La Cavalloneide – canto sesto

Cavalloneide - canto sesto

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La luce del pomeriggio estivo entra appena smorzata, nella ben nota e consueta officina sotto la breve rampa.
Uno dei due ragazzi e la segretaria sono già andati via: l’altro giovane, il signor M. e il signor T. si stanno accingendo a sistemare le ultime cose per poi chiudere baracca.
C’è il clima rilassato e positivo di chi finalmente sta per concedersi un meritato periodo di ferie: i due anziani sono presso l’entrata e mi accolgono con gentilezza e allegria; rimedio anche un complimento quale cliente ragionevole ed educato.
“Era lei prima a telefonare?”
“Sì, signor M., ho provato ad avvertire che stavo arrivando. Allora, come siamo messi?”
“Dovrebbe essere a posto. Ci è andata bene perché le viti del bocchettone da sostituire erano in posizione frontale. Mi era venuto il dubbio, quando il ragazzo ci ha messo le mani, perché se dovevamo smontare tutto rischiavamo seriamente di non farcela.”
“Meno male, allora. Andiamo nel confessionale?”
“Si accomodi, la raggiungo subito.”

Come sua abitudine il capoofficina mi dettaglia, con la sua forte voce da Dottor Balanzone, tutte le righe della nuova fattura, che indica osservandole a rovescio, perché a favore della mia lettura.
“Dove è stato possibile, come vede le abbiamo scontato il dieci per cento, come sempre. Quando si può, cerchiamo sempre di venirle incontro.”
“Sì sì, va bene, poi vedo che non mi avete addebitato tutto il tempo dei sopralluoghi col signor T. in giro per la città.”
“No, quello non lo facciamo mai. E’ successo una volta sola, con una cliente che aveva da ridire su tutto; allora non l’abbiamo perdonata!”
Estraggo il portafoglio per una nuova alleggerita, e poi firmo i vari moduli previsti dall’inflessibile protocollo tedesco.
“Bene” concludo, “allora buone ferie, e spero che ci vediamo solo per il prossimo tagliando.”
“Speriamo, la sua macchina ci ha già fatto tribolare abbastanza. Lei non va un po’ in ferie?”
“Sì, vado in montagna da lunedì, per otto giorni.”
“Non possiamo dire che va a cercare un po’ di fresco quest’anno.”
“Già, spero solo di non prendere troppa pioggia.”

E’ presto per il mio turno di lavoro: torno a casa, guidando con tutti i sensi vigili sui ben noti segnali di malessere della Cavallona, che sembra tranquilla e mansueta.

Ed è con lo stesso stato d’animo che mi metto alla guida intorno alle cinque e mezza del pomeriggio: mi ci vorrà un po’ di tempo, dopo tutto quello che è successo, prima di riprendere totale confidenza con il mio mezzo di trasporto e di lavoro; la necessità di tamponare l’emorragia finanziaria mi dà comunque la spinta a buttarmi, senza lesinare in termini di ore di lavoro.
Il saltuario residuo riaccendersi della spia dell’olio mi dà il fastidio sopportabile di chi vorrebbe davvero vedere ogni cosa in ordine, ma so che non c’è da farci caso.
E’ la vigilia di un altro Ferragosto, un Ferragosto in tempo di crisi: la città è più bella che mai, con questa quiete, ma non è certo abbandonata. In teoria chi è restato non dovrebbe avere nemmeno i soldi per prendere un taxi, eppure un po’ si lavora; una breve corsa in centro, un po’ di attesa, un altro cliente; e così via, finchè le luci del lungo pomeriggio cominciano a cedere il posto alla sera.

Mi hanno portato a Borgo Panigale e sto riportando la bestiola verso il centro e nuove avventure.
Quando succede.
“Attenzione! Aggiungere liquido refrigeratore” si accende, ancora una volta, accompagnata da un nitrito, la segnalazione sul cruscotto.
Questa volta, nella solitudine dell’abitacolo, la mia reazione emotiva è dominata sul nascere, sostituita da una netta presa di coscienza: abbiamo valicato una soglia, un punto di non ritorno.
Mi ripeto una volta, poi ancora e ancora, che dover aspettare oltre una settimana a bocce ferme non mi farà male, ma medito già il momento di sbattere in faccia telefonicamente l’incredibile verità al signor M., quando riaprirà l’officina. Lo farò dalla montagna, fra due lunedì, sicuramente col tono di voce giusta, corroborata dalla salutare aria delle Dolomiti, e mi accorderò per lasciare per l’ennesima volta la vettura davanti a quel portone il martedì notte, dopo il mio rientro e la mia prima e immediata serata lavorativa.
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(continua)
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La Cavalloneide – canto quinto

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In tangenziale cerco di guidare adagio e con regolarità; la consueta coda dell’ora di punta mi appare appena oltre la mia uscita; benedico il periodo di parziale esodo agostano.
Arrivato in Co.Ta.Bo., vedo subito che non c’è il capoofficina, quello che mi aiutò a vendere la vecchia ‘Cometa’ incidentata. Al suo posto uno dei meccanici, evidentemente il più autorevole.
E infatti ha la faccia ferma e dura, quando gli chiedo se possono controllarmi le gomme:
“Lunedì mattina siamo aperti.”
Provo a insistere.
“Non lo vedi, è già ora di chiusura e abbiamo altri tre clienti. Lunedì ci guardiamo.”
Non so con quale miserevole faccia e voce ribatto: “Così mi tocca star fermo tre giorni”; fatto sta che una breccia si apre nell’arido cuore del mio interlocutore, che comanda a uno dei ragazzi di dare un’occhiata.

“Per forza, hai forato” è il responso immediato di quest’ultimo appena vede la ruota semisgonfia.
In uno stupido eccesso di zelo, conseguente al panico di ciò che sto vivendo, dico che le ruote posteriori sono ormai da cambiare, e se è necessario le acquisto seduta stante.
Mi fa capire gentilmente che fa molto prima a ripararla.
Me la cavo infatti in pochi minuti e con pochi euro.
“Quanto posso camminarci?”
“Per qualche giorno va avanti, ma poi è meglio sostituirle.”
E si riparte, col sollievo di gran lunga superiore rispetto a quest’altra nuova piccola spada di Damocle.
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L’aria è umida e la mia campagna è sovrastata da nuvole cupe, nella notte della domenica successiva, mentre rientro a passo spedito verso casa, dopo aver lasciato per l’ennesima volta la Cavalla nello stallo davanti alle porte dell’officina del signor M.
La bestiola è stata brava: ha limitato il rumoraccio ben sotto la soglia di guardia; ha chiesto solo da bere un paio di volte e ha anche corretto il tiro sulla segnalazione relativa all’olio, che ora è diventata “anomalia nel sensore del livello”.
L’ho fatta lavorare molte ore, preso come sono dall’urgenza di fronteggiare le spese, e ho portato a casa un gruzzoletto discreto, anche in  considerazione del particolare periodo in cui la città si mostra più bella, silenziosa e suadente, ma le attese ai posteggi sono molto più lunghe.

In tarda mattinata, poco dopo il mio risveglio, il signor M. mi chiama:
“Selis abbiamo individuato il problema: è un bocchettone che perde, a vista d’occhio. L’abbiamo già ordinato, cerchiamo di farcela entro giovedì. Lo sa vero che chiudiamo per ferie una settimana, a partire da venerdì 15.”
“Sì me l’aveva detto. Allora ci vediamo stasera, vengo a prenderla al solito orario.”
“Va bene Selis. Ah, mi stavo dimenticando: dovremmo aver risolto anche il rumore: abbiamo smontato un giunto e l’abbiamo ripulito.”
“D’accordo, speriamo in bene.”

Il rumoraccio, in effetti, non comparirà più, né in serata né in quelle successive.

Mercoledì, nel primo pomeriggio, il Signor M. mi avverte che è arrivato il bocchettone e che posso lasciare la vettura davanti all’officina nella notte come al solito.
Il tratto di strada cittadina che separa l’officina dalla fermata del “19” è lungo poco più di un chilometro, come già accennai, e lo percorro sempre a passo trafelato, per paura di perdere l’autobus; perdere il penultimo significa sobbarcarsi altri venti minuti d’attesa; perdere l’ultimo vuol dire chiamare un taxi e poi raccontare tutte le mie tristi vicende al collega selezionato dal sistema satellitare: finchè si può preferisco cavarmela in autonomia, oltre che in economia.
L’attesa alla fermata nella notte ha comunque una sua magia, fatta di rare voci, rare finestre che si illuminano, il tutto scandito dal rapido passaggio di qualche vettura anonima.
Quella all’interno del sospirato mezzo, poi, è un’atmosfera ancora più particolare: uomini e ragazzi in gran parte stranieri, e qualche donna coraggiosa, piano piano sgombrano i posti che occupavano, per scendere ognuna, ognuno, col suo segreto e la sua storia, il suo peso di vivere, in questi momenti più evidente e pensoso. Ne restano pochissimi a bordo quando scendo io, per incamminarmi a tu per tu con la volta notturna.

Giovedì 14 agosto, quando accendo il telefono compare già il tentativo di chiamata del signor M.; lo richiamo immediatamente, con la voce ancora roca dall’ultimo sonno.
“Selis dovremmo farcela. Volevo chiederle un piacere.”
“Mi dica signor M.”
“Visto che andiamo in ferie, oggi vorremmo chiudere nel primo pomeriggio. Ma se non ce la fa, le lascio la macchina fuori, ce l’ha una seconda chiave?”
“Sì ce l’ho, comunque cerco di arrivare in tempo, così saldiamo e chiudiamo finalmente tutti i sospesi.”
“Quello lo sa che non è un problema.”

Il sole fa capolino fra qualche nuvolone, intorno alle tre del pomeriggio della vigilia di Ferragosto; ma non fa caldo, e anche se cammino spedito per arrivare prima della chiusura anticipata, non sudo. E’ l’estate più bizzarra e ragionevole, per chi sta in città, che si possa immaginare.
Superato l’ultimo angolo di strada, getto lo sguardo per verificare se ce l’ho fatta. Sì, il portone è ancora aperto e ci sono segni di vita.
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(continua)
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La Cavalloneide – canto quarto

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Ancor prima del nuovo appuntamento tuttavia, cioè il venerdì, decido per una nuova spedizione in modalità-levataccia: la notte precedente le robuste zampe della Cavalla si sono rimesse a scricchiolare in modo preoccupante; per fortuna (o magari per ennesima prova dell’intelligenza dell’animale) soltanto sul finire del turno di lavoro, ancora una volta.

Sono un po’ sul chi vive mentre mi dirigo in officina, in una nuova vivida e tiepida mattina di sole, ma presto il riproporsi del rumore metallico, all’uscita di una rotonda affrontata velocemente, mi tranquillizza.
Viene deciso un altro giro esplorativo col Signor T. (l’aiutante anziano del signor M.) alla guida e io nel posto accanto.
Imbocchiamo via dell’Angelo Custode, verso la collina di Monte Donato; il signor T., mentre conduce in modo molto regolare, mi preannuncia, con la sua vocetta un po’ chiassosa, e poi indica, la via dove abitò in passato.
Dopo Monte Donato ci dirigiamo sulla via collinare verso Paderno: sono strade che conosco bene, per averle percorse in passato nei miei allenamenti podistici, e questa mattina è tutto molto bello, nell’attuale festival agostano di luci, colori, e suoni un po’ smorzati.

Già, e il rumore? Niente, niente di niente.
“Non dipenderà dal modo di guidare?” chiedo.
“Non credo” mi risponde.
“Posso provare a guidare io?”
Il signor T. accetta di buon grado; appena possibile ci fermiamo e scambiamo di posto.
Riparto affrontando curve e salite come un pilota di rally; il mio passeggero non si scompone, evidentemente fiducioso nelle mie capacità di controllo del galoppo sfrenato della Cavallona.
Sfrenato sì, ma silenzioso.
“Sembra impossibile, ha fatto il rumore fino all’entrata in officina.”
“Ah, è sempre così…”
Poi, all’improvviso, quasi timidamente, l’animale si degna di esibire per due o tre secondi il clangore metallico, in un rettilineo in lieve discesa.
“Ecco!”
“Sì, ho sentito, viene da là” e indica la parte destra dell’avantreno, mentre la bianca Cavalla si rimette a galoppare silenziosa.
Noi due umani parliamo a lungo, cerco di spiegargli le condizioni in cui si verifica il fenomeno.
Decidiamo di tornare in città e provare qualche rotonda.

L’intera spedizione, con alternanza nella guida e nelle condizioni stradali, dura un’ora buona, e l’unico frutto resta alla fine quell’unico breve accenno di “clang clang clang”. Sufficiente tuttavia per un nuovo controllo mirato, che decidiamo di posticipare al lunedì, insieme a quelli già in programma per la perdita d’acqua.

Il pomeriggio, dopo aver recuperato un po’ di sonno, ancor prima del solito mi preparo per lavorare: sto per affrontare le tre sere e notti del fine settimana, quelle normalmente più remunerative, con un po’ di apprensione, sperando di poterlo fare senza intoppi, e di portare a casa un bel po’ di dobloni più necessari che mai.
Ma già all’interno del garage mi aspetta un’altra brutta sorpresa: noto subito che una ruota posteriore è sgonfia. Non è a terra, ma è visibilmente deformata sotto il peso inerte della vettura.
Non possiedo una ruota di scorta; l’urgenza della situazione mi impedisce pensieri di autocommiserazione: andrò in Co.Ta.Bo., presso l’officina. Anche se da qualche tempo si sono messi in proprio e non sono più dipendenti della cooperativa, di certo non mi negheranno il loro aiuto.
L’importante è riuscire ad arrivarci in sicurezza e prima che chiudano: è venerdì anche per loro, è l’ultimo venerdì prima di Ferragosto, anche per loro.
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(continua)
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Immagine da: maalox.blog.deejay.it/2007/03/15/seeeee/

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