La Cavalloneide – canto quinto

cavallona 5.
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In tangenziale cerco di guidare adagio e con regolarità; la consueta coda dell’ora di punta mi appare appena oltre la mia uscita; benedico il periodo di parziale esodo agostano.
Arrivato in Co.Ta.Bo., vedo subito che non c’è il capoofficina, quello che mi aiutò a vendere la vecchia ‘Cometa’ incidentata. Al suo posto uno dei meccanici, evidentemente il più autorevole.
E infatti ha la faccia ferma e dura, quando gli chiedo se possono controllarmi le gomme:
“Lunedì mattina siamo aperti.”
Provo a insistere.
“Non lo vedi, è già ora di chiusura e abbiamo altri tre clienti. Lunedì ci guardiamo.”
Non so con quale miserevole faccia e voce ribatto: “Così mi tocca star fermo tre giorni”; fatto sta che una breccia si apre nell’arido cuore del mio interlocutore, che comanda a uno dei ragazzi di dare un’occhiata.

“Per forza, hai forato” è il responso immediato di quest’ultimo appena vede la ruota semisgonfia.
In uno stupido eccesso di zelo, conseguente al panico di ciò che sto vivendo, dico che le ruote posteriori sono ormai da cambiare, e se è necessario le acquisto seduta stante.
Mi fa capire gentilmente che fa molto prima a ripararla.
Me la cavo infatti in pochi minuti e con pochi euro.
“Quanto posso camminarci?”
“Per qualche giorno va avanti, ma poi è meglio sostituirle.”
E si riparte, col sollievo di gran lunga superiore rispetto a quest’altra nuova piccola spada di Damocle.
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L’aria è umida e la mia campagna è sovrastata da nuvole cupe, nella notte della domenica successiva, mentre rientro a passo spedito verso casa, dopo aver lasciato per l’ennesima volta la Cavalla nello stallo davanti alle porte dell’officina del signor M.
La bestiola è stata brava: ha limitato il rumoraccio ben sotto la soglia di guardia; ha chiesto solo da bere un paio di volte e ha anche corretto il tiro sulla segnalazione relativa all’olio, che ora è diventata “anomalia nel sensore del livello”.
L’ho fatta lavorare molte ore, preso come sono dall’urgenza di fronteggiare le spese, e ho portato a casa un gruzzoletto discreto, anche in  considerazione del particolare periodo in cui la città si mostra più bella, silenziosa e suadente, ma le attese ai posteggi sono molto più lunghe.

In tarda mattinata, poco dopo il mio risveglio, il signor M. mi chiama:
“Selis abbiamo individuato il problema: è un bocchettone che perde, a vista d’occhio. L’abbiamo già ordinato, cerchiamo di farcela entro giovedì. Lo sa vero che chiudiamo per ferie una settimana, a partire da venerdì 15.”
“Sì me l’aveva detto. Allora ci vediamo stasera, vengo a prenderla al solito orario.”
“Va bene Selis. Ah, mi stavo dimenticando: dovremmo aver risolto anche il rumore: abbiamo smontato un giunto e l’abbiamo ripulito.”
“D’accordo, speriamo in bene.”

Il rumoraccio, in effetti, non comparirà più, né in serata né in quelle successive.

Mercoledì, nel primo pomeriggio, il Signor M. mi avverte che è arrivato il bocchettone e che posso lasciare la vettura davanti all’officina nella notte come al solito.
Il tratto di strada cittadina che separa l’officina dalla fermata del “19” è lungo poco più di un chilometro, come già accennai, e lo percorro sempre a passo trafelato, per paura di perdere l’autobus; perdere il penultimo significa sobbarcarsi altri venti minuti d’attesa; perdere l’ultimo vuol dire chiamare un taxi e poi raccontare tutte le mie tristi vicende al collega selezionato dal sistema satellitare: finchè si può preferisco cavarmela in autonomia, oltre che in economia.
L’attesa alla fermata nella notte ha comunque una sua magia, fatta di rare voci, rare finestre che si illuminano, il tutto scandito dal rapido passaggio di qualche vettura anonima.
Quella all’interno del sospirato mezzo, poi, è un’atmosfera ancora più particolare: uomini e ragazzi in gran parte stranieri, e qualche donna coraggiosa, piano piano sgombrano i posti che occupavano, per scendere ognuna, ognuno, col suo segreto e la sua storia, il suo peso di vivere, in questi momenti più evidente e pensoso. Ne restano pochissimi a bordo quando scendo io, per incamminarmi a tu per tu con la volta notturna.

Giovedì 14 agosto, quando accendo il telefono compare già il tentativo di chiamata del signor M.; lo richiamo immediatamente, con la voce ancora roca dall’ultimo sonno.
“Selis dovremmo farcela. Volevo chiederle un piacere.”
“Mi dica signor M.”
“Visto che andiamo in ferie, oggi vorremmo chiudere nel primo pomeriggio. Ma se non ce la fa, le lascio la macchina fuori, ce l’ha una seconda chiave?”
“Sì ce l’ho, comunque cerco di arrivare in tempo, così saldiamo e chiudiamo finalmente tutti i sospesi.”
“Quello lo sa che non è un problema.”

Il sole fa capolino fra qualche nuvolone, intorno alle tre del pomeriggio della vigilia di Ferragosto; ma non fa caldo, e anche se cammino spedito per arrivare prima della chiusura anticipata, non sudo. E’ l’estate più bizzarra e ragionevole, per chi sta in città, che si possa immaginare.
Superato l’ultimo angolo di strada, getto lo sguardo per verificare se ce l’ho fatta. Sì, il portone è ancora aperto e ci sono segni di vita.
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(continua)
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Immagine da ioarte.org/artisti/Ludmilla-Filippova/opere/Cavallo-Bianco/

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6 risposte a La Cavalloneide – canto quinto

  1. lucarinaldoni ha detto:

    Chissà perché, o il perché lo so benissimo, mi viene in mente quando mi aveva telefonato sul lavoro il mio amico Mario che aveva in degenza il mio PC. Non ricordo cosa avevo detto, quali metafore antropomorfe avevo usato, so solo che un collega, con molto tatto, mi aveva chiesto “Ma tuo figlio è molto grave?”. “Si salverà” avevo risposto con la faccia di circostanza.

    • Franz ha detto:

      😀
      Nel mio caso, però, credo che la Cavallona, che ha un caratterino difficile, si irriterebbe a sentirsi paragonata a una figlia. Magari piuttosto a una sorella, attiva e instancabile.

  2. trudy1970 ha detto:

    ….a quale puntata sei arrivato penultima?? Poveretta ma dove l’hai portata a questa disgraziata per renderla claudicante? Non affatto al top delle sue possibilità l’ultima sera, prima delle loro ferie, l’ha sfruttata per benino…… ringrazia che ti ha chiesto solo un po’ d’acqua. Io al posto suo ti avrei piantato in piena notte in tangenziale e da li mi avrebbe spostato solo il caro attrezzi.
    La differenza tra noi umani e le auto è che se a noi si rompono dei pezzi ce li tolgono e basta ed andiamo avanti lo stesso. Alle auto metti il pezzo nuovo riparte ed il bello che anche i pezzi vicino ne hanno giovamento.
    ….aspettiamo pure la prossima puntata cioè il canto 6.. ….con ansia e curiosità
    Ciao 😉 😉

    • Franz ha detto:

      Anche a te, come ad Amanda, non rivelerò a che punto siamo dell’annosa storia.
      Spero tuttavia che, siano in arrivo uno solo oppure altri cento canti, continui a seguire sempre con piacere e con la tua simpatia l’epopea della Cavalla acciaccata.
      🙂

  3. amanda ha detto:

    dimmi che siamo all’epilogo
    lieto epilogo 🙂

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