Un Capodanno d’aria (prologo)

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Siamo fatti di fragili elementi, tenuti insieme da innata energia vitale e ciclici rituali.
E’ dal Capodanno 2010, dunque da sei anni che, in modi diversi e sempre un po’ magici, mi viene a trovare Christine; è ormai un appuntamento irrinunciabile, sicuramente per me; e mi piace pensare anche per lei, se è vero che non è mai mancata (a parte un anno in cui si manifestò molto amaramente tramite la sua assenza).
Anche lavorare col taxi per poche ore, fa parte del mio personale rito di fine anno; esordio in questa edizione per ‘Gheparda Giovanna Ezechiela’, brillante sostituta dell’indimenticata ma assai cagionevole Cavallona; e poi rincasare prima che si scateni l’insana, rumorosa e pericolosa euforia forzata e collettiva.

E’ anche piacevole, in quelle poche ore, scarrozzare per la città casuali sequenze di persone accomunate, in modi molto differenti, dall’aspettativa di attimi diversi e magari anche un po’ emozionanti, sindrome da ‘Sabato del villaggio’ per intenderci.
Un sabato del villaggio limpido: l’aria, miracolosamente tersa, restituisce le mille luci e le poche ombre con felice nitidezza, dopo l’oppressione di tanta umidità, foschia, nebbia a banchi e diffusa, da troppe sere in qua.
E intanto, in quelle corse che si succedono, va aumentando la mia ansia d’attesa per la nuova imponderabile ‘epifania’, cioè manifestazione, di Madame Christine, che lo scorso primo gennaio, cioè esattamente all’altro capo di quest’anno morente, mi riservò la dolcezza di una serata a tu per tu per strade e osterie bolognesi, e di un contatto fra due anime come mai fra di noi era avvenuto prima.

Che fai, dove sei, ormai è l’ora di chiudere bottega, e un lieve sgomento si fa strada in me sulla strada verso casa.
Qualche sms di auguri, di quelli veri, sul mio antidiluviano telefono Nokia, mentre il tablet in dotazione sul taxi continua a emettere segnali, di nuovi messaggi e commenti pubblicati su Facebook.
Pochi si sottraggono alla tentazione di scrivere frasi d’auguri, condite da immagini rubacchiate in rete o faccine sorridenti, nel desiderio di ricevere in risposta tanti riconoscenti attestati di simili auguri, e sentirsi un po’ più vivi, e partecipi, e solidali.
Qualcuno, nell’ambito del gruppo Facebook dei colleghi tassisti, lamenta il blocco dell’applicazione WhatsApp; la cosa mi riguarda ben poco, dato che i miei corrispondenti in quella modalità, appunto tramite il tablet, si contano sulle dita di una mano.

Ed è proprio per questo che, improvvisamente, rimango molto sorpreso da quel tipico fischio umano modulato elettronicamente, segnale appunto di un messaggio in arrivo.
All’uscita dalla rampa della tangenziale mi fermo appena possibile, con un lieve incremento delle pulsazioni cardiache, apro l’applicazione e leggo, in corrispondenza di un numero di telefono sconosciuto, preceduto da un’icona con i colori dell’arcobaleno:
“Ce l’abbiamo fatta anche questa volta, uff, le contact est restauré, sono intervenuta personalmente su un server in Argentina per sbloccare l’applicazione. Comment ça va?”
Digito un po’ furiosamente:
“Bene, mia cara, ero in pensiero, ma ora va meglio. Che intenzioni hai quest’anno, mia Signora di Baux?”
“Ecoute-moi, ascoltami bene. Ti farò un piccolo esame sui nostri incontri passati, sei pronto?”
“Ma certo, madame” rispondo, sperduto in quest’angolo desolato della prima campagna nell’ultima notte dell’anno.
“Ricordi che tempo faceva quando ti sono apparsa la prima volta, e sono entrata nel tuo taxi?”
“Come no, pioveva che Dio la mandava.”
“Bravo Francesco, dunque acqua, n’est-ce pas?”
“Acqua, certo.”
“E poi, l’anno seguente, ti rappelli, ti ricordi?”
“Dunque, sì, è stato l’anno di quel fantastico falò ai Giardini Margherita, e tu e io a danzare intorno al fuoco, era il Capodanno del 2011.”
“Très bien, le feu, il fuoco. E l’anno seguente?”
“Ricordo bene anche quello: mi lasciasti invano ad aspettare nello stesso prato, in una gelida e cupa notte in balia dei miei ricordi, finché non cedetti a un insano torpore.”
“Sdraiato sulla terra, n’est-ce pas? Dunque, acqua, fuoco, terra. Che cosa abbiamo lasciato in sospeso in tutti gli anni seguenti?”
“Facile, amica mia: l’aria. Manca un Capodanno d’aria.”
“Bravo, mon ami. Il 2016 sarà il nostro Capodanno d’aria, di un’aria fine e luminosa. Solamente una cosa devi dirmi: qual è il messaggio che vorresti mandare alla faccia del mondo?”
“Mah… Qualcosa come: ‘Siamo tutti dei poveri stronzi’ potrebbe andare?”
“Perfaitement, mon ami.”
“Ma quando ci vediamo, come?”
“Prima di quanto tu credi, attendimi! ”
“Va bene, ti aspetterò ancora un po’, come sempre, Christine.”

E’ passata da poco la mezzanotte, e mi chiedo con insistenza quando e come lei stia per riapparire, puntualmente, nella mia vita.
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Un mio bilancio del 2015

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Negli ultimi anni, gradualmente, ho preso l’abitudine di inviare a una nutrita lista di amici, antichi e recenti, insieme con i miei auguri natalizi, alcune mie considerazioni generali, in tema prevalentemente ecologico, corredate da qualche link a pagine internet significative.
Quest’anno ho deciso di dedicare a tali considerazioni il presente articolo sul mio blog, per linkarlo al messaggio augurale, ottenendo così diversi vantaggi: non costringere nessuno a leggerle, permetterne l’accessibilità all’intero universo della rete, e non pormi limiti negli approfondimenti.

Cercherò comunque di mantenere lo stesso tono confidenziale degli anni passati, che credo possa facilitare sia la mia stesura che la lettura.
E, per farlo, comincerò parlando del mio personale bilancio, come ospite fisso sulla giostra della nostra Terra, mentre termina un altro giro intorno al sole.
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Il bene più grande, quello della salute, mi ha accompagnato ancora, e ha forse segnato ulteriori progressi, insieme a quello della serenità di fondo, tanto che mi viene a volte da pensare di stare vivendo, in una fase della mia vita che comincia anagraficamente a intravedere l’età anziana, il periodo più sereno mai conosciuto prima.
Mi piace parlarne qui, soprattutto per estendere il discorso su come sia maturato questo prezioso frutto, e sugli insegnamenti che il cammino intrapreso mi ha offerto.
L’antica abitudine all’ascolto delle mie istanze più vere e profonde, ormai da qualche anno mi ha portato a privilegiare su tutto il resto la ricerca della calma, della capacità di una sana lentezza, e di livelli di riposo profondissimo e molto gratificante, che quasi sempre raggiungo dedicandovi molte ore ogni notte.
E’ peraltro una scelta di rinuncia, in netta opposizione al continuo condizionamento alla produttività e alla fretta tipico della nostra cultura occidentale.
Ho quasi smesso di scrivere su questo blog, a cui in anni non lontani dedicavo tante e tante ore; la pubblicazione del libro, nonostante mi abbia dato inattese soddisfazioni, non ha avuto altro seguito (il mio primo romanzo, iniziato sullo slancio dell’entusiasmo, è fermo a pagina trentuno da oltre due anni); una propensione alla scrittura di poesie, che sembrava risvegliarsi da tempi lontanissimi, si è pure arenata dopo due sole prove e mezza partorite quest’anno…
Men che meno ho avuto la spinta a dedicarmi a nuove attività stabili di vita associata, in campo politico o di volontariato o di altri interessi (come potrebbe essere quello per il canto corale o per il gioco degli scacchi), limitandomi a una certa assiduità quotidiana nell’assumere e diffondere informazioni via internet, grazie anche a quel vituperato ma potente strumento chiamato Facebook.
Insomma un cammino essenzialmente solitario e incentrato sulla qualità del vivere e sull’apprendimento (dettato, quest’ultimo, da una spontanea curiosità), a scapito anche della volontà di dare una risposta attiva agli allarmi, che pure continuano a giungermi forti e chiari, dai fronti ecologico e politico.
Questa, ne sono ben convinto, è la strada maestra della mia vita attuale; anzi, l’abitudine a rinunciare a situazioni più attive e socializzanti mi ha fornito un prezioso, nuovo convincimento sull’importanza di privilegiare la qualità sulla quantità.
Penso che, estremizzando il concetto, una sola parola, pronunciata al culmine di un lungo cammino di approfondimento e riappropriazione, possa avere una particolarissima ricchezza di contenuti, di echi, armonia, creatività, e infine un’incisività maggiore, rispetto ad anni spesi in ansioso, frenetico attivismo.
Ma tornerò su tale affascinante tema nelle considerazioni finali di questo scritto.

E’ ora di passare all’argomento più consueto del mio annuale messaggio… ‘urbi et orbi’: quello ecologico.
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Anche in questo campo, l’anno che volge al termine è stato veramente generoso nell’offrirmi sollecitazioni e acquisizioni concettuali, ahimè legate a un acuirsi dell’allarme.
Ho letto o ascoltato dal vivo almeno due personaggi autorevoli dichiararsi convinti dell’ineluttabilità di un vero e proprio collasso dell’umanità.
Uno è lo scrittore spagnolo Arturo Pérez-Reverte, capace di intelligente ironia ma convinto, aggiungerei piuttosto cinicamente, che la letteratura possa avere solo un ruolo consolatorio (vedi qui): “i libri non possono (più) cambiare il mondo, però servono come analgesici; non eliminano il dolore, ma aiutano a sostenerlo e permettono di resistere dalla retroguardia. Insomma, i libri non sono la soluzione, ma una consolazione.
L’altro è il padre della ‘Decrescita felice’, il filosofo Serge Latouche (vedi qui): “Quando ho iniziato a fare delle conferenze sulla decrescita pensavo che si dovesse cambiare strada prima del collasso, ma ora sono sempre più pessimista, penso che non lo eviteremo: dobbiamo prepararci al dopo collasso, e speriamo che il collasso non sia totale e ci sia la possibilità per l’umanità di avere un futuro, di inventare un nuovo futuro.

E’ stato, e lo dico appena di sfuggita, l’anno dell’enciclica “Laudato si'”.
Ma anche del convegno parigino ‘COP21’: nel blog di Beppe Grillo è stato definito, con abbondanti motivazioni, ‘il grande imbroglio’ (vedi qui).
Da parte mia penso che questi due eventi, sia pure così diversi fra loro, abbiano avuto il grande merito di portare un po’ di attenzione del mondo sul tema che dovrebbe essere il più dibattuto dalla nostra generazione: quello della sopravvivenza della nostra stessa specie.

Ma per me, soprattutto, è stato l’anno di due importanti incontri, capaci più di ogni altra cosa di modificare la mia conoscenza e coscienza sull’allarme ambientale.
Ho avuto la fortuna di assistere alla proiezione del film di denuncia ‘Cowspiracy’, e successivo dibattito, durante la settimana di tournée alla presenza di uno dei due registi, Kip Andersen.
La tesi del film, suffragata da una quantità di dati, tabelle e grafici da fonti attendibili, è che il vero flagello per l’ambiente, in termini di sconvolgimento climatico, fame e sete nel mondo e distruzione della biodiversità, è la diffusione sconsiderata degli allevamenti, insieme alla depredazione degli oceani. Soltanto una conversione globale a un regime di alimentazione prevalentemente vegana permetterebbe un’immediato sollievo, e un’oggettiva possibilità di soluzione all’apparente corsa verso la nostra autodistruzione. Il film denuncia le principali organizzazioni ambientaliste, fra cui anche Greenpeace, di gravi omissioni in questa fondamentale campagna d’opinione, a causa dei condizionamenti da parte delle lobby mondiali degli allevatori e della pesca su scala industriale.
Nella versione sottotitolata in italiano, il film continua ad apparire e scomparire su Youtube, incontrando regolarmente il blocco da parte della casa di produzione (a cui fa capo anche, come produttore esecutivo, il benemerito Leonardo Di Caprio). Chi volesse visionarlo, e attualmente non lo trovasse su Youtube, può scaricarlo o richiederne il dvd, a prezzi molto accessibili, sul sito del film (vedi qui); è inoltre a disposizione sulla piattaforma televisiva Netflix.
Prima di citare il secondo grande incontro, vorrei aggiungere che la mia esperienza, ormai di alcuni anni, di dieta prevalentemente vegana, necessariamente accompagnata da una continua attività di informazione alimentare e personalizzazione, lungi dall’essere un austero sacrificio, si è rivelata innanzi tutto prodigiosa per le condizioni generali di salute, ma anche, sembra paradossale, l’inizio di una nuova passione per i piaceri della tavola, che evidentemente sono incentivati da un regime molto più vicino alle richieste naturali del nostro organismo.

E vengo al mio secondo incontro in campo ecologico.

Sapendo che il mio amico Massimo (che qualcuno ricorderà mio compagno di cammino la scorsa estate) era fra i principali organizzatori di un convegno di due giorni a Camaiore, nella sua Versilia, l’iscrizione mi è sembrata irrinunciabile, sapendo fra l’altro di poter contare sulla sua ospitalità.
Si è trattato di un incontro con le tematiche, e relativi rappresentanti, del movimento internazionale delle Città in Transizione (Transition Towns) di cui ero già a conoscenza (vedi qui). Lo scopo del gioco è dare vita, grazie a una sorta di certificazione, a piccole o grandi comunità locali, intenzionate a darsi pratiche e strumenti condivisi che ne aumentino la ‘resilienza’, cioè la capacità di adattarsi al mutare anche traumatico del contesto generale, che l’esaurirsi delle fonti di energia fossili lascia facilmente prevedere.
Sono andato al convegno con una buona dose di scetticismo, prevedendo di dover ascoltare cose lette e rilette, e che, nella loro molteplicità, non recepiscono l’appello chiaro e univoco degli autori di ‘Cowspiracy’, a concentrare gli sforzi sul problema dominante, cioè la produzione e il consumo sostenibile, dunque vegetale, del cibo. Ero anzi orientato a stare sulla difensiva, per minimizzare il mio coinvolgimento in tavoli di lavoro e promesse di impegno futuro.
E’ andata molto diversamente: lo spirito tangibilmente sincero e positivo impresso all’incontro mi ha ben presto conquistato. E mi sono ritrovato, cosa rara per la mia timidezza, a dire la mia con disinvoltura in alcuni dei sottogruppi in cui, di volta in volta, i circa settanta partecipanti venivano smistati e coinvolti, con moderne tecniche di socializzazione; e ad ascoltare con grande interesse gli interventi degli ospiti a ranghi riuniti.
Gli argomenti trattati sono stati moltissimi, ma le eredità più immediate sono state per me la conoscenza della società Retenergie, in cui ho poi investito un po’ di risparmi; quella dei relativi cugini di E’ nostra, che sta diventando ora il mio fornitore di energia elettrica invece dell’ENEL; e infine, e soprattutto, l’acquisizione su basi scientifiche del quadro della situazione mondiale delle risorse, illustrato da Jacopo Simonetta (che ha sostituito all’ultimo momento Ugo Bardi).
Con grande chiarezza e in pochi minuti, sono state illustrate molte realtà che ignoravo, e la cui conoscenza ritengo indispensabile per chi abbia una sana curiosità e voglia vivere responsabilmente il nostro tempo.
La breve conferenza è stata ripresa e caricata in rete; chi vuole condividere questa mia ricchissima esperienza, può dunque farlo, posizionandosi dal minuto 15’25” in poi su questo filmato.
Se poi qualcuno è schiavo della fretta di cui parlavo all’inizio, linko qui le schede che hanno illustrato l’intervento. Una in particolare, di quelle schede, mi è rimasta impressa come massima sintesi di quello che ho appreso in quei due giorni. E’ questa:

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Senza le opportune premesse risulta oscura, ma la cosa importante è quella linea rossa, che indica la quantità di energia a disposizione pro-capite nel tempo, ed è destinata a precipitare (!) nei prossimi due decenni.
Difficile immaginare gli sconvolgimenti sociali, politici e di stile di vita di un evento del genere, quando, prima ancora che il cambiamento climatico porti le sue conseguenze più drammatiche, ci verranno a mancare gran parte dei prodotti che siamo abituati e spinti a consumare, e, fra questi, anche quelli alimentari.
Un blog molto aggiornato su questa e simili tematiche è quello di Ugo Bardi (con frequenti interventi dello stesso Simonetta) che si può trovare cliccando qui.

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Prima di passare all’ultimo macro-argomento, mi piace segnalare come il film ‘Cowspiracy’ sia stato proprio ieri l’oggetto di una proiezione pubblica, destinata ai partecipanti del convegno ‘Verso la Transazione’ di cui ho appena parlato, chiudendo in qualche modo quel cerchio che mi sembrava restare aperto all’inizio della mia partecipazione.
Ma altre due proiezioni sono state effettuate, sempre in questi giorni e su iniziativa del Movimento 5 Stelle, presso il Parlamento europeo e quello italiano.
E questo mi sembra un ottimo spunto per passare, esauriti i temi delle mie condizioni personali e dell’ecologia, a quello della situazione geo-politica.
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Che è anche l’argomento più ostico: è ipotizzabile che la complessità del nostro presente, a cui in fondo non è difficile far risalire la crisi planetaria delle risorse, non abbia eguali nella storia.
Ma comincerò dedicando qualche parola alla situazione nazionale, che è un tantino più semplice.
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Siamo una provincia di due imperi, strettamente connessi fra loro: quello militare americano, ovvero la NATO, per il quale rappresentiamo da sempre un’importante base strategica per la nostra posizione geografica; e quello finanziario globale, che, a differenza del primo, ha uno dei suoi stati maggiori nel cuore dell’Europa.
Il governo attuale, così come, con modalità diverse, tutti i precedenti, è piegato alla volontà di questi due imperi.
E si distingue per un inedito e violento attacco alle conquiste sociali avvenute nel secolo scorso (quando, guarda caso, le risorse del pianeta sembravano infinite), una dittatura mediatica che fa impallidire quella di Silvio Berlusconi, e un accentramento progressivo del potere, tramite un altrettanto inaudito attacco a quella Costituzione, frutto, nell’immediato dopoguerra, del lavoro appassionato di alcuni nostri grandi patrioti, verso cui forse non siamo stati abbastanza riconoscenti.
L’elettorato, come sappiamo, è diviso in tre grandi blocchi: quello renziano, pigramente seduto sui messaggi dei media di regime (e su una sedicente quanto rinnegata tradizione di sinistra); una destra chiusa al progresso, ottusa, xenofoba; il Movimento 5 Stelle.
Poi ci sono, certo, anche sussulti dell’ennesima rifondazione della sinistra più nobile, ma non sembrano avere peso elettorale.
Chi mi conosce, e chi ha seguito questo blog, sa che da tanti anni sono un convinto sostenitore dapprima di Beppe Grillo, poi del movimento da lui e Gianroberto Casaleggio ideato.
Durante quest’anno, grazie alle capacità comunicative dei giovani bravissimi pentastellati finalmente manifestate in tivù, i loro consensi sono andati progressivamente aumentando, rendendo sempre più incerto l’esito di eventuali elezioni politiche.
Dato che, a differenza di molti attivisti e sostenitori, non sono un tifoso che ha perso la capacità di critica, riconosco alcuni difetti sostanziali al Movimento, in particolare l’attitudine al pensiero aziendalista di un manager come Casaleggio, che tende a valorizzare persone del tutto ligie a una sorta di pensiero unico (ce ne sono comunque tanti di enorme valore) e invece ad attaccare, emarginare e anche epurare violentemente, altri esponenti dalla personalità troppo autonoma.
Lungo sarebbe anche il discorso sull’effettiva validità di quel modello di democrazia diretta su base telematica, auspicata e occasionalmente esercitata, e piuttosto pericolosa, come sostiene anche mio fratello Davide nell’ambito di un articolato saggio sulla democrazia (vedi qui).
Resta il fatto che abbiamo la fortuna di una decisiva forza politica attenta ai temi della sovranità (militare, economica, industriale e alimentare), della solidarietà, degli allarmi relativi all’ambiente e alle risorse, tutti temi tanto fondamentali quanto colpevolmente trascurati dalle altre compagini. E poi sono onesti, appassionati, e interessati essenzialmente al bene comune, a differenza di quasi tutti gli altri.
Un’ultima aggiunta, per chiudere un altro cerchio: al convegno di Camaiore ‘Verso la Transizione’ era presente, e l’ho potuto conoscere di persona, il deputato 5 Stelle Mirko Busto, che fra l’altro è poi andato a Parigi in occasione del COP21.
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Non mi resta ora che tentare qualche considerazione sul difficile quadro internazionale.
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La nostra attenzione, ai due capi dell’anno che sta finendo, è stata monopolizzata dagli attentati parigini, Charlie Hebdo e Bataclan.
Gli organizzatori dei due eventi, sulla scia di una tradizione ormai consolidata dall’11 settembre 2001 in poi, sono riusciti perfettamente nel loro intento che, ben lontano dalle conclamate rivendicazioni religiose o politiche, non era altro che destare un’ondata generalizzata di emozione, quella che, come ho già scritto su questo blog, non sono in grado di produrre invece altre tragedie molto più cruente e quotidiane, a causa del disinteresse di comodo dei media.
In entrambi i casi, alcune voci libere che si possono ascoltare in rete, hanno messo in dubbio, secondo me in maniera convincente, i protagonisti, la dinamica stessa e l’effettivo tributo di sangue dei due eventi, sostenendo la tesi del cosiddetto ‘false flag’, cioè di messe in scena da parte di organizzazioni vicine ai servizi segreti e capaci di controllare i canali informativi.
A questa tesi dedicai già un articolo qualche tempo dopo Charlie Hebdo (vedi qui), mentre, per quanto riguarda i fatti parigini più recenti, segnalo ora questo breve video a firma Tommix (vedi qui) e, soprattutto, questo lungo dibattito fra il web-reporter Salvo Mandarà e due ‘esperti’ in materia: Angelo Terra e Rosario Marcianò (vedi qui).

Siamo soggetti a continue informazioni parziali e deviate, e a suggestioni collettive, in un’epoca in cui la comunicazione è diventata strumento di invasione delle nostre coscienze da parte di chi ne ha il potere.
Al di là dei condizionamenti, allora, quale può essere la fotografia della situazione geo-strategica mondiale?
Credo che una buona chiave di lettura ci possa giungere da Giulietto Chiesa, grazie alla competenza da lui maturata in tanti anni di attività giornalistica internazionale, nonché alla sua familiarità con un luogo dall’altra parte della barricata, la Russia di Vladimir Putin.
Secondo Chiesa, gli attori principali sulla scena sono gli Stati Uniti, Israele, la stessa Russia e la Cina.
Gli Stati Uniti sono attualmente la principale potenza militare, e stanno attuando una politica di espansione calcolata e aggressiva, dovuta sia alla necessità di prorogare il collasso della loro società opulenta retta ormai sul nulla, cioè sull’emissione di una stratosferica quantità di denaro, sia al profilarsi di uno scontro all’ultimo sangue per il controllo delle risorse mondiali (che come sappiamo stanno precipitosamente esaurendosi) contro l’unica potenza emergente che, nel giro di alcuni anni, sarà capace di contrastarli, cioè la Cina.
Gli americani starebbero cercando di forzare i tempi per assumere vantaggi strategici prima che i cinesi siano pronti a tale scontro finale.
Al loro fianco, sia pur tenuto parzialmente a bada da Barack Obama (nonostante l’influenza degli ebrei americani) c’è Israele, di quel criminale di Benjamin Netanyahu, e della popolazione che continua a eleggere governi sanguinari e violenti come il suo: alla stregua degli Stati Uniti, Israele ha una politica imperialista, che persegue il progetto della ‘Grande Israele’ sulla spinta anche della tradizione religiosa del popolo eletto da Dio. L’oppressione sistematica e straziante dei palestinesi è solo un ponte di passaggio verso la conquista di altri territori (vedi qui).

Nel piano di colonizzazione americano si è inframezzato tuttavia un terzo incomodo, la Russia di Putin, l’unico grande statista degli ultimi tempi, che ha sparigliato quel piano con la sua strategia, dapprima nei territori russofoni dell’Ucraina, poi ora in Siria grazie all’unico reale efficace attacco al Califfato (dietro cui si nascondono sporchi interessi occidentali, per l’appunto smascherati da tale attacco), e con la dimostrazione di un livello di tecnologia militare avanzatissimo.
Ma anche con la capacità di misurare attentamente le reazioni alle provocazioni, come nel caso dell’attentato all’aereo malaysiano MH17 al confine fra Russia e Ucraina, e ora all’abbattimento del proprio bombardiere da parte della Turchia.

Una buona e avvincente campionatura del pensiero di Giulietto Chiesa, che ho in qualche modo qui riportato, si trova in questa intervista, ad opera ancora una volta di Salvo Mandarà (vedi qui).

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Da molti anni, lo stesso Chiesa sostiene l’esistenza di una ‘cupola’ a livello mondiale, una sorta di club dei superpotenti, poche decine di persone, capaci di indirizzare e decidere le sorti dell’umanità intera.
L’idea è suggestiva, ma puramente (e un po’ oniricamente) teorica; pochissimi giorni fa ho invece avuto modo di ascoltare l’intervista fatta da Claudio Messora a un altro personaggio, che, grazie alla sua esperienza all’interno della massoneria, ci offre valide tracce di conoscenza di una rete di associazioni sovranazionali, per l’appunto massoniche, che potrebbe a mio parere incarnare a sufficienza quella specie di plancia di controllo e di comando planetaria.
Sto parlando di Gioele Magaldi (definito ‘Gran Maestro del Grande Oriente Democratico’) che, in quell’avvincente filmato (vedi qui l’intervista e qui la sua biografia), rivendica un ruolo libertario e progressista avuto storicamente da tale movimento iniziatico, e la sua attuale deriva aristocratica e liberticida.

Tornando un attimo dalle nostre parti, già diversi anni fa in questo stesso blog (articolo pubblicato il 7 settembre 2012, vedi qui), ipotizzavo l’influenza su Gianroberto Casaleggio, ma anche su Beppe Grillo e Marco Travaglio, di una diramazione massonica per così dire ‘buona’, cioè responsabile e autenticamente progressista.
Dopo aver ascoltato l’intervista a Magaldi, credo di aver avuto ora più di una conferma nell’identificare in quest’uomo il tramite di tale posizione di pensiero.
Alcune parole d’ordine del programma a 5 Stelle sono riprese alla lettera; non solo, ma il blog di zio Beppe ospitò nella pagina principale un’altra intervista allo stesso, nell’ambito del ‘Passaparola’ del lunedì (vedi qui); e infine, leggo nella sua biografia: ‘Nei primi anni ‘2000 opera come imprenditore e manager nel campo dell’editoria e dell’information technology, presiedendo i consigli di amministrazione di alcune società del settore’, cosa che rende quanto mai probabile una sua frequentazione (e magari l’iniziazione…), fin da quei tempi, del suo collega Gianroberto.
Mi fermo qui, la digressione è stata fin troppo lunga, e comunque, a livello nazionale, non cambia molto il quadro generale, anzi, sia pure con tutte le perplessità del caso, ho l’impressione che lo arricchisca positivamente.
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E’ l’ora, per i pochi che hanno avuto la pazienza di seguirmi fin qui, di giungere a qualche conclusione di questo mio bilancio generale del 2015.
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La calma olimpica e serena che ho descritto come obiettivo del mio cammino, e resa sostanzialmente più vicina durante quest’anno, sembra contrastare profondamente con il quadro catastrofico, che l’evolversi della situazione mondiale dipinge più che mai, sia in campo ambientale che geo-politico, a chi ha gli strumenti per osservarlo.
Mi si potrebbe accusare di cinismo, di un rinchiudermi egoistico nella classica torre d’avorio, ma non credo che le cose stiano così.
Sicuramente gran parte di quelle mie piccole o grandi conquiste personali derivano dall’aver assecondato la mia specifica e più autentica spinta vocazionale; ed è come avvertire una risposta positiva del mio organismo, simile al senso di sazietà dopo un buon pranzo o di benessere dopo un’ora di corsa podistica.
Ma penso che affrontare con serenità e gioia di vivere un presente così inquietante sia possibile anche in considerazione di un altro fatto, connaturato con il nostro essere uomini: la grande possibilità che ci è data di intervenire positivamente nella compagine sociale, possibilità che va molto al di là delle nostre intenzioni, rendendoci dunque potenzialmente capaci di imprimere svolte di indirizzo collettivo impensabili.
Il paragone che vede ciascuno di noi come piccolo componente di un unico organismo vivente non rende affatto questa idea: sapere di essere il frammento di un’unghia non mi permette di pensare di poter influire sulla salute generale dell’organismo stesso.
C’è un’altra immagine, che invece mi piace evocare: quella di una rete di stazioni rice-trasmittenti.
Ognuno di noi può migliorare la qualità, sia dei segnali ricevuti, eliminando i rumori di fondo e orientandosi verso le fonti più sostanziose (in termini di conoscenza ma anche più genericamente di energia vitale), sia, allo stesso modo, dei segnali trasmessi. Una sana ecologia a livello dell’intelletto, ma anche e soprattutto della salute psico-fisica, credo possa farci progredire enormemente nella nostra innata propensione a comunicare, cioè a trasmettere: concetti, dati, ma anche sensazioni, vibrazioni interiori, energia positiva e creativa. Ne risulterà modificato e arricchito non solo il contesto umano della nostra vita quotidiana (e direi che questa sia un’esperienza comune), ma ritengo anche, per fenomeni di consonanza di cui ci sfugge la modalità scientifica, qualche parte dell’intera collettività presente nel mondo, …e non mi spingo qui a ipotizzare addirittura un superamento dei limiti temporali, come la fisica quantistica sembrerebbe indicarci.

Se è vero questo, l’avventura del nostro vivere si tinge di colori ancora più intensi, e la speranza non sembra poi una virtù così peregrina.
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L’immagine iniziale è tratta da comune.pontassieve.fi.it/opencms/opencms/Contenuti/Categoria_primaria/comunicati/2015/aprile/Evento_13417.html

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Per sorridere

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In attesa del mio annuale …”messaggio urbi et orbi” (che per la prima volta renderò pubblico qui sul blog) alleggerisco un po’ i toni, trascrivendo l’ultimo articolo che ho appena inviato alla Co.Ta.Bo. per la rivista sociale, nella mia rubrica “Racconti notturni”.

I tre diversamente alti

Gli succedeva spesso, di cominciare la sua notte di lavoro inquieto e col presentimento di qualche fastidio, quando, alle diciannove in punto, Precisino accendeva il tassametro, il tablet e il motore della sua Toyota.
In effetti il suo maniacale e  intransigente amore per la legalità e le regole (dote invero poco diffusa a livello nazionale…) lo portavano di frequente a vivere episodi sgradevoli, oltre al consueto accumulo di piccole rabbie e frustrazioni nel vedere disattese, per le strade della città, le regole più elementari per una vita collettiva ordinata e sicura.
In quella incipiente notte ventosa di inizio febbraio, mentre si dirigeva verso il centro, Precisino ricevette la prima chiamata.
‘Otto minuti’: di rado indicava meno, prudenzialmente, certo, ma anche perché, evitando inversioni di marcia non consentite, sorpassi azzardati e strappi di velocità per superare le trappole semaforiche, davvero l’avvicinamento all’indirizzo degli utenti era ogni volta una piccola grande impresa.
Ad attenderlo c’era uno strano trio di persone.
Svettava fin da lontano la mole rotonda di un ragazzotto obeso rinchiuso nel suo cappottone, accanto al quale si profilava l’inconfondibile fisionomia di un uomo affetto da nanismo e, quasi nascosta dai due, la figurina esile e ricurva di una donna molto anziana con una borsa al braccio e, nell’altro, un bastone che la sosteneva.
Precisino accostò. Il primo a entrare fu il nano, che spavaldamente aprì la portiera anteriore e si accomodò accanto a lui, mentre dietro prendevano posto gli altri due.
Con tangibile imbarazzo, il nostro collega, dopo aver salutato i suoi nuovi ospiti, si rivolse a lui:
“Le chiedo scusa, ma dovrebbe sedersi dietro anche lei.”
“E perchè?”
“Il codice della strada prevede che davanti possa sedersi solo una persona adult… ehm, di una certa statura, per ragioni di sicurezza.”
“Ma la cintura la metto, io!”
“No, la cintura non c’entra, la regola è proprio quella.”
Con un’espressione molto contrariata, l’uomo uscì e rientrò dalla porta posteriore, facendo spostare il piccolo Ciccio-Bomba al centro e ripiegare in corner la vecchina col bastone; appena seduto, si allacciò molto teatralmente la cintura di sicurezza, invitando gli altri a fare la stessa cosa: “Il nostro autista è ligio alle regole!” aggiunse sprezzante.
Il bambino rapido obbedì, mentre l’anziana signora, evidentemente piuttosto sorda, rimaneva impassibile.
Precisino osservò la situazione, ripassò mentalmente le regole e poi, con le mani che cominciavano a gelarsi per il fastidio e il disagio, riprese la parola, rivolgendosi agli altri due.
“Devo chiedervi quanto siete alti.”
Il Ciccio, molto orgogliosamente, rispose: “Uno e quarantanove, mi hanno misurato ieri in palestra!”
“E lei signora?”
“Come dice?” esalò lei con un filo di voce.
“Vuole sapere quanto sei alta!” gli chiesero sonoramente in coro gli altri due.
“Mah, sarò un metro e cinquanta.”
“Ce l’ha la carta d’identità, signora?”
“Cosa, l’indennità?”
“La carta d’identità, il documento!” tuonarono gli altri due, sfogando sulla poveretta il disagio che, sempre più, riempiva l’abitacolo di quell’auto bianca dalle luci d’emergenza accese.
La vecchina cominciò a scartabellare nella borsa, ma solo con l’aiuto del ragazzo riuscì a smistare il documento fra mille altre tessere, santini, scontrini e foglietti vari.
“Eccola!” e la porse al tassista, che accese la luce interna e, avendo temuto il peggio, emise un sospiro di sollievo: “Sì, c’è scritto proprio uno e cinquanta.”
“Bene. Possiamo andare adesso?” chiese impaziente il nano.
“No signori, dovreste togliervi la cintura di sicurezza e cambiare di posto.”
“Cosa?” sbottò l’altro.
“Lei può restare dov’è: sono la signora e il ragazzo che dovrebbero invertirsi: lui di lato e lei nel mezzo.”
“Esci, nonna!” fece Ciccio, senza trattenere un’espressione divertita.
“Cosa?”
“Devi uscire, devi sederti qui in mezzo!”
“E perché?”
“Boh, l’ha detto il tassista.”
Precisino fu costretto a scendere, precedendo il piccolo mangiatore di hamburger nell’aiutare la vecchietta ad aprire la portiera.
Quando finalmente si furono risistemati tutti quanti, simile a un giocatore sulla scacchiera, osservò la nuova situazione.
“Si parte ora? Guardi che non abbiamo intenzione di passare la serata qui, col tassametro che va.”
“No, è fermo, non vede? Lo sbloccherò quando partiamo.”
“E allora partiamo!” esclamò bestemmiando.
“No, un momento ancora. La signora dovrebbe allacciarsi la cintura, mentre voi dovreste slacciarla.”
“Cosa c’è?” sospirò la vecchietta, che era sorda ma capiva che la situazione stava degenerando.
Dopo una variante della precedente bestemmia, il nano infuriato disse:
“Ha finito di prenderci per il…? E quale sarebbe la ragione di questo teatrino?”
Aggrappandosi alla sua unica sicurezza, quella del codice della strada di cui era un perfetto conoscitore, il malcapitato nostro collega provò a spiegare:
“I taxi sono esentati dall’obbligo dei seggiolini speciali di ritenzione per i bamb… ehm per le persone di statura inferiore al metro e cinquanta, che non devono allacciarsi la cintura, ma devono essere sorvegliati da un adult… ehm da una persona di statura superiore al metro e cinquanta; quest’ultimo è tenuto ad allacciare la cintura.”
“Dunque io e il ragazzo dovremmo farci sorvegliare dalla nonna, cinturata e col bastone? Ah ah ah! Venite, prendiamo un altro taxi che per oggi mi sono divertito abbastanza!” e platealmente aprì la portiera e uscì.
A volte sarebbe meglio stare zitti e prenderla persa, ma quando si è precisini non si rinuncia mai ad andare fino in fondo:
“Guardate che mi dovete pagare l’avvicinamento” disse con voce ferma e impersonale il poveretto, mentre anche gli altri due uscivano.
“Cosa vuole?” tuonò il nano da fuori.
“Dice che vuole essere pagato” sentenziò Ciccio-Bomba.
Il nostro tassista vide il nano gonfiarsi come un pallone per la rabbia, poi la sua fortuna volle che un atro taxi, libero, rallentasse proprio davanti a loro. Il nano gli fece subito un imperioso segno di fermarsi e di farli salire.
“Tutto bene?” chiese il collega.
“Tutto bene, vai pure” rispose.
E osservò, disgustato ma anche un po’ sollevato, i tre che entravano, uno davanti e due dietro, e l’altro tassista che, senza batter ciglio, ripartiva veloce.
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Immagine da: it.dreamstime.com/photos-images/uomo-nano.html#details8645585

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