Una breve composizione

Per un lungo periodo, in anni giovanili lontanissimi, fui appassionato scrittore di poesie.
La passione poi si spense, piuttosto rapidamente, nei miei primi anni di attività nel mondo dell’informatica, che evidentemente di poetico aveva ben poco, soprattutto negli ambienti umani di lavoro.
Da un po’ di tempo avvertivo il desiderio di riprovarci, e finalmente poche sere fa ho buttato giù dei versi, poi ritoccati più volte fino alla breve stesura che propongo qui, sperando che possa piacere a qualcuno.
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autostrada.
I SAPORI

I sapori disquisiva i sapori
esclamava sospirando convinta
sguardo di donna bionda
e trentenne larga di seno e di fianchi
io continuavo a guidare
dietro gli altri ad ascoltare
nel pomeriggio già così lungo
e verde e
fuggevole
poi tutti
a pianificare i prossimi ponti per festività civili e nuove gite
chissà poi davvero quali e con chi
non mi hai lasciato niente
né il tuo nome né altre immagini
in quel mazzo di carte piacentine
lise e maleodoranti
che in epoca ben più remota
a casa dei nonni un bambino non lo sapeva
sarebbe stata poi la sua vita
quasi intera
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Immagine da: footage.framepool.com/it/shot/385325437-a8-raccordo-di-uscita-cartello-stradale-chiemgau

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La Cavalloneide – dodicesimo ed ultimo canto

white stallion.
Il signor M. mi accoglie con un atteggiamento fra il trionfante e il furbesco: “Selis ci è andata grassa. Abbiamo dovuto sostituire anche la pompa dell’acqua, che agiva sul compressore volumetrico causando quella perdita di potenza, ma mi ricordavo che l’avevamo già cambiata. Sono andato a controllare, e la data di quel fine intervento, per due giorni, ricade nei due anni di garanzia!”
Ancora una volta una sorta di simpatia innata, verso quell’uomo, mi impedisce di pensare e formulare commenti sul quinto pezzo sostituito a fronte del problema iniziale, e di esprimere con ironia o sarcasmo che cosa pensi sulla fortuna che, a detta sua, avremmo avuto.

La Cavallona è là, a metà dell’oblunga officina, e mi aspetta scalpitante per dimostrare che ha ancora molto da esprimere lungo le strade della città.
Ma prima bisogna entrare ancora una volta nel confessionale, a espiare i peccati con l’ennesima generosa oblazione pecuniaria.
Mi siedo davanti alla solita scrivania, mentre l’impiegata cede rispettosamente il suo posto al capo, senza tuttavia uscire dal piccolo ufficio. E si compie il solito rituale della lettura delle voci in fattura, con tale documento a favore del mio sguardo.
Da quello che mi elenca, così come dal tono della sua voce, capisco che ha fatto l’impossibile per rendere affrontabile l’importo totale, certamente in seguito ai miei reclami ufficiali.
Estraggo senza esitazione o malanimo le numerose banconote necessarie, avvertendo chiaramente come il mio atteggiamento positivo sia recepito, più che mai, con sollievo e gratitudine.
Prima di congedarmi mi chiede di tornare per una controllata, nelle prossime due settimane, la prima volta che passerò da queste parti.

E finalmente mi rimetto a sedere nel mio posto di combattimento e di esperienze, al volante della Cavalla. La porto fuori dall’officina, dove ho parcheggiato alla bell’e meglio il Qubo, ed effettuo il travaso di tutto l’equipaggiamento; poi la vado a lasciare in fondo al vicino posteggio taxi per riportare l’auto di scorta in Co.Ta.Bo., dove la prassi prevede il rifornimento e il lavaggio prima della riconsegna. Poi, con due autobus, si torna alla base: in totale due ore e passa di lavoro che nessuno mi pagherà mai.

Le prime impressioni alla guida della Cavallona sono buone: oltre a verificare (nella silenziosità, nella confortevolezza e nella potenza) la differenza di livello rispetto alla vetturetta che mi ha accompagnato per dieci giorni, avverto un senso inesprimibile di nuova sicurezza, come se per la prima volta in tutta questa odissea fosse stata oggetto di tutte le cure necessarie.
E quelle impressioni si riveleranno veritiere per un periodo molto lungo, in cui la mia compagna di strada si dimostrerà affidabile e sicura come non mai. Solo un paio di difetti, una vibrazione a una certa soglia di velocità, e un piccolo intoppo intorno ai duemila giri quando la spingo a fondo in ripresa, resteranno costanti, ma senza il minimo accenno a peggiorare progressivamente, a ricordarmi che comunque il mio fedele animale è anziano.

Dopo pochi giorni dall’ultima visita il signor M. mi telefona. Vuole solo sincerarsi che tutto vada bene, e cioè, come è facile interpretare, di non aver perso definitivamente un ottimo cliente.
“Poi mi ero dimenticato di dirle” aggiunge, “che abbiamo anche sostituito a spese nostre il sensore dell’olio!” quello, per intenderci, che si era deteriorato, chissa come e perché, dopo il cambio dell’olio da loro effettuato all’inizio dell’odissea.
Non andrò a effettuare il controllo suggeritomi, mentre la mia decisione per il futuro, di servirmi di un’altra officina su cui ho avuto già ottime impressioni, è ormai presa, razionalmente e senza inutili rancori o titubanze.

Come previsto e annunciato, scrivo una lettera all’ufficio reclami della Volkswagen. Tralascio molte delle vicende che ho qui narrato, come quella del rumoraccio e della foratura ferragostana, concentrandomi solo sui cinque pezzi sostituiti per risolvere la perdita d’acqua. E anche il tono della descrizione è volutamente oggettivo e privo di enfasi. Domando solo retoricamente, in conclusione, quale risposta potrò mai dare ai numerosi miei passeggeri che spesso mi chiedono un parere sulla vettura.

L’avviso di ricevimento della raccomandata tarda diversi giorni; la risposta della Volkswagen ancora di più.
Mi arriva oltre un mese dopo, ma è davvero confortante. Motivando la cosa unicamente come un favore a un cliente fidelizzato, mi garantiscono un rimborso pari all’importo totale per il noleggio dell’auto di scorta (cinquecento euro) e uno sconto di altri trecento da applicare sul prossimo tagliando in qualsiasi officina concessionaria.
Anche se i disagi e lo stress di questa storia infinita non potranno mai essere indennizzati, ora lo sono almeno una fetta delle spese sostenute.
Dopo pochi giorni mi arriva una nuova telefonata del signor M., a cui rivelo senza problemi questo felice esito. E lui mi dice di avervi contribuito, interpellato a sua volta dall’ufficio reclami. Mi chiede i dettagli sullo sconto e mi rivela che l’aveva proposto lui, di importo simile, ma presso la sua officina (la vecchia volpe…).
E così ci salutiamo, con una certa cordialità, ma per l’ultima volta, come ormai ho deciso a sua insaputa e forse futura e amara sorpresa.
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Mente scrivo sono passati diversi mesi da quell’epilogo, molti di più dall’inizio della terribile vicenda, un lontano giorno di luglio. Come dicevo, la Cavalla non ha più dato problemi e ha galoppato tanto, silenziosa e sicura come non mai, a dimostrazione della sua grande fedeltà.
Ho potuto così cominciare a progettare di concederle il meritato riposo, cioè di mandarla in pensione equina, forse ancor prima di un altro mese di luglio.
Una nuova puledra sarà forse presto in costruzione dentro una fabbrica tedesca, …ma che nessuno ne parli: la Cavallona non lo deve proprio sapere.
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Avviso ai naviganti:
A partire da questo articolo ho inibito la possibilità di inserire commenti.
La decisione rappresenta una sorta di eutanasia rispetto al progressivo calo di commentatrici e commentatori del blog, che in tempi passati sono stati numerosi e ormai sono ridotti al lumicino, per ragioni in gran parte evidenti e generali, e che per il resto credo di intuire.
Ho evidenziato, sulla colonna di destra e sotto l’intestazione, un nuovo link ai miei recapiti personali, per chiunque, e per qualsiasi motivo, avrà piacere di contattarmi.
Non ho affatto intenzione di chiudere questo mio diario, che anzi spero di riprendere a coltivare con l’antica frequenza (…o quasi!).
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Immagine da: cavalliegare.it/nostro-cavallo/43-il-cavallo-tra-simboli-e-mitologia.html

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Una favola per tassisti (e no)

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In attesa che la Cavalloneide giunga a compimento, che più passa il tempo e più sembra non averne la minima voglia, 🙂 cerco almeno di ridare vita al blog pubblicando il nuovo racconto, che ho appena finito di scrivere per la rivista sociale della Co.Ta.Bo. (la nostra cooperativa dei tassisti) e che propongo qui in anteprima, come già feci alcune volte in passato.
Penso che lo spedirò domani, riservandomi una giornata per gli ultimi ritocchi, che apporterò anche alla versione qui di seguito pubblicata.
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SMARRIMENTI SERIALI

buco nero

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Sembra che il primo caso di questa stranissima vicenda sia accaduto al nostro amico Gioacchino, in arte ‘Cagliari-12’, soltanto una settimana dopo il suo esordio alla guida del taxi, una notte di luna quasi piena.
Come tutti noi suoi colleghi abbiamo sperimentato, i primi tempi sono duri: la conoscenza della viabilità che si acquista con l’esperienza quotidiana è scarsa, così come quella delle regole e consuetudini del mestiere. Gioacchino ce la metteva tutta, per cercare di fare bella figura al banco di prova della clientela e del variopinto mondo dei colleghi notturni, ma la tensione nervosa e lo stress erano forti.
Fu così che preferì non parlare mai con nessuno di quel primo episodio inspiegabile.
All’indirizzo della chiamata, solo un paio di minuti dopo il suo arrivo, una signora un po’ scompigliata era uscita dal portone ed era salita a bordo, salutando appena e indicando la sua destinazione, una via del quartiere Savena. Gioacchino l’aveva immaginata reduce da un incontro intimo, magari clandestino: era suggestivo per lui imbattersi in tante storie di vita da lui stesso fantasticate, o talvolta a lui confidate dagli stessi passeggeri.
Questa donna era comunque silenziosa, e così lui aveva alzato un po’ il volume dell’autoradio, che stava trasmettendo musica jazz, e si era lanciato veloce nelle strade scorrevoli, prima di essere costretto a una frenata molto brusca, a causa del solito furbetto sbucato improvvisamente con il suo scooter da una laterale.
“Maledizione!” aveva esclamato Cagliari-12 col cuore in gola, poi si era voltato per scusarsi verso la signora. Ma anziché trovare conforto in quel contatto visivo, il cuore gli si era gelato del tutto: lei non c’era più. Sparita, disintegrata, volatilizzata.
Qualche attimo di angosciosa indecisione sul da farsi, di riflessione sul breve tragitto appena percorso, poi, in maniera un po’ codarda, aveva deciso che non era successo niente, sperando di non subire ripercussioni fastidiose da quell’evento impossibile da credere e dunque da essere raccontato.

Il tempo poi era passato, effettivamente senza conseguenze, e le mille difficoltà iniziali pian piano si stavano ridimensionando, mentre l’amore per il nostro affascinante mestiere si rivelava in lui più forte rispetto ad altre difficoltà crescenti, qualche cliente sgarbato, aggressivo, alterato dall’alcol, la viabilità sempre più contorta e caotica, e soprattutto le minacce ricorrenti, sferrate dai potentati economici nonché da ogni nuovo governo, verso quella sicurezza economica che aveva creduto di conquistare, a caro prezzo, con la licenza e la dedizione quotidiana.

Il secondo caso di sparizione del passeggero era avvenuto circa due anni dopo. Questa volta si trattava di un giovane, un tantino più socievole: concordata la destinazione, gli aveva confessato di essere stanco, dopo una serata di lavoro come cameriere in un ristorante del centro. Dopo alcune battute anche lui, però, si era acquietato, e ancora una volta la musica aveva preso il posto della conversazione.  Poi, al momento dell’arrivo, quando Gioacchino aveva bloccato il tassametro e gli aveva comunicato l’importo, non c’era più. Il sedile posteriore vuoto, ordinato, senza tracce di vita.
Smarrito il passeggero… e smarrito anche, nel suo cuore, il tassista, nel veder replicato quell’episodio, che sperava sotterrato per sempre nei meandri della coscienza.
“È andata bene la volta scorsa” aveva pensato Gioacchino, “non c’è ragione di confessare ora quello che è successo” e, sia pure con un nuovo gravoso peso sullo stomaco, aveva ripreso la via del centro, nella leggera nebbia di una notte d’autunno.

Evidentemente il nostro amico non era quel che si dice un cuor di leone, e anzi già paventava non solo infiniti strascichi legali, ma anche le conseguenze a livello di immagine personale: “il Disintegratore di persone”, “l’Angelo sterminatore”, “Taxi buco nero” e altri simili eventuali soprannomi, di quelli che ti restano addosso tutta la vita, balenavano con orrore nei suoi pensieri.

Nei giorni seguenti aveva cercato di orientare diversamente lo specchietto retrovisore, così da tener sotto controllo i sedili posteriori, poi ne aveva acquistato uno nuovo, dotato di una piccola prolunga angolata, che serviva perfettamente allo scopo, e gli sembrava di sentirsi un po’ più tranquillo per il futuro, e di contrastare anche quel senso di colpa che gli rodeva la coscienza come un tarlo.

Lo specchietto nuovo, tuttavia, non bastò ad evitargli il terzo caso di sparizione, solo tre mesi più tardi, questa volta addirittura una coppia, giovanissimi, caricati all’uscita dell’Estragon, un sabato notte intorno all’una. Alla ripartenza da uno dei tanti semafori di via Stalingrado, un’occhiata allo specchietto gli rivelò l’amarissima verità, che sancì quel ruolo distruttivo nella sua autostima.

Gioacchino continuava a tacere, ma il peso di quelle esperienze, e di diverse altre sparizioni che, con frequenza altalenante, gli capitarono ancora, cominciarono a minare il suo equilibrio nervoso.
Chi lo aveva conosciuto allegro, disinvolto, sempre disponibile, stentava ormai a riconoscerlo: lo sguardo vitreo, a volte un lieve tremore nelle mani e improvvisi irrigidementi della mandibola, un’irascibilità a stento controllata. I colleghi tendevano ormai a evitarlo, come peraltro faceva anche lui.

Una notte limpida d’aprile, in Piazza Re Enzo (quando ancora c’era il posteggio) entrò a bordo del suo taxi una bella signora, raffinata, elegante.
“Buonasera, dove andiamo?” bofonchiò a bassa voce Cagliari-12, rispondendo al saluto che la signora, con voce molto armoniosa, gli aveva rivolto.
“Mi porti in via dell’Osservanza, per favore, vicino alla chiesa.”
Gioacchino svoltò per via Rizzoli (quando ancora era possibile) e poi proseguì tenendola d’occhio: gli sembrava una presenza insolita, ma anche rassicurante, e meno che mai avrebbe voluto perderla improvvisamente per strada.
Finché non fu lei a prendere la parola:
“Non si preoccupi, non sparisco.”
“Come dice?”
“Sì, ha capito bene, io non sparisco.”
Il tuffo al cuore che lo prese questa volta fu gelido, ma forte e dolce, come un cocktail ghiacciato.
E fu ancora lei a parlare: “So tutto, sa, e immagino che peso sia per lei quel pensiero, ogni giorno, alla guida.”
Gioacchino tacque stupefatto, procedendo molto adagio, con il cuore in subbuglio fra la paura e il selvaggio desiderio di liberarsi almeno un po’ di quel macigno.
“Ma a volte” soggiunse lei, “nella vita ci ritroviamo, senza sapere perché, come topolini intrappolati.”
Gioacchino taceva.
“Il discorso sarebbe lungo, e il tempo è poco, ma le propongo, sulla fiducia, di venire con me, sto andando a una festa e non ho il cavaliere.”
Il nostro amico fu preso da un senso di inadeguatezza, si sentì brutto, impacciato, selvatico. E tacque alcuni secondi, mentre percorreva via Tagliapietre nella notte serena.
Poi guardò accigliato nello specchietto; la bella signora gli sorrideva quieta.
“Se proprio vuole…” balbettò, ricevendo in risposta un sorriso ancora più aperto.

Cari colleghi, tempo e spazio mi impediscono di raccontarvi che meravigliosa, indimenticabile serata si rivelò quella per il nostro amico. Nelle sale della villa nobiliare  musiche nostalgiche, luci soffuse, un rinfresco raffinato e abbondante, e soprattuto tanto calore umano, producevano un’atmosfera di profonda armonia, e lui fu accolto con gioia e amicizia da tutte quelle persone sconosciute.
In brevissimo tempo Gioacchino si sentì sorprendentemente a suo agio, e finalmente sereno come un tempo.
Ma la sorpresa più grande fu per lui sul finire della festa: un gruppo di persone, che gli sembrava vagamente di aver già visto, lo circondò, fra di loro un giovane vestito da cameriere, che prese la parola e gli disse: “Siamo i passeggeri del tuo taxi che hai visto sparire. Abbiamo un doppio debito nei tuoi confronti: quello della corsa non pagata, ma anche tutta l’angoscia che ti abbiamo procurato.”
Gioacchino, un po’ estasiato, credeva di sognare.
“Ed è per questo che ti abbiamo preparato un regalo: all’uscita, invece del tuo vecchio taxi, ne troverai uno nuovo, ecco le chiavi; il modello lo abbiamo scelto noi, sperando che ti piaccia. Non chiederti come sia possibile che sia già allestito e pronto per accogliere nuovi passeggeri: avrai capito, no, che noi abbiamo degli strani poteri. D’ora in poi più nessuno sparirà, ma quello che ti stupirà di più è che vedrai salire a bordo solo persone educate, gentili e cordiali. E poi abbiamo a giorni un appuntamento a Roma, per far capire a chi di dovere che è ora di lasciarvi lavorare in pace.”
Il senso di stare vivendo un bellissimo sogno si amplificò, e da quel momento non lo avrebbe abbandonato per lunghissimo tempo, durante il quale i suoi lineamenti sarebbero tornati finalmente distesi, e i colleghi a trattarlo con crescente simpatia.

E fra le molte luci di quella serata incredibile, avrebbe ricordato con particolare dolcezza la discesa lungo via dell’Osservanza, in una notte profumata di primavera, alla guida di una vettura nuova di zecca, nel riaccompagnare a casa quella misteriosa signora (questa volta seduta al suo fianco), e il panorama mozzafiato della sua bella città che tornava ad accoglierlo.
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L’immagine è presa da: daily.wired.it/news/scienza/2012/07/11/buco-nero-taglia-media-365432.html

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