L’anticonfessione

grata

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Nell’entrare nella basilica, ho ritrovato intatte le antiche sensazioni: l’immediato gradevole senso di fresco dell’aria, e poi la penombra, resa mistica dalla luce fioca delle vetrate colorate e dallo svettare di fiammelle raggruppate di candele accese, il loro antico profumo, e questo silenzio diffuso, scandito da poche risonanze. Il tempo liberato dai consueti ritmi della quotidianità, abbandonata, fuori dalla doppia porta di legno, insieme al traffico della città.
Mi sono diretto nell’abside, scegliendo, fra i diversi confessionali di legno scuro lavorato, l’unico chiaro, del colore delle bare quando muore un bambino, e ora sono inginocchiato ad aspettare, dalla grata perforata di colore turchese, il rumore dell’apertura dello sportello all’interno.
Non ho fatto l’esame di coscienza: questo non è un confessionale come gli altri, è un anticonfessionale, appena introdotto sperimentalmente da papa Francesco.

Un antico, inevitabile, piccolo tuffo al cuore accompagna l’atteso rumore sordo di legno, senza alcuno scricchiolio.
E subito la voce dell’anticonfessore: “Nel nome del creato, della comunità, e della nostra reciproca fede.”
“Amen!”.
“Da quanto tempo non esaminiamo la coscienza?”
“Non lo so, padre e fratello, un po’ lo faccio sempre, ma con la guida di un interlocutore attento forse è la prima volta in vita mia.”
“Bene. Cominciamo, allora, con molta calma.”
“Sì, cercherò di aprire il cuore.”
“Allora, uno sguardo generale. Come procede il cammino?”
“Sono uscito dal buio dell’inverno, e osservo il rinnovato miracolo del verde rigoglioso delle foglie, e delle spighe acerbe di grano che si trasformano. Le fioriture, quest’anno, sono come esplose tutte improvvisamente poche settimana fa, mentre perdura il consolante concerto diurno di cinguettii e gorgheggi.”
“Il rinnovato miracolo, sì. Eppure… c’è un fondo d’inquietudine e d’insoddisfazione da chiarire, direi.”
“Mh. Sì, credo di sì.”
“Come lo vogliamo definire? Quali sono i suoi connotati più veri?”
“Il lavoro, quello interiore voglio dire…”
“Non sembra dare i suoi frutti, figliolo e fratello, eppure continua in modo originale e quotidiano da tanto tempo, vero?”
“Sì, padre e fratello, sembra che sia un’infinita proiezione di brutte sequenze dai tanti film del mio passato.”
“Un lavoro necessario ma in apparenza fine a sè stesso.”
“Sì, e interminabile, mentre ogni giorno l’angustia del tempo a disposizione impone un severo autocontrollo sulle attività da svolgere e i sacrifici da affrontare.”
“Il significato sembra sfuggire, è chiaro. Dunque chiediamoci qual è, questo significato.”

Il silenzio antico della chiesa, il ritmo blando e autorevole dei pochi rumori che vi si frangono come placide onde sulla battigia, e l’oscurità, fanno da teatro alla profonda attività di scavo, di perforazione, che quella richiesta provoca in me, per lunghi attimi senza che io riprenda la parola.

“Il significato… Forse una riappropriazione. Forse, meglio, una taratura degli occhiali.
Forse, meglio ancora, una ginnastica per vivere, per imparare a respirare profondamente le brezze primaverili come mai ne ero stato capace.”
“E ti sembra di vederne qualche frutto?”
“Credo di sì, frutti nuovi, curiosi, interessanti, ma sempre troppo acerbi: sensazioni di benessere, e fuggevoli intuizioni di gioia, con il retrugusto di angoscia per il tempo che fugge, per la caducità della bellezza, e del tempo a disposizione, della vita che se ne va quasi prima ancora di essere vissuta.”

Questa volta è lui a tacere, e ad ascoltare insieme a me l’eco delle mie parole.
Poi, d’improvviso, ribatte: “Il successo. Che cos’è il successo?”
“Già. Mi trovo spesso a sognare, nella fondamentale solitudine della mia vita, l’affermazione, magari nella letteratura, o in politica, o nel giornalismo, e magari di avere un grande seguito sui social network e nel mio blog. E mi chiedo se è solo per vanagloria o per poter incidere davvero su una compagine umana affranta e a rischio d’estinzione. E mi immagino, con il successo, una vita più piena e significativa.”
“Ecco sei arrivato alla parola chiave: ‘significativa’. Non era la stessa da cui siamo partiti? E dunque non sarà che il successo vero sia precedente all’affermazione, e che quest’ultima segua strade non controllabili, e comunque meno importanti della riappropriazione che dicevi, della taratura degli occhiali, della rinnovata capacità di respirare…”
“Sì ma…”
“Ma hai fretta, hai paura, ti senti ancora e sempre inadatto, inadeguato. Come in tutti i ricordi penosi che continuano ad affiorare.”
“Già” affermo, con un senso di profondo dolore, improvviso ma noto.
Poi aggiungo: “L’altra sera, per radio, hanno trasmesso alcune canzoni degli anni settanta: Dalla e De Gregori, De André con la PFM, Ivan Graziani, Antonello Venditti… E’ stato strano: ho avvertito, tramite quelle antiche note musicali, una consonanza molto forte col passato, e di sapore diverso dalla solita angustia dei ricordi che riemergono. E’ come se fossero per una volta riapparsi i lieviti che hanno fatto crescere e sollevare la mia coscienza, i nutrimenti che l’hanno alimentata.”
“E’ un buon segno…” Immagino un sorriso al di là di questa grata color turchese: “Forse i primi segnali di terra dopo la lunga navigazione.”
“Mah. Sarebbe bello. Perché la vita è breve, troppo breve, per spenderla tutta in alto mare.”
“Non sottovalutare la bellezza dell’oceano, il colore intenso delle onde e della distesa infinita di acqua salata sotto il cielo.
Ed ora può bastare. Recitiamo l’atto di speranza.”
“Sì, grazie, padre e fratello.
Mia collettività, mi impegno e mi sforzo con tutto il cuore ad ascoltare e superare le mie piccolezze, perchè con quelle mi sono chiuso alla vita, e molto più perchè ho danneggiato voi, infinitamente bisognosi di essere amati sopra ogni cosa. Propongo, col vostro santo aiuto, di aprirmi sempre più, e di fuggire le distrazioni lontane dalla pienezza. Fratelli, misericordia, aiutatemi.”
“Ed ora io ti assolvo e sollevo, nel nome del creato, della comunità, e della nostra reciproca fede.”
“Amen!”
“Arrivederci, figliolo e fratello.”
“Arrivederci, padre e fratello.”
Lo sportello di legno si chiude con un piccolo tonfo sordo.
Mi rialzo, e ora il silenzio della basilica ha una nota più serena, e anche il rumore del traffico, là fuori, sembra meno stridente e ha addirittura qualcosa di simile a una nuova attrattiva.
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Immagine da http://www.immacolatine.it/roscelli/confessore.html

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Aprile

Bologna 21-4-1945

Aprile.

Quello di sessantotto anni fa, la più straordinaria primavera che si possa immaginare.
Le truppe degli alleati polacchi, il 21 del mese, entrano a Bologna fra una folla esultante fissata per sempre dalle fotografie, con gli abbigliamenti, le capigliature, e quel bianco e nero, che sanno ormai di storia antica.
La rinascita nella gioia, dopo la gravidanza di una dittatura grottesca e le doglie del parto di una guerra atroce, ottenuta grazie al sacrificio dei tanti martiri della Resistenza, ragazzi, ragazze, che per la libertà dovettero offrire la loro vita, sacrificando, prima di ogni altra cosa, la possibilità di sperimentare anche loro quella straordinaria primavera.
E grazie anche, storicamente certo in maggior misura, all’intervento degli eserciti alleati, in massima parte quello americano.

L’avremmo poi pagato, da allora fino ai giorni nostri, quel grande regalo dei nostri amici d’oltreoceano: sarebbero diventati i segreti manovratori dei nostri destini politici, compresa l’epoca delle stragi, che lascerà nel 1980 proprio a Bologna la sua ferita più profonda. La giornalista Stefania Limiti, ieri, ha reso note nel blog di Beppe Grillo le attuali conclusioni del suo lavoro di ricercatrice storica su tali sistematiche ingerenze (vedi qui).
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Sabato 20 Aprile 2013.

Alla vigilia dell’anniversario della liberazione della mia città, una telefonata in tarda mattinata mi tira giù dal letto. Non rispondo, lascio che si inneschi la segreteria.
“Ciao, sono G., ti volevo chiedere se hai voglia di venire a correre. C’è qualche raggio di sole. Fammi sapere!”
Contrariato, me ne torno a letto, se non a riprendere sonno, almeno a organizzare mentalmente le prime mosse di questo mio sabato.
Decido di richiamarlo, non mi va di fare la primadonna che si nega, anche se non ho tempo né voglia di andare fin da lui (assai lontano da qui, nelle colline sopra Zola Predosa); gli spiegherò la verità, che sono andato a correre proprio ieri e oggi non me la sento.
Prima però accendo il computer, per aggiornarmi sull’evoluzione di quella specie di psicodramma che è l’elezione del nuovo capo di Stato.
Dopo le preghiere di Bersani, Monti e Berlusconi, Napolitano ha accettato la ricandidatura‘.
Accetto, da parte mia, la notizia come qualcosa di ineluttabile, senza neanche l’energia mentale necessaria a immaginare quanto ora sia cambiato lo scenario rispetto all’elezione di Romano Prodi, fallita ieri, e ancor di più rispetto a quella di Stefano Rodotà, lasciata costantemente naufragare.

La facondia dell’amico G. è sempre inarrestabile; per una telefonata con lui bisogna mettere in conto ogni volta una buona mezz’ora di tempo. Ma questa volta l’effetto dei suoi ragionamenti mi è del tutto balsamico.
“Guarda che è molto meglio! Che cosa ti puoi aspettare da un’alleanza di governo fra i Cinque Stelle e questo Pidì? Solo di essere invischiati ad affrontare situazioni impossibili, una crisi sempre più drammatica da gestire insieme a ‘sta gentaglia, che farà di tutto per scaricare le responsabilità e affossare il Movimento.
Lascia che se la vedano fra loro, cercheranno di fare fronte con Hollande per ottenere un regime più morbido dall’Europa, mentre i grillini faranno quello che sanno fare meglio, l’opposizione, senza bruciarsi inutilmente.”
“Ho capito” cerco di ribattere, “ma questi dei guai ne fanno, continueranno a farne sempre di più, mentre una personalità del calibro di Stefano Rodotà avrebbe segnato il cambiamento.”
“Rodotà è un grande, mi ricordo che lo leggevo sempre su Panorama, prima che fosse di Berlusconi, quando era ancora una rivista seria. Ma dai retta a me, è meglio così, lascia che siano loro a sporcarsi le mani.”
“Ho capito, ma il xxxxxxxxxx ce lo teniamo per sette anni.”
“Ma no, figurati! Farà come il papa, fra un anno dirà che non se la sente più…”

Quasi mi convince e la mia giornata, iniziata difficilmente, sembra già migliorata.

Più tardi, con qualche residua speranza che l’esercito dei franchi tiratori abbia fatto fuori anche Giorgio Napolitano, accendo il televisore su La 7, esattamente nel momento in cui Laura Boldrini legge l’esito della votazione, seguita dall’applauso fragoroso di tutti i ‘grandi elettori’, ad eccezione di quelli a Cinque Stelle.

Quella benefica telefonata ha neutralizzato in anticipo il sapore della sconfitta; accetto impassibile il verdetto, e continuo a meditare, abbastanza convinto, su quei ragionamenti, che immagino non estranei allo stesso zio Beppe.
E così mi sorprende non poco la sua reazione sanguigna, il tono da chiamata alle armi, in quel suo ormai famoso post, che leggo poco dopo la pubblicazione:
Ci sono momenti decisivi nella storia di una Nazione. Oggi, 20 aprile 2013, è uno di quelli. E’ in atto “un colpo di Stato”
E poi, a seguire, l’appello a recarsi davanti a Montecitorio, dove anche lui conta di giungere entro sera: ‘Rimarrò per tutto il tempo necessario. Dobbiamo essere milioni. Non lasciatemi solo o con quattro gatti. Di più non posso fare. Qui o si fa la democrazia o si muore come Paese.

E poi, su Facebook, l’ondata di rabbia e amarezza degli amici, quelli pensanti.
Mi sorprendo evidentemente condizionabile: la precedente atarassia (o imperturbabilità) mi abbandona gradualmente, sostituita dallo sdegno, quello collettivo.
Di decidere un viaggio immediato a Roma non mi sfiora nemmeno l’idea, ma non resto insensibile all’appello di un consigliere comunale grillino che, sempre su Facebook, invita a recarsi in Piazza Maggiore.
Non ho dubbi: ci andrò. Tarderò di un’oretta il mio turno di servizio, poco male oggi è sabato e ci sarà lavoro fino a tardi.

Nel prepararmi per uscire di casa rispolvero la spilla rotonda, con le Cinque Stelle gialle in campo bianco e la scritta ‘MoVimento’, che comprai a Roma, in Piazza San Giovanni, in quella gloriosa e già lontana serata, e me la applico sul maglione, a più riprese, finchè risulta bella dritta.
La serata, mentre percorro la strada che mi porta verso il centro, è livida, niente a che fare con le precedenti luminose e calde giornate di sole, che hanno prodotto dappertutto un’esplosione di fioriture, che il canto e il cinguettio di mille volatili osannava incessantemente.

Lascio la Cavallona nel posteggio di Via Indipendenza, e mi avvio verso la piazza, col cuore che mi spingerebbe a camminare molto veloce e la testa che frena.
Mi accade di rado di percorrere a piedi la cosiddetta area ‘T’, le tre grandi arterie centrali che nei fine settimana sono dedicate esclusivamente, e molto drasticamente, a pedoni e ciclisti, e al mugugno rabbioso di tutti gli altri. Camminare in mezzo a via Indipendenza, che tante volte solco ogni altra sera con la mia vettura, cercando di sobbalzare il meno possibile sul selciato storpiato dai pachidermici autobus, è piacevole. Non altrettanto l’aria, umida e ventosa, e quel cielo cupo e violaceo; e poi ho fretta, voglia di arrivare, di manifestare, cosa che già sta facendo, per chi vuole osservarla, quella spilla puntata sul mio petto.
Mi giungono all’orecchio delle note musicali. Ecco, penso fra me, stanno richiamando dalla piazza l’attenzione della gente. Ma devo ricredermi, mentre mi avvicino di buon passo a quel cantante che, con un’amplificazione da concerto, nel tratto della strada più vicino alla piazza sta esibendosi alla chitarra, con discrete doti, in una esecuzione molto urlata di ‘We are the world’.
Superato il folk-singer e giunto finalmente a destinazione, vedo solo un capannello di persone, un cerchio piuttosto largo, saranno una cinquantina,

sgabellino

e una figura nota che, con la sua stentorea voce dall’accento toscano, tiene banco, sopra il suo ormai famoso ‘sgabellino’, per dibattere animatamente coi presenti, come fa con appuntamenti fissi un paio di volte alla settimana, in un progetto di agorà, di incontro di persone e di idee, che continua ormai da vent’anni con alterne fortune.
Sta incitando alla ribellione non violenta, e riesce anche a strapparmi uno sparuto applauso, mentre qualche deficiente grida frasi sconnesse di significato contrario.
Ma non è quello che stavo cercando.
Mi guardo intorno alla vana ricerca di facce o segni del Movimento, o comunque di protesta organizzata; mi viene la tentazione di andare a controllare davanti alla prefettura, nella vicina Piazza Roosevelt, poi mi do per vinto e faccio dietro front.

La città sta celebrando il rito della passeggiata del sabato sera, una città estranea, sorda, confusa, e livida e fredda e umida come questo cielo; lontana da quel sussulto di urgente consapevolezza che vorrei.
Torno a passare davanti al cantante, e questa volta il suo accento americano mi dà un immenso fastidio. Mi sento abbandonato a me stesso, e vittima dell’oppressione di una cultura a senso unico, la stessa che ci ha portato fino a questi recenti e nauseabondi sviluppi politici.

Raggiungo la Cavallona mentre ci sono già un paio di persone in attesa che mi chiedono se sono libero, e che cosa ci fanno tre taxi fermi e vuoti in fondo a un’area di posteggio.
Pure noi ogni tanto ci fermiamo, spiego loro, ogni tanto andiamo a mangiare.
E poi affogo la delusione nel lavoro; anche la radio, di sabato, mi nega la consueta razione di trasmissioni giornalistiche e di relative voci del pubblico, che a volte mi confortano e più spesso m’infastidiscono. Forse stasera è meglio così.
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Lunedì 22 aprile 2013.

Ero curioso di conoscere gli esiti delle elezioni del Friuli-Venezia Giulia, galvanizzato dall’auspicio di zio Beppe di conquistare per la prima volta una regione.
E i primi risutati mi avviliscono: danno il Movimento di gran lunga staccato dalle altre due coalizioni, con Debora Serracchiani in testa e che sta perdendo gradualmente il suo vantaggio sul centro-destra, in un film già visto almeno un paio di volte. Le sezioni scrutinate aumentano e la situazione non cambia.
Clicco su uno dei siti che trasmettono il discorso di Giorgio Napolitano dopo il giuramento.
La nausea, il disappunto, il disgusto, sono come una marea crescente dentro me, mentre osservo quest’uomo calvo e anziano assumere, dopo un’intera vita di xxxxxxxxxxx con i poteri più xxxxxx e xxxxxxxxxxxxx, campione nell’arte di fare il xxxxx con i xxxxxx e il xxxxxx con i xxxxx, i toni dello statista sdegnato, che osa rampognare il Parlamento prostrato intorno a lui, e pronto a tributargli ovazioni, che hanno tanto il sapore della rivincita di chi ha visto minacciati per un attimo gli antichi privilegi e ora si sente di nuovo al sicuro. L’anziano xxxxxxxxx statista si commuove a più riprese, in uno spettacolo di buoni sentimenti che neanche Maria De Filippi, e relative standing ovation.

Alla fine, confortato ma non abbastanza dalla dignità del silenzio dei ‘miei’ rappresentanti in Parlamento, oggetto peraltro di scherno da parte della casta che si autocelebra per l’ennesima volta, mi sento avvilito e sconfitto.
E mi tornano in mente i versi di una vecchia canzone di Francesco De Gregori:

Io da qui vedo il cielo inchiodato alla terra,
e la terra attraversata da gente di malaffare,
e vedo i ladri vantarsi e gli innocenti tremare.

Io da qui vedo uomini caduti per terra
e nessuno fermarsi a guardare.
E gli innocenti contendersi e gli assassini ballare
e gli innocenti corrompersi e gli assassini brindare.

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Martedì 23 aprile 2013.

Oggi Facebook mi ha fatto due regali, che mi hanno rincuorato e ridato speranza.
Il primo è un articolo di Marco Travaglio che denuncia, sia pur omettendo molti altri particolari eloquenti, la carriera incline ai xxxxxxxx xxxxxxxxxxx dell’anziano neo-rieletto. (Vedi qui).
Il secondo è una riflessione sui risultati elettorali del Friuli-Venezia Giulia, unita a un recentissimo sondaggio che vede il Movimento 5 stelle in ascesa e primo partito della nazione (vedi qui) .

Fra due giorni sarà la festa d’aprile, quella della Resistenza, il ricordo e il rinnovo dello spirito di quei favolosi giorni di sessantotto anni fa.
E le nubi livide, sul cielo della mia città e del mio morale, ora sono state scacciate via dal vento di una nuova primavera che, comunque, avanza.
Ancora e sempre.
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Immagini da: http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/25-aprile-a-milano/604/default.aspx
e da: http://www.youtube.com/watch?v=0pt5_e7aVVM

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Sogni di gloria (ma anche no)

sogni

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Fra poche ore ci sarà la prima votazione per il nuovo Presidente della Repubblica.
Probabilmente mai come questa volta le relative consultazioni alla vigilia sono state tanto convulse; agli occhi della popolazione consapevole e informata, il prossimo evento si configura come un drammatico bivio fra la possibilità di un profondo rinnovamento, fonte di nuova preziosa speranza, e una conferma del malaffare che da molti anni ha minato l’etica, la cultura, la solidità e la serenità del Paese, oltre ad averne fiaccato l’economia e la capacità progettuale.
Ancora una volta, in questi ultimissimi tempi, il dipanarsi degli eventi politici ha lo stesso pathos di quelli sportivi più importanti e universalmente seguiti.
Da parte mia cerco di pensare positivo, che è sempre un buon esercizio, ma nei momenti critici ancora di più, e prefiguro l’atmosfera primaverile che, di pari passo con la tanto attesa esplosione di fioriture avvenuta in questi giorni, insieme con l’arrivo dei primi rondoni (pochi ma resistenti), produrrebbe l’elezione di quel giovane spirito dell’ottantenne Stefano Rodotà. Ma mi preparo anche ad immaginare, in caso contrario, gli scenari positivi che, per istintiva e diffusa reazione, si svilupperebbero in tempi brevi anche alla cosiddetta e malaugurata ricerca delle più ampie alleanze, che significa accontentare per l’ennesima volta (e ahinoi con effetto settennale) il Mostro di Arcore.

In una giornata come questa non potevo esimermi dal trattare questo tema in prima battuta, sia pure in poche frasi; diverso, tuttavia, è l’argomento di questo post, che nella mia mente è pronto da diversi giorni ma non ha avuto tempo a disposizione per tradursi in uno scritto.
Si tratta di un mio piccolo segreto, di cui sono a conoscenza pochissime persone a me vicine, e che ora voglio confidare pubblicamente.

Da diversi anni mi sono abituato a ricevere, qui sul blog, i complimenti di numerosi commentatori più o meno abituali e affezionati, ogni qual volta pubblico i miei racconti (in gran parte piccole vicende autobiografiche di lavoro, in occasioni più rare storie fantastiche apparentemente autobiografiche); qualche volta ricevetti anche lo sprone a cercare di pubblicarli in un libro.

L’idea si fece strada pian piano dentro di me. Pubblicare una raccolta di racconti, cominciai a immaginare, significherebbe moltiplicare, per un fattore comunque importante, le possibilità di contatto personale e di incontro offerte dal blog, e dunque, in simbiosi con il blog stesso, anche il volume della mia voce, cioè la capacità d’intervento nel mondo.
E così, ormai un anno e mezzo fa, nell’autunno del 2011, mi misi all’opera, e cominciai, un po’ alla volta, a rileggere e selezionare tutto il materiale narrativo disseminato nel corso dei già molti anni di vita del mio diario telematico.
Fu un lavoro lungo, svolto con pazienza da amanuense, gradualmente, nelle notti al ritorno dal lavoro, senza smettere di alimentare il blog con la frequenza abituale, che era allora superiore a quella attuale.
Il lavoro si articolò in varie attività: la selezione dei racconti, la trascrizione su un unico documento in formato Word, la revisione e il ritocco ortografico e grammaticale (relativamente, in particolare e dopo una difficile ricerca sulla soluzione più corretta, all’uso della punteggiatura nei discorsi diretti), l’eliminazione dei riferimenti espliciti a persone esistenti, ma anche la revisione stilistica, con eliminazione e rifacimento di alcune frasi o intere parti.

Parallelamente cominciai a documentarmi sul mondo a me del tutto ignoto delle case editrici.
Da un paio di persone più esperte, così come dall’opinione prevalente espressa nei tanti forum letterari esistenti in Rete, ricevetti il consiglio di evitare di rivolgermi ad editori che chiedessero all’autore un compenso economico per la pubblicazione. Per una semplice ma convincente ragione: un editore che chieda soldi all’autore avrà vita abbastanza facile per garantirsi una fonte sufficiente di redditività, data la quantità enorme di esordienti in cerca, come me, del loro momento di gloria, senza bisogno di darsi da fare per la distribuzione capillare e la promozione delle opere stampate.

Trovai sul web una lunga lista (questa) di case editrici estranee a questo approccio, cioé disposte a esaminare manoscritti per una pubblicazione senza contributi. Riversai quella lista in un mio documento in formato Excel, che cominciai ad arricchire con le mie impressioni sulle singole case editrici, di cui, una per una, andavo visitando il sito internet.
Per quanto riguarda la loro disponibilità, il messaggio quasi standard era questo: “riceviamo quotidianamente moltissimi manoscritti; non ci impegniamo a comunicare l’esito del nostro esame; passato un periodo di sei mesi senza un contatto da parte nostra l’esito risulterà implicitamente negativo; non restituiamo il materiale ricevuto.
La maggior parte delle case editrici, scoprii inoltre, richiede o preferisce l’invio in forma cartacea, ma sono diverse anche quelle che si accontentano dell’invio telematico di un documento Word.

Il lunghissimo lavoro di messa a punto della mia ‘opera prima’ procedette con coinvolgimento crescente: inizialmente a rilento, con fatica, poi, man mano che la raccolta prendeva corpo, con sempre maggiore convinzione e dedizione.
Alla fine ne risultò un testo di una certa lunghezza, diviso in tre parti: la prima relativa ai racconti a bordo della mia precedente vettura, soprannominata la Cometa, la seconda con la Cavallona come comprimaria, e la terza, più breve, di soli racconti fantastici. Il totale di pagine del documento, con carattere ‘Times New Roman 12’ e interlinea semplice, superava abbondantemente le trecento pagine Word, e non certo a causa di quel margine destro, abbastanza ampio per le annotazioni, che mi era stato consigliato.
Era nato, faticosamente, anche il titolo del libro: ‘Posto di guida – Voci, luci, storie di un taxi notturno‘.
L’amica Milvia, esperta nel campo, si prestò con entusiasmo e generosità alla revisione del testo, che effettuò in tempi strabilianti, indicandomi alcuni errori e alcune sue segnalazioni e consigli di vario genere, fra cui quello di alleggerire e sfrondare l’opera, togliendo alcuni racconti a mia scelta. Recepii diversi dei suoi consigli, e solo in piccola parte anche quest’ultimo, così da portare il manoscritto, nella sua versione definitiva, alla dimensione di poco meno di trecento pagine Word.

Era maggio dell’anno scorso, quasi un anno fa, quando andai in copisteria a ordinare la stampa e la raccolta in un volume, con un foglio plasticato trasparente come copertina e uno di cartoncino in fondo, e la spiraletta di plastica a tenere unito il tutto. L’impressione visiva del neonato fu alquanto piacevole ed emozionante.
Senza perdere tempo acquistai una busta rinforzata abbastanza capiente, vi introdussi il volume e la lettera di presentazione, e andai in posta a spedirla alla casa editrice che avevo selezionato per il mio primo tentativo.
Si trattava di ‘Hacca’, che avevo scelto, fra le tante, sia per l’impressione positiva del gruppo di giovani donne marchigiane che ne costituiscono il motore redazionale, sia per la loro opzione ecologica di utilizzare solo carta certificata ‘amica delle foreste’.
I giorni seguenti ero così coinvolto che cercavo di immaginare il viaggio, il recapito e la presa in carico del plico da parte delle mie prime interlocutrici.

Poco più di un mese dopo ricevetti la risposta che, sia pure non dovuta, si premurarono di inviarmi. “Pur avendo apprezzato la sua capacità nel raccontare e descrivere incontri sempre diversi, siamo costretti a rifiutare il suo lavoro perché, tranne casi sporadici, non pubblichiamo raccolte di racconti.
Pazienza, lo sapevo ma avevo sperato di rientrare in quei ‘casi sporadici’.

Intanto non ero stato con le mani in mano: avevo spedito una copia elettronica del volume (certo un po’ ambiziosamente) a ‘Marcos y Marcos’.

In luglio, poi, tornai in copisteria, e mi feci stampare altri due volumi simili al primo, che non mi era stato rispedito dalle pur corrette e gentili giovani marchigiane.
E tornai all’attacco: invio in formato cartaceo alle case editrici ‘Fernandel’ e ‘Gingko’, e in formato elettronico a ‘Chinasky’, ‘Diamond’, ‘Edizioni della sera’.
Ricevetti una sola risposta quasi immediata, da parte di ‘Gingko’, che diceva, fra l’altro: “Nel caso di esito positivo, riceverà una comunicazione a mezzo email, o una telefonata da parte dell’Editore. Le verrà proposto un accordo di edizione. Nel caso di esito negativo, riceverà comunque una comunicazione a mezzo email, o mediante posta.
In agosto, infine, spedii il volume in formato elettronico a ‘Terre di mezzo’.

Da allora, nessuno degli editori contattati si è più fatto vivo, tranne Gingko, ma solo per chiedere ancora tempo a seguito di un mio sollecito, abbondantemente dopo i quattro-cinque mesi dichiarati nel sito.

E da allora, in seguito all’insuccesso di tutti quei tentativi, si era modificato anche il mio atteggiamento nei confronti dell’opera, a cui pure avevo dedicato tanta cura.
Avevo cominciato ad avvertirla sempre più lontana dal mio mondo espressivo, come un frutto acerbo rispetto a possibilità ancora in parte latenti, e che forse un giorno, vicino o lontano, sarei stato in grado di tramutare in opere davvero valide.
Non avevo più nessuna voglia di fare nuovi tentativi, considerando sufficienti quelli effettuati: se davvero ci fosse un interesse editoriale, avevo ragionevolmente concluso, almeno una casa editrice mi avrebbe risposto.
Intanto, anche l’ultima porta ancora aperta si era dimostrata fallace, quando, in seguito a una mia ricerca più accurata, avevo letto le esperienze di diversi autori che, a dispetto di quanto dichiarato in quella famosa lista, si erano visti richiedere un forte contributo in denaro dalla casa editrice Gingko.

Sono passati così altri mesi, finchè, sul ‘Fatto quotidiano on line’ mi è capitato di leggere un articolo molto interessante a firma Enzo Di Frenna (vedi qui), che fra l’altro, in maniera per me rincuorante, scrive:
Quindi, se volete stampare un libro da soli, lasciate perdere le piccole e medie case editrici. Nella maggior parte dei casi rischiate l’inganno e vi fregano” e poi tratta a lungo il mondo dei siti di ‘autopubblicazione’, quelli cioè che permettono di pubblicare sia ebook che libri tradizionali senza passare attraverso la selezione e l’editing di una casa editrice, e, soprattutto, producendo solo copie ‘on demand’, cioè in base alle effettive richieste, senza produrre scorte …e scarti.

Come un seme piantato nel profondo, l’idea di sfruttare questo canale ci ha messo un po’ di tempo a germogliare, ma la cosa ora, proprio insieme alle inebrianti spettacolari fioriture primaverili di questi giorni, è avvenuta finalmente con decisione.
E ho ritrovato gradualmente anche un po’ dell’antico coinvolgimento, e di nuovo interesse, nei confronti della mia raccolta, che mi sembra nuovamente meritevole di diffusione.

Mi sono dunque rimesso in azione, seguendo i consigli contenuti in quell’articolo, e andando puntualmente a sbattere contro nuove difficoltà.
Il sito Narcissus.me promette un preventivo per la realizzazione di un documento in formato ‘pdf’ a partire da un testo Word, che è il primo passo da fare in un percorso per l’autopubblicazione. Alla mia richiesta di tale preventivo, mi è arrivata l’indicazione di inoltrarla a un altro indirizzo più specifico (non potevano farlo loro? mah!), cosa che ho fatto immediatamente senza poi ricevere alcuna risposta.
Poco male, credo di essere in grado di fare da solo questa operazione tecnica: è solo questione di trovare un po’ di tempo libero. L’importante è aver ritrovato la convinzione.

Naturalmente vi aggiornerò sugli sviluppi di questa ormai lunga avventura.
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Immagine da: http://www.fantacalciopvo.com/2012_03_23_archive.html

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