Dal Savena al Tirreno – Quarta tappa

Itinerario: Rocca Malatina – Fiume Panaro – Benedello – Pavullo nel Frignano
(24 luglio 2016)

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Oggi ho concluso la lunga marcia di avvicinamento al percorso dell’antica Via Vandelli.
Sembrava una tappa destinata a risarcirmi delle energie e di tutto il tempo spesi ieri. Poco più di cinque ore previste, un lungo inizio di tutto riposo in placida discesa, e il proposito di riscattare il passo falso di ieri, conquistandomi un intero pomeriggio di rilassamento.
Alla fine ho trovato il modo di complicarmi ugualmente la vita, e di non evitare l’ormai quotidiana massacrata, ma tuttavia è stata una nuova esperienza estremamente ricca di luci, situazioni e sensazioni diverse. Ancora una volta la necessaria sintesi del racconto non renderà giustizia a tanta varietà.

Sono uscito dall’albergo che mancavano pochi minuti alle nove. I rapporti avuti fin qui con gli albergatori, e in sala da pranzo, meriterebbero un capitolo a parte… Per ora mi limito a dire che a Rocca Malatina (albergo ‘Arte Caffè’) mi son sentito proprio a casa: capito, coccolato e pasciuto oltre ogni aspettativa dalla coppia dei gestori.

Un foglietto con la mappa dell’inizio del percorso odierno, abbozzata dal marito, all’inizio di questa nuova giornata è in una tasca dei miei pantaloni, e non mancherà di guidarmi.
Come dicevo, rassicurante strada in discesa, dapprima in una zona artigianale in mezzo al verde, silenziosa e deserta in questa domenica mattina, poi, cessati gli edifici di lavoro, resta solo la strada, solcata quasi solo da ciclisti domenicali (spesso ci si scambia il saluto complice degli sportivi) e la boscaglia circostante, versi di uccelli e di qualche pigra cicala, sicuramente contrariata dal cielo cupo e minaccioso.

Di tanto in tanto fanno la loro comparsa piccole ma attive aziende agricole, con mucche recintate, attrezzi meccanici, e cani, tanti, per lo più di piccola taglia ma sempre ostili e insanabilmente, fastidiosamente vocianti al mio passaggio.
Ignorando l’insistenza di uno di questi, mi fermo a fotografare una di queste fattorie. Faccio finta di non sentire una voce femminile che, alle mie spalle, con tono non meno avverso del suo cane da guardia, mi critica per non aver chiesto il permesso.

azienda

Scendendo scendendo, con lo stato d’animo lieve e positivo, giungo al ponte sul fiume Panaro, che, a differenza dei suoi affluenti in secca, conserva una qualche portata.

panaro

Solo pochi metri lungo l’importante strada di fondovalle, e poi le indicazioni di Google Maps, annotate sul solito foglietto, mi fanno deviare su una strada che risale il versante opposto.

Il clima è diventato ora afoso, il paesaggio è monotono. Non mi resta che mettermi in modalità agonistica e procedere veloce a testa bassa: la pendenza non eccessiva me lo permette.
Mi accorgo di sudare più del solito, e che la gola secca chiede spesso ristoro.
La via di Benedello, questo il suo nome, è lunga molti chilometri. Le indicazioni parlano di alcune deviazioni, senza però citare il nome della via da imboccare. Mi convinco che si tratti di indicazioni superflue, tese a evitare laterali fuorvianti per restare sulla principale. E mi sbaglio.

La mia andatura, col passare del tempo e della salita, ha rallentato il pieno ritmo precedente, e ora è anzi opportuno fare una breve sosta, estrarre il tablet e consultare il navigatore.
La verità è amara. Beh, in confronto a ieri, diciamo amarognola… Ho superato da un pezzo l’interessante scorciatoia che puntava direttamente verso Pavullo, evitandomi qualche chilometro, e anche di dover poi immettermi sulla trafficata statale Via Giardini, quella dell’Abetone.
Cerco di prenderla con filosofia, nessuno mi corre dietro, e poi, grazie a tutta la salita percorsa, e col sole che torna a scaldare i colori, il paesaggio si sta rifacendo vasto e suggestivo.

paesaggio.
Valuto in tre quarti d’ora, forse un’ora, l’aggravio rispetto alle cinque previste. Vorrà dire che arriverò alle tre anziché alle due del pomeriggio : comunque un ottimo orario.

Intanto, avvicinandomi al borgo che dà il nome alla via, compaiono sempre più frequenti delle grandi ville residenziali; qualcuna di esse ospita chiassose comitive domenicali intente al sacro desco, per lo più all’aperto. Non mi dispiacerebbe proprio venire coinvolto, ma non succede…
Benedello è soprattutto, al mio passaggio, una piccola squadra di bambini che, nonostante l’orario, vociferano e calciano una palla presso la piccolissima porta di un campetto da calcio.
Mi lascio alle spalle, e presto più in basso, il borgo, mentre me ne appare un altro, quello di Crocette, più su.
La sete si fa sentire, e la strada statale è ancora lontana.

“Scusi” mi faccio coraggio, “c’è dell’acqua?”
“Certo, venga su di qua” mi risponde. È un giovane, con un’elegante, domenicale camicia bianca, che stava per mettersi nella sua vettura, ma gentilmente mi fa entrare in un magazzino, poi, non senza difficoltà, riesce a sparare acqua nella mia bottiglietta, tramite una curiosa pistola a spruzzo.
“Questa è molto fresca” mi fa.

Ma è un altro, più coinvolgente, l’incontro che mi sta aspettando, ora che vorrei chiedere a questa tappa solo di volgere al termine.
Il piccolo borgo di Crocette è illuminato da un sole nuovamente splendente.
Un giovane magro, fermo davanti a una casa, osserva un podista che, dopo un passaggio a vuoto dentro al giardino, gli passa saltellando davanti.
Quando poi è il mio turno, mi rivolge inaspettatamente la parola.

“Scusi conosce il signor Angelini?” mi fa. Ha la barbetta, un accento straniero.
“No, mi dispiace, non sono di qui, vengo da lontano.”
“Perché mi hanno detto che abita qua, ma non c’è nessuno…”
“Se sai l’indirizzo lo cerchiamo in internet” (ormai mi ritrovo ossessionato da mappe e navigatori…)
“No, deve abitare qui, mi hanno detto che ha un appartamento da affittare, cerco qualcuno che lo conosca.”
Ci mettiamo, con molta naturalezza, a conversare.
Si interessa molto al mio viaggio, lui è marocchino, abita con amici, e lavora, da queste parti e sta cercando una casa per ospitare la sua giovane moglie lontana.
Con altrettanta naturalezza ci mettiamo a procedere affiancati verso la statale, dialogando vivacemente.
Scorci panoramici richiedono imperiosamente uno scatto, effettuato il quale mi chiede se voglio essere ripreso con quello sfondo.
Gli propongo, invece, di farci insieme un ‘selfie’ col mio tablet.

selfie

Giunti finalmente alla statale, le nostre strade si separano.
Ci stringiamo forte la mano, poi lui vuole farmi annotare il suo nome e cognome, affinché gli mandi un saluto in Facebook. E mi sembra quasi un ‘déjà vu’, a ruoli invertiti, della fruttivendola del chiosco…

Procedere sulla statale, percorsa da un traffico convulso e rumorisissimo, è penoso: in tutti questi giorni ho battuto sempre strade deserte o quasi. La previsione di giungere alle quindici, sei ore dopo la partenza, sembra avverarsi; anzi, ecco finalmente il cartello di Pavullo, si è proprio avverata.

A meno di un piccolo ma decisivo dettaglio…
A differenza di tutte le altre tappe, passate e future, ho deciso di non prenotare l’albergo e di sceglierlo in loco.
La cosa mi costerà un’altra ora di massacranti peregrinazioni, in lungo e in largo, in su e giù, per quella cittadona che (dopo averla scambiata per una sua vicina frazione), mi appare poi caotica e chiassosa, provando un senso, ancora una volta, di sfinimento, e il solo desiderio di una camera e di una doccia per cercare, ancora una volta, di riprendermi in fretta dalla fatica.
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Dal Savena al Tirreno – Terza tappa

Itinerario: Savigno – Montombraro – Rocca Malatina
(23 luglio 2016).

tratturo

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Ovvero: ‘Fantozziana Franz e il Navigatore Maledetto’.
Sì, perché in realtà mi piacerebbe tanto raccontare di epiche avventure affrontate e superate con sprezzo del pericolo, e invece mi tocca esibire tutti i miei limiti; nella fattispecie, un senso dell’orientamento da primato mondiale. In senso di mancanza, voglio dire.

Ma andiamo con ordine.
La tappa di oggi, per motivi logistici (cioè garantire possibilità di alloggio ogni sera) era stata prevista breve, al pari solo dell’ultima, che mi porterà da Massa a Forte dei Marmi. Secondo il già citato e decantato mio Virgilio telematico (cioè Google Maps) si sarebbe dovuta concludere dopo solo tre ore e tre quarti di cammino, così da regalarmi un intero pomeriggio di riposo.
Due ore e mezza da Savigno a Montombraro, poi un’altra ora e un quarto fino a Rocca Malatina.
È andata, come vedremo, un po’ diversamente…

Il tempo era imbronciato, questa mattina, come da previsioni. Coperto inesorabilmente, con una pioggerella leggera che, comunque, non bastava a generare dubbi sulla possibilità di andare.
E alle otto e tre quarti, orario comodo per una tappa comoda, ho lasciato l’albergo di Savigno e mi sono incamminato. In tasca, come ieri, un foglietto con le indicazioni passo passo trascritte da Google Maps, opzione mi muovo a piedi, quella che tante soddisfazioni mi aveva appena dato.
Il paesaggio è smorto, mentre comincio a risalire la valle del Samoggia (lungo una strada molto più stretta e priva di traffico di quanto non mi aspettassi) e non invita certo a scattare fotografie. Ma va bene così, oggi è una tappa di semplice diporto, che si può affrontare senza pretese e con calma.

Quando la pioggia, anziché smettere, sembra voglia fare sul serio, ho la fortuna sfacciata di trovare subito un comodo riparo, una piccola costruzione in muratura aperta su due lati, adibita a magazzino. Mi fermerò ad aspettare, posso permettermelo.
Il tempo di togliermi lo zaino e sostituire la maglietta con quella a maniche lunghe, felpata e asciutta, che subito sento, e poi vedo, un fuoristrada arrestarsi e parcheggiare proprio davanti al capanno.

bestemmiatore“Buongiorno, mi son messo qui per ripararmi dalla pioggia…”
“Ha fatto bene” ribatte condiscendente l’arzillo anziano, che si mette poi a trafficare con dei contenitori di plastica, fra il bagagliaio e la zona esterna alla mia dimora d’emergenza.
Buffo tipo, lo sento parlare incomprensibilmente da solo; l’unica cosa chiara sono le bestemmie con cui di tanto in tanto condisce i suoi ragionamenti.

Poi la pioggia smette, e si può ripartire.
Una deviazione, prevista dalle mie indicazioni, mi fa imboccare una via più ripida. Ormai conosco lo stile del mio navigatore, e sto al gioco volentieri.
Ricompare in me, mentre procedo nel continuo divenire dei paesaggi, quella sottile euforia che avevo provato nelle prime ore della tappa di ieri. Prendo fra me e me il solenne impegno di dedicarmi a lunghe camminate come questa per tutti i miei anni a venire, finché la salute me lo consenta.

Dopo un lungo tratto, il percorso si riimette nella via principale, fino a un cartello che ne dichiara il divieto di accesso in caso di neve.
E infatti di lì in poi diventa sterrata. Sempre più strano… la via Samoggia, quella per andare a Montombraro, ha l’aspetto di un tratturo…

Mentre la pioggia ogni tanto cerca timidamente di rifarsi viva, il percorso campestre è diventato panoramico e aereo, sospeso fra valli contigue. Di tanto in tanto diramazioni scoscese portano a rare abitazioni private.
Procedo nell’attesa della deviazione, a destra, in una via di cui spero di identificare il nome, mentre le perplessità aumentano.
Consulto ancora il navigatore, e dalla risposta mi sembra chiaramente di interpretare che la vera via Samoggia corra parallela, più a valle.
Prudentemente faccio dietro front, e poi cerco di correggere il tiro al primo bivio importante, e mi rimetto di buona lena in marcia, in discesa. Aspetto la benedetta deviazione, ma, procedendo baldanzoso, dopo un po’ vedo a valle, sulla mia destra, un paese che sarà certamente Montombraro, il mio traguardo intermedio.
Sono ormai le dodici e trenta quando compare finalmente una deviazione importante sulla destra, che imbocca un grande ponte.
Il nome dell’attesa via non c’è. C’è invece, frontale rispetto all’attraversamento del ponte, un grande cartello turistico.
‘Benvenuti a Savigno’.

La botta nello stomaco è forte, umiliante, annichilente: tutto da rifare.
Qualsiasi altro viandante al mondo avrebbe colto i segnali di stare tornando indietro. Io no, ma mi conosco.
Non mi resta che mettermi di buona lena a cercare di recuperare il tempo buttato.
Non è più il caso di fare i raffinati. Interrogo il mio nocchiero, e questa volta gli dico che sono un’automobile.
E infatti quella variante a sinistra non mi viene più proposta, avanti tutta per via Samoggia.

Peccato che, dopo un bel po’ di tragitto, e dopo aver ritrovato alla mia sinistra la fine della variante percorsa più di tre ore prima, mi ritrovo esattamente sugli stessi tratturi, e con gli stessi dubbi…
Ne verrò fuori, con alcuni tentativi ed errori, e pagando la moneta di una grande quantità di tempo ed energie spese in questo primo pomeriggio, che intanto si è rifatto afoso.
Telefono all’albergo: prima delle diciotto non aspettatemi, comunque arrivo.
“…Speriamo”, evito di aggiungere.

campo falciatocopertina

Ne sono venuto fuori, dicevo, anche grazie al metodo tradizionale “Vado bene per Montombraro?”. Lo chiedo al padrone di tre cani di media taglia, solo un attimo dopo di esserne salvato dai loro furibondi attacchi.

Mi sono dilungato molto fin qui, in quello che è stato il tema conduttore della giornata; dovrò così rinunciare al racconto dettagliato del resto di questa terza tappa e delle sue molte luci, rese ancor più vive dal pigro ricomparire del sole: il lungo avvicinamento in salita al paese di Montombraro, poi il suo interno, con tutte le ville agghindate, chissà perché, con nastri color ciclamino (e ritemprante pausa tè al limone in un bar).

nastri viola

E poi ancora l’aprirsi solenne del paesaggio, ormai in pieno Appennino Modenese, lungo il rettilineo che mi porterà verso la destinazione di Rocca Malatina. Ancora indicazioni richieste con metodo classico, a scacciare i fantasmi di un nuovo smarrimento, e la gentilezza di un’intera famiglia, nel giardino della loro villa, nel fornirmele.
Rendermi conto che il viaggio mi ha ormai portato ad ascoltare accenti diversi.

La strada, asfaltata, comoda, che torna infine ad infrattarsi e a salire dentro una valle stretta, prima dei lungamente agognati segnali di vita del paese a cui sono diretto.

Varco la soglia dell’albergo alle diciotto, nove ore e un quarto dopo la partenza.
Niente male, per una breve tappa di trasferimento…
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Dal Savena al Tirreno – Seconda tappa

Itinerario: Sasso Marconi – Monte San Giovanni – Savigno
(22 luglio 2016).

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La stanza di questo albergo ha qualcosa di tradizionalmente e molto dolcemente casalingo: il comò dai tre grandi cassettoni ondulati, sopra la cui vasta superficie troneggia un vaso zeppo di sgargianti fiori di plastica; accanto, un altro tavolino di legno in stile antico, alto, scheletrico, che sorregge un piccolo televisore di quelli di una volta, col tubo catodico; un divano letto ai cui piedi sta una cassapanca cubica di un insolito colore azzurro, che è poi anche la tinta dominante alle pareti…
Stranamente non si soffre troppo il caldo, anche senza aria condizionata, e questa volta il lettone, con le sue lenzuola linde, è proprio confortevole, sostenuto al punto giusto.

Su quello cacopedico, la scorsa notte, scomodo com’era, ho dormito pochissimo, e mi sono alzato presto, senza tuttavia accusare le due successive notti quasi insonni: miracoli di questa speciale vacanza…!
Colazione alle sette, prima non la servivano, ho scacciato dal mio animo la recriminazione di non poter sfuttare le ore più fresche di una giornata prevista molto afosa: prendiamola con calma, perché no?

E alle sette e venticinque è cominciata la mia seconda marcia di avvicinamento al percorso dell’antica Via Vandelli, che raggiungerò fra altri due giorni a Pavullo nel Frignano.

Avevo comprato la cartina dei sentieri anche di questa zona, in fase progettuale, ma avevo poi dovuto arrendermi all’evidenza: da Sasso Marconi a Pavullo bisogna camminare su strade asfaltate. Quella di oggi, in particolare, tendevo a considerarla un male necessario: molto lunga e poco attraente.
La sorpresa è stata dunque grande quando, dopo le prime ore di cammino, mi son ritrovato felice, a dubitare di poter replicare, per tutto il resto di questo mio viaggio, il senso di gioiosa scoperta e il puro piacere dell’escursionismo che stavo sperimentando…
Il merito è in parte del senso di confidenza nei miei mezzi acquisito ieri, dopo l’impegnativa prima tappa, ma soprattutto è di quel diabolico strumento chiamato Google Maps, che, accantonata l’inutile cartina dei sentieri, mi ha guidato nella definizione del tracciato.

In particolare, di una sua opzione: nel chiedergli di indicarti i percorsi ottimali fra due diverse località, gli si può dire: guarda che vado a piedi. Quello che allora estrae dal cilindro, ho scoperto oggi, può essere davvero magico e imprevedibile.

Non importa essere tassisti, a Bologna, per sapere che dalla Rotonda Biagi di Casalecchio si divaricano due strade, la Porrettana che segue il corso del fiume Reno a sinistra, e la Bazzanese, con le sue successive derivazioni, a destra. E che per svalicare da una all’altra bisogna passare per Mongardino.
Avevo in tasca un foglio, l’avevo preparato ieri sera trascrivendo la lista dettagliata di indicazioni stradali fornitami, appunto, da Google Maps, per andare a piedi da Sasso Marconi a Savigno, e seguendole ho scoperto che fra le due direttrici in questione c’è un mondo, e tante piccole strade quasi deserte che permettono di evitare quell’unico percorso abituale. Unico prezzo da pagare, dislivelli più ripidi e continui, in salita e in discesa.
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la bella p
È un prezzo che paga volentieri chi si sente in buone condizioni di allenamento, ma soprattutto è qui proprio per fare escursionismo, nella sua accezione letterale.
E così, percorrendo in salita e discesa misteriose strade chiamate via Castello, via Rasiglio, via Scopeto e altro ancora, ho solcato vaste zone di scarsa e interessante urbanizzazione, mentre quasi come un bambino mi sentivo pervaso da sensazioni felici.

il castello p

Tanto che a un certo punto ho provato il desiderio, istintivo e gratuito, di comunicare a qualcuno il mio stato d’animo. La scelta, fra le persone in grado di capirlo, è caduta su mio fratello, a cui ho mandato un breve sms gioioso, stemperato, per così dire, solo da una finale battuta scherzosa. Dopo pochi minuti la risposta, sulla stessa lunghezza d’onda.

Anche con il foglietto-vademecum, tuttavia, si può sbagliare strada, e invece dell’attesa deviazione per Via Ca’ di Fabiani, salendo ripidamente, mi son trovato presso l’entrata di un minuscolo cimitero, dopo di che la strada diventava sterrata, in discesa e, quel che è peggio, preceduta da una buchetta delle lettere privata.
Google Maps aiutami tu! Accendo il tablet e vengo a capo della mia deviazione errata. Meno di mezz’ora di percorso aggiuntivo, che comunque mi peserà nella parte finale, interminabile.

la gialla p

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Proprio là dove la rete di vie secondarie si butta, arrendendosi, sulla Fondovalle del Lavino, quella che porta a Tole’, compare, invitante, un chiosco di frutta e verdura molto ben fornito.
Senza esitazione vado a fare acquisti. La signora, particolarmente rispettosa, mi invita a osservare e scegliere con comodo. Decido per sei albicocche e altrettanti panciuti fichi color ruggine.
Le chiedo se posso fare una foto alla baracchina.
Accetta e si mette sorridendo in posa.

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Con molta spontaneità iniziamo a dialogare. Ha lo sguardo profondo, la faccia e le spalle appena un tantino larghe le conferiscono un senso di equilibrio e profondità.

Mi dice che sicuramente sono passato dalla loro azienda agricola, quell’inconfondibile casa gialla.
Mi parla della ricerca del silenzio, sfondando davvero una porta aperta. Mi racconta del recente innamoramento di suo figlio di otto anni per la montagna.
È un incontro bello e insolito, per comunanza di idee e di sentire. Cosicché alla fine mi viene spontaneo e gratuito dirle che mi farebbe piacere che leggesse il mio diario di bordo, basta avere un accesso su Facebook. Conferma di averlo, così le lascio il mio nome e cognome, che lei annota. E, nel salutarla, le chiedo anch’io come si chiama. Mi risponde, amichevolmente, col suo nome di battesimo.

Il bello e imprevisto incontro segna nettamente, come l’intervallo di una partita di calcio, l’inizio della seconda parte della lunga tappa di oggi.
A differenza di tutto il percorso fin qui, ora bisogna risalire, con pendio continuo e appena percettibile, una strada larga, percorsa da un traffico rapido, in una valle aperta e urbanizzata, quasi costantemente.
E l’afa ora picchia.
Cerco di prendere la situazione di petto, con un’andatura molto decisa, per abbattere in fretta i molti chilometri ancora rimanenti. Ad aiutarmi le ‘droghe pesanti’ appena comprate, che consumo quasi completamente, a passo di marcia.

Ancora due incontri, estemporanei.
Un giovane nero cammina in direzione opposta alla mia, trainando un carrello pieno, probabilmente, di tutti i suoi averi. Mi guarda un po’ sfuggente; sono io, nell’incrociarlo, a rivolgergli un sonoro “buongiorno!”
“Ciao” mi fa, abbandonando solo in parte la sua espressione diffidente.
Più avanti, vedo rallentare e arrestarsi una vettura che sta scendendo, sulla corsia più lontana rispetto a dove cammino.
È una giovane donna, mi chiede se voglio un passaggio.
Devo avere un aspetto piuttosto trafelato, perché sia disposta a invertire la marcia solo per aiutarmi.
Rimango un attimo spiazzato. “No, cammino volentieri!” le dico poi, riuscendo appena in tempo a ricambiare la sua generosità con un sorriso altrettanto gratuito.

La prevista deviazione a destra non arriva mai. Decido di fermarmi sotto una quercia, per tornare a consultare il mio assistente telematico.
Manca ancora più di un chilometro.
Le mie condizioni, e relativa baldanza, hanno ora un vistoso calo; procedo molto più cauto.
La deviazione è una strada in salita che porta dalla Valle del Lavino a quella del Samoggia.
L’affaticamento ormai vistoso non mi impedisce un passo lento ma cadenzato, che mi accompagna fino al valico.
In discesa sono sempre più stremato, ma riesco ugualmente ad apprezzare un panorama di un’ampiezza spettacolare.
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il palo p

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Passato finalmente il fiume mancano solo due chilometri a Savigno, ma è per me una via crucis che sembra non finire mai.
Il paese, in cui non sono mai stato, è un po’ defilato rispetto alla Fondovalle.
E per questo si presenta con un’atmosfera dolcemente quieta.
La stessa che ha cullato il tempo speso a riavermi dalle sette ore e un quarto di fatica, e poi a dedicarmi a questo lungo racconto.

Per tutto questo tempo, e ancora adesso che sono le dieci di sera, la colonna sonora non è stata di motori, ma di pensionati che combattono la noia, fuori dal bar della pensione, discorrendo pacatamente, ma ad alta voce, in dialetto.
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