La signora di Baux

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Intorno alle nove di sera le strade già cominciano a fermentare di un insolito, disordinato e febbricitante movimento, cadenzato dalle prime saltuarie esplosioni degli odiosissimi stupidissimi e incivilissimi petardi, a mo’ di prova generale o di preludio del concerto.
E’ quasi, per me, il momento di uscire di scena, come da copione: l’ultimo cliente dell’anno, poi concederò un po’ di meritato riposo a Cavallona e cavaliere.

“Buonasera, dove andiamo?”
“Mmmmh,” sembra pensarci un po’, seduta nel posto dietro alle mie spalle; “mmmh, beh portami su al Rizzoli.”
“Okay” rispondo, sorpreso da quel confidenziale ‘tu’, ma anche dalla destinazione così incerta: uno che va all’ospedale lo sa, di andare all’ospedale.
Perplesso e un po’ diffidente, ma anche incuriosito da quella strana e vitale presenza giovanile, ingrano la marcia e parto.
Poco dopo, al primo semaforo rosso, lei mi fa:
“Allora, Francesco, è spuntata qualche rughetta intorno agli occhi, durante quest’anno?”
Non faccio in tempo a sbalordirmi, che lei aggiunge:
“Adesso vengo a controllare!” e apre improvvisamente la portiera, la richiude dietro di sè, e con un paio di saltelli veloci si è già infilata nel posto davanti, accanto a me.
La guardo stranito, con la bocca aperta, poi la riconosco: “Christine, Madonna santa!, di nuovo tu, un anno e tre giorni dopo! Ma questa volta non sei un sogno, sono sicuro!”
“Il sogno, la realtà, la fantasia, la veglia, il sonno… E tu ci credi? Secondo me sono tutte convenzioni, anzi …convinzioni!” e ridacchia.
Poi mi fa, armeggiando sulla plafoniera: “Com’è che si accende, ‘sta lucetta del piffero, che devo controllare i tuoi occhi?”
Allontano con la mia la sua mano, che sento un po’ gelata, e accendo la luce; poi, poco prima che il semaforo mi costringa a ripartire, ci fissiamo un attimo, e non riesco a trattenere un sorriso, sia pure nello sbalordimento della situazione del tutto irreale:
“Sei venuta di nuovo a mostrarmi il mio passato e il mio futuro?” le chiedo, ma lei non mi ascolta, e sporge la testa per fissare le mie cavità oculari.
“Mmmh, qualche segnino nuovo c’è, eh sì sì sì. Eh certo, d’altronde è inevitabile. E poi hai vissuto un grande amore…” mi fa, con tono provocatorio e sfottente.
“Allora sai proprio tutto. Ma scusa, non hai di meglio da fare, nella tua vita, che occuparti della mia?”
“Sì sì, hai ragione, quasi tutto è meglio”  mi fa, ridacchiando divertita.
“Fammi vedere tu, invece, se sei cambiata,” soggiungo, distraendomi pochi attimi dalla guida: “Mmh, capelli tirati su, il colore è sempre chiaro, la stessa espressione alternativa-a-tutti-i-costi, qualche tatuaggio… Scommetto che ne hai fatti dei nuovi.”
“Risposta esatta. Ne ho uno nuovo sulla chiappa destra. Dopo, se vuoi, te lo faccio vedere” fa lei, con disarmante naturalezza.
“Va bene,” ribatto un po’ ironico: “ti sdrai sul lettino del pronto soccorso e mi fai vedere.”
“Ascoltami, collega,” fa lei: “ma non ti hanno ancora insegnato che il pronto soccorso del Rizzoli è chiuso, di notte?”
“Caspita è vero, ma che ci vai a fare, allora?”
“Era così, giusto per avere una destinazione…” replica con tono da finta tonta. “Ma adesso ti dirotto,” aggiunge dopo un po’ armeggiando nella borsa di lana grezza.
“Cosa cerchi, la pistola? Non c’è bisogno, il cliente può anche cambiare idea pacificamente!”
“Ah allora le sai, le regole…”, fa lei, ed estrae un telecomando: “Conosci questo qua?”
Non mi lascia il tempo di guardare e di rispondere e aggiunge: “Con questo si può comandare a distanza il nostro maledetto baracchino, senza toccare il video, ed ha anche diverse funzionalità aggiuntive…”
“Ci siamo, cominciano le montagne russe nel passato e nel futuro, vero?”
“No, ‘sta volta non ne ho voglia, voglio solo farti vedere una cosa.”
E dopo alcuni attimi di furiose digitazioni su quella tastiera, sullo schermo compare la nota videata del navigatore GPS, insieme all’altrettanto nota imperiosa voce femminile metallica: “Fra cento metri, svoltare a sinistra.”
“Che faccio, devo darle retta?”
“Si capisce!”, risponde Christine felice come una bambina.
Poi si mette a cantare: “Fra poco tu/ mi lascerai/ e più non tor/ ne-rai…”
Non trovo di meglio che accompagnare, senza parole, solo ‘mm-mm’, inclinando la testa un po’ di qua un po’ di là, la sua augurale improvvisata esecuzione del ‘Valzer delle candele’, contrappuntata dalla voce metallica del navigatore: “Alla rotonda, prendere la seconda uscita!”

Il pensiero dell’assurdità della situazione è una voragine da cui faccio di tutto per tenermi lontano, canticchiando, assecondando i comandi di lei e quelli del navigatore.
Che mi portano fino all’entrata dei Giardini Margherita, e poi dentro, nel grande parco cittadino, per tutto il breve tratto percorribile in automobile, intorno al circolo del tennis, deserto e vegliato solo da un paio di forti lampioni bianchi.
“Destinazione raggiunta!” esclama con enfasi la voce metallica.
“Ma non del tutto!” le fa il verso, imitandone il timbro e la cadenza, una voce umana e allegra di giovane donna. Che poi si rivoge a me:
“Spegni tutto e parcheggia, che si va a far due passi nel pratone.”
Proprio come poco più di un anno fa, mi lascio andare senza opporre resistenza alla volontà di quel diavoletto: parcheggio sotto un alberello, chiudo la cerniera del giaccone, indosso la cuffia di lana ed esco, incamminandomi verso l’immenso prato.
Sono i luoghi della mia vita, di tutte le stagioni della mia vita, ma in particolare del periodo dopo i vent’anni, quando coltivavo una costante passione per la poesia, quella scritta, e venivo qui ad ascoltare le voci interiori, ad osservare e a scrivere. Ma era giorno, e nella stagione calda.
La mia strana amica mi affianca, camminiamo qualche secondo in silenzio, di passo abbastanza sostenuto, poi sento improvvisamente la sua mano cercare la mia, senza tentennamenti.
L’afferro, è ancora un po’ fredda ma meno di prima, poi introduco l’intreccio delle nostre dita e i due palmi uniti nella tasca del mio giaccone, per proteggerci dal freddo. Mi batte improvvisamente il cuore. Lontano, ogni tanto, ancora le prime avvisaglie del bombardamento di botti.
“Lo sai, mia cara, che questi sono i posti della mia vita, vero?”
“Lo so, visto che me ne occupo segretamente, …quando non ho di meglio da fare,” ribatte, ma la sua voce ora è improvvisamente distesa e profonda. E la nostra andatura appena un po’ meno sostenuta.
Lasciamo i larghi viali pedonali asfaltati e deserti, e ci addentriamo nel buio del pratone, un po’ umido ma non troppo scivoloso, sotto un cielo opaco e coperto.
“Sei un po’ più triste di un anno fa,” mi dice poi dopo qualche secondo di silenzio.
“Mah. Forse.”
“Un po’ più triste, e anche un po’ più stanco. Ma per il resto non sei cambiato molto.”
“Il tempo passa, Christine.”
“Lasciami indovinare. E’ proprio quello, che ti rattrista, dimmi se sbaglio.”
“Cosa?”
“Il passare del tempo. Vorresti fermarlo, ti sembra che ti sfugga di mano, invano, per sempre, e che non ci sarà una replica, e non riesci a coronarlo di sufficienti fiori di vita, mentre, intorno a te, la società si degrada ogni giorno di più, in mano a dei banditi che fanno di tutto per rubare il tempo, quello collettivo, e mentre il mondo grida il suo allarme ad un’umanità sorda, a miliardi di robot programmati per distruggere il proprio ambiente, quelli ricchi, e per soffrire, quelli poveri. Avverti tutto questo, e ti senti sempre più fragile. E quindi più triste.”
“Forse è così. Hai una soluzione?”
Ci pensa un po’ in silenzio, mentre quella mano nella mia, ed entrambe dentro la tasca del mio giaccone, sono per me un formidabile ed emozionante motore per procedere nella passeggiata e nella riflessione.
“Vivere,” conclude: “Non c’è altro rimedio. Vivere. Senza pagare inutili pedaggi alla malinconia.”
“Ma non è giusto che poi tutto finisca nel nulla, non è giusto. La mia vita, forse quella dell’umanità intera. Nel silenzio, per sempre” dico con un tremito nella voce, e proprio in quel momento un botto più potente e sgraziato dei precedenti sembra volermi sbeffeggiare.
“Non lo decidi tu, Francesco. Oltre a curare la salute, non puoi far niente per la tua vita. E per quella del mondo, temo che qualunque sforzo sia insufficiente, anche se è giusto non arrendersi.”
“Temo anch’io. Come può l’umanità intera, allevata per generazioni al mito del consumo e del finto progresso, innescare improvvisamente la retromarcia?”
“Non lo decidi tu, neanche questo. Ma non dimenticarti che nell’universo, in qualche angolo del tempo e dello spazio, forse ci sono state, o ci sono, o ci saranno, altre civiltà, magari più brave della nostra, magari anche più ricche di ingegno.”
“E noi non le conosceremo mai;” ribatto: “Temo che sia un’ulteriore fonte di tristezza.”
“Sei incorreggibile,” fa, cercando di cambiare tono: “Ascolta, facciamo una cosa. Ci diamo un appuntamento alle undici laggiù, proprio nel centro del pratone, e vediamo chi di noi trova più materiale per fare un falò.”
“Okay. Con quest’umidità è una bella sfida!” e lascio che sfili via la mano dalla mia presa e dalla mia tasca.

Giornali non troppo fradici, volantini pubblicitari, un paio di cassette di frutta di legno leggero e poco altro, è tutto ciò che riesco a trovare e a portare con grande anticipo nel posto dell’appuntamento.
Ma il gioco mi diverte, e mi fa dimenticare tutto il resto. Vivere, non c’è altro rimedio, mi ripeto.
Guardo l’orologio, poi mi viene un’idea: se corro faccio in tempo ad andare a raccattare con l’auto un po’ di materiale da bruciare.
E così poco dopo le undici mi presento con due grossi pacchi di giornali vecchi all’appuntamento: “E non è ancora finita!” esclamo trepidante a Christine, che a sua volta ha portato il suo contributo alla nostra pira per il falò. Scappo verso la Cavallona, poi ritorno con una piccola catasta di cassette, e lo scheletro di una vecchia sedia di legno, che cerco di sistemare razionalmente nel nostro caminetto improvvisato sul pratone.
“Ma bravo, sei sicuro che non arrivi il proprietaraio col fucile?”
“No, è momentanemente in Piazza Maggiore, ad ascoltare i cantanti di X-Factor.”
“Oh santo cielo, cosa ci siamo persi!” fa lei, e poi scoppia in una chiassosa risata. “Dai, tira fuori l’accendino.”
“Bella richiesta, non conoscevi la mia vita?”, rimango un attimo perplesso. “Aspettami qui,” aggiungo un attimo dopo.
Torno nuovamente verso la vettura, armato di un paio di riviste vecchie; con l’accendino della Cavallona riesco poi a dare fuoco ad una piccola improvvisata fiaccola, con cui torno, correndo come un tedoforo, verso il centro del prato.

Le fiamme, faticosamente, attecchiscono, e un bel fuocherello rischiara ora i nostri volti. Allunghiamo le mani per scaldarle sopra al falò.
Poi Christine si mette a cantare:
“La casa sua il signore di Baux/ l’ha costruita sui sassi”
e io con lei:
“La casa sua il signore di Baux/ l’ha costruita sui sassi”
e poi, insieme, a piena voce:
“Passi di mille cavalieri/ segnano i suoi sentieri/
Veglian dall’alto nella notte/ gelidi i suoi pensieri/ dì/ diddiddi diddì/ pappapappà pappèro”
e Christine si lancia in una danza, sfrenata ma armomiosa, intorno al fuoco, che brucia in fretta riviste e legnetti:
“Fuoco e calore/ nelle sue sale/ danze, colori e allegria/ canti e rumori, suoni di risa/ nella tua casa, signore di Baux!”

Lascio che canti, che danzi, e la osservo, rapito dalla sua grazia, dall’irreale magia di questa imprevedibile notte di Capodanno.

Poi improvvisamente il crepitio del fuoco tende a venir meno.
Affannata, felice, vedo i suoi occhi chiari illuminati come due piccolissime torce. Guarda l’orologio, mentre lontano le mitragliate di botti e fuochi d’artificio lasciano ormai una scia continua, acustica e luminosa.
Poi, non so dove l’aveva nascosta, tira fuori una bottiglietta mignon di champagne e due calici a ‘flute’ di vetro: “Stappala tu, che ormai è mezzanotte,” mi fa.
“Agli ordini, signora di Baux!”
Il tappo vola in aria: è il nostro piccolo contributo alle raffiche che si susseguono lontane senza sosta.
Brindiamo felici guardandoci negli occhi rischiarati dalle ultime scintille del falò.
“Buon anno, Christine!”
“Buon anno, Francesco!”
E poi ancora, fino a vuotare la piccola bottiglia.

Lasciamo alle nostre spalle un piccolo cumulo di cenere, e a braccetto, euforici, ritorniamo verso la Cavallona.
“Adesso mi riporti a casa, dove mi sei venuto a prendere, e poi ci salutiamo” dice la mia imprevista compagna.
“Come vuole, signora, tanto chi comanda è sempre lei…” e rinuncio anche solo a figurarmi che cosa invece desiderei in questo momento.
Durante il tragitto di ritorno continua a cantare, canzoni melodiose che non conosco, in francese.
Poi, una volta all’indirizzo dove poche ore prima mi aveva misteriosamente portato il radio-taxi, senza perdere quell’espressione leggermente brilla, dolce e svagata, mi dice:
“Vai, corri a raccontare tutto sul blog, che la gente deve sapere, e ad augurare un buon anno alle tue fedeli lettrici, e lettori.”
“Va bene, Madame Christine. Dimmi solo una cosa: ricomparirai nella mia vita?”
“Forse. Comunque è stato un bel Capodanno.

E non dimenticarti: Vivere.”
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Il migliore video che ho trovato de ‘Il signore di Baux’ di Angelo Branduardi è ascoltabile cliccando qui.
(La versione musicale contenuta in questo video, tuttavia, si discosta un po’ da quella originale).
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Immagini da:
http://www.astinternational.it/servizi/notizie/notizie_fase02.aspx?ID=1039
http://blog.libero.it/PATDISABILI/commenti.php?msgid=9678925

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26 risposte a La signora di Baux

  1. cristina bove ha detto:

    Mi piace molto come scrivi, e questo racconto in particolare.
    ricordarsi di vivere! già….

    • Franz ha detto:

      Complimento molto gradito, da una …addetta ai lavori!
      Quanto alla morale del racconto, anche da te sottolineata e condivisa, forse per la sua essenziale semplicità vedo che ha incontrato molto consenso.

  2. alanford50 ha detto:

    Carissimo Franz, innazitutto buon anno a te ed a tutti gli amici blogger, complimenti, come al solito un bellissimo racconto, pregno di pochi ma saggissimi elementi determinanti, ma questa volta il mio iperrealismo mi impone di non commentare oltre, proprio per non rovinare quest’atmosfera così piacevole, per lasciare almeno in questa occasione quel filo di speranza che in fondo non può ne dovrebbe mai mancare per poter fare nel modo più semplice quella cosa di cui hai così tanto narrato, ossia, vivere.
    Quindi mi unisco a quell’esortazione in fondo così semplice e bella, buon vivere a tutti, questo è il mio piccolo e semplice augurio.
    Ciaooo neh!

    • Franz ha detto:

      Buon vivere a te, iperrealista amico dotato di un cuore gentile e che, iperrealisticamente, non rinuncia a battere…
      E aggiungo un sorriso: 🙂

  3. Superfragilistic ha detto:

    La posesia che riesci a mettere in ogni tua narrazione fa di te un meraviglioso narratore, dote rara di questi tempi. Ogni giorno facciamo i conti con la nostra storia ma certo all’inzio di un nuovo anno i bilanci sono quasi un obbligo. Anch’io, come la tua Cristine, ti dico ‘Vivi!’ ed aggiungo vivi l’oggi senza proccuparti del domani che ‘ad ogni giorno a basta la sua pena’. Un abbraccio forte dalla tua amica Super

    • Franz ha detto:

      Grazie, superamica, gemella di blog e saggia consigliera.
      L’arte del vivere si apprende un po’ alla volta, con impegno, forse mai del tutto sufficientemente.
      La tua citazione dai vangeli è appropriata: la qualità dell’oggi dipende dalla capacità di viverlo con abbandono totale, senza ansie per il domani o tristezze per i giorni passati.
      Un abbraccio forte a te e auguri di un nuovo anno di luce, a te e ai tuoi cari.

  4. RosaOscura ha detto:

    Simpatica questa misteriosa “MADAME!”

    Un bacio caro Franz, e buon inizio 2011!!!

    Giovanna

    • Franz ha detto:

      L’elemento del mistero non poteva certo lasciarti indifferente, mia cara Gio’…

      Un bacio a te, e ancora auguri di mille cose positive e gioiose!

  5. Sara ha detto:

    Franz stiamo scartando il nuovo anno come se fosse un regalo: ridi, godi, vivi!

    • Franz ha detto:

      Ma non sarai magari proprio tu la Christine del mio racconto, in una delle tue più riuscite imitazioni?
      Da quello che scrivi, la filosofia di vita mi sembra proprio la stessa… 😉

  6. Mirella ha detto:

    So mica quel che è successo, Franz. Devo aver cliccato qualcosa per sbaglio. Chiedo scusa.
    Volevo complimentarmi per il racconto, che mi ha riportato alla mente anni lontani, e mi ricorda che comunque bisogna andare avanti e vivere finché ci è concesso.
    I migliori auguri, e di cuore, per l’anno appena cominciato

    • Franz ha detto:

      Non so se tutto o in parte, il tuo commento precedente non è andato perduto, e ha spinto anche me sulla via dei ricordi.
      Ti ringrazio per le care parole e ti auguro un nuovo anno, giusto per restare in argomento, pieno di vita!

  7. Mirella ha detto:

    Il pratone, Franz, il pratone mi hai fatto tornare in mente! E il viale piatto (così lo chiamavano) che da porta Castiglione percorrevamo per arrivarci. E la giostra che ci misero e che da tanti giri che ci feceero su i miei figli, dicevo sempre che avevo finanziato almeno per metà del suo costo.
    E mi sono ricordata la fantasmagoria dei colori d’autunno e quando d’inverno il laghetto gelava e ci si poteva camminare sopra.
    Ci ho passato una vita in quei giardini, tutti i giorni e in tutte le stagioni ci portavo i miei figli piccoli

    • Franz ha detto:

      Mi fa piacere, Mirella, aver evocato in te dei ricordi dolci. Come ho scritto, non c’è fase della mia vita che non sia passata da quell’affascinante e magico grande parco; i ricordi più belli sono però quelli di tarde mattinate di sole nei giorni feriali delle stagioni tiepide, quando avevo poco più di vent’anni. Una panchina dominava, presso i pochi alberi sulla destra, la vista sull’intero pratone, ma poi, non so perché, la tolsero; da allora mi abbonai ad un paio di panchine strategiche sul viale che lo costeggia a valle, non credo sia proprio il ‘viale piatto’ che ricordi tu, quello con la giostra, ma forse è il più bello di tutti.

  8. amanda ha detto:

    … e ancora lei rimane là e guarda passare gli anni

    buon anno Franz!

    • Franz ha detto:

      Vedo che anche con la cara Amanda, proprio come con la cara Giraffa, condivido il retroterra (insomma, ‘background’) di emozioni musicali…

      Uno splendido anno a te, a chi vuoi bene e a chi ti vuole bene.

  9. milvia ha detto:

    “E non dimenticarti: vivere.”
    E sognare, anche.
    E tu continua a raccontarci i tuoi sogni, e le realtà che vivi, e gli incontri, e le gioie, e le malinconie, così come sai fare, con eleganza, sommessamente, con l’ intelligenza dell’anima, del cuore. E continua a trasmetterci consapevolezza, ma anche speranza.
    Continua a essere come sei, con qualche rughetta in più, intorno agli occhi, certo, ma che importa…L’importante è lo sguardo.
    E continua ad accendere falò, che sono belli, i falò. E sono vivi.

    Buon anno, Francesco! O Franz, come preferisci.

    • Franz ha detto:

      Giuro di impegnarmi ufficialmente, per tutto l’anno appena cominciato e finchè salute fisica e mentale me lo permettano, ad …essere come sono. Anche perchè è una delle poche cose che so fare. 🙂
      E spero che, fra gli incontri del nuovo anno, da raccontare o meno, ci siano anche nuovi amici e amiche, anche se difficilmente saranno competitivi con te in sensibilità e premure!
      Buon anno a te, ancora una volta, e l’ennesimo grazie di cuore.

  10. Silvana ha detto:

    E così se ne è andato un altro ultimo dell’anno della nostra vita, e tu ci hai regalato un ulteriore pezzettino di magia del narrare.

    • Franz ha detto:

      A volte basta una frase breve come questa tua a galvanizzare, remunerare e incitare chi cerca di divertirsi, ma anche di suggestionare ed emozionare, con l’uso della parola scritta.
      Grazie, ‘Scricci’!

  11. Tonino ha detto:

    1 e 1 e11 .
    Sembra un letto per fachiri, un giaciglio di aculei .
    Punte di diamante, ecco come interpreto questi semplici segni.
    Diamante che incide il vetro, lo intacca, lo crepa e mani sapienti lo dividono senza ridurlo in schegge così come ,facilmente, vorrebbe, così come la sua natura rigida e fredda.
    Spessore , colore, durezza, forma, grandezza, preziosità caratterizzano il risultato di una fusione.
    Anche il tempo ed anche la vita sono simili al vetro.
    Ognuno con il suo diamante ad incidere il vetro, il tempo, la vita.
    Tutti a ritagliare ad accostare colori e forme e formare un quadro, un vetrata ed esporla alla luce .
    Anche la vita ,mostrarla,colorata, composta da tanti frammenti,piccoli,grandi ,armonici,spigolosi, lineare e la luce che l’attraversa.
    ”Non ci resta che viverla, questa vita”,ma così ,composta, colorata,a mosaico, in una realizzazione che avrà fine l’ultimo giorno.

    Buon lavoro a tutti.
    T.

    • Franz ha detto:

      E’ bella, come sempre sono le tue divagazioni, questa fantasmagoria di luce, colore e materia, che ti ha ispirato il nuovo numero progressivo dei nostri veloci giri intorno al sole.
      A me, più semplicemente, i due ‘1’ danno comunque un senso di inizio, di novità, che sarebbe bello veder incarnata negli eventi e nella società.
      Un po’, solo un po’, dipende anche da noi.

      Auguri e un …buon lavoro a te!

  12. giraffa ha detto:

    Christine ha ragione, non ci resta che vivere. E come canta il signore citato dalla tua simpatica e saggia amica tatuata, “il giro di una danza e poi un altro ancora e tu del tempo non sei più signora”, ancora buon anno 😉

    • Franz ha detto:

      Vale anche per te quanto ho appena scritto in risposta a Maria, sulla condivisione.
      Oltre ai consigli di Christine, vedo poi che condividiamo pure gli antichi interessi ‘musicali cantautorali’…

      Ancora auguri a te, lady G. 🙂

  13. maria vayola ha detto:

    Beh forse è meglio dar retta a Christine…….terrò conto anche io del suo consiglio….
    Buon 2011 Franz
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    • Franz ha detto:

      Aveva ragione, allora, quando alla fine mi ha detto di correre a raccontare tutto.
      Mi è di conforto, sai, condividere i suoi consigli con amiche come te…
      Un buon anno a te, Maria.

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