28-6: Una lunga marcia nelle terre verdiane (2)

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Sì, mi sento molto meglio, dopo quella lunga sosta al bar, pur con le sue luci e ombre; e il passo è nuovamente baldanzoso.
Peccato solo che, distratto da qualche superflua e stupida consultazione sul tablet, mi dirigo, baldanzosamente e immediatamente, fuori dalla traccia, assecondato peraltro dal lungo passaggio sopra un cavalcavia dell’autostrada (salita/pianoro/discesa) che, nell’itinerario ad arco che sto effettuando, era certamente previsto.

La mancanza dei sempre frequenti segnavia mi mette in allerta e la consultazione della mappa, con il segnalino lontano dalla sottile linea rossa, mi dà la sgradita conferma, né ci sono alternative alla necessità di ripartire dal via.
Unica piccola concessione del destino crudele, una minuscola scorciatoia che almeno mi evita di ripassare davanti al bar.

Scontato che ho il giro aggiuntivo, di cui oggi non si sentiva certo la mancanza, si può ripartire.
A dispetto delle più ragionevoli aspettative, nelle seconde tre ore e mezza di cammino accuserò la fatica meno che in quella lunga strada ghiaiosa e selvaggia affrontata prima, e pure il calore del sole resterà sempre mitigato da una buona ventilazione.

La luce più netta, ora che il sole si è alzato nel cielo, migliora gli spunti panoramici.

Dopo un attimo di titubanza, decido di dedicare uno scatto anche al ricordo di un bambino, stregato da un passaggio a livello durante le sue lunghe vacanze al mare.

C’è un ultimo borgo da attraversare, a Nord dell’autostrada; si chiama Bastelli.

Ed ecco finalmente il cavalcavia giusto, al di là del quale si notano, sempre più vicine, le prime alture appenniniche.

Ancora degl’interessanti scorci agresti:

durante la marcia d’avvicinamento alla città di Fidenza che, finalmente, compare all’orizzonte.

L’attraversamento della Via Emilia questa volta avviene sotto un cavalcavia

ed ecco che, dopo tante ore e tanta strada, il paesaggio comincia a cambiare, con l’ingresso in città, che mi riserva subito un incontro sorprendente.
Vengo superato da un monopattino elettrico; il suo conducente mi saluta e mi domanda al volo se sono un pellegrino.
Risposta ormai collaudata: “Diciamo un camminatore!”
In realtà ha tanta voglia di comunicarmi ciò che all’inizio stento ad afferrare:
“Credo di essere il primo in assoluto” mi fa.
Sì, avete capito bene: siamo in presenza del primo esemplare di pellegrino francigeno elettromonopattinatore!

Dopo esserci dati il gomito (uno dei pochi làsciti simpatici della pandemia) e scambiati gli scatti fotografici, indugiamo volentieri in chiacchiere.
Lui è un giovane architetto e insegnante universitario; è siciliano ma risiede a Milano, da dove è partito con il suo… destriero del terzo millennio. La sua fatica principale è quella di questuare prese di corrente ad ogni necessità di ricarica; vorrebbe arrivare fino a Roma, se gl’impegni di lavoro glielo permetteranno; intanto ha già in programma una lezione universitaria in videoconferenza dalla Toscana, ospite di un amico proprio come poi sarò io a Viareggio (ma da felice pensionato).
L’unica cosa che ci dimentichiamo è di dirci reciprocamente il nostro nome.

Lo vedo alla fine ripartire con sicurezza e velocità; per qualche momento, fin quando resterà nel mio campo visivo, avrò a disposizione un segnavia del tutto speciale.

Il centro di Fidenza mi accoglie quindi in tutto il suo fulgore.

È il momento di prendere contatti con il bed and breakfast, situato in una frazione un paio di chilometri fuori città.
Decido di farlo comodamente seduto, in un’eccezionale seconda sosta bar, motivata sia dalla lunghezza della tappa, sia dalla soddisfazione di averla ormai felicemente quasi conclusa.

È l’occasione anche di dare un’ultima chance a una nostra vecchia conoscenza: Sua Maestà il Chinotto, reduce da un tonfo nella mia stima quando, in una delle ultime sue comparse dell’anno scorso, ebbi la curiosità di leggere gl’ingredienti nell’etichetta del San Pellegrino, purtroppo di gran lunga il più diffuso.
Zero virgola zero cinque per cento di succo del frutto, se ben ricordo: uno scandalo, per non dire una truffa.

“Che strana bottiglia; di che marca è?” chiedo speranzoso al barista che, dopo aver assecondato incredibilmente la mia richiesta di darmelo non freddo, non ha estratto la consueta lattina nera.
“San Pellegrino” mi fa.
“Eh già, quello classico” abbozzo ipocritamente, con in cuor mio la condanna a morte per questa bevanda, almeno fin tanto che non avrò a disposizione sicura quello della Lurìsia o addirittura quello sopraffino della Galvanina.

Nessuno dei due recapiti telefonici, che chiamo col mio vecchio e fedele Nokia 3-G, risulta reperibile.
Mi tocca allora memorizzarli nella rubrica del tablet, ma l’avrei dovuto fare comunque perché, molto gentilmente, il locandiere mi promise che mi avrebbe inviato la posizione tramite WhatsApp.

Ed è in questo ambiente che mando lo stesso messaggio a entrambi i recapiti, sperando in miglior fortuna, poi pago il conto e mi avvio, facendomi guidare da Google Maps.

Man mano che procedo aumenta il disagio di non avere la certezza del mio alloggio, allontanandomi al contempo dalla città dove potrei trovare un’alternativa, nel peggiore dei casi.
Finalmente vedo la doppia spunta blu in uno dei due messaggi.
Subito chiamo col Nokia il relativo numero. Non disponibile, mannaggia.

Ha inizio per me, come ricordo di aver già vissuto, un camminare contraddistinto da un vero e proprio ingorgo tecnologico, fra continui tentativi telefonici, controlli su WhatsApp, utilizzo contemporaneo del tablet per la navigazione e, per non farmi mancare niente, anche della macchinetta fotografica per immortalare, in momenti diversi, le due immagini che seguono:

L’angustia, crescente, accompagna il mio allontanarmi dal centro, poi anche dalla periferia della città. La non reperibilità del numero risultato presente in WhatsApp è evidentemente intenzionale.

Poi, finalmente, un segno di vita dall’altro numero. Un sms che mi promette di richiamarmi di lì a poco. Cosa che succederà un attimo dopo il mio arrivo al bed and breakfast, ovviamente deserto.

Ritrovo la gentilezza del giovane gestore, che mi assicura di arrivare subito, come in effetti avviene.

Mi spiegherà poi, scusandosi, che era in giro in una zona non coperta; ciò che non mi spiegherà è il comportamento di sua moglie che, ricevute le mie chiamate e i miei messaggi, ha preferito chiudere ogni canale, regalandomi così gli ultimi palpiti di una tappa lunga e, tutto sommato, felice.

Che, infine, trova il meritato riposo in questa bella camera mansardata.

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28-6: Una lunga marcia nelle terre verdiane (1)

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Non è agevole, scrivere queste pagine tramite il mio piccolo tablet; ma ha un vantaggio sicuro: lo si può fare stando sdraiati, e in questa stanza mansardata e fresca, in località Cabriolo di Fidenza, dopo la tappa più lunga (almeno sulla carta) nel mio piano di viaggio, la cosa si fa alquanto apprezzare.
Ventisette chilometri e trecento, poi diventati ventotto per essere riuscito nell’impresa impossibile: perdere la traccia, continuamente segnalata lungo il percorso, e controllabile in ogni istante sulla mappa satellitare.

Sapevo di dovermi alzare molto presto e ci sono riuscito prima delle quattro, quando era ancora notte.
Dopo la colazione, foto-ricordo all’interno dell’Agriturismo Terzola 3.0…

e poi all’esterno,

…dopo averne varcato il portone alle ore cinque e sei minuti, decisamente un orario per me da primato, ma soprattutto con l’ennesima conferma del ridottissimo bisogno di sonno, necessario a sentirsi mentalmente e fisicamente pronti per un’altra giornata.
La leggera felpa che ho indossato sopra la maglietta non è di troppo: l’aria è piuttosto fresca.

M’incammino con il grande entusiasmo di poter vivere così quest’alba di fine giugno.

Purtroppo non durerà molto: il sorgere del sole,

infatti, mi vedrà afflitto da un problema inaspettato: a un controllo dettato da un qualche irrazionale presentimento, l’astuccio degli occhiali contiene solo quelli da vista e a quest’ora, a parte l’aggravio di percorrenza, sarebbe impossibile rientrare per cercare quelli da sole mancanti all’appello.
Sono lenti graduate e perciò fondamentali per guidare l’automobile nelle giornate di pieno sole; ma mi mancheranno molto anche in questi giorni, di cammino inondato di luce solare.

Non devo avere con essi un buon rapporto: già una volta li smarrii, lo scorso agosto nelle Dolomiti, ed ebbi tuttavia la fortuna che qualcuno me li facesse ritrovare.
Decido di scrivere un sms di buongiorno a Maria Paola, chiedendole il piacere di verificare nella mia camera: è strano pensare che lo leggerà presumibilmente fra qualche ora.

Cerco di domare il tarlo della perdita e, nello stesso tempo, d’immaginare possibili soluzioni, mentre ripercorro, questa volta a piedi, la strada per il centro abitato di Fiorenzuola d’Arda.
Che mi accoglie così:

La luce del primo mattino, poco più tardi nell’uscire dalla cittadina, illumina un solitario mattiniero passeggiatore di questa domenica.

Il tragitto di oggi è come un arco, che ha appena superato la via Emilia qui a Fiorenzuola per svolgersi, questa volta, a Nord di essa, entrando in provincia di Parma e lambendo Busseto, la terra natale di Giuseppe Verdi, prima di riconvergere e tagliare poi nuovamente la statale poco prima di Fidenza.

Ben presto mi tolgo la felpa, ma l’aria è comunque fresca: bisogna sfruttarla, per guadagnare terreno e minimizzare così le ore calde che mi aspetteranno, implacabili, nella seconda metà del lungo e faticoso percorso.

Il primo paese che incontro è Chiaravalle della Colomba, da dove un cartello invita a visitare la vicina Abbazia Cistercense del dodicesimo secolo.
Ha una disposizione strana, questo borgo: tutto è come circondato da ampi e comodi spazi, che donano un senso di tranquillità.

Anche l’Autostrada del Sole, che corre parallela a Nord della via Emilia, è destinata oggi a essere valicata due volte. Sono già le sette quando ciò succede la prima volta.

L’orario, intanto, si è fatto buono per i primi ciclisti della domenica.

Cerco a più riprese (in verità senza troppa soddisfazione), di rendere nell’immagine la potenza del getto d’acqua, alimentato dal vicino automezzo.

Di lì a poco, un cartello annuncia l’inizio del territorio provinciale di Parma, nel comune verdiano di Busseto.
Nella frazione di San Giorgio, però, non vedo monumenti al nostro glorioso musicista, ma piuttosto questa fattispecie di statua che inneggia al Primo Maggio, tardivamente sì, ma munita di regolare mascherina…

Poi è di nuovo campagna, col sole che già picchia forte (e sono solo le sette e tre quarti), mentre la fatica della terza ora di cammino ininterrotto comincia a farsi sentire.

Un’autocisterna, presso un piccolo allevamento di vacche, fa il pieno del latte sottratto loro per le improrogabili esigenze alimentari della specie umana dominante.

A differenza di ieri, quando il percorso si è inoltrato suggestivamente in mezzo a campi vasti a perdita d’occhio, finora oggi le vestigia umane hanno sempre spezzato il paesaggio agreste. Ora però, che sto entrando nella parte centrale, la comparsa improvvisa di una stradina ghiaiosa mi fa presagire un nuovo tuffo nella campagna imperante.

Peccato che ciò avvenga quando la fatica delle ormai tre ore di marcia mi farebbe preferire di gran lunga una sosta a un bar, che sembra invece farsi attendere ancora a lungo.

M’impongo di non consultare né l’ora, né il tragitto, ma semplicemente di procedere, passo dopo passo a ritmo regolare, senza però rinunciare a qualche scatto fotografico.

Un angolino di “riferimenti pellegrini”, come in rare circostanze incontrai anche l’anno scorso, mi dà un confortante senso di riconoscimento del mio status di camminatore sull’antica via, quanto meno.

Il senso di quieto abbandono di questa stradina ghiaiosa, immersa nelle campagne parmensi, è improvvisamente interrotto dal passaggio, a velocità educata, di un’auto familiare di nome e di fatto, come osservo attraverso i finestrini.

Finalmente ci si immette in una strada altrettanto deserta ma asfaltata, che lascia presagire un graduale ritorno agli agglomerati umani, cioè vedi alla voce: bar.

Cedo alla fine alla tentazione di consultare la mappa, scoprendo con sollievo di essere ormai vicino a un paese, annunciato infatti dalla presenza sempre più numerosa di case.

Castione Marchesi è il nome del paese, che raggiungo alle otto e trenta, dopo quasi tre ore e mezza di cammino, ma presumibilmente solo a metà del percorso odierno, e fra l’altro… la metà fresca!

La cosa più importante, comunque, si materializza presto:

Consueto tè al limone e brioche, ordinato attraverso la mascherina celeste.
Familiarizzo con la coppia dei gestori, mi dicono che un’ora fa si è fermato un altro pellegrino, chissà a che ora (e da dove) era partito.
“Sì, italiano”, confermano alla mia domanda.
“Eh per gli stranieri ci vorrà del tempo” suggerisco, poi confido loro che in luglio andrò a trovare mio fratello a Tenerife, nelle Canarie, e a tutt’oggi non si sa bene quali regole e protocolli dovrò osservare.
Ho pronunciato involontariamente la parola magica.
Il marito, tutto illuminato, mi dice di esserci stato in crociera e di averne un ricordo bellissimo.
Nel confermare, provo a soggiungere che la gente del posto è gentile e molto più tranquilla di noi, ma avverto di non essere ascoltato.

Poi, mentre la signora è richiamata nel retrobottega, la conversazione prende una piega odiosa, nonostante l’apparente e in parte anche sostanziale bonomia di lui.
Perché in Marocco non ci andrei mai, sono tutti cattivi e incivili (abbozzo un “non bisogna generalizzare”) e sa, sono stato anche in terra santa e là ho visto girare addirittura uno con un mitra (“un palestinese o un israeliano?” e vedo che tende a farne un’unica razza da evitare…). Dopo aver usato toni confidenziali, ribatto come posso a questo profluvio di corbellerie razziste, poi cerco di togliergli la presa.

Anche perché, intanto, mi è arrivata la risposta di Maria Paola: occhiali trovati, mi chiede dove sono alloggiato questa sera per riportarmeli. Fantastico!

Alla fine, il bilancio della sosta rigeneratrice è buono; anche la strada che manca forse è un po’ meno della metà.

Ci penso io subito dopo, distratto da qualche consultazione di troppo del tablet, a complicarmi un po’ la vita.

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Nota di servizio: il tablet, prima, mi ha fatto arrabbiare più del solito, tanto che ho temuto di dover rinunciare al diario odierno.
Ora però sono costretto a interrompere la stesura, perché si è fatto tardi.
Riprenderò domani, prima del racconto della tappa che mi aspetta.
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27-6: La campagna e l’amica, piacentine

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“Sei più introvabile del presidente Trump!”
“Ma dai che non è vero… comunque la tua camera sarà pronta, non devi preoccuparti.”

Ci conosciamo dai primi tempi del gruppo escursionistico dell’AVIS, cioè dal neolitico, Maria Paola e io, e nei miei tradizionali “Cioccolato party” del pomeriggio di Natale, tante volte, negli ultimi dieci anni, lei mi raccontò le battaglie burocratiche che stava affrontando, per mettere in piedi un agriturismo ecologico a Fiorenzuola d’Arda, la sua terra d’origine, casualmente proprio sul tracciato della Via Francigena.
Da un paio d’anni, l’Agriturismo “La Terzola 3.0” è finalmente operativo, come bed and breakfast e anche centro di diffusione culturale di quel miracolo della natura chiamato canapa.
Come non approfittarne, dunque, come posto tappa di questo cammino?
Arrivo programmato per le 13 di oggi.

Ma ora è il momento di riavvolgere il nastro e ritrovarci nella situazione a rischio… termico in cui c’eravamo lasciati ieri.

Nel pomeriggio e alle prime luci della sera, durante la laboriosa stesura del diario di bordo (non priva d’inconvenienti tecnici), avevo immagazzinato progressivamente in corpo il calore che andava diffondendo la parete battuta dal sole.

Quando, terminata l’attività, è giunta l’ora temuta di coricarsi, mi sono ritrovato in pieno in una di quelle situazioni quasi militaresche, di difficilissimo adattamento notturno, che caratterizzarono il cammino dell’anno scorso.
La finestra si apriva solo a compasso, lasciando entrare molto lentamente un po’ d’aria fresca.
Come feci un paio di volte l’altr’anno, ho cercato salvezza nel divano, nell’attiguo più fresco soggiorno a mia disposizione, peregrinando poi a lungo fra i due giacigli.
La scomodità del divano, e una crisi di tosse allergica, mi hanno alla fine fatto propendere per il comodo ma bollente letto della stanza, resa quest’ultima, al contempo, ancor più inospitale dal baccano del traffico del venerdì sera lungo la grande strada sottostante.
Qui si mette male, rischio di non chiudere occhio, ho pensato ripetutamente cercando di starmene calmo.
E il passare del tempo ha naturalmente giocato a mio favore, sia sul fronte termico che sonoro, finché non mi sono assopito.

Avrò dormito due o tre ore, ma ancora una volta, di buon mattino, ho visto compiersi il prodigio che si ripete in ogni mio viaggio a piedi: una vera e propria trasformazione metabolica, che mi permette di recuperare energie mentali e fisiche in tempi di sonno inconcepibili, per un dormiglione seriale del mio stampo.
Ripensandoci più tardi, mentre camminavo, mi è venuto da pensare che si tratti di un segno, assolutamente impressionante, di quanto gradito sia per l’organismo questo rivoluzionario tipo di vita, quasi venisse in luce un’innata e fondamentale propensione al vagabondaggio nomade.

Colazione abbondante, integrata con alcune delle pesche saturnine e albicocche, che avevo comprato in una rapida puntata al vicinissimo supermercato.
E poco dopo le sei e mezza, l’orario standard dell’anno scorso, rieccomi in marcia, a ripercorrere a ritroso buona parte dell’ultimo lungo viale di ieri.

Davanti a un edificio militare, fa bella mostra di sé un dispotivo di telefonia di classe “zero-G”:

Poi, dopo un paio di deviazioni, il paese finisce e comincia la campagna.

Tutta la tappa odierna, come sapevo, si svolgerà nel trionfo di una campagna immensa, talvolta irrigata con lontani potentissimi getti, grazie a rumorosi macchinari a motore che, presso la strada, estraggono acqua dalla falda e la convogliano in grossi tubi…

… come pure nel trionfo di una limpida e luminosissima mattina di fine giugno.

L’immensità silenziosa del panorama padano, solcato da stradine asfaltate battute da qualche trattore e da rare autovetture, resterà costante per quasi tutto il percorso odierno.
Il senso di piacevole, svagata leggerezza della prima ora, lascerà solo in parte il posto a un po’ di oppressione per il calore del sole frontale, mitigato, a periodi alterni, da brezze fresche, provenienti forse dalle alture che, all’orizzonte, piano piano si stanno avvicinando.

Giornata senza bar, l’avevo messo in conto, e senza incontri interessanti, se escludiamo i gruppetti di ciclisti, di cui mi piace notare la predisposizione alla conversazione, mentre pedalano senza foga in questo sabato mattina…

…e se escludiamo pure un viandante accigliato e riottoso al saluto che mi capita d’incrociare.

Una cascina, che assomiglia più a un quartier generale, mi fa venire in mente certi film, come “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi, che hanno rievocato la socialità fortemente regolata del passato mondo contadino.

Niente bar, dicevo, ma una sosta, dopo due ore e un quarto di cammino, si rende necessaria, accaldato come sono da un’ultima mezz’ora di bonaccia di vento.
Mi viene in soccorso una chiesa, con un ospitale spazio ombroso munito di comoda panchina.

Qui un poco d’aria fresca circola, e quasi mi fa rabbrividire sotto la maglietta sudata.
Sapevo che la mia stima di venti chilometri anche per la tappa odierna era piuttosto eccessiva, ma la consultazione della mappa mi fa rendere conto di essere già a un ottimo punto, nonostante non siano ancora le nove.
Bisogna avvertire Maria Paola: le mando un sms in cui prevedo di anticipare l’ora d’arrivo alle dieci e mezza.

Come regolarmente succede in questi casi, la previsione si rivelerà questa volta troppo ottimistica, inducendomi poi a un cambio di marcia finale non del tutto gradevole.
Ma intanto la sosta mi ha rinfrescato e tonificato.
Nel ripartire do fondo al barattolo di olive di Cerignola, una dopo l’altra, ma, inattese, ecco che compaiono le prime case del piccolo borgo di Chero.

Scorgo l’insegna di una pizzeria, poi la simpatica costruzione di una trattoria…

…ma per fortuna nessun bar, a evitare rimpianti.

Nuovi spettacoli agresti, mentre la brezza ha ripreso a darmi sollievo.

La tappa si è svolta costantemente (con la sola eccezione del borgo di Chero) su piccole strade asfaltate fra grandi distese agresti, ma proprio sul finire mi riserva una doppia sorpresa: dapprima una strada sterrata

poi, ancor più sorprendente, un’improvvisa deviazione su una carrareccia che s’inotra in un’ombrosa boscaglia

fino a raggiungere un rigagnolo

annunciato dal sonoro gracidare di una rana

e da attraversare sopra un ponte pedonale di blocchi di cemento.

Ormai i dintorni di Fiorenzuola, dove è situato l’agriturismo, non sono lontani.
Una piccola finale gara contro il tempo per contenere in mezz’ora il ritardo rispetto all’ultima previsione.

Alle 11 raggiungo la meta.

Come mi aveva preannunciato, Maria Paola è alle prese con un certificatore del biologico.

Mi accompagna in camera, dove ho il tempo di rigenerarmi con una doccia e, addirittura, con un benedetto micro-pisolino, prima di rincontrarla

Dopo una visita ai locali, disegnati e arredati con grande gusto,

decidiamo di andare a mangiare un’insalatona in città, ovviamente con la sua vettura.

E dopo l’insalatona, la mia padrona di casa non mi fa mancare una breve gita turistica nel centro di Fiorenzuola d’Arda.

Una giornata ricca di luci…
E domani di buon’ora si riparte, per una nuova tappa molto impegnativa.

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