Dal Savena all’Arno – Quarto capitolo

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La sfida (terza tappa)
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La camera è graziosa, molto più in stile vacanze di montagna di quella dove ho scontato gli arresti domiciliari, …ma soprattutto è fresca!
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Dopo la sistemazione, la doccia e la pubblicazione del resoconto su Facebook (che ancora una volta otterrà un interesse straordinario), decido di uscire per una passeggiata in paese. Il sole, obbediente infine alle previsioni, ora si è imposto nel cielo; l’atmosfera è dolce e luminosa.

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Dopo un primo breve vagabondare, trovo senza difficoltà la via contrassegnata con le indicazioni del CAI, che dovrò imboccare domattina; la percorro in salita, a passo tranquillo, solo qualche decina di metri.

Quando, pochi minuti dopo le sette, scendo per la cena in sala da pranzo, la trovo già quasi piena: coppie e gruppetti di anziani in vacanza, ma pure alcuni giovani.
Nel buffet, una scelta non molto ricca di verdure, crude e cotte; il menu della pensione prevede minestrina in brodo o pasta al pomodoro, e come secondo le crescentine con i classici affettati, stracchino e sottaceti.
La giovane cameriera tuttavia mi elenca una succulenta serie di primi; ordino i tortelloni burro e salvia. Poi, preso dai dubbi per questo trattamento speciale, la richiamo, avvertendola che avevo concordato la mezza pensione.
“Attenda che la faccio parlare con la signora.”
Arriva invece un tipo grosso, dalla voce sonora e molto rassicurante: “Può mangiare tutto quello che vuole: voi camminatori ne avete bisogno!”

Dopo cena rileggo attentamente sulla guida la descrizione del percorso della nuova tappa. Per una lunga parte intermedia ho annotato ‘segnaletica scarsa o mancante’, come suggeritomi da un sito internet: domani, dunque, mi metterò alla prova veramente, per la prima volta.
Come ebbi modo di raccontare, il mio entusiasmo per questo progetto si era infranto quasi regolarmente in reazioni di preoccupata diffidenza presso le amiche e gli amici a cui avevo cercato di manifestarlo.
“Ma vai da solo? E se ti fai male…”
“Ce l’hai l’applicazione del GPS, se ti dovessi perdere?”
“Non hai paura dei cani randagi?”
“Attento alle zecche!”
“Mi hanno detto che sulla Via degli Dei si perde un sacco di gente!”

Per quanto abbastanza avvezzo a passate escursioni di vari giorni, anche da solo, tutti quegli allarmi non mi hanno lasciato indifferente, ma cerco di affrontare la sfida in modo positivo, semplicemente appellandomi all’attenzione e alla prudenza.

La notte di sonno non è, come avevo sperato, del tutto ristoratrice; evidentemente i lupini stanno organizzando la guerra nella mia pancia, e, con essi, stanno congiurando le molte crescentine fritte che ho mangiato (con il solo stracchino).
Colazione un po’ migliore della precedente, zaino pronto, vado a regolare i conti.
La signora, sempre molto sorridente e garbata, mi chiede una cifra più che ragionevole, intascata la quale, senza batter ciglio, non mi rilascia nessuna ricevuta.
Decido senza remore di soprassedere, non mi sento investito del ruolo di esattore fiscale e moralizzatore puntiglioso; l’avrei fatto certamente se il servizio non fosse stato buono.

Esco nella bellissima mattina di sole con gli scarponi ancora chiusi nello zaino, li indosserò fuori dal paese appena ce ne sarà bisogno.
Un sentiero in salita sulla destra si stacca presto dalla strada, segnalato molto chiaramente con le indicazioni della ‘BO-FI’ e del sentiero numero diciannove, che dovrò percorrere fino al Passo della Futa. Ma preferisco procedere sulla strada, dando fiducia alla mia guida che consiglia di proseguire per una deviazione molto più panoramica.
Dopo un ulteriore tratto in salita sull’asfalto, in corrispondenza di una silenziosa piccola borgata, bisogna imboccare una stretta mulattiera. Indosso finalmente gli scarponi e mi inerpico su per quello che si rivela presto un sentiero poco battuto.
Frasche e rovi spinosi rendono sempre più difficile avanzare; provo ad aggirare un passaggio del tutto infestato, ma senza successo, finché non mi resta che rinunciare.
Non mi va di tornare quasi alla base, perdendo tutta la quota già guadagnata, e decido di proseguire in salita oltre la borgata, nella direzione che presumibilmente incrocerà il tracciato segnalato.
Dal cortile dell’ultima casa, là dove l’asfalto lascia il posto a un largo sentiero sterrato, un paio di cagnetti mi abbaiano contro chiassosamente, e poi me ne ritrovo uno alle calcagna. Mi chino con fare amichevole, questo mi si avvicina curioso e mi annusa una mano: amicizia fatta; poi riprende coscienziosamente ad abbaiare, a lungo, senza impedirmi di procedere.
Quando giungo a un bivio con una stradina più comoda, sempre in salita nel bosco, provo a imboccarla e, dopo poco, scorgo con grande soddisfazione i segnali bianco rossi del sentiero diciannove del CAI.
Per un bel po’ mi lascio guidare dalle indicazioni, che si sono rivelate più affidabili della mia guida, evidentemente già superata.
Una chiara deviazione invita a percorrere il breve tratto di un’antica strada romana, camminando sopra ai relativi blocchi di pietra. Cerco di ritrovare con l’immaginazione, nella voragine del tempo, chi abbia posato quei lastroni, tanti secoli fa.

Superata la prima sommità (‘Monte dei Cucchi’), l’itinerario rivela una grandissima varietà paesaggistica: ai tratti di bosco si alternano radure, ampie zone prative, piccoli insediamenti e antichi borghi semiabbandonati, scorci panoramici sulle valli, ai confini fra Emilia e Toscana. Sarà senza dubbio la tappa più spettacolare, per di più nella giornata più luminosa e fresca della mia traversata.

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Annunciato correttamente dalla guida tascabile, ecco un cancello, con un cartello che invita a richiuderlo dopo il passaggio. Alla destra del cancello, al di là di un piccolo terrapieno che impedisce la visuale, sento delle voci femminili.
Quando supero il passaggio obbligato le scorgo; sono due escursioniste straniere sedute sul prato per mangiare qualcosa; fra di loro parlano in tedesco, ma rispondono in italiano al mio “Buongiorno!”

Il sentiero prosegue comodamente per ampi prati contornati dal bosco, fino a un oblungo edificio rurale in pietra, superato il quale si biforca almeno un paio di volte, senza l’aiuto di indicazioni per la scelta. Proseguo guardingo, leggo e rileggo la descrizione estremamente dettagliata della guida, e poco dopo ritrovo il segnavia numero diciannove bello evidente su un albero. Evviva, anche questa difficoltà è superata.

Più avanti, fermi sul tracciato, un uomo e una donna (più vicini ai settanta che ai sessanta), stanno consultando la loro cartina.
Quando li raggiungo mi dimostrano tutta la loro perplessità.
“Fate anche voi la Bologna-Firenze?”
“Sì, ma non sappiamo se il sentiero è giusto.”
“Sì sì, credo di sì, c’erano diversi bivii, ma poi ho visto il segnale.”
“Ah meno male, meglio così. Non è segnalato bene, stasera lo comunicheremo al nostro coach a Milano.”
“Siete anche voi al campeggio a Monte di Fò?”
“Sì, ma se non arriviamo non dia l’allarme!”
“Vuol dire che avete deciso di cambiare vita…”
Mi sorridono, poi mi fanno passare, optando per una sosta.

Ancora i paesaggi si susseguono senza respiro, mentre affronto e supero la salita fino al punto più alto dell’intera traversata, i milleduecento metri della vetta delle Banditacce.
I tempi indicati dalla guida, che danno un totale complessivo di sette ore e mezza per la tappa, si mostrano, come pensavo, piuttosto generosi: mi ritrovo in netto anticipo nonostante la sfortunata deviazione di inizio percorso.

Accendo il telefonino e invio un messaggio a Massimo: “Come va? Io prevedo di arrivare al campeggio intorno alle quattro.”
Di lì a poco mi chiama, è già sul treno, ma è molto preoccupato: “Guarda che io sto andando all’albergo Il Sergente, dove abbiamo prenotato le camere; il campeggio è per domani!”
“No” lo rassicuro, “è un campeggio anche Il Sergente, lo so perché ci sono stato, tanti anni fa.”
Dopo il treno dovrà trovare due diverse coincidenze con delle corriere di linea, per cui gli faccio gli auguri di riuscire in tale impresa, a questo punto certamente più ardua della mia.

La discesa verso il passo della Futa è comoda e ben presto avverto i primi saltuari rumori di motori, che, contrariamente al solito, mi giungono abbastanza graditi.
Intorno al passo c’è un certo intreccio di larghe strade asfaltate, ben poco battute; quando le raggiungo mi colpisce la spietata, incantata luminosità del primo pomeriggio.
Due manovali, che mi sembrano stranieri, stazionano in piedi all’ombra di un piccolo edificio e mi guardano in modo strano.
Li supero dalla parte opposta della strada, senza mostrare troppo interesse per loro.
Ho il dubbio che la destinazione non sia coperta dalla rete telefonica cellulare; temo di non riuscire a pubblicare il mio aggiornamento su Facebook, e che questo desti allarme nei miei amici più stretti.
Potrei telefonare al numero fisso del campeggio, per chiedere conferma, ma preferisco estrarre il tablet, cercare un po’ d’ombra in questa distesa assolata di asfalto in mezzo al verde, e pubblicare un aggiornamento parziale, spiegandone il motivo. Anche questa testimonianza in diretta riscuoterà grandissimo interesse, forse ancor più delle precedenti.

Un’indicazione assolutamente demenziale sulla guida mi costringe a tornare indietro, passando di nuovo davanti ai due ceffi, alla ricerca di un sentiero che non può aver ragione di essere, e infatti non c’è.
Decido di seguire la statale in discesa verso Monte di Fò fino alla mia destinazione.
E quando arrivo mi rendo conto dell’effettiva ambiguità della nomenclatura: sotto lo stesso nome “Il Sergente” ci sono sia l’albergo che abbiamo prenotato che, accanto, l’entrata del campeggio, con i suoi bungalow.

La stanza che mi hanno assegnato è spaziosa, ma tutt’altro che confortevole: nel letto ci si affonda brutalmente; nel bagno, poi, la doccia è nel bel mezzo, non delimitata da alcunché, e non ci sono attaccapanni o ganci per appendere vestiti e asciugamani.
In compenso l’albergo è provvisto di un ottimo wi-fi che mi permette, fra l’altro, di leggere nel sito “Tripadvisor” le recensioni, non troppo positive, sullo stesso.

Mi viene da preoccuparmi soprattutto per Massimo, mentre aspetto il suo arrivo, con lo scrupolo di averlo coinvolto in esperienze sgradevoli.
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Note di percorso:

L’unica vera criticità nella segnaletica è dopo il Monte Bastione e i resti dell’antica strada romana.
Superato l’evidente cancello e l’edificio in località “I Capannoni” bisogna svoltare a sinistra e superare un incrocio, prima di scorgere nuovamente il segnavia.
La ‘guida Tamari’ in mio possesso, seconda ristampa (2004) della prima edizione, si è dimostrata superata.
Esiste una quarta edizione datata 2011, che immagino più affidabile, ma anche altro materiale di cui farò cenno più avanti.
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Attenzione: per accedere al terzo ‘album fotografico’ in ambiente Facebook clicca qui.

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Dal Savena all’Arno – Terzo capitolo

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Lungo il Sàvena (seconda tappa)
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Il fiume che dà il nome al mio Comune di residenza (San Lazzaro di Savena) scorre davvero vicino all’albergo; accanto alla sua riva destra scorre parimenti un lungo nastro d’asfalto, la Fondovalle, che, non attraversando centri abitati e avendo molte meno curve della statale della Futa, rappresenta una variante molto più veloce della stessa nel versante bolognese.
A differenza di ieri, questa volta non c’è l’effetto notte, a tenere sgombro e incantato l’ambiente dal passaggio sfrecciante di automobili, ma anche, in questo caso, di ciclisti e motociclisti in cerca di svago sportivo.
La frequenza dei passaggi comunque non è troppo fastidiosa: uno o due veicoli ogni mezzo minuto, per dare l’idea.
La salita, costante e quasi impercettibile, mi permette un’andatura decisa. La tappa sarà impegnativa: Google Maps ha sentenziato un totale di venticinque chilometri e ottocento metri, e un tempo di percorrenza di cinque ore e cinquantacinque minuti, ma non mi fido del tutto di tali valori.
Anche stamattina devo abituarmi al peso tagliente dello zaino sulle spalle, tuttavia l’esperienza positiva della prima tappa mi toglie la preoccupazione.

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Anche se qui non è piovuto, la rinfrescata prevista forse c’è stata, ma l’aria è umida e un po’ stagnante.
Dopo quel raggio di sole che mi ha dato la spinta a partire, il cielo si è di nuovo coperto di uno strato grigio piuttosto uniforme, che insisterà per quasi tutto il cammino.

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Procedere, decisi, scandendo il passo con l’effetto lievemente ipnotico di una musica in testa, macinare strada e prendere quota quasi gratis.
Come ieri dinanzi all’entrata delle grotte del Farneto, mi rendo conto che la visuale e i ritmi del camminare mi permetteranno un’inedita osservazione delle Gole di Scàscoli, un passaggio stretto del fiume e della strada fra le rocce, che franarono nel 2002, e di cui ho il vago ricordo di un servizio-denuncia di Milena Gabanelli in una puntata di Report.

Mi aspettavo francamente di più, tanto che rinuncio a estrarre la macchina fotografica.
Di lì a poco, una nuvola un po’ più densa e bassa comincia a scaricare dapprima qualche goccia, poi una pioggerella fine.
Mi fermo per avvolgere lo zaino nella copertura impermeabile, di un vistoso giallo canarino, inclusa nell’apposita tasca sul fondo; per quanto riguarda me, non avendo preso altra protezione, mi accontento del berretto, pure giallo, tanto per l’eleganza…

Non dura molto e non fa in tempo a bagnarmi i vestiti.
Per verificare l’andatura, ho predisposto una tabella di marcia con un paio di traguardi intermedi, e relativi tempi di percorrenza, determinati suddividendo un po’ arbitrariamente quello complessivo indicatomi da Google.
Il primo di questi è l’imbocco di Via dei Mulini, proseguendo dritto a un bivio, segnalato dopo circa dodici chilometri, quasi a metà percorso.
Il passo veloce che ho tenuto mi fa pensare di essere in anticipo, ma i minuti passano e l’indicazione non si vede.
Immagino di non averla adocchiata, che non fosse evidente; comunque non posso aver sbagliato strada: il Savena è sempre alla mia destra, un po’ più smilzo ma sempre vivo.
Quando la biforcazione, e l’indicazione di Via dei Mulini, mi appare in tutta la sua evidenza, sono passati più di venti minuti oltre il previsto tempo intermedio.
L’effetto è piuttosto deprimente e preoccupante, in considerazione del tempo complessivo che a questo punto mi tocca rivedere, anche per i tratti di salita meno clementi che mi aspettano.

E ora la mia andatura è calata vistosamente, un po’ per la delusione un po’ per amministrare prudentemente le forze.
Mi fermo per estrarre, da una tasca dello zaino, uno dei tre pacchetti di cibo portati da casa: lascio da parte i due con i fichi secchi, e apro quello dei lupini.
Una razione abbondante, comodi da masticare uno dopo l’altro, dopo averne buttato la buccia in mezzo al verde accanto alla strada, come Pollicino con le molliche di pane.
Non ne sono cosciente, ma, come sentenzierà il mio futuro compagno di cammino Massimo, sto firmando una mia piccola condanna, perché quei lupini non sono conservati come si deve.
Erano in frigo, sotto acqua e sale, prima della settimana di Senigallia; e durante tale assenza avevo pensato bene, a fini ecologici ben più che economici, di spegnerlo, il frigo, e i legumi gialli hanno evidentemente cominciato il processo di fermentazione, continuandolo allegramente nella giornata di ieri. Fino a costituire una bomba chimica che sto immettendo nella pancia, che per diversi giorni successivi mi farà pagare il conto dell’intossicazione con frequenti improvvise fitte dolorose.
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Anche con il nuovo nome, la via continua a costeggiare il Savena, ma ora è più stretta, mentre il paesaggio si fa più tipicamente montano.

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Una deviazione a destra per Via Mulino della Valle porta per la prima volta ad attraversare il fiume; ormai è solo un piccolo torrente, che lascerò definitivamente alle mie spalle, mentre un po’ di chiarore comincia finalmente a manifestarsi nel cielo.

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All’ultimo bivio, a tre chilometri e mezzo dall’arrivo, grande conforto e gioia autentica: sto rispettando esattamente i tempi della tabella di marcia, forse addirittura con un lieve anticipo, prima dell’ultimo strappo. Evidentemente quelli intermedi non erano stati calibrati in modo corretto.

Il sole faticosamente cerca di imporsi sulla coltre grigia, mentre supero il piccolo borgo di Zaccanesca e, dopo alcune curve, giungo finalmente in vista di Madonna dei Fornelli.
Lungo la pianeggiante strada principale c’è l’atmosfera pomeridiana, un po’ spensierata, di un piccolo paese di villeggiatura, con il gradevole clima dei suoi ottocento metri di altitudine; la fornace di Pianoro Vecchio è del tutto archiviata!

Nella piazzetta ci sono, quasi uno attaccato all’altro, diversi hotel; il mio fa da controfigura a quello di maggiori pretese, ma è più che decoroso.
E una dinamica signora, evidentemente abituata a una clientela di escursionisti, mi accoglie con grande affabilità.
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Note di percorso:

Da Pianoro a Madonna dei Fornelli non ci sono vie alternative, salvo anticipare l’incontro con il tracciato standard della Via degli Dei a Bàdolo (cioè praticamente all’inizio dello stesso), passando per Pian di Macina e una decina di chilometri di strada collinare.
Questa scelta comporta un giorno in più di percorrenza totale.
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Attenzione: per accedere al secondo ‘album fotografico’ di Facebook (che comprende anche immagini scattate dopo l’arrivo), clicca qui.

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