21-6: Inebriante solstizio in terra umbra

Ancora un progresso in tema di “partenze intelligenti”: questa mattina, quando lascio i locali dell’agriturismo dopo una bella colazione, sono appena le sei e venticinque e, comunque, il sole ha già cominciato il suo, di cammino, oggi il più lungo di tutto l’anno.

Bisogna completare l’opera di ieri, cioè percorrere l’ultimo pezzo della provinciale che porta ad Anghiari.
Scandisco i passi cantando mentalmente una vecchia canzone molto appropriata, di un grande cantautore e chitarrista… (clicca qui).
Il mio percorso non entra nel centro storico, ma ne permette a più riprese una suggestiva visione d’insieme,

poi scende, con qualche serpentina di una strada piuttosto trafficata, verso un’estesa pianura.

Per fortuna, a differenza di ieri, la convivenza con il frastuono dei veicoli dura poco.
Una serie di successive immissioni, in strade sempre più isolate, renderà sorprendente questa tappa del solstizio d’estate.

Raggiunta la pianura, lascio il centro abitato e poi il comune di Anghiari, in una miscela cangiante di zone parzialmente residenziali e agresti.
Questa inattesa pianura dà l’impressione di stare procedendo lentamente. Non mancano, tuttavia, gli spunti fotografici.

C’è un uomo, forse straniero, che lavora in un campo, con movenze molto istrioniche.
Viene da sè salutarlo, con un ampio gesto del braccio.
Mi grida qualcosa, forse di andare piano. Lo rassicuro con un sorriso, poi, invece di proseguire, con un mezzo dietro-front mi ci avvicino e gli faccio cenno di voler fotografarlo.
Lui diniega, e mi dice di riprendere piuttosto il resto della sua strana compagnia, che si muove collettivamente su un trattore.

Ancora pianura, in un tu per tu sempre più intimo con la campagna circostante.

Ed è ancora in pianura, inaspettatamente, il mio ingresso in Umbria, previsto a metà percorso.
Mi aspettavo un’indicazione stradale e invece è il primo paese a farmi capire di aver già varcato il confine. Un paese dal nome curioso e facile da ricordare: Fighille.
Nonostante l’aspetto desolato e assolato, a Fighille c’è un bar, con tanto di fighilla seduta su uno dei due tavolini fuori.
Resisto alla doppia tentazione: oggi sono abbastanza in forze per accontentarmi, come sosta di metà percorso, dell’ombra di un albero poco oltre e dell’acqua della borraccia.

Quando riprendo il cammino, la collina mi si fa incontro, con una successione dinamica e continua di scenari di una bellezza mozzafiato.

Appagato dall’odierno crescendo di sensazioni di grazia e bellezza, accetto di buon grado alcuni previsti chilometri di statale.

Ma qualche chilometro prima di Città di Castello, ritrovo un po’ di quiete nella strada per il piccolo paese di Piosina, a cui sono diretto.

La fatica si fa sentire, ma devo mantenere un buon passo per arrivare entro le dodici e trenta, orario che potrebbe essere di chiusura per il negozio di alimentari che mi ha segnalato Google Maps.

Non posso tuttavia rinunciare a fotografare un piccolo fiume che la mia strada interseca:

un piccolo fiume, ben altra cosa rispetto all’Arno dei giorni scorsi, eppure il suo nome è importante. Si chiama Tevere.

Una lunga tavolata di persone sta pranzando nel giardino di un’abitazione di Piosina. Li saluto e mi rispondono in coro; poi, già che ci sono, chiedo di indicarmi se c’è un negozio di alimentari.
Il capobranco dà un’occhiata all’orologio, confermando i miei timori, ma sono le dodici e venti e, rassicurato, mi dice di girare a destra e procedere cento metri. Si intromette una commensale che, con la smania di aiutarmi, fa di tutto per complicare quella semplice indicazione.
Comunque ringrazio e saluto.

Abbondante spesa, finalmente hanno anche un po’ di frutta e verdura, e poi, con lo zaino traboccante, giungo alla vicina dimora storica, o quasi, dove si trova il mio odierno alloggio.

——
p.s.: domani la destinazione è il rifugio del CAI presso il valico di Bocca Serriola.
Spero di non aver problemi di connessione alla rete.

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20-6: La provinciale per Anghiari

Scendo le scale cercando di non fare rumore. Sono le sei e un quarto e i bassi raggi del sole, se ancora non scaldano l’aria molto fresca, già illuminano il giardino fiorito, dove la signora mi ha preparato il bollitore per il tè e un cestino con prodotti confezionati.
Nell’atmosfera ipnotica di cinguettii e gorgheggi, faccio colazione in compagnia del suo cane, che pietisce inutilmente qualche boccone.

Alle sei e tre quarti mi incammino, quasi in punta di piedi, per non turbare la magica atmosfera di questa zona lussureggiante.

Se escludiamo il primo e l’ultimo chilometro, o poco più, l’intero tragitto odierno (di ventitré chilometri) si svolgerà su un’unica provinciale, quella per Anghiari.
Il rischio di smarrirsi è dunque annullato e soppiantato dal timore di un lungo percorso monotono e trafficato.
Vista l’efficacia dei miei primi due esperimenti, gli amici su Facebook mi hanno chiesto di pubblicare ogni giorno un breve filmato con le mie impressioni in presa diretta.
Decido di farlo subito, approfittando di questa atmosfera intensa che probabilmente non ritroverò.

Poi proseguo per le stradine che mi portano ad attraversare il piccolo ma suggestivo centro di Quarata (siamo a un tiro di schioppo da Arezzo), restando completamente schiavizzato dal mio compagno di viaggio elettronico, a cui chiedo in continua alternanza di indicarmi l’itinerario, di scattare fotografie

e di controllare la pubblicazione del mio filmato, che stenta a concludersi positivamente, privandomi così del piacere di diffondere un rilassante messaggio di buongiorno agli amici.

In breve raggiungo la provinciale e sembra confermato il mio timore,

quello di dover procedere per quattro o cinque ore a ridosso di frastornanti veicoli motorizzati.

Per la prima metà abbondante, la situazione non sarà molto diversa, pur con qualche tratto più piacevole (come quello nell’immagine iniziale) e tuttavia concedendomi, di tanto in tanto, la possibilità di qualche interessante scatto fotografico.

Lungo la strada sono previsti solo un paio di piccoli agglomerati. Raggiungo quello di Chiaveretto, posto poco oltre metà percorso, intorno alle nove e mezza.
Adocchio un’unica insegna: “Osteria – alimentari”.
Dalla parte opposta, una piccola strada dà accesso a una zona verde.
Mi ci infilo, per riposarmi un po’, appoggiato a un tronco d’albero, che mi lascerà una profumata e piccicosa traccia di resina sulla maglietta.
Consultando la mappa, capisco che questa è l’ultima possibilità per fare un po’ di spesa, se non voglio prolungare il percorso alla fine.
Quando sono dentro, l’occhio cade subito su una bella pastina alla crema con la frutta sopra, che mi sta chiedendo imperiosamente di essere mangiata, accompagnata da una bibita.
“Che cos’ha fuori frigo? Dei succhi di frutta? Si, quello di ananas.”
Più tardi, rimuginandoci, condannerò questa mia scelta poco ecologica, di frutta proveniente da terre lontanissime, ripromettendomi di scegliere, in futuro, un succo d’arancia.

Anche se non credo di averlo sottolineato, tutte le tappe fin qui hanno conosciuto due parti molto diverse fra loro, separate da una sosta.
Non fa eccezione quella di oggi: la monotonia, che sembrava connotarla per intero, si spezza d’incanto.

Dopo il minuscolo centro abitato, infatti, comincia la lunga salita fino al valico della Scheggia e la strada cambia aspetto, immergendosi in una vegetazione boschiva, presentando diverse curve e, ciò che più conta per me, calando vistosamente l’intensità del traffico: per lunghi tratti non passa più nessun veicolo e si tornano a sentire gli uccellini e le rare ma benvenute folate di vento.

Il sole picchia forte e la salita è impegnativa, ma provo molta più soddisfazione ora, mentre il fisico è messo alla prova.
Raggiungo in un’ora il passo, a quota cinquecentosettantacinque metri.
Non è un valico panoramico: mi devo accontentare dei piloni affogati nella boscaglia.

Mi aspetto dalla discesa il sollievo dalla fatica e un nuovo impulso a procedere veloce.
E invece la fatica compare proprio ora.

Il senso di isolamento, senza quasi tracce di antropizzazione e senza la minima copertura di rete telefonica, mi porta a forzare un po’ l’andatura, per un tempo e una distanza che sembrano non finire più.

Ma poi, quasi improvvisamente, la discesa finisce, il panorama si riapre

e di lì a poco torna anche un po’ di campo per il telefono, proprio mentre compare un’indicazione, su una laterale a destra, per il mio agriturismo.
Provo immediatamente a contattarlo, ai due numeri che ho memorizzati: ero d’accordo di avvertire e non vorrei che non ci fosse nessuno ad aspettarmi.

Il primo risulta non raggiungibile, al secondo risponde una signora:
“No, io sono la sorella, attenda che le do il numero da fare.”
“Guardi, io intanto vado su…”
“Come? Pronto? Non sento più niente…”
Mi tocca addirittura spegnere il piccolo telefono, imballatosi del tutto.

Il panorama che mi si presenta nel chilometro finale, in mezzo alla natura, è dolce e sorprendente.

E il percorso termina con una salita micidiale che mi porta, alle dodici e trenta,

all’entrata di un agriturismo dall’aspetto molto curato e invitante.
Non ci sono ospiti, ma compare, salvifico, il proprietario, che mi accoglie con molta gentilezza.

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19-6: Verso Arezzo – le emozioni e i chilometri

Frutta in abbondanza, torta e crostata da inzuppare nel tè, e poi provviste per la cena: pane, due fette tagliate da una bella forma di pecorino e qualche cucchiaio di uova strapazzate (non me ne vogliano i miei amici vegani intransigenti).
Entrato nella sala ristorante dell’albergo alle sette, finisce che riesco a incamminarmi non prima delle sette e tre quarti.

Dopo la relativa parentesi di ieri, mi aspetta oggi una tappa impegnativa, di ventitré chilometri.
L’itinerario mi porta subito in campagna, lontano da strade trafficate, in una sequenza di paesaggi e situazioni incantate che ora fatico a ritrovare nelle seguenti testimonianze fotografiche, come avessi vissuto un irripetibile, strano e bellissimo sogno.

Ricordo spazi aperti e vividi, solcati da strade pulite e quiete, e saluti cordiali a una sparuta genìa di persone solitarie e felici incontrate di tanto in tanto.
E, per contrasto, la quantità di tentativi ed errori che mi tocca fare per assecondare le fantastiche bizzarrie del percorso fornitomi oggi, in “modalità pedone”, dalle mappe di Google.

“La vòle una tartaruga marina?” e mi indica una notevole bestia corazzata prigioniera in una piccola vasca di cemento.
Da lontano, nella strada in salita che sembra finire nella sua proprietà, l’avevo scambiata per un ragazzo; in realtà è una signora sui cinquanta; accanto a lei una donna più giovane, forse la figlia.
“Mi dispiace, nello zaino non ci sta.
Ma finisce qui la strada?”
“Si interrompe, è franata qualche anno fa. Dove deve andare?”
“A Quarata, la conosce?”
“Sì, è verso Arezzo.”
Le mostro sul tablet il tracciato che mi ha portato fin lì.
“Guardi, faccia una cosa, può risalire questo pendìo, l’erba l’hanno tagliata,

e vede lassù, vicino a quell’alberone sulla sinistra, c’è un sentiero che porta sulla provinciale, quando l’ha raggiunta gira a destra.”
“La ringrazio, è stata davvero provvidenziale!”

Le indicazioni per la provinciale si rivelano giuste, non quella della direzione da prendere.

L’altalena fra le emozioni che mi regala il continuo variare dei paesaggi e l’angustia del procedere per tentativi ed errori è destinata a durare ancora a lungo,

tanto che, dopo due ore di cammino, i chilometri da percorrere risultano ancora diciannove, un’enormità.

Ma cerco di non scoraggiarmi: la carica di energia che mi dà lo splendore della natura mi aiuta.
Raggiungo in salita il minuscolo borgo di Traiana.

Mentre consulto col massimo dettaglio il prosieguo dell’itinerario, da un balcone seminascosto dalla mia prospettiva vedo spuntare, indaffarata su qualche cosa, una giovane dai capelli mori.
“Buongiorno!” le dico immediatamente.
Ricambia il saluto senza entusiasmo.

Ora, non ci sono dubbi, devo prendere questa specie di carrareccia in discesa

che mi porterà a imboccare la Strada provinciale numero “1”.

C’è un paese, San Giustino Valdarno, che mi aspetta dopo un chilometro.

Forte è la voglia di un bar, per una pausa di riposo ristoro e riflessione, insieme all’opportunità di ricaricare un po’ la batteria del tablet.
Incrocio un negozio di parrucchiere, l’ufficio postale, un centro di scommesse sportive, ma sembra che San Giustino sia un paese “barless”.
L’ultimo agglomerato è la piazzetta della farmacia, accanto alla quale vedo comparire, con un tuffo al cuore, l’insegna “Bar Pasticceria Gelateria”.

Sono le undici e mezza.
La pausa, con pastina al riso e succo di mirtillo (i chinotti sembrano estinti…) scandirà nettamente le due diverse parti della camminata odierna.
I restanti dodici chilometri si svolgeranno fin verso la fine su questa larga provinciale. Lunghissimi rettilinei, veicoli sfreccianti, non più emozioni ma, in compenso, la possibilità di recuperare, senza problemi di tracciato, un po’ di tempo perduto.

Ho volutamente dedicato la maggior parte di questo resoconto alla metà più ricca di situazioni ed emozioni; della seconda metà, mi limito solo a commentare qualche immagine.

I rumori del traffico e la necessità di pedalare non m’impediscono di gettare un occhio sulla campagna circostante.

E questo è il paese di Castglion Fibocchi,

dove mi concedo una nuova pausa bar (succo di pompelmo) e ricevo, con gioia, una telefonata di Massimo.

Ma chi è che si fa rivedere verso la fine?

Sì, è ancora il nobile Arno, ancora più capiente, qui nei dintorni di Arezzo.
Lo oltrepasso sul medievale Ponte Buriano,

che poi posso fotografare dal livello del fiume, dove l’ultimo colpo di teatro di Google Map mi fa a lungo transitare, su una carreggiabile dal suolo fangoso.

Qualche attimo di timore quando l’indicatore satellitare sembra impazzito proprio negli ultimi bivii, ma poi si riprende, e quando sono le tre e mezza in punto, mi porta davanti alla mia destinazione: un “bed and breakfast” di ambiente decisamente fluviale.

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