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Raramente il mio interesse per i fatti della politica aveva travalicato, come in questo periodo, la sfera della curiosità e della conoscenza, per coinvolgere anche quella delle emozioni; sicuramente mai per un periodo così lungo.
In simile situazione penso si troverebbe chi per innumerevoli anni fosse stato tifoso di una squadra di nicchia, da lui reputata interprete di uno stile di gioco innovativo, e ora improvvisamente la vedesse finalista in Champions League, con tutti i fari del mondo sportivo puntati su di essa.
Ma anche questo paragone è riduttivo, considerato che la posta in gioco non è un titolo calcistico, sia pure il più ambito, ma le sorti politiche del mio Paese, e probabilmente non solo di quello. E ancora, addirittura, la possibilità di vedere questo mio Paese, sfibrato, corrotto, disilluso, cinico, depresso, disprezzato, disperato, porsi improvvisamente, in ambito internazionale, come pilota di una via pacifica e rivoluzionaria al cambiamento, tramite un tipo di risposta, inedita, alle sfide epocali di un’umanità a rischio di progressiva e rapida estinzione. E scusate se è poco.
Quando Pierluigi Bersani ha lanciato i primi segnali di alleanza a Beppe Grillo, per un programma di governo di pochi punti condivisi, la mia reazione è stata positiva; anzi, per usare un linguaggio allineato alle premesse iniziali, ho provato emozioni piacevoli, pregustando il varo rapidissimo di provvedimenti legislativi giusti e sensati, che è un tipo di esperienza persa ormai nella notte dei tempi. Abbiamo trovato chi costringe il Piddì a fare qualcosa di sinistra, avevo pensato con beffarda soddisfazione, e ripicca nei confronti del popolo ancora fedele alla corrotta chiesa del partito ex-ex-ex-comunista.
Poi, con l’attenzione vigile di questo straordinario periodo, ero stato sicuramente uno dei primi a leggere, mercoledì pomeriggio, il famoso post di zio Beppe contenente lo schiaffo violento a chi veniva definito un morto che parla, con tanto di immagine sarcasticamente distruttiva.
Un po’ di dispiacere, come di un sogno che viene meno, probabilmente troppo bello per essere vero.
E poi, di lì a pochissimo, lo scatenarsi della tempesta, che non ha risparmiato la mia attenzione e il mio cuore. Un coro, disordinato, impulsivo, ma concorde nel contenuto: il comico di Genova, per cinico calcolo politico, preferisce il proprio interesse di parte al bene della nazione. Una curiosa, copiosissima varietà di elenchi, ognuno diceva la sua (e tuttora continua a farlo) di obiettivi da condividere, e l’invito pressante a trovare un accordo sulla fiducia a un governo Bersani.
Confusione, dubbio, paura.
Che non vengono meno durante le ore di lavoro serali: il messaggio fortemente critico viene ribadito in modo quasi unanime dal conduttore e dagli ascoltatori del ‘Microfono aperto’ di Radio Popolare-network, come pure da diversi passeggeri a bordo della mia Cavallona, stimolati da quella trasmissione, o dai giornali-radio.
Intorno alle undici, durante una sosta d’attesa in Piazza Re Enzo, un po’ di insperato sollievo. Due colleghi mi si fanno incontro come desiderosi di festeggiare con me la storica affermazione del Movimento Cinque Stelle, e per la prima volta in nove anni di questa attività mi sento partecipe di un’idea politica compresa e condivisa nell’ambiente di lavoro. Esprimo la mia titubanza sui recentissimi sviluppi, e trovo in loro una strenua difesa del no a qualsiasi accordo con Bersani e tutto ciò che quell’uomo rappresenta (anche, come capirò più tardi, nei confronti della nostra categoria, che fu a più riprese osteggiata e minacciata dallo smacchiagiaguari, fin dai tempi delle indimenticabili ‘lenzuolate’).
Sento che la loro fiera opposizione in fondo mi dà respiro, poi, pochi attimi prima che il presentarsi di un cliente mi obblighi a lasciarli, al capannello vedo unirsi un altro collega, con un’espressione avvelenata e funerea, che la pensa diversamente, scuote la testa, e paventa scenari catastrofici.
Qualche ora dopo, nel rincasare con la stanchezza di un’altra serata di lavoro, trovo un messaggio nella segreteria telefonica:
“Ciao, Francesco, sono G.” Il tono è cordiale, confidenziale, ma immediatamente vira verso una rabbia sempre più furente: “Ho sentito che Grillo ha detto di no alle incredibili aperture di Bersani. Bisogna fare subito qualcosa, ti prego, sai che io non posso, intervieni a nome mio sul suo blog per dirgli che non sono d’accordo. Quell’uomo è un deficiente, anch’io ho votato Cinque Stelle, ma la prossima volta se lo scorda!”
Quello che ci voleva per terminare serenamente la mia giornata.
L’indomani, su Facebook, anche Jacopo Fo, solitamente pacato, intelligente e acuto, si lascia contagiare dalla frenesia e diffonde il suo appello per un accordo, con la preghiera di massima e rapida diffusione.
Da quel momento, fin qui, il dibattito si mantiene estremamente vivo e contrastato.
Saltano fuori ipotesi strane e contorte per salvare capra e cavoli, come quella di fare assentare i senatori del Movimento all’atto del voto di fiducia, ma non tutti: sedici dovrebbero restare in aula e votare contro, per evitare che la probabile contemporanea defezione del centro-destra invalidi la votazione per mancanza del numero legale. Oppure quell’altra di lasciare in carica il governo Monti per l’ordinaria amministrazione e delegare al Parlamento la funzione legislativa, con accordi variabili e possibili su ogni singola norma.
Fantasie distorte, di chi sembra non voler conoscere il carattere tutto d’un pezzo di Beppe Grillo.
Da parte mia, superata l’iniziale reazione emotiva, vado elaborando un giudizio più articolato e sereno sulla situazione. Almeno un paio di considerazioni, fra le tante, mi fanno rendere conto della bontà della posizione intransigente dello zio: penso all’impossibilità di varare una seria legge contro il conflitto di interessi da parte di un partito che manovra importanti assicurazioni, banche e cooperative (come quella sulla grande distribuzione commerciale, la Coop). E penso all’ipotesi di una guerra: Israele decide di inviare un gentile missile atomico in Iran, la Nato chiede la nostra collaborazione militare, Pierluigi Signorsì accondiscende, zio Beppe è costretto a ritirare la fiducia e si apre una crisi di governo nel momento più drammatico.
Fra i tanti che leggo o ascolto, sono due gli interventi che mi rincuorano e rasserenano del tutto.
Quello del mai abbastanza lodato Giulietto Chiesa, che non scende troppo nei dettagli, ma lancia il messaggio “Mi fido dell’onestà di Grillo”, e poi quello di Marco Travaglio, che, durante la trasmissione di Michele Santoro, fa un dettagliato excursus sull’ormai lungo percorso di intervento politico dello stesso Grillo, in crescendo negli anni, e sempre costantemente osteggiato da tutti i tipi di potere costituito.
Già, ecco la chiave di volta, ecco l’equivoco che ha scatenato, sulla base di intenzioni a volte spassionate a volte molto meno, una campagna d’opinione a favore dell’accordo. L’equivoco che, sulla falsariga di molte generazioni di politici collusi col potere, anche le finalità di zio Beppe siano di bottega, di potere, a vantaggio esclusivo del suo Movimento fino al discapito del bene collettivo.
Contraddicendo così un dato che la lunga carriera di quell’uomo tanto vulcanico, tanto sprezzante, tanto concitato e volgare nelle espressioni, dimostrano in maniera lampante a chi la osserva senza pregiudizi: l’approccio etico all’impegno politico e sociale. Ricordo solo un paio di dettagli: in un suo vecchissimo spettacolo, le parole di ammirazione alla memoria di Albert Sabin, per aver rinunciato ai diritti sul vaccino antipolio ai fini di accelerarne la distribuzione, e poi la pubblicazione, ogni anno, del ‘calendario dei santi laici’, e non mi dilungo oltre.
La mia ritrovata serenità, poi, subisce un nuovo attacco. La romagnola Giulia Sarti, eletta alla Camera anche con il mio voto, in un’intervista dichiara un certo fastidio circa l’opinione precostituita del leader, e poi che un eventuale incontro col capo dello Stato dovrebbe essere affrontato non da lui ma da un neo-eletto. Di lì a non molte ore, immagino in conseguenza a quello o simili episodi, l’intera pattuglia dei parlamentari stellati annuncia il silenzio stampa, almeno fino allo svoglimento del fondamentale incontro, che avverrà domani (lunedì 4 marzo), fra tutti gli eletti e con lui, il fondatore del Movimento.
Il senso di fragilità di un modello di dichiarata democrazia diretta, che però allo stesso tempo non può prescindere da una guida dispotica del leader carismatico, protagonista quasi assoluto del successo elettorale, apre nuovi varchi nel mio fondamentale ottimismo circa la rivoluzione in atto.
Ma poi questo mio disagio è mitigato dalla visione di un filmato, in cui alcuni giovani neo-parlamentari in visita a Montecitorio vengono intervistati da un giornalista del Fatto Quotidiano. Sono reticenti a parlare, ma l’immagine che mi lasciano è un misto di serietà, semplicità, gentilezza e grande impegno. Una nuova genìa di illuminati.
Mi rincuoro: a dispetto dell’inevitabile fragilità dell’attuale modello ce la possiamo fare.
Ferma restante la mia ritrovata fiducia, cerco di immaginare la strategia che, come in una partita a bridge, sta giocando la coppia Grillo-Casaleggio. Primo obiettivo, evidente, fulminare l’avversario Bersani e la sua proposta di un probabile abbraccio mortale.
L’obiettivo finale della partita potrebbe essere, poi, un governo istituzionale di personalità estranee ai partiti, su alcuni punti di programma condivisi con quello del Movimento. Credo che sia quasi da escludere un incarico di governo allo stesso Movimento, che squalificherebbe troppo la coalizione di centro-sinistra. Altrimenti non resta che ipotizzare un accordo fra centro-sinistra e centro-destra, su punti tuttavia presumibilmente non lontani dal programma a Cinque Stelle, per non effettuare una sterzata troppo violenta rispetto all’attuale proposta di Bersani. Non mi sembra che ci siano altre alternative possibili, anche perché il ritorno al voto è costituzionalmente impossibile prima dell’insediamento del nuovo presidente della Repubblica.
L’approccio diplomatico tenuto per una volta da Grillo nei confronti di Giorgio Napolitano, voglio infine aggiungere, seppur criticato da molti ‘duri e puri’, mi sembra denotare un promettente atteggiamento possibilista e tutt’altro che dogmaticamente arroccato su posizioni di parte.
Al di là del fluttuare di emozioni, ipotesi, eventi, scontri, scatenatisi dal fatidico pomeriggio di lunedì 25 febbraio 2013, c’è un fatto incontrovertibile. Nel dibattito politico, per la prima volta dopo un periodo interminabile, han fatto la loro comparsa dei contenuti veri e pragmatici per un’attualità che si presenta drammatica e le cui tendenze future, allo stato dei fatti, lo sono ancora di più. Si tratta dei temi presenti nel programma di un Movimento lungamente tacciato, nell’opinione pubblica, di anti-politica, populismo e sterile voto di protesta.
E qui non rinuncio a rivendicare la bontà del punto di vista di chi è stato in grado, quanto meno durante l’ultima campagna elettorale, di dare credito e appoggiare l’ascesa di un Movimento ostacolata, sistematicamente e furiosamente, da tutti i principali mezzi di informazione.
Quando c’è da scegliere da che parte stare, l’opinione giusta è frutto di alcune doti, evidentemente non appannaggio di tutti alla stessa maniera: c’è chi accede con spirito attivo alle informazioni veritiere (essenzialmente via Internet) e chi non sa liberarsi dall’inerzia di posizioni informative stantie e di comodo (tipico e odioso esempio: ‘La Repubblica’); c’è chi dà credito a spiriti davvero liberi come Dario Fo, Giulietto Chiesa o Franco Berardi-Bifo, e chi invece a intellettuali imborghesiti come Michele Serra o (ahimè) Nanni Moretti, oppure a ideologi ipercritici e radicali come i Wu-Ming; c’è chi riconosce la bontà propulsiva di una proposta irrituale, e chi si aggrappa alle ideologie vetero-marxiste che da tempo non sono più in grado di leggere correttamente la tumultuosa realtà; c’è chi osserva e coltiva la strepitosa forza crescente di una nuova pianta e chi ne critica l’impermeabilità alle proprie proposte di incroci e ibridazioni; c’è chi all’indomani di un voto di portata storica, come quello dell’ultimo fine-settimana dello scorso febbraio, ne percepisce tutta la felice, fantastica portata di rinnovamento e chi digrigna i denti e mugugna contro la sterminata massa italiana di berlusconiani (che, sia pure sempre troppi, un giudizio circostanziato mostra ormai quasi dimezzati) e vive con rancore l’ennesima sconfitta di una sinistra inetta, per troppa parte collusa e ormai anacronistica.
Certo, devo ammetterlo, senza quel vantaggio alla Camera della coalizione di centro-sinistra sul centro-destra, assotigliatosi via via durante lo spoglio fino al totale di centoventiquattromilanovecentocinquantotto voti, senza quel risicatissimo vantaggio, ora lo scenario sarebbe terribilmente più complesso.
Ma la fortuna aiuta gli audaci, no?, e soprattutto il pensiero positivo.
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Immagine da: http://www.beppegrillo.it/2013/02/bersani_morto_che_parla.html#commenti




