggiù ecco un’antica porta che dà accesso al centro storico.

Nessun problema, questa volta, per individuare l’alloggio, che raggiungo puntualmente all’orario annunciato.

Una camera non grande, ma fresca e confortevole, mi accoglie per un lungo pomeriggio e una notte di riposo.

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23-7: Val d’Elsa fascinosa

Come quasi sempre è successo negli anni e nei cammini scorsi, ieri sera, poco dopo le sette, mi ha raggiunto il mio vecchio amico Nicola, tramite un lungo viaggio dal Lago Maggiore fin qui, eccezionalmente affrontato non in motocicletta ma in automobile.
Ero presso l’accettazione dell’albergo, per saldare anticipatamente il conto e farmi consegnare il sacchetto per la colazione, e l’ho visto apparire, sorridente ma polemico:
“Dovete modificare le indicazioni e l’insegna,” si lamentava a voce alta; “è da un quarto d’ora che giro qui intorno avanti e indietro!”
Non m’è sembrato vero poter rincarare le mie proteste del pomeriggio, quando, a livelli di sfinimento fisico raramente conosciuti, m’era toccata la stessa sorte, con l’aggiunta d’indicazioni telefoniche errate (“Mi aveva detto di proseguire lasciandomi a destra l’internet caffè”; “Certo! Ah no, mi sono sbagliata: doveva lasciarlo a sinistra”…)

La prima fotografia che scatto questa mattina, quando alle sette e mezza esco dall’albergo di Colle di Val d’Elsa, serve a documentare quell’insegna, infelicemente posta sopra un muretto.

Ambulanti stanno allestendo il mercato.

Un lungo rettilineo su una strada larga mi allontana dal centro del paese, sotto un cielo completamente grigio che, dopo le spettacolari luci estive di ieri a San Gimignano, genera oggi una strana atmosfera autunnale fuori stagione.

“Ciao!” sento dire con voce squillante, una volta poi un’altra ancora, in un tratto privo di marciapiedi, da una coppia di ciclo-viandanti. Rispondo con uguale entusiasmo, poi cerco d’immortalarli al volo.

Un po’ inaspettato compare, sotto un ponte, il padrone di casa di queste prime tre tappe, il fiume Elsa.

Mi rendo conto una volta di più dell’importanza dei nostri fiumi, delle valli che generano e delle arbitrarie piroette dei loro corsi, nel disegnare la geografia umana del territorio.

Poco dopo, come felice e benedetta abitudine francigena, eccola, segnalata vistosamente, una deviazione, che mi allontanerà in fretta, e con suggestivo effetto acustico, verso la campagna.

Dopo il grande fiume, è un piccolo lago stagnante a chiedermi una foto ricordo.

Sto per addentrarmi in un paesaggio di sorprendente, intima bellezza, forse il regalo più grande di questi primi giorni.

Il cielo grigio contribuisce alla magia delicata di questo territorio agreste.

Ecco dimostrata l’origine del nome di quei pastelli della mia infanzia, color “Terra di Siena”…

Il tragitto ora si immerge in una boscaglia, al cui interno ricompaiono tracce della presenza umana, sotto forma di una fattoria popolata da animali.

Oltre ai cavalli e ai maiali, due cagnetti vocianti lungo il sentiero sono sorvegliati dalla padrona, probabilmente la proprietaria della fattoria, che vedo tranquillizzarsi non appena faccio amicizia con quello, dei due, che mi era corso incontro, sempre abbaiando.

Proseguendo, e insospettito dall’assenza di segnavia, un controllo sulla mappa mi indica d’essermi allontanato dalla traccia.
“No buono!” esclamo, nel fare dietro-front, all’indirizzo di una coppia di stranieri, forse olandesi da come li ho sentiti discorrere.

Per fortuna ritrovo la signora dei cagnetti, che mi conferma che, invece, il cammino era “buono”, e che mi porterà, in sequenza, nelle località di Acquaviva, Strove e Abbadia a Isola.
Poiché quest’ultima è la mia meta odierna, le chiedo quanto possa mancare.
“Da qui ci vorrà un’ora”, mi risponde, confermando (non senza mio grande sollievo) l’idea che avevo di una tappa molto più breve delle precedenti.

Ma le belle sorprese non sono finite: una bella casa rurale…

preannuncia l’ingresso in un altro di quegli antichi borghi che l’itinerario francigeno sembra fare uscire come conigli dal cilindro del prestigiatore. Si tratta di Strove.

Superato il piccolo, magico borgo, ritrovo davanti a me i due olandesi, che poi supero nel momento in cui si fermano a leggere un cartello di indicazioni storiche, e che rivedrò un’ultima volta di passaggio dalla mia destinazione.

E la mia destinazione, che oggi raggiungo in meno delle classiche tre ore di metà giro, è un complesso monumentale di grande suggestione, sorto intorno a un’abbazia fondata nel 1001 da una contessa longobarda, Ava dei Lambardi.

Questa è la facciata del chiostro e al primo piano, dietro quelle colonne e un largo corridoio, ci sono le camerate del mio ostello.
Avrò a disposizione, tutta per me, un’intera camerata…

…e, finalmente, tanto gradito tempo, per rilassarmi, radermi la barba e, grazie all’amichevole “servizio navetta” di Nicola, concedermi pranzo e cena in buona compagnia.

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