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Nell’entrare nella basilica, ho ritrovato intatte le antiche sensazioni: l’immediato gradevole senso di fresco dell’aria, e poi la penombra, resa mistica dalla luce fioca delle vetrate colorate e dallo svettare di fiammelle raggruppate di candele accese, il loro antico profumo, e questo silenzio diffuso, scandito da poche risonanze. Il tempo liberato dai consueti ritmi della quotidianità, abbandonata, fuori dalla doppia porta di legno, insieme al traffico della città.
Mi sono diretto nell’abside, scegliendo, fra i diversi confessionali di legno scuro lavorato, l’unico chiaro, del colore delle bare quando muore un bambino, e ora sono inginocchiato ad aspettare, dalla grata perforata di colore turchese, il rumore dell’apertura dello sportello all’interno.
Non ho fatto l’esame di coscienza: questo non è un confessionale come gli altri, è un anticonfessionale, appena introdotto sperimentalmente da papa Francesco.
Un antico, inevitabile, piccolo tuffo al cuore accompagna l’atteso rumore sordo di legno, senza alcuno scricchiolio.
E subito la voce dell’anticonfessore: “Nel nome del creato, della comunità, e della nostra reciproca fede.”
“Amen!”.
“Da quanto tempo non esaminiamo la coscienza?”
“Non lo so, padre e fratello, un po’ lo faccio sempre, ma con la guida di un interlocutore attento forse è la prima volta in vita mia.”
“Bene. Cominciamo, allora, con molta calma.”
“Sì, cercherò di aprire il cuore.”
“Allora, uno sguardo generale. Come procede il cammino?”
“Sono uscito dal buio dell’inverno, e osservo il rinnovato miracolo del verde rigoglioso delle foglie, e delle spighe acerbe di grano che si trasformano. Le fioriture, quest’anno, sono come esplose tutte improvvisamente poche settimana fa, mentre perdura il consolante concerto diurno di cinguettii e gorgheggi.”
“Il rinnovato miracolo, sì. Eppure… c’è un fondo d’inquietudine e d’insoddisfazione da chiarire, direi.”
“Mh. Sì, credo di sì.”
“Come lo vogliamo definire? Quali sono i suoi connotati più veri?”
“Il lavoro, quello interiore voglio dire…”
“Non sembra dare i suoi frutti, figliolo e fratello, eppure continua in modo originale e quotidiano da tanto tempo, vero?”
“Sì, padre e fratello, sembra che sia un’infinita proiezione di brutte sequenze dai tanti film del mio passato.”
“Un lavoro necessario ma in apparenza fine a sè stesso.”
“Sì, e interminabile, mentre ogni giorno l’angustia del tempo a disposizione impone un severo autocontrollo sulle attività da svolgere e i sacrifici da affrontare.”
“Il significato sembra sfuggire, è chiaro. Dunque chiediamoci qual è, questo significato.”
Il silenzio antico della chiesa, il ritmo blando e autorevole dei pochi rumori che vi si frangono come placide onde sulla battigia, e l’oscurità, fanno da teatro alla profonda attività di scavo, di perforazione, che quella richiesta provoca in me, per lunghi attimi senza che io riprenda la parola.
“Il significato… Forse una riappropriazione. Forse, meglio, una taratura degli occhiali.
Forse, meglio ancora, una ginnastica per vivere, per imparare a respirare profondamente le brezze primaverili come mai ne ero stato capace.”
“E ti sembra di vederne qualche frutto?”
“Credo di sì, frutti nuovi, curiosi, interessanti, ma sempre troppo acerbi: sensazioni di benessere, e fuggevoli intuizioni di gioia, con il retrugusto di angoscia per il tempo che fugge, per la caducità della bellezza, e del tempo a disposizione, della vita che se ne va quasi prima ancora di essere vissuta.”
Questa volta è lui a tacere, e ad ascoltare insieme a me l’eco delle mie parole.
Poi, d’improvviso, ribatte: “Il successo. Che cos’è il successo?”
“Già. Mi trovo spesso a sognare, nella fondamentale solitudine della mia vita, l’affermazione, magari nella letteratura, o in politica, o nel giornalismo, e magari di avere un grande seguito sui social network e nel mio blog. E mi chiedo se è solo per vanagloria o per poter incidere davvero su una compagine umana affranta e a rischio d’estinzione. E mi immagino, con il successo, una vita più piena e significativa.”
“Ecco sei arrivato alla parola chiave: ‘significativa’. Non era la stessa da cui siamo partiti? E dunque non sarà che il successo vero sia precedente all’affermazione, e che quest’ultima segua strade non controllabili, e comunque meno importanti della riappropriazione che dicevi, della taratura degli occhiali, della rinnovata capacità di respirare…”
“Sì ma…”
“Ma hai fretta, hai paura, ti senti ancora e sempre inadatto, inadeguato. Come in tutti i ricordi penosi che continuano ad affiorare.”
“Già” affermo, con un senso di profondo dolore, improvviso ma noto.
Poi aggiungo: “L’altra sera, per radio, hanno trasmesso alcune canzoni degli anni settanta: Dalla e De Gregori, De André con la PFM, Ivan Graziani, Antonello Venditti… E’ stato strano: ho avvertito, tramite quelle antiche note musicali, una consonanza molto forte col passato, e di sapore diverso dalla solita angustia dei ricordi che riemergono. E’ come se fossero per una volta riapparsi i lieviti che hanno fatto crescere e sollevare la mia coscienza, i nutrimenti che l’hanno alimentata.”
“E’ un buon segno…” Immagino un sorriso al di là di questa grata color turchese: “Forse i primi segnali di terra dopo la lunga navigazione.”
“Mah. Sarebbe bello. Perché la vita è breve, troppo breve, per spenderla tutta in alto mare.”
“Non sottovalutare la bellezza dell’oceano, il colore intenso delle onde e della distesa infinita di acqua salata sotto il cielo.
Ed ora può bastare. Recitiamo l’atto di speranza.”
“Sì, grazie, padre e fratello.
Mia collettività, mi impegno e mi sforzo con tutto il cuore ad ascoltare e superare le mie piccolezze, perchè con quelle mi sono chiuso alla vita, e molto più perchè ho danneggiato voi, infinitamente bisognosi di essere amati sopra ogni cosa. Propongo, col vostro santo aiuto, di aprirmi sempre più, e di fuggire le distrazioni lontane dalla pienezza. Fratelli, misericordia, aiutatemi.”
“Ed ora io ti assolvo e sollevo, nel nome del creato, della comunità, e della nostra reciproca fede.”
“Amen!”
“Arrivederci, figliolo e fratello.”
“Arrivederci, padre e fratello.”
Lo sportello di legno si chiude con un piccolo tonfo sordo.
Mi rialzo, e ora il silenzio della basilica ha una nota più serena, e anche il rumore del traffico, là fuori, sembra meno stridente e ha addirittura qualcosa di simile a una nuova attrattiva.
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Immagine da http://www.immacolatine.it/roscelli/confessore.html





